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articolo della rivista numero 161


La strategia Usa e l’Iraq


Intervista di Piero Maestri a Gilbert Achcar*

 

Alla fine dello scorso agosto il presidente statunitense Barack Obama ha dichiarato la fine delle operazioni di combattimento in Iraq.
Ma davvero “war is over”? Quella guerra che noi sappiamo non essere cominciata nel 2003, ma nel 1990/1991, dopo l’invasione irachena del Kuwait e la decisione statunitense e alleata di scatenare l’attacco nel gennaio successivo.
Vorremmo allora cominciare da quell’inizio, non dalla “fine”: dopo 20 anni, cosa possiamo dire delle reali motivazioni di quella guerra, cosa davvero si proponevano gli Usa con quella guerra e quelle successive?

Questa questione è stata oggetto di moltissime discussioni, ma alla fine non è stata trovata altra ragione che quella dichiarata dallo stesso Greenspan, che ha riconosciuto la realtà di una guerra “per il petrolio”. È infatti evidente che la ragione principale dell’invasione dell’Iraq è che questo paese rappresenta il secondo (o il terzo, secondo differenti stime) paese al mondo in termini di risorse petrolifere: il primo è naturalmente l’Arabia saudita, il secondo e il terzo sono Iran e Iraq (è sempre una questione di stime, alcune delle quali considerano che l’Iraq abbia riserve molto maggiori dell’Iran…).
Le ragioni della guerra riguardano quindi essenzialmente la centralità dell’Iraq nella mappa globale del petrolio. Il controllo dell’Iraq – visto che in qualche modo è già assicurato quello dell’Arabia saudita – rimane il principale obiettivo degli Usa, dal punto di vista economico e strategico; questo controllo si estende a catena su un’area più vasta, che comprende anche quello nei confronti degli Emirati arabi.
Questo mette gli Usa in una posizione fondamentale, non solamente dal punto di vista delle imprese petrolifere e dei loro profitti - ovviamente importanti, ma che rappresentano solamente una parte della questione: più importante è il controllo strategico dell’intera regione, che determina il controllo della distribuzione del petrolio all’intero pianeta. Questo controllo rappresenta il principale strumento di dominio globale degli Usa, mettendoli in una posizione fondamentale nei confronti dei loro partner (Giappone e Europa in primo luogo) e dei loro potenziali concorrenti e “avversari” (come la Cina).

Dopo vent’anni di guerra, passando per il criminale embargo degli anni 1991-2003 e l’invasione/occupazione seguente, ritieni che gli Usa stiano realmente controllando l’Iraq e l’insieme dell’area strategica mediorientale?

Naturalmente l’occupazione dell’Iraq in sé ha portato ad una fortissima estensione della presenza militare statunitense, almeno ancora in questo momento (il futuro è invece incerto), anche se allo stesso tempo è stato per certi versi un fallimento.
L’Iraq è stato allo stesso tempo una ragione ed un pretesto per diffondere la presenza militare e quindi egemonica sull’intero Golfo, in particolare verso gli Emirati e il Qatar, che sono piccoli ma importantissimi paesi con enormi riserve di gas e petrolio, e che ora sono completamente sotto tutela militare, controllo e protezione da parte degli Usa. Questo è stato grazie alla questione dell’Iraq, senza la quale gli Usa avrebbero dovuto lasciare il regno saudita fin dagli anni ’60 sotto la pressione del nazionalismo arabo e della religione. È stato grazie all’invasione irachena del Kuwait nel 1990 che gli Usa hanno potuto giustificare una più forte presenza nell’intera area.
Anche all’interno dello stesso Iraq il bilancio per gli Usa deve partire dalla forte presenza che l’invasione ha permesso. Allo stesso tempo si può anche parlare di un fallimento rispetto agli obiettivi dell’invasione stessa dichiarati dai dirigenti dell’amministrazione Bush.
In ogni caso la politica di questi 20 anni nei confronti dell’Iraq ha rappresentato l’occasione per un enorme dispiegamento militare in tutta l’area – e questo è un risultato fondamentale che non possiamo sottovalutare.

