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DIECI ANNI DI GLOBALIZZAZIONE & MOVIMENTI ALTERMONDISTI

DIECI ANNI DI GLOBALIZZAZIONE & MOVIMENTI ALTERMONDISTI
Dieci anni fa sui muri di Seattle, nei giorni del vertice dell’Organizzazione mondiale del commercio bloccato dalle mobilitazioni dei movimenti sociali e dalle difficoltà interne ai paesi membri, comparve una scritta diventata poi famosa che diceva “we are winning” – stiamo vincendo.
Dopo 10 anni molto è cambiato e questo monografico di G&P prova a indagare questi cambiamenti, nelle politiche globali e nello stato dei movimenti sociali, chiedendosi ironicamente “chi, sta vincendo?” (permetteteci la sgrammaticatura dell’inglese…). https://52.76.194.177/

A che punto è quella che è stata definita globalizzazione economica, quella mondializzazione capitalistica che si è fondata su differenti strumenti – economici, finanziari, politici, militari – e che ha coinvolto tutti gli stati e tutti i popoli in uno scontro globale che ha lasciato sul terreno milioni di morti (purtroppo non solo metaforicamente) e ha modificato profondamente le dinamiche internazionali e nazionali.

Negli ultimi due anni si è affacciata anche alle cronache giornalistiche una crisi economica e finanziaria mondiale che non può essere analizzata separatamente da quelle stesse politiche globali e dalle scelte di un sistema capitalistico alla ricerca di una massimizzazione dei profitti che travolge le stesse condizioni di vita e ambientali – oltre che, evidentemente, del lavoro e di lavoratrici e lavoratori. idn live

E in questi 10 anni sono cambiati anche i movimenti sociali e quel processo di Forum sociale mondiale che ha cercato di unire movimenti, pratiche e pensieri alternativi attraverso controvertici, incontri internazionali, iniziative solidali, giornate comuni di mobilitazione. Malgrado sia evidente la difficoltà in cui si trova questo processo, questo non significa la scomparsa e la sconfitta definitiva di quei movimenti, che in alcuni casi hanno sostenuto e/o reso possibile la vittoria elettorale di coalizioni progressiste in diversi paesi – specialmente in America latina. slot gacor

Questo speciale cerca di affrontare queste questioni in tre parti.
Una prima parte affronta lo stato della globalizzazione, le conseguenze della crisi economica globale sulle politiche nazionali e internazionali, sulle condizioni materiali di milioni di persone (e sui diritti di lavoratrici e lavoratori), una panoramica sulle politiche (e sull’ideologia) neoliberiste, cosa ancora si possa intendere per finanziarizzazione e come si stanno comportando le istituzioni finanziarie internazionali – quegli organismi che pareva potessero avviarsi a diventare una sorte di “governo mondiale” e che in questi mesi sembrano aver perso una parte del loro ruolo, non per questo smettendo di provocare danni – e quale sia la posta in gioco nella conquista dei “beni comuni”. oxplay

Conclude questa prima parte una riflessione su cosa sia diventata la “guerra globale permanente” – che dei processi di globalizzazione ha rappresentato uno strumento fondamentale – e sul ruolo delle ong in questo quadro.

La seconda parte ha come obiettivo un’analisi critica del processo del Forum sociale mondiale e delle dinamiche dei movimenti sociali internazionali, per capire quali limiti abbiano espresso e quali insegnamenti ci consegnano per la ripresa della mobilitazione sociale – internazionalista, antiliberista e anticapitalista.

Analisi che parte dalle grandi iniziative internazionali, per arrivare ad alcune esperienze che ancora mantengono intatta la propria vitalità politica e sociale.

Chiude il monografico una parte di analisi critica delle esperienze dei governi progressisti in America latina – Venezuela, Ecuador e Bolivia da una lato e Brasile dall’altro – perché la questione della relazione tra movimenti sociali e partiti/governi rimane centrale nella costruzione di un’alternativa che non si accontenti di un’alternanza istituzionale nella continuità delle politiche strutturali, ma attraverso una pratica della cittadinanza attiva e della mobilitazione permanente metta a tema la necessità dell’alternativa di sistema. Indagare la ricchezza e le difficoltà delle esperienze “bolivariane” ci pare di particolare interesse in questa direzione.

Avanguardia del movimento mondiale contro la globalizzazione neoliberista l’America latina ha scuscitato e suscita grandi speranze e forti perplessità. Abbiamo cercato di indagare quali fermenti la stiano attraversando, superando per una volta la suddivisione nazionale, i grandi e piccoli protagonisti, per cercare i processi in corso. Ne è uscito un mosaico composito, in trasformazione e a tratti contraddittorio.

L’azione dei movimenti popolari (che siano indigeni, lavoratori, contadini, donne, negri, studenti, ecc.), molti, organizzati e consapevoli, è riuscita a ottenere riconoscimenti importanti e ha trovato maggiore ascolto in tanti paesi con governi “progressisti”, dando nuovi corpi alla “utopia possibile” cui fa riferimento Consolo descrivendo l’attuale quadro elettorale.

Ma nell’era della rottura delle egemonie, come ci racconta Sader, anche l’alternativa fatica a produrre modelli in grado di crescere: la sua costruzione infatti si scontra con una struttura economica e un’ideologia consolidata che godono di tutte le condizioni per continuare a riprodursi.

In America da Sud almeno, sembra non abbiano ancora rinunciato a cercare di costruire egemonia culturale (Korol), a produrre progetti di integrazione, che seppur contraddittori vanno in direzioni nuove (Berron e Mineiro), magari per la costruzione nel rispetto delle differenze della “patria grande latinoamericana” (Pulselli e Dorado).

