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articolo della rivista numero 156
La verità sull’Afghanistan
Intervista di Cristiana Cella a Malalai Joya*
La vita oggi in Afghanistan, raccontata da chi lotta a rischio della vita tutti i giorni
* rispettivamente, giornalista e scrittrice, del Comitato italiano solidarietà donne afghane della Toscana e deputata al parlamento afghano.
L’intervista è stata rilasciata il 24 settembre 2009, quindi è precedente alla decisione della Commissione elettorale afghana di convocare il ballottaggio tra il presidente uscente Karzai e lo sfidante Abdullah..
Malalai Joya, deputata al parlamento afghano, nel quale oggi le è impedito di parlare, è una giovane donna minuta, armata solo di se stessa. Porta sulle spalle pesi enormi con semplicità disarmante. La incontro in una casa amica, in Toscana, dove è stata invitata dalla Regione per una serie di convegni e incontri sul suo paese. Un paese dove l’orrore si è insabbiato, annidandosi in ogni centimetro di terra e di anima. Parliamo a lungo, senza formalità, davanti a una tazza di tè verde. Parliamo della verità sull’Afghanistan, la cosa che le sta più a cuore.
Karzai è stato rieletto. Com’è la situazione adesso nel tuo paese?
Intanto non dobbiamo parlare di persone singole ma di un sistema, un sistema corrotto di tipo mafioso. Gli Usa hanno riportato al potere i “signori della guerra” dell’Alleanza del Nord e anche alcuni talebani. Karzai si è molto compromesso, in questi otto anni, con quelli che sono i maggiori responsabili della tragedia dell’Afghanistan. L’esempio più lampante è che i due suoi principali collaboratori sono Fahim e Kalili. Sono due personaggi riconosciuti dalle agenzie umanitarie come criminali di guerra. Adesso in parlamento ci sono persone che hanno commesso crimini di guerra contro la popolazione in tutti e tre i periodi che hanno devastato il mio paese. Ci sono membri dei partiti Parcham e Kalq di allora [le due fazioni del Partito Comunista] che hanno ucciso centinaia di democratici, criminali della guerra civile (1992-1996 ) e del periodo dei talebani. Hanno costruito un’alleanza di criminali e adesso si dividono tra il sostegno a Karzai e quello ad Abdullah.
SEMPRE GLI STESSI CRIMINALI AL POTERE
Qual è la differenza tra Karzai e Abdullah, i due rivali per la presidenza nelle scorse elezioni?
Le somiglianze sono molto più numerose. La differenza è che Karzai non ha direttamente le mani sporche di sangue mentre Abdullah sì. Ma adesso Karzai è a capo di molti abdullah. Si è circondato di questa gente. Il mio popolo dice che ha molti fondamentalisti criminali nascosti sotto il suo chapan (la giacca afgana). E questo comporta enormi rischi per il nostro futuro.
Obama ha detto recentemente che l’elezione di Karzai ha perso credibilità per i numerosi brogli e che potrebbe chiedere di ricontare i voti. Cambierebbe qualcosa in questo caso?
No. Perché se andasse via Karzai verrebbe un altro Karzai. Appunto perché di tratta di sistema non di persone. Noi abbiamo un “puppet mafia system”. Tutta questa gente è odiata dal mio popolo. Gli occidentali sostengono di non aver avuto parte nella scelta dei candidati, ma hanno permesso che si presentassero alle elezioni sempre gli stessi criminali, perfino Gulbudine Hekmatyar [capo di Hezb-i-Islami, che ha combattuto le truppe Nato al fianco dei talebani], al quale sono stati promessi dei ministeri. E questo è proibito dalla nostra costituzione, che non consente che si presentino in una competizione elettorale i colpevoli di crimini di guerra. Perché lo hanno permesso? Per la democrazia?
È cambiato qualcosa dal punto di vista del consenso popolare tra le prime elezioni e queste del mese scorso?
Molta gente alle prime elezioni aveva delle speranze che qualcosa davvero sarebbe cambiato. Quando ha visto al potere sempre gli stessi criminali, allora si è sentita tradita e ha perso fiducia.
MOLTA SFIDUCIA NELLE ELEZIONI
Cosa succederebbe se gli Usa dovessero considerare non valide queste elezioni e le facessero ripetere?
Anche se si ripetessero non cambierebbe niente. Le elezioni, in Afghanistan, non hanno nulla di democratico perché si svolgono sotto occupazione, all’ombra delle armi, delle minacce, della corruzione e sotto il controllo dei signori della guerra e della droga. Sarebbe solo uno spreco di soldi. L’affluenza sarebbe ancora più scarsa. Se poche persone sono andate a votare alla prima tornata, alla seconda ce ne andrebbero ancora di meno. Il voto del popolo non conta niente. Dopo queste elezioni la gente lo sa e non tornerà a votare.
Ancora prima delle elezioni il popolo discuteva nelle strade e diceva che, in ogni caso, le elezioni sarebbero state decise alla Casa bianca e non in Afghanistan. “Stesso asino con una nuova sella”, dicono da noi. Se ci fossero nuove elezioni, sarebbe soltanto l’ennesima nuova sella.
La consapevolezza politica della popolazione è comunque una grande speranza per il futuro, e sta crescendo. La gente sa chi sono i loro nemici e di chi si possono fidare e sa benissimo che le elezioni non servono.
Molti afghani sono andati comunque a votare. Ci hanno creduto o le ragioni sono altre?