Pensi che 20 anni fa gli Stati uniti avessero un progetto di ridisegno dell’intero medioriente o tutto si risolveva nell’estensione della presenza – senza un ipotesi precisa di “sistemazione” dell’area, in particolare riguardo il conflitto israelo-palestinese (che non fosse lo scontato sostegno alle politiche e all’occupazione israeliana)? Avevano qualche preciso proposito e obiettivo nei riguardi della Siria, della Giordania, dell’Iran - un progetto che non sono riusciti a completare?

Tutti i paesi citati sono solamente pezzi “secondari” nel puzzle mediorientale: dal punto di vista strategico statunitense la loro importanza relativa dipende dall’importanza del petrolio del Golfo; il loro ruolo politico nella regione dipende da quanto possono influenzare la stabilità degli interessi statunitensi nell’area stessa. Ma la questione principale non riguarda Israele, ne l’Egitto, ne la Giordania; la preoccupazione principale per gli Stati Uniti sono il regno saudita e le monarchie petrolifere, oltre all’Iraq. Questa preoccupazione non è nuova, era già presente prima della seconda guerra mondiale – è negli anni tra le due guerre mondiali dello scorso secolo che gli Usa cominciano a stabilire relazioni efficaci con il regno saudita, diventando una sorta di “padrino” del regno, con una relazione di stampo semicoloniale costituendo una sorta di stato nello stato che controlla l’insieme della politica e dello stato saudita – estendendosi all’insieme della regione.
Naturalmente dopo la seconda guerra mondiale – con la crescita esponenziale dell’importanza del petrolio nell’economia globale – questa è rimasta la principale preoccupazione strategica dell’impero globale dominato dagli Stati uniti.
Dal punto di vista militare, la rivoluzione iraniana del 1979 ha abbattuto uno degli alleati chiave degli Usa, per di più uno dei principali stati petroliferi del Golfo. Da quel momento – dagli anni di Carter, che ha inventato la forza di rapido intervento proprio in riferimento a quella rivoluzione e alla necessità di una maggiore capacità di intervento nella regione – è diventata un’emergenza strategica occuparsi della situazione nell’area, perché non sfuggisse al loro controllo. Gli erano alla ricerca di un’occasione per un maggiore dispiegamento della loro forza militare nell’area, impossibile per diversi motivi durante gli anni ’80, anche se gli Usa non hanno mancato di far sentire il loro peso per cercare di influire sulle sorti della guerra tra Iraq e Iran. L’invasione militare irachena del Kuwait nel 1991 ha fornito loro quell’occasione.

Pensi che questo controllo – dopo 20 anni – si sia esteso anche agli altri paesi? Cosa si può dire degli altri paesi, in particolare dell’Iran, che è diventato importante per la stabilizzazione dell’Iraq (così mentre è in corso un confronto tra Usa e Iran, allo stesso tempo collaborano in Iraq)… gli Usa controllano davvero l’insieme della regione e, soprattutto, controllano davvero le risorse petrolifere – anche in Iraq dove la situazione non è così chiara e stabile e le corporation statunitensi non sembrano in grado di ottenere semplicemente e sicuramente i contratti che garantiscano loro il controllo e/o la gestione del petrolio e del gas iracheni, e di conseguenza i profitti che ne derivano?

Prima di tutto dobbiamo nuovamente sottolineare che gli Usa già controllano di fatto il petrolio dell’Arabia saudita, del Kuwait e delle monarchie del Golfo, che rappresenta il 40% delle risorse mondiali, e che questo controllo è oggi più forte e più importante che mai
Il principale problema nell’area per gli Usa è rappresentato dall’Iran, il paese da cui è cominciata nel 1979 questa nuova fase e che ancora sfida gli Stati uniti e allo stesso tempo rappresenta una “minaccia” per le monarchia petrolifere – o perlomeno è percepito come minaccia dalle stesse monarchie – che chiedono per questo la protezione degli Usa.
In Iraq non c’è nulla di chiaro e definito data la totale instabilità. C’è una sorta di accordo tra Usa e Iran nel sostenere lo stesso governo iracheno ma gli alleati arabi degli Usa non sono molto contenti di questo accordo e gli stessi Usa non spingono per ulteriori passi in questa direzione, anche se è forte l’attivismo iraniano nel sostegno al governo Al Maliki – in termini di influenza politica…
Il nuovo governo iracheno avrà l’interesse nel continuare a giocare su entrambi i  terreni – Iran e Usa. E non è il solo:: per esempio il Qatar, dove c’è il più grande comando militare statunitense, il CentCom (Comando Centrale), mantiene relazioni con l’Iran, sostiene finanziariamente Hezbollah – giocando anch’esso entrambe le carte per garantirsi sicurezza.
Allo stesso tempo gli sciitti iracheni, che non vogliono finire sotto il dominio completo di nessuna delle due parti, giocano su entrambi i terreni, affinché tutte e due le parti li sostengano e in qualche modo si “neutralizzino” a vicenda.
In ogni caso l’Iran rappresenta una sfida per gli interessi petroliferi statunitensi perché può provocare una destabilizzazione dell’area.
Anche se è vero che le imprese statunitensi hanno difficoltà a entrare nel mercato locale iracheno, e nei contratti delle risorse energetiche, In termini di controllo militare la preoccupazione strategica va molto al di là del profitto petrolifero diretto per le compagnie statunitensi: da quel punto di vista strategico la presenza delle basi militari statunitensi è quella più importante. Gli Usa sono nella posizione di poter bloccare ila distribuzione di petrolio per ogni parte del mondo; anche l’Iran è quasi completamente circondato dalla presenza militare statunitense. Ancora oggi gli Usa sono considerati dagli alleati – Europa e Giappone, che collaborano con loro nella Nato o in altra forma meno diretta e che sono ancora fortemente dipendenti dal petrolio – come i protettori di questo flusso di petrolio.

Cosa significa allora l’annuncio di Obama della “fine della guerra” e perché hanno cominciato il “ritiro” dall’Iraq, o meglio dalle città e dalle strade dell’Iraq – mantenendo le proprie basi militari nel paese e nella regione…

… in realtà questa è la strategia decisa nel 2006, e Obama sta solamente portando avanti e continuando quella strategia che l’amministrazione Bush aveva cominciato ad attuare negli ultimi due anni della sua carica, quando aveva dovuto affrontare il completo fallimento della sua strategia di invasione ed era stato costituito l’Iraqi Study Group (guidato da Baker e Hamilton) come commissione di inchiesta e consulenza voluta dal Congresso. Da allora prese avvio la strategia del cosiddetto “surge”, un cambio di passo strategico conseguente anche al cambio dello stesso personale politico di Washington, con l’allontanamento dei principali esponenti neocons (Wolfowitz, Rumsfeld ecc…): da allora al Pentagono è entrato Robert Gates che ancora oggi è segretario alla difesa con Obama, non casualmente, visto che rappresenta una deliberata scelta di continuità – che non dobbiamo mancare mai di sottolineare quando ci si interroga su questa questione della continuità o discontinuità di Obama rispetto alla politica dell’amministrazione Bush. Dobbiamo sottolineare che la discontinuità di questi anni non è tra Bush e Obama, ma tra l’amministrazione Bush prima del 2006 e quella degli anni successivi. Il punto di svolta si è avuto appunto nel 2006 con il cambio di strategia – giocando la carta del “dividi et impera” in Iraq invece di mantenere le forze armate statunitensi direttamente in combattimento, dato che questa presenza combattente provocava sempre maggiori difficoltà, e lo sapevano bene i comandanti sul campo; hanno voluto implementare una strategia di basso profilo militare, per mantenere un’influenza nel paese senza un diretto coinvolgimento nei combattimenti,una strategia che si basava principalmente sul finanziamento delle tribu sunnite: così hanno comprato i leader di queste fazioni sunnite, hanno lavorato sulle contraddizioni tra i politici sciiti, presentandosi come l’arbitro della situazione. Per questo hanno avuto bisogno di un “surge” che fosse temporaneo, che aprisse la strada al successivo ritiro delle truppe, già stato deciso da Bush. Obama sta solamente continuando e sta cercando di portare a termine questa strategia.
Naturalmente sappiamo che il ritiro dall’Iraq era uno dei punti della campagna elettorale di Obama, perché il coinvolgimento in Iraq era diventato molto impopolare in Usa – ed è stato probabilmente uno dei motivi principali della sconfitta repubblicana; Obama doveva marcare questo “disimpegno” e ha annunciato la fine del ruolo combattente delle truppe statunitensi – in maniera un po’ prematura, come era stato prematuro l’annuncio di “missione compiuta” del 2003 di Bush.
Ma certamente gli Usa stanno cercando di rimanere fuori dai combattimenti il più possibile – mantenendo molto forte la presenza militare nella regione in modo da intervenire in qualsiasi momento i loro interessi in Iraq o altrove siano minacciati.
Rimanere nella regione, mantenere la presenza, ma non essere coinvolti direttamente in combattimenti e nell’occupazione diretta, non rischiare truppe nel controllo delle strade perché sarebbe controproducente: questo è quanto stanno facendo. Influenzare il paese, rimanere il “Padrino” –anche se questo devono in qualche modo condividerlo con l’Iran. Ma anche questo non è nuovo: anche sotto l’amministrazione Bush, malgrado la forte retorica anti-iraniana, di fatto gli Usa collaboravano con il governo iraniano nel sostegno a Al Maliki

