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articolo della rivista numero 156


La minaccia climatica


di Daniel Tanuro*

Cause, responsabilità, impatti sociali ed ecologici del cambiamento climatico in atto

 

* ingegnere agronomo, collaboratore di diverse riviste internazionali quali “Le monde diplomatique” e “Europe solidaire”

Il cambiamento climatico è un fatto. Nel XX secolo, la temperatura media della superficie terrestre è aumentata di 0,6°C, il livello dei mari è salito di 10/20 centimetri, i ghiacciai si sono ritirati in proporzioni importanti quasi ovunque, nel Nord Atlantico è cresciuta la violenza dei cicloni e si è registrato un numero maggiore di eventi meteorologici estremi quali tempeste, inondazioni e siccità.

IL CAMBIAMENTO CLIMATICO È UN FATTO SENZA PRECEDENTI
Non si tratta di variazioni periodiche (come ad esempio il fenomeno “El Niño”), ma di cambiamenti profondi e di lungo termine, che traducono un importante squilibrio globale del sistema climatico. Il motore di tali squilibri - l’aumento della temperatura media della superficie - è di un’ampiezza senza precedenti da almeno 1300 anni. L’aumento è fortemente correlato con un altro fenomeno, questo senza precedenti da 800.000 anni: l’aumento della concentrazione di carbonio nell’atmosfera, sotto forma di gas carbonico e di metano, due gas il cui contributo all’effetto serra è ben stabilito dalla fisica da molto tempo. [Notato per la prima volta dallo scienziato svedese Svante Arrhenius nel 1896. N.d.T.]
La spiegazione secondo cui il riscaldamento attuale ha come causa principale l’aumento delle emissioni di gas-serra è sicura a più del 90% e non è più oggetto di contestazioni credibili sul piano scientifico. È ben stabilito che il riscaldamento attuale è senza precedenti e differisce radicalmente dalle altre fasi di riscaldamento che la Terra ha conosciuto nel corso della sua storia. Nel corso dei periodi interglaciali del passato, le variazioni naturali nella posizione della Terra in rapporto al Sole, o dell’attività solare, creavano un riscaldamento che favoriva lo sviluppo della vita e tale sviluppo determinava a sua volta un aumento della concentrazione atmosferica di CO2, la quale accentuava ulteriormente il riscaldamento. Oggi, la catena della causalità è invertita: i fattori naturali spiegano soltanto una parte limitatissima  del riscaldamento (dal 5% al 10% circa); l’essenziale deriva da un aumento rapidissimo delle concentrazioni atmosferiche di CO2 e di metano, dovuto alle attività umane. In altri termini: in passato il cambiamento climatico causava l’aumento dell’effetto serra, oggi l’aumento dell’effetto serra determina direttamente il cambiamento climatico.

UN RIVOLGIMENTO BRUTALE E IRREVERSIBILE SULLA SCALA UMANA DEL TEMPO
L’espressione “cambiamento climatico” è ingannevole: evoca una modifica graduale mentre ci troviamo di fronte a un brutale rivolgimento, la cui velocità sta accelerando. È dovuto a tre tipi di attività economiche che aumentano la concentrazione atmosferica dei gas-serra:
1 - le foreste, le praterie naturali, i suoli e le torbiere trattengono il carbonio sotto forma di materia organica. La deforestazione, la trasformazione delle praterie in terre da coltivo, il prosciugamento delle zone umide e le cattive pratiche di coltivazione hanno l’effetto di liberare il carbonio. D’altra parte, l’uso eccessivo di fertilizzanti nitrati artificiali (17,9% delle emissioni) provoca emissioni di ossido nitroso, un altro gas-serra;
2 - qualsiasi combustione si traduce nell’emissione di gas carbonico (CO2). Ma c’è una grande differenza tra la CO2 proveniente dalla combustione di biomasse, da un lato, e la CO2 proveniente dalla combustione dei combustibili fossili (carbone, petrolio, gas naturale). La prima è riciclata senza problemi dagli ecosistemi (piante verdi e oceani) che assorbono e rigettano in permanenza CO2 (“ciclo del carbonio”); la seconda, al contrario, può essere riciclata solo entro certi limiti. Ora, da due secoli, la combustione di combustibili fossili immette molto rapidamente e di continuo nell’atmosfera importanti quantità di CO2 (56,6% delle emissioni);
3 - certi processi industriali sono responsabili dell’emissione di gas-serra (gas fluorati) sconosciuti in natura.
Il carbonio è presente naturalmente nell’atmosfera solo a concentrazioni molto deboli, ed è precisamente per questa ragione che le attività umane possono avere un impatto tanto importante sul sistema climatico. La quantità globale di gas-serra [d’ora in poi anche GS] che immettiamo attualmente nell’atmosfera è circa due volte superiore alla capacità di assorbimento naturale. Il resto si accumula, determinando l’aumento dell’effetto serra, dunque della temperatura, e tale accumulo tende ad aumentare con il riscaldamento. Il meccanismo principale del riscaldamento si riassume quindi in una saturazione del ciclo del carbonio da parte delle emissioni di gas provenienti dalle attività umane.
Questo riscaldamento è irreversibile su scala umana. Anche se le concentrazioni atmosferiche di GS venissero stabilizzate immediatamente, il riscaldamento farebbe sentire i suoi effetti per circa mille anni, poiché la temperatura delle enormi masse delle acque oceaniche impiega moltissimo tempo a omogeneizzarsi. In assenza di una stabilizzazione, il meccanismo subirebbe inevitabilmente una drastica accelerazione e scatenerebbe fenomeni molto pericolosi, come lo scioglimento delle calotte di ghiaccio polari, o la liberazione delle enormi quantità di metano contenute nel permafrost, le terre in permanenza ghiacciate, o nel fondo degli oceani.
Sarebbe errato e pericoloso contare sul fatto che l’esaurimento dei giacimenti di carbone, petrolio e gas naturale si produca in tempo per proteggere l’umanità da questi colossali rischi. In effetti, le riserve provate di combustibili fossili, in particolare di carbone, sono ampiamente sufficienti per provocare un’accelerazione incontrollabile. In questo caso la Terra rischierebbe in definitiva di ritrovare le condizioni che non ha conosciuto da 65 milioni di anni e che l’umanità non ha di conseguenza mai sperimentato: un globo senza ghiacci, in cui il livello dei mari supererebbe di circa cento metri il livello attuale.