Possiamo dividere chi va a votare in tre categorie. Alcuni sono fondamentalisti e votano i loro candidati, altri pensano che forse votare conviene, magari qualcosa potrebbe cambiare: “let’s try” [proviamo], si dicono. Per altri, la ragione per votare è la povertà, sono comprati, pensano: “per un voto, cosa vuoi che sia?”, e si prendono i soldi. Altri votano anche per motivi tribali. Ma anche quelli che hanno votato per i signori della guerra sono stati ingannati e traditi. I talebani li hanno attaccati, gli hanno amputato le dita e hanno commesso violenze su di loro.
E poi c’è l’inganno più grave: la costituzione afghana dice chiaramente che alle elezioni non si possono presentare, come candidati, criminali di guerra riconosciuti. Ma invece a queste elezioni si sono presentati perfino talebani. Allora, come mai questa commissione lo ha permesso?
LEGGI SOLO “APPARENTI”
Quindi delle buone leggi ci sono ma non vengono applicate. Anche sui diritti delle donne è così?
Ci sono delle leggi buone ma anche questo fa parte dell’immagine per l’Occidente. Nella nostra costituzione ci sono leggi che comprendono i diritti umani e delle donne, è presente la Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Sono state fatte sotto gli occhi dell’Occidente e sono stati obbligati a inserirle, ma non vengono applicate. In realtà noi viviamo con la legge della giungla. È molto facile per i fondamentalisti cambiare le leggi. Hanno la maggioranza in parlamento e fanno quello che vogliono. Sono leggi di un’estrema ambiguità, perché ogni legge viene messa in discussione dai fondamentalisti in nome della sharia. Per questo io insisto molto sul fatto che la legislazione deve essere laica e non sottostare alle varie interpretazioni dell’islam, soprattutto quelle dei fondamentalisti. E questo riguarda soprattutto le donne, i cui diritti sono sistematicamente violati.
Dal punto di vista dei diritti delle donne, c’è differenza tra il tempo dei talebani e quello presente?
No. Vengono commessi gli stessi crimini. Solo che adesso i fondamentalisti al governo cercano di legalizzarli e di nasconderli sotto l’apparenza della legge.
Se si è vittime di un sopruso o di un delitto, denunciarlo alla polizia ha qualche effetto?
Se hai fortuna puoi anche trovare una persona onesta. Dipende da chi ti capita. Il problema è chi li comanda. Il capo dell’esercito è Rashid Dostum, uno dei più feroci signori della guerra. E c’è anche, nei posti di comando, un altro signore della droga molto conosciuto. Questi uomini hanno milizie private e l’esercito stesso è spesso responsabile di assassinii, rapimenti e violenze sessuali.
CHI CONTROLLA IL POTERE
Noi stiamo parlando di “signori della guerra”. Come esercitano il loro potere sulla gente?
Queste persone hanno prigioni ed eserciti privati con i quali colpire la popolazione e fare applicare le loro leggi. Ad esempio, a Pagman, vicino a Kabul, il potere è in mano a Sayyaf, uno dei più potenti “warlords”, che ha la sua prigione e il suo esercito. Qui la gente ha fatto una manifestazione contro di lui, ha bruciato le foto di Sayyaf in piazza, ma il parlamento ha fatto finta di nulla. Il giornalista che aveva filmato la protesta è stato picchiato in parlamento, e hanno minacciato anche me. Uno di questi uomini di Sayaff era seduto dietro di me e quando cercavo di alzarmi per dire qualcosa mi spingeva giù per le spalle, con molta forza, mi impediva di alzarmi. E siccome protestavo mi ha detto: “Adesso ti do una coltellata, puttana, così capisci finalmente chi sono i mujahiddin!”.
Chi sono adesso i talebani? Chi c’è dietro di loro?
I talebani non sono niente, sono dei fantocci. Sono stati creati dalla Cia e poi distrutti. L’organizzazione da cui vengono è Al Qaeda, che è foraggiata da vari paesi che hanno interesse a che l’Afghanistan rimanga in uno stato di instabilità permanente. Ricevono sostegno, fanno trattative segrete, specialmente con la Cia.
Sia i talebani con Al Qaeda che i fondamentalisti dell’Alleanza del Nord sono sostenuti con armi e soldi dai servizi segreti di molte nazioni: la Cia, la Russia, l’Iran, l’Usbekistan, il Pakistan - ovviamente, che li istruisce nelle madrasa - e l’Arabia saudita. Questa instabilità è utile soprattutto agli Usa per giustificare la loro presenza, che è dovuta a ragioni di geopolitica che non hanno niente a che fare col terrorismo. Questa storia di Osama e di mullah Omar è tutta una presa in giro. Sarebbe facilissimo per loro trovarli con l’intellegence. Ma se li trovassero il gioco finirebbe. Finché dura questa farsa rimangono lì. Gli Usa sostengono Sayaff che combatteva con mullah Omar ed era suo amico. Dunque sarebbe facile trovarlo, se lo volessero davvero.
Adesso Obama dice di voler trattare con i moderati e isolare i terroristi di Al Qaeda. Come giudichi questa politica?
Molti talebani sono già al governo, siedono in parlamento. Quelli cosiddetti “moderati” sono semplicemente quelli con cui la Cia riesce a fare accordi. Quelli che si oppongono alla loro presenza sono definiti “terroristi”. Gli occidentali attribuiscono tutti i crimini nel mio paese ai talebani. Ma non sono solo loro a uccidere e terrorizