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articolo della rivista numero 157


Obama un anno dopo


di Piero Maestri

Cosa rimane delle promesse elettorali e delle speranze suscitate dalla vittoria di Barack Obama? Un primo bilancio critico di dodici mesi con molte ombre e poche luci

 

Un anno fa si insediava alla Casa bianca Barack Obama. Per la prima volta un nero assumeva la carica di presidente degli Stati uniti e anche solamente questo fatto sembrava il segnale di un vero e sensibile cambiamento in corso in quel paese, di una svolta che la maggioranza dell’elettorato statunitense ha voluto dare dopo gli anni di presidenza Bush. Una svolta che è stata salutata, forse più all’estero che in patria, con fortissime aspettative e speranze, soprattutto come reazione alle politiche di Bush.
La presidenza di quest’ultimo era stata infatti caratterizzata da una polarizzazione e uno scontro fortissimi all’interno della società statunitense e da un’evidente arroganza imperiale in politica estera, sia verso gli avversari che gli alleati.
Bush ha chiuso il suo mandato con la più grande crisi economica che il pianeta vive dopo il 1929, crisi favorita e accelerata anche dalle politiche economiche dei repubblicani al governo e delle varie corporation economico-finanziarie a loro legate. Allo stesso tempo consegnava al mondo due guerre di grandissimo impatto politico e con profonde conseguenze umane e materiali, nel quadro di una politica egemonica statunitense che ha cercato di piegare soprattutto gli alleati a un nuovo unilateralismo che ha dovuto alla fine venire a patti con la necessità di un maggior coinvolgimento degli alleati stessi nella “guerra permanente” e nel ridisegno dei poteri globali.

RETORICA DEL CAMBIAMENTO
Il “fallimento” di Bush non è quello di aver causato danni agli interessi Usa, che sono comunque riusciti ad allargare la loro presenza militare e il loro controllo in diverse aree del pianeta grazie agli interventi militari della guerra infinita. È invece fallito il tentativo di fare a meno dell’impalcatura delle istituzioni multilaterali e delle alleanze storiche del dopoguerra, mostrando con chiarezza che l’egemonia statunitense - il “nuovo secolo americano” sognato e profetizzato dagli ideologi neoconservatori - non poteva fare a meno del coinvolgimento di alleati e altri partner meno disposti a seguire il comandante in capo senza discutere.
E così l’occupazione in Iraq dopo i primi mesi di guerra ha dovuto confrontarsi con alleati europei e arabi, e anche con chi alleato non è, come l’Iran e la Siria, dei quali non si può fare a meno per la stabilizzazione dell’Iraq. Allo stesso modo, la guerra in Afghanistan non può fare a meno del contributo militare della Nato e dell’impegno economico dell’Unione europea.
Le aspettative verso Obama, all’interno degli Usa e all’estero, derivano da questo: mettere finalmente una pietra sopra l’era Bush e indicare la via di un cambiamento. La retorica di Obama, durante la campagna elettorale e nei celebrati discorsi da presidente, sembrava dare ragione alle speranza e alle aspettative verso questo cambiamento. Guardando invece alle concrete politiche messe in campo in questo primo anno di amministrazione non pare che Obama stia rispondendo a tali aspettative e che le speranze in un cambiamento siano decisamente sproporzionate rispetto alle possibilità e alla stessa volontà politica di Obama.

MILITARISMO INFINITO
Per tracciare un primo bilancio critico è utile provare a scorrere un pur parziale elenco dei principali “dossier” affrontati dal presidente Obama e dalla sua amministrazione.
In primo piano dobbiamo evidentemente segnalare le politiche militari e di guerra.
Obama è stato un senatore che fin dall’inizio si opposto all’intervento in Iraq e ha voluto ricordare politicamente questo fatto annunciando il ritiro statunitense “entro il 2011”. In realtà non ha fatto che dare seguito agli accordi già avviati dall’amministrazione precedente con il governo iracheno, che hanno portato al Sofa (Status of Force Agreement) di cui già Ornella Sangiovanni ha chiarito la portata su queste pagine (“G&P”, n.152): nessuna reale restituzione di sovranità, ma un’occupazione differente, meno pericolosa per le truppe statunitensi, alle quali viene garantita una presenza di basi e infrastrutture necessarie al ruolo regionale che gli Usa intendono mantenere.
Ma il capolavoro di Obama è quello di essere riuscito a ottenere un vergognoso Premio Nobel mentre decideva di aumentare di altri 30.000 soldati la presenza militare in Afghanistan (dopo averli aumentati già nei primi mesi dell’anno) e di allargare, in termini geografici e di forza, la guerra in quel paese e in Pakistan.
Seguendo i consigli del generale McChrystal (vedi “G&P”, n.154), Obama ha deciso di fare della guerra in Afghanistan e Pakistan il simbolo della determinazione della sua amministrazione a proseguire la “guerra al terrore”, che nelle sue parole diventa ossessivamente “guerra ad Al Qaeda”. Gli alleati devono solamente allinearsi.
A proposito di “guerra al terrore” e rapporto con gli alleati, va segnalata la vicenda della chiusura della prigione di Guantanamo, promessa da Obama e la cui realizzazione è ancora di là da venire.
In questo caso la retorica de “gli Stati uniti non useranno mai più la tortura”, accompagnata comunque dall’assicurazione dell’impunità e della cancellazione delle responsabilità politiche per chi l’aveva praticata e autorizzata precedentemente, non si è spinta fino al riconoscimento della violazione del diritto e dei diritti rappresentata non solamente dalla detenzione a Guantanamo ma dalla mancanza di giusti processi e di riconoscimento di diritti alla difesa. Così, per i detenuti di Guantanamo la prospettiva sarebbe stata quella del loro trasferimento in altri paesi alleati - che si sono in gran parte defilati, infastidendo il presidente Obama - senza per questo cambiare la politica di fondo. Politica che continua, con l’autorizzazione esplicita di Obama, con il campo di detenzione di Bagram in Afghanistan e nelle rendition che lo stesso presidente ha deciso di non fermare. La base di Guantanamo comunque non sarà chiusa a breve, perché il Congresso ha rifiutato di concedere al presidente il finanziamento necessario e per la scarsa collaborazione degli alleati.

AUMENTANO LE SPESE MILITARI
La sostanziale continuità con le politiche militari dell’amministrazione precedente è dimostrata anche dall’aumento delle spese militari. Per quanto Obama abbia annunciato una revisione di alcuni programmi di riarmo - in particolare quelli più legati alle logiche della guerra fredda, come gli aerei F22, per i quali è previsto un taglio di 10 miliardi di dollari, compensati da 20 miliardi di spese aggiuntive per altri programmi militari  - ha spinto le spese del Pentagono fino a 660 miliardi di dollari per il 2010 (un aumento del 4% rispetto all’anno precedente), dei quali oltre 130 miliardi per le missioni di guerra. Elemento ancora più interessante, l’amministrazione Obama ha lasciate inalterate le proporzioni di questa spesa: così come avveniva con Bush, l’87% delle spese del Pentagono sono indirizzate agli aspetti propriamente militari e offensivi e solamente il 13% alla “sicurezza nazionale” (homeland security) e alla “prevenzione” (diplomazia, peacekeeping ecc.) (1).
Questa tendenza militarista degli ultimi vent’anni è confermata da altri due dossier affrontati da Obama: le basi militari e il programma di scudo antimissile.
Nel primo caso – oltre alla dichiarata volontà di sostituire la base di Manta in Ecuador con basi in Colombia, mentre il sostanziale sostegno al golpe in Honduras è motivato anche dalla necessità di mantenere una presenza in quel paese senza rischi - è esemplare la vicenda dell’accordo con il Giappone per le basi a Okinawa. La segretaria di stato Hillary Clinton si è affrettata a firmare un trattato, il “Guam International Agreement”, nel febbraio scorso con il governo uscente del partito liberale di Koizumi, destinato a perdere le elezioni a favore del Partito democratico del Giappone, contrario a molti aspetti del trattato che prevede la chiusura di alcune basi ad Okinawa in cambio dell’allargamento e il rafforzamento di una base nel nord della stessa isola e dello spostamento di altre verso l’isola di Guam - costi a carico del Giappone stesso. A condizioni accettate dal “Maggiore Koizumi” (come lo chiamava l’amico George Bush), l’amministrazione Usa ha cominciato una campagna di pressioni sul governo giapponese affinché non chieda alcuna ri-negoziazione (2).
Per quanto riguarda lo scudo antimissile, è noto che Obama ha rinunciato al posizionamento delle basi a terra in Polonia e Repubblica Ceca, concessione fatta alla Russia di Medvedev. Ma il programma stesso non è stato abbandonato e sono allo studio nuove destinazioni e il coinvolgimento diretto della Nato nella sua costruzione.

NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE MEDIORIENTALE
Nessuna novità si registra anche riguardo al Medio Oriente. Obama è fermo al suo celebre e celebrato “Discorso del Cairo” dello scorso giugno. Un discorso per molti versi inedito, soprattutto per i toni, per l’esplicito rifiuto di considerare l’Islam come un nemico e per il tentativo di costruire una migliore relazione con i paesi dell’area. In questa stessa direzione andavano le parole di “equilibrio” tra palestinesi e israeliani - e le loro “sofferenze” - invitati a procedere a un accordo che porti alla soluzione dei due stati. Parole necessarie per convincere i governi arabi a far parte dell’alleanza che isoli l’Iran e mantenga salde le relazioni con gli Usa nell’area.
Ora, a parte che l’“equilibrio”, come l’“equavicinanza” dalemiana, in un contesto di occupazione e violazione delle principali norme del diritto internazionale significa un’assoluzione di responsabilità della forza occupante (ma è forse troppo pretenderlo da un presidente Usa che durante la campagna elettorale è andato a raccogliere voti presso la lobby israeliana dell’Aipac promettendo la sua vicinanza a Israele), per il momento siamo al silenzio: per esempio l’amministrazione Usa si è limitata a lamentarsi con Israele per la costruzione di nuovi insediamenti, proseguita tranquillamente.
Certamente il governo Netanyahu avrà nell’amministrazione Obama un interlocutore diverso da Bush, che era guidato da quei neocons dai quali lo stesso Netanyahu proviene e che gli permetteva di presentare la guerra contro i palestinesi come un capitolo necessario della “guerra contro il terrorismo”. Ma il tentativo di creare una nuova atmosfera nella regione non sembra riuscito, anche perché alle parole non è finora seguito nulla di concreto.