RESPONSABILE L’”ATTIVITÀ UMANA” DEL CAPITALISMO INDUSTRIALE
Lo sconvolgimento climatico non è dovuto all’”attività umana” in generale, come dicono i media e i rapporti dell’Ipcc [Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici), ma al modo di questa attività dopo la rivoluzione industriale capitalista, in particolare alla combustione dei combustibili fossili. La causa del fenomeno sta fondamentalmente nella logica capitalistica e produttivistica di accumulazione, il cui centro di gravità storico è situato nelle metropoli imperialiste.
Il decollo economico della rivoluzione industriale non si sarebbe potuto fare su grande scala senza il carbone. Sarebbe tuttavia riduttivo imputare il cambiamento climatico indistintamente al “progresso” in generale. In realtà sono apparse molto presto nuove possibilità di sfruttamento delle energie rinnovabili, che avrebbero permesso di conciliare uno sviluppo ragionevole con la protezione dell’ambiente. Queste sono state scartate sistematicamente dalla logica capitalista di accumulazione. A questo riguardo c’è uno stridente contrasto tra il continuato disinteresse per il fotovoltaico (scoperto nel 1839) e l’entusiasmo immediato dei paesi capitalisti (e non capitalisti) per la fissione atomica. Lo sviluppo della filiera nucleare non sarebbe stato possibile senza consistenti investimenti pubblici, consentiti nonostante i terribili pericoli di questa tecnologia. Il potenziale solare non ha mai beneficiato di un simile interesse.
Nel corso dello sviluppo capitalista, i grandi gruppi energetici hanno acquistato un peso determinante che gli ha permesso di configurare il sistema energetico in funzione dei loro interessi. Il potere di questi gruppi non deriva soltanto dal fatto che l’energia è indispensabile per qualsiasi attività economica e che gli investimenti energetici sono di lungo termine, ma anche dal fatto che il carattere limitato e appropriabile dei giacimenti dei combustibili fossili offre la possibilità di imporre prezzi di monopolio, dunque di prelevare un sovrapprofitto importante, stabilizzato sotto la forma di rendita energetica.
Il ruolo chiave del petrolio in quanto fonte abbondante e a buon mercato di carburante liquido ad alto contenuto energetico ha permesso, in particolare ai capitali sempre più concentrati e centralizzati che controllano il settore, di occupare una posizione strategica sul piano economico come su quello politico. Assieme ai produttori di carbone, gli elettrici e i grandi settori dipendenti dal petrolio (automobile, costruzione navale e aeronautica, petrolchimica), le multinazionali del petrolio hanno impedito l’utilizzo delle risorse energetiche, delle tecnologie e degli schemi di distribuzione alternativi, spingendo invece al sovraconsumo e limitando il progresso dell’efficienza energetica, sia dei sistemi che dei prodotti.
Per capire l’ingranaggio del cambiamento climatico, conviene completare l’analisi integrando la tendenza del capitalismo in generale alla concentrazione e alla centralizzazione, alla incessante sostituzione del lavoro vivo con il lavoro morto, alla standardizzazione delle tecniche e alla sovrapproduzione di beni di consumo di massa per il mercato mondiale. Dopo la seconda guerra mondiale questa tendenza si è tradotta in particolare nella fabbricazione di milioni di automobili individuali. Questa produzione, se ha “tirato” l’onda lunga espansiva delle “trenta gloriose” [annate 1945-1975], ha contribuito a fare esplodere l’uso dei combustibili fossili e quindi delle emissioni.
Più vicino a noi, la mondializzazione capitalista neoliberista, l’esportazione massiccia di capitali verso i paesi emergenti, la produzione a linea snella per il mercato mondiale, lo smantellamento dei trasporti pubblici (in particolare delle ferrovie) e la crescita spettacolare del trasporto aereo e navale sono venuti a dare un nuovo impulso al fenomeno.

ANCHE I PAESI DEL “SOCIALISMO REALE” HANNO UNA PESANTE RESPONSABILITÀ
Nell’analisi del cambiamento climatico non può essere elusa la responsabilità dei paesi che hanno tentato di impegnarsi su una via alternativa al capitalismo. A causa principalmente della loro degenerazione burocratica, questi paesi hanno adottato il produttivismo e hanno portato a un livello senza precedenti lo spreco delle risorse naturali, in particolare energetiche.
La Russia zarista era un paese arretrato. Dopo la guerra, la rivoluzione e la guerra civile non sarebbe stata possibile una ripresa senza ricorrere ai combustibili fossili. Ciò contribuisce in parte a spiegare l’assenza di riflessione in prospettiva da parte dei teorici sovietici sull’inevitabile vicolo cieco, a temine, di un sistema basato su fonti non rinnovabili, ma devono indubbiamente essere messi in conto altri elementi. Quel che sembra certo è che l’ulteriore sviluppo economico dell’Urss avrebbe permesso di esplorare altre scelte energetiche, ma che la dittatura staliniana e la degenerazione del “socialismo in un paese solo” hanno bloccato tale possibilità.
Abbandonando la prospettiva della rivoluzione mondiale, puntando su una coesistenza pacifica con l’imperialismo nella speranza di garantire i propri privilegi, soffocando il pensiero creativo, la burocrazia staliniana ha scelto anche di mettersi al seguito dello sviluppo tecnologico dei paesi capitalisti sviluppati - trainato dalle tecnologie militari - e di imitare il sistema energetico capitalista, fatto su misura per i bisogni del capitale. Questa logica raggiunse il culmine sotto Kruscev, con l’illusione di raggiungere e superare gli Usa. Essa comportò in particolare lo sviluppo insensato dell’energia nucleare, che doveva portare alla catastrofe di Cernobil.
Basato su un sistema di premi alla tonnellata di materiali consumati, il modo burocratico di interessamento materiale dei direttori ai risultati della produzione ha costituito un fattore specifico di spreco. Il risultato fu un sistema energetico ancora più inquinante e sprecone del modello capitalista di riferimento e ancora meno efficiente.
Infine, il disprezzo per i bisogni delle masse, la loro esclusione dalle decisioni politiche e la volontà di mantenerle in uno stato di atomizzazione sociale hanno condotto a scelte fortemente irrazionali in tutta una serie di ambiti (pianificazione del territorio, architettura, urbanesimo,…per non parlare della collettivizzazione forzata dell’agricoltura). Tali scelte hanno avuto l’effetto di aggravare lo spreco delle risorse e l’inefficienza energetica dell’insieme, senza contare le gravi conseguenze in altri ambiti, in particolare in materia di inquinamento e di salute pubblica.
È così che dopo la seconda guerra mondiale le emissioni dell’Urss e di alcuni paesi dell’Europa centrale hanno cominciato a rappresentare una parte significativa delle emissioni mondiali. Il confronto tra le tonnellate di gas di carbonio emesse per persona e per anno in questi paesi con le tonnellate emesse all’epoca nei paesi capitalisti sviluppati dimostra bene la responsabilità specifica del “socialismo reale” nello sconvolgimento del clima. Poco prima della caduta del Muro, ad esempio, la Cecoslovacchia emetteva 20,7 tonnellate di CO2 per persona all’anno e la Repubblica democratica tedesca (Rdt) 22 tonnellate per persona all’anno. A titolo di confronto, gli Usa, il Canada e l’Australia - i più importanti emettitori di CO2  del mondo capitalista sviluppato - emettevano a quell’epoca rispettivamente 18,9, 16,2, e 15 tonnellate per persona all’anno, per un Pil per abitante largamente superiore.

I CAMBIAMENTI CLIMATICI SONO PORTATORI DI CONSEGUENZE CATASTROFICHE
Il cambiamento climatico è portatore di conseguenze catastrofiche per l’umanità e gli ecosistemi.  Non c’è alcun dubbio che i suoi effetti negativi superano nettamente gli effetti positivi, anche per un aumento di temperatura limitato. Secondo l’Ipcc (1):
- Per ogni aumento di temperatura tra +1°C e +5°C, si dovrebbe intensificare la siccità nelle regioni subtropicali e nelle regioni tropicali semiaride. A partire da +2°C, altri milioni di persone potrebbero essere soggette ogni anno a inondazioni costiere. A partire da +3°C, circa il 30% delle zone umide costiere andrebbe perduto.
- Già da ora il riscaldamento diminuisce i raccolti dei piccoli coltivatori e la presa dei piccoli pescatori, che producono mezzi di sussistenza per le popolazioni locali. A partire da +1°C si prospettano consistenti perdite di produttività di certi cereali nelle regioni tropicali e a partire da +3,5°C una perdita di produttività per tutti i cereali a quelle latitudini. Nelle regioni temperate (alta latitudine), i modelli indicano un aumento di produttività per certi cereali a partire da +1°C, ma una diminuzione di produttività sempre più generalizzata a partire da +3,5°C.
- Già da ora, i sistemi sanitari sono confrontati a un carico supplementare dovuto alla malnutrizione, alla diarrea, alle malattie cardiorespiratorie e infettive, il cui aumento è una conseguenza dei cambiamenti climatici. La morbilità e la mortalità accresciute in occasione di canicole, inondazioni e siccità si fanno già sentire, così come la modificazione delle aree di distribuzione di certi insetti portatori di malattie (la zanzara anofele che trasmette la malaria, la zecca che trasmette la malattia di Lyme ecc.). Inoltre, la combustione dei combustibili fossili contribuisce all’inquinamento dell’aria, in particolare per via delle particelle sottili, una delle cause maggiori dell’aumento estremamente preoccupante di malattie respiratorie come l’asma.
- A partire da +1°C, si stima che il 30% delle specie animali e vegetali correrà un rischio accresciuto di estinzione. Un aumento di +5°C significherebbe estinzioni significative di specie su tutte le regioni del globo. Queste proiezioni sono tanto più allarmanti in quanto altri fattori (come l’utilizzo dei suoli) contribuiscono già oggi a un’ondata di estinzioni più importante e più rapida di quella che la Terra ha conosciuto all’epoca dell’estinzione dei dinosauri, circa sessanta milioni di anni fa. Al di là dei suoi importanti aspetti estetici, affettivi e culturali, tale impoverimento radicale della materia vivente costituisce una grave minaccia. La biodiversità condiziona infatti le capacità di adattamento degli ecosistemi, in particolare degli ecosistemi coltivati, ad esempio le possibilità di selezione di piante da coltivo adattate ai cambiamenti climatici.
- A partire da +2,5°C circa, dal 15% al 40% degli ecosistemi terrestri comincerebbero a emettere più CO2 di quanta ne assorbano, il che significa che la saturazione del ciclo del carbonio crescerebbe e che il riscaldamento si autoalimenterebbe con un effetto a valanga incontrollabile (“runaway climate ch’ange”).
Sul piano umano, secondo certe proiezioni, il numero di vittime supplementari di questi flagelli tenderebbe a crescere sempre più rapidamente in funzione dell’aumento della temperatura. Per un aumento di +3,25° (in rapporto al periodo preindustriale), che si colloca circa a metà delle proiezioni dell’Ipcc, le inondazioni costiere causerebbero tra 100 e 150 milioni di vittime da adesso al 2050, le carestie fino a 600 milioni e la malaria 300 milioni, mentre la penuria di acqua potrebbe colpire fino a 3,5 miliardi di persone in più.
Queste stime sono evidentemente soggette a incertezze più o meno gravi. Inoltre, gli impatti sono in funzione di fattori sociali che possono aumentarli o ridurli in qualche misura, soprattutto se il riscaldamento rimane limitato. Resta che, con una politica invariata, l’ampiezza generale della minaccia è considerevole.

IL TRIBUTO PAGATO DAI POPOLI DEL SUD
Tra il 2000 e il 2004 sono state registrate in media ogni anno 326 catastrofi climatiche, che hanno causato 262 milioni di vittime, circa tre volte di più che tra il 1980 e il 1984. Oltre 200 milioni delle vittime vivevano in paesi non membri dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), che hanno solo una responsabilità marginale nell’aumento dell’effetto serra. Per gli anni 2000-2004 un abitante su 19 è stato colpito da un disastro climatico nei paesi in via di sviluppo. La cifra corrispondente per i paesi dell’Ocse è di 1 su 1.500 (79 volte di meno) (2).
In mancanza di politiche adeguate, questa ingiustizia climatica è destinata ad accentuarsi per raggiungere proporzioni drammatiche. Lo riconosce il Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo [Undp]: a causa del cambiamento climatico non saranno realizzati neanche gli “Obiettivi del Millennio”, già notoriamente insufficienti. In caso di catastrofe climatica alcuni tra i paesi più poveri rischiano di cadere in una spirale di regressione sociale ed economica senza via d’uscita. Ad esempio, l’immensa maggioranza delle centinaia di milioni di esseri umani minacciati dall’aumento del livello degli oceani vivono in Cina (30 milioni), in India (30 milioni), in Bangladesh (15-20 milioni), in Egitto (10 milioni) o in altri delta - in particolare il Mekong, il Niger - (10 milioni)… Con un aumento di un metro del livello degli oceani, un quarto della popolazione del Vietnam dovrebbe sfollare.
L’aumento dell’insicurezza alimentare è un’altra manifestazione clamorosa dell’ingiustizia climatica. Secondo alcune fonti, il potenziale di produzione agricola dei paesi sviluppati potrebbe aumentare dell’8% entro il 2080, mentre quello dei paesi in via di sviluppo diminuirebbe del 9%. L’America latina e l’Africa sarebbero i continenti più colpiti, con perdite di produttività superiori al 12%, fino al 15%. In alcune regioni dell’Africa subsahariana e dell’Asia la produttività dell’agricoltura non irrigua potrebbe ridursi a metà nei prossimi venti anni, secondo l’Ipcc. Le conseguenze rischiano di declinarsi in termini di dipendenza accresciuta rispetto all’agroindustria capitalista, di dominazione crescente da parte dei latifondisti, di crescita della povertà e delle carestie a danno dei piccoli contadini, di esodo rurale e di degradazione dell’ambiente.

I PERICOLI ANCHE PER I LAVORATORI E I POVERI DEI PAESI SVILUPPATI
Nel settembre 2005 il ciclone Latrina, che ha colpito New Orleans, ha mostrato che di fronte al cambiamento climatico le frazioni più povere della classe operaia nei paesi sviluppati sono poco meglio attrezzate delle masse dei paesi dominati: vivono nelle zone più esposte alle catastrofi, non hanno mezzi per fuggire (o hanno paura di farlo per il timore di non poter tornare e di perdere tutto) e i loro beni sono poco o niente assicurati.
Katrina ha causato la morte di 1.500 persone e lo sfollamento di altre 780.000, di cui 750.000 non erano coperte da alcuna forma di assicurazione. New Orleans contava il 28% di poveri (media Usa: 12%) e il 35% di poveri tra la popolazione afroamericana (media Usa 25%). I quartieri dove vivevano sono stati i più colpiti. Il 75% della popolazione nei quartieri allagati era nera.
Dato che i poteri pubblici non si sono fatti carico dell’evacuazione, 138.000 dei 480.000 abitanti della città sono stati presi in trappola. Senza acqua potabile, senza elettricità, senza telefono, hanno atteso più di cinque giorni prima di essere soccorsi. Nell’immensa maggioranza si trattava di lavoratori poveri, disoccupati, bambini poveri, persone anziane senza risorse. Questo bilancio è inseparabile dalla politica di classe, imperialista e razzista della borghesia Usa in generale e dell’amministrazione Bush in particolare. A partire dal 2003, per finanziare la “guerra contro il terrorismo”, lo stato federale ha diminuito sistematicamente il bilancio del servizio incaricato della manutenzione delle dighe; per l’anno 2005 tale servizio aveva ricevuto appena un sesto dei mezzi richiesti. Questa politica arrogante e brutale è continuata dopo la catastrofe, tramite una strategia di ricostruzione finalizzata a cacciare i poveri dalla città e ad attaccare le conquiste sociali dei lavoratori (soppressione del salario minimo in particolare).
Questo bilancio è anche inseparabile dalle altre ineguaglianze sociali che caratterizzano la società capitalista, in primo luogo le ineguaglianze imposte alle donne. Non è per caso che le donne afroamericane - e i loro figli - hanno pagato il prezzo più alto della catastrofe. Da un lato le donne sono in prima linea di fronte alle minacce climatiche, dato che rappresentano l’80% degli 1,3 miliardi di esseri umani che vivono al di sotto della soglia di povertà; dall’altro lato, esse sono colpite in modo specifico a causa della loro oppressione. Nei paesi meno sviluppati i cambiamenti climatici implicano, ad esempio, l’aggravamento [del compito] della raccolta di legna per riscaldamento [e cucina] e la riduzione dei redditi derivanti dai lavori agricoli, due compiti svolti soprattutto dalle donne. Nei paesi sviluppati, la precarietà del lavoro, il lavoro a tempo parziale e i bassi salari colpiscono in particolare le donne, che di conseguenza hanno meno possibilità di premunirsi contro gli effetti del cambiamento climatico. In entrambi i casi, le conseguenze colpiscono ancor più duramente le donne sole con figli, e tra questi le figlie.

NOTE
(1) Summary for Policymakers (Spm), Ipcc 2007. Nb: gli scarti di temperatura sono dati in rapporto al 1999 e devono essere aumentati di 0,7°C per indicare lo scarto in rapporto al periodo preindustriale.

(2) Undp, Rapporto mondiale sullo sviluppo umano.

 

 

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