Alcuni sogni possono anche essere considerati in costruzione.
Tre paesi hanno adottato costituzioni che aprono alla partecipazione e alla multinazionalità, ma anche dentro la miglior Carta possono insediarsi interessi alieni, soprattutto perché il processo di decolonizzazione culturale ha ancora molta strada da fare (Zanchetta, “il problema costituzionale”):
L’egemonia occidentale in campo informativo non è stata ancora minimamente messa in questione, ma Telesur è nata, trasmette in buona parte del globo e comincia nel quotidiano delle persone a produrre conoscenza e integrazione (Iglesias).

I popoli indigeni hanno ottenuto grandi riconoscimenti anche istituzionali, ma il sistema di valori di cui sono protatori si trova ancora troppo spesso a scontrarsi con gli interessi economici (Zanchetta) “I popoli si Abya Yala”) visto che è in profonda contraddizione con il principio del dominio dell’uomo sulla natura, fondamento ideologico del paradigma neoliberista che per quanto in piena crisi è ancroa vegente e potente.
Lo sfruttamento delle risorse aumenta, anche perché la merce è ormai parte della lotta (Cecena), e se il soggetto egemonico continua a essere il capitale transnazionale statunitense – che non ha remore a usare le armi (Quagliotti de Bellis) – il ruolo dell’Europa continua a essere marginale, essenzialmente economico-commerciale (Camposampiero); il capitale europeo devasta e non migliora diritti e servizi, si limita a ribadire i paradigmi egemonici e a rimettere in circolo il sistema (Gonzalez).

Da Nord gli Stati Uniti sembrano lanciati alla riconquista del cosiddetto “cortile di casa”. Come e più di sempre spendono e spandono per affossare i progetti del Sud, le democrazie patecipative, i processi di integrazione, le nuove sovranità in costruzione soffiano sul fuoco dei separatismi, della guerra al narcotraffico, dei razzismi puntando contro Sud un’aumentata potenza militare e informativa (Golinger)
Per questo e per concludere, visto che ad Haiti non è successo nulla e neppure in Honduras, facciamo raccontare da Mazzeo che l’invasione è copminciata: non si può mica lasciare campo libero a quei “cinesi comunisti”!

Debito ecologico e giustizia climatica
Cop15 è il prossimo grande summit che riunirà i governi del pianeta dal 7 al 18 dicembre 2009 a Copenhagen per ridiscutere il protocollo internazionale sul cambiamento climatico (protocollo di Kioto). Si tratta della 15^ Conferenza delle parti (Conference of the Parties – Cop) sotto l’egida della United Nations Framework Convention on Climate Change (Unfccc). È il più alto organismo del Unfccc e riunisce una volta l’anno i ministri dell’Ambiente per discutere gli sviluppi della convenzione.

Ormai tutti si dichiarano d’accordo sul fatto che è in atto una grave crisi ambientale dovuta all’eccessivo riscaldamento del pianeta per effetto dei gas-serra prodotti. Ma, come si vede dalla discussione sui negoziati per Cop 15, le soluzioni prospettate non mettono sostanzialmente in discussione le cause del fenomeno – cioè la scelta fatta dal sistema industriale capitalistico di puntare sui combustibili fossili e sul nucleare anziché sulle fonti energetiche rinnovabili – intervenendo invece solo sugli effetti. Ci si limita a proporre una riduzione delle emissioni dei gas-serra e per di più attraverso meccanismi che, oltre a renderla improbabile, ancora una volta scaricano sui paesi del Sud del mondo il peso dell’industrializzazione del Nord – come è avvenuto con il Protocollo di Kioto. Le soluzioni tecniciste e finanziarie sono tutte e ancora una volta all’interno della logica della mondializzazione capitalista neoliberista, così da garantire gli attuali livelli di ricchezza, potere e consumi dei paesi ricchi e a danno in particolar modo delle comunità locali e delle popolazioni indigene più povere, che nelle più svariate regioni del mondo hanno finora portato le maggiori conseguenze economiche e sociali dei danni del cambiamento climatico.
È arrivato invece il momento di riconoscere la necessità di ridimensionare drasticamente i consumi energetici prima di tutto dei paesi ricchi, promuovere le fonti energetiche rinnovabili, valorizzare le esperienze millenarie di quelle popolazioni che hanno dimostrato di saper sopravvivere anche in ambienti ecologici difficili. Popoli che non intendono più subire in silenzio soluzioni che passino sulle loro teste e chiedono finalmente venga riconosciuto il debito ecologico contratto in secoli di sfruttamento dei loro territori e della loro biodiversità e la necessità di misure che portino a una maggiore giustizia climatica ambientale.

Il grande allarme climatico che ormai è ai primi posti dell’agenda economica e politica dei paesi dell’Occidente, più che a una giusta preoccupazione per il futuro del pianeta, fa pensare a un ultimo nuovo pretesto per fare accettare l’austerità ai paesi poveri o in via di sviluppo e alle classi sociali più svantaggiate dei paesi sviluppati, mentre può tradursi in nuovi importanti occasioni di profitto per i sistemi economici ricchi.
La richiesta di una giustizia climatica si basa sul riconoscimento che tutti gli esseri umani condividono una risorsa essenziale per la vita che è il clima, condizione indispensabile per la sopravvivenza; tutti hanno quindi diritto a un ambiente sano e a risorse naturali salubri. E tutti i popoli e le collettività hanno il diritto di determinare il proprio futuro, di avere accesso a un’informazione di qualità, di partecipare e poter esprimere la propria obiezione ai progetti, programmi, politiche e processi che violano il loro diritto alla vita e a diritti collettivi e ambientali.

Questi popoli a Copenhagen ci saranno e si faranno sentire.