Quindi Obama non sta preparando o attuando una nuova strategia, che permetta una riduzione delle spese militari e che porti ad un minore controllo militare globale degli Usa; in questo senso anche la “exit strategy” dall’Afghanistan ricalca lo stesso meccanismo – con le difficoltà particolari dovute alla situazione di quel paese. È così, secondo te? non pensi esista una nuova strategia ma sia solamente un altro modo di controllare senza il coinvolgimento diretto nei combattimenti?

Gli Stati uniti stanno ritornando ad evocare la lezione del Vietnam, che l’amministrazione Bush aveva dimenticato e violato completamente. Anche Obama ha dimenticato questa lezione riguardo l’Afghanistan mostrando la volontà di inviare un numero maggiore di truppe – senza comprendere vedere che lì è in corso una lezione analoga a quella irachena e che li sta portando al fallimento della missione. Dall’esperienza vietnamita gli Usa avevano tratto la lezione che non possono occupare paesi per lungo tempo avendo truppe impegnate nei combattimenti - non solo perché è costoso economicamente ma anche politicamente per le reazioni in casa propria. Per questo la strategia favorita è quella di essere pronti a colpire in qualsiasi momento grazie alla forte superiorità militare senza esser impegnati in occupazioni di lungo termine.
Aver violato questa lezione è stato l’errore principale fatto dall’amministrazione Bush. Per questo l’autore della nuova dottrina post-Vietnam, il generale Colin Powell, così come la Cia, era riluttante nei confronti dell’invasione dell’Iraq, contro la scelta neocon del Pentagono per una diretta occupazione dell’Iraq; un altro autore delle dottrina post-Vienam era Dick Cheney, ma nel suo caso erano forti le ambizioni e gli interessi in campo petrolifero – e questo lo ha portato ad una sorta di “wishful thinking”, credendo che il controllo dell’Iraq sarebbe stato simile al controllo della Germania o del Giappone dopo il 1945 – e anche questo è stato un grandissimo errore.

Allargando lo sguardo al campo che si oppone… La guerra globale continua, in altre forme, talvolta come guerra guerreggiata (come in Afghanistan) altre volte come controllo o guerra per procura – sostenendo parti in guerra, come Israele; ma ci sono forze che resistono e si oppongono a questa strategia in medioriente – non solo e non tanto i governi, quanto forze sociali e politiche?

Ci sono ma non hanno una grande forza, a parte forse Hezbollah in Libano, che rappresenta più l’eccezione che la regola; non ci sono forze analoghe in altri paesi che abbiano raggiunto una forza ed una posizione paragonabile a quella di Hezbollah in Libano. Se guardiamo alla resistenza contro l’occupazione in Iraq, si tratta di forze coinvolte maggiormente in scontri settari che non nella resistenza all’occupazione; se si guarda alla Palestina, Hamas non rappresenta certamente una seria minaccia – non solo per gli Usa ma nemmeno per la stessa Israele.
L’unica reale preoccupazione per gli Usa è l’Iran. Questa è l’unica minaccia per gli Usa, e le altre forze che abbiamo citato sono sotto influenza iraniana e dipendono dall’addestramento, armamento e sostegno finanziario iraniano. Questo vale per Hezbollah, per Hamas e per gruppi iracheni. Quello che succede in Iran è il maggiore interesse per gli Usa. Già nella strategia della sicurezza nazionale del 2002 dell’amministrazione Bush questo era chiaro, anche se era altrettanto evidenziata la differenza tra Iraq e Iran: nel primo caso prevedeva un combattimento diretto; nel secondo caso, per l’impossibilità di un attacco diretto, pensavano ad una cambiamento di regime dall’interno – grazie ad un collasso o ad un rivolgimento dovuto a contraddizioni interne, contraddizioni che gli Usa hanno cercato di approfondire attraverso sanzioni che creassero condizioni economiche e sociali favorevoli alla crescita di proteste contro il regime. Questa è l’unica strategia possibile per gli Usa, accanto al “contenimento” dell’Iran – analoga al contenimento dell’Unione sovietica, che non poteva essere attaccata in un confronto diretto ma solo “contenuta” nella sua influenza verso altri paesi. Allo stesso modo gli Usa sanno di non poter confrontarsi militarmente direttamente contro l’Iran, anche per l’alto costo che rappresenterebbe per l’economia globale, tanto più in un momento di crisi.
Quindi contenere l’Iran e colpire il regime in diversi modi..

Questo induce ad una riflessione riguardo quella parte della sinistra nei paesi occidentali che ritiene di dover sostenere direttamente il governo iraniano perché – così viene ripetuto – le accuse che lo colpiscono sarebbero solamente bugie diffuse dai media occidentali.
Personalmente – al contrario – credo debba essere analizzata e sostenuta l’opposizione democratica in Iran, in particolare quella legata ai soggetti sociali in lotta – ovviamente sviluppando iniziative contro qualsiasi attacco o guerra contro l’Iran…

Penso che questa discussione richiami quanto avveniva ai tempi dell’Urss, al confronto tra coloro che essendo contro l’imperialismo Usa ritenevano di dover sostenere Mosca e quelli che coniugavano antimperialismo e lotta contro il regime sovietico e il suo dispotismo stalinista, a favore di una lotta di massa contro il regime e per una democratizzazione del sistema.
La stessa storia si ripete in Iran – ovviamente con le dovute differenze di importanza, e con un carattere di farsa (come direbbe Marx): un conto è essere contro l’imperialismo e per il ritiro di tutte le forze militari occidentali dalla regione – dal Mediterraneo all’Afghanistan; un conto è che questo avvenga attraverso una lotta antimperialista – e il fatto che oggettivamente questo possa essere anche il frutto di azioni di forze come quelle iraniane non può comportare un appoggio soggettivo – anche perché il governo iraniano non cerca un appoggio dalle forze progressiste, non essendo in alcun modo progressista.
Non è la stessa cosa della Bolivia, del Venezuela o della stessa Cuba, dove ci sono conquiste progressiste che devono essere difese dall’attacco imperialista. Possiamo sostenere direttamente e apertamente il governo boliviano o venezuelano contro Washington; anche quello cubano, perché se conosciamo i limiti democratici del governo cubano, conosciamo altrettanto bene le importanti conquiste sociali della rivoluzione
In Iran c’è un regime che non differisce in nulla dai governi neoliberali, che non permette una partecipazione democratica delle masse, repressivo, islamico fondamentalista – un regime che non si può sostenere da sinistra nemmeno criticamente.
Naturalmente se gli Usa attaccassero l’Iran, da antimperialisti saremmo contro l’aggressione statunitense e ci batteremo contro essa, ma questo non significa che dobbiamo sostenere in alcun modo il clero e la leadership politica iraniana – che non hanno nessuna dimensione politica progressista.
È un dibattito antico: alcune forze della sinistra non hanno ancora imparato la lezione dello stalinismo. Molte di queste forze hanno problemi con la questione della democrazia – non assegnano a tale questione un’importanza centrale ma secondaria e questo è un fatale deviazione dai valori della sinistra.

 

* docente Università di Londra e militante antimperialista


 

 

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