NULLA È CAMBIATO?
Si potrebbero fare altri esempi, come la continuità nella politica verso l’Africa, con la conferma del nuovo comando Africom, diretto a preservare la presenza militare nel continente dal quale proviene ormai la percentuale maggiore di materie prime energetiche importate dagli Usa. A questo peraltro serve anche la “guerra alla pirateria”. E ancora la politica verso l’America latina (v. monografico). La domanda allora è: non è cambiato nulla? L’amministrazione Obama è uguale a quella di George W. Bush?
A nostro avviso, nell’insieme prevale la continuità nelle strategie politiche di fondo, in particolare in politica estera, come abbiamo cercato di mostrare. Certamente cambia la retorica di fondo, elemento non ininfluente perché anche il discorso politico pubblico conta nella formazione dell’opinione pubblica. E soprattutto cambia la strategia di fondo del “metodo Obama”.
Per quanto riguarda la politica interna e le relazioni tra i gruppi politici statunitensi, obiettivo dichiarato della presidenza Obama non è quello del radicale cambiamento e della sconfitta delle istanze repubblicane e della destra, quanto quello di chiudere con l’epoca dello scontro ideologico e politico. Esemplare in proposito la frase di Obama: “Se posso ottenere l’85% di ciò che voglio con un voto bipartisan, oppure il 100% con la mia maggioranza, preferisco la prima ipotesi alla seconda” (3).
A parte che la realtà è quella di una “sua maggioranza” che piega piuttosto a destra e che se va bene otterrà molto meno dell’85% dei suoi obiettivi e senza il voto repubblicano, la frase mette bene in luce il primato del “metodo” rispetto al contenuto delle politiche e dei provvedimenti, per i quali condurre una battaglia politica aperta e capace di mobilitare i settori sociali che si vorrebbero difendere. Ma questo è ben lontano dalla prospettiva del Partito democratico e di Obama stesso. Questo metodo pretende di comporre interessi contrapposti - naturalmente privilegiando quelli delle grandi corporation e di quella finanza che hanno contribuito alla sua campagna elettorale con oltre 80 milioni di dollari (Goldman Sachs è il secondo finanziatore della campagna elettorale di Obama) e che sono state ripagate con il piano di aiuti “anticrisi” del febbraio 2009.

L’INDISPENSABILE AMERICA
Per quanto riguarda la politica estera, l’amministrazione Obama doveva riconquistare “prestigio” del governo statunitense nel mondo e nelle relazioni con alleati e altri soggetti internazionali.
Obama e i suoi consiglieri hanno ben presente che l’opzione unilateralista è fallita da diversi anni e che gli Usa possono riaffermare la loro “eccezionalità” e la loro presenza e controllo planetario solamente in una nuova e diversa dinamica, che rilanci le istituzioni internazionali, in alcuni casi, e soprattutto si basi sul dialogo e l’accordo tra singoli paesi, volta per volta sulla base degli interessi statunitensi. Evidente in questo senso la vicenda del vertice di Copenhagen, dove Usa e Cina hanno stabilito preventivamente i termini di un possibile accordo. Questo dialogo con la Cina caratterizzerà i prossimi anni, anche se gli Usa non rinunciano a stabilire tutte le forme di una loro presenza politico-militare anche in funzione di contenimento della stessa Cina (come avviene in Africa e in Asia).
Gli Stati uniti hanno bisogno di “socializzare” l’impegno per la “stabilizzazione” internazionale, soprattutto militare e finanziario, e per questo pretendono il contributo di vecchi e nuovi alleati  - pretesa in molti casi piuttosto rude: gli alleati sono messi spesso di fronte al fatto compiuto e alla loro incapacità di rispondere in maniera diversa. Questo è particolarmente evidente per l’Unione europea e la stessa Nato, che vengono spesso coinvolte a posteriori e non nella discussione dei vari “dossier”.
Anche se può sembrare prematuro giudicare dopo solamente un anno l’operato e le prospettive della presidenza Obama, la direzione politica sembra segnata. Per questo ci paiono poco giustificate le aspettative e le aperture di credito di diversi settori della sinistra, anche in Italia, come si legge in molti articoli de “il manifesto”, mentre servirebbe una maggiore capacità di analisi critica per tenere alta l’opposizione alle politiche imperiali, anche se multilateraliste.

NOTE
(1) www.commondreams.org/view/2009/11/24-5).
(2) www.japanfocus.org/-Gavan-McCormack/3250
(3) Citato in Sergio Fabrini, Ray La Raja, Il principe semisovrano, “Aspenia”, n.47/2009.

 

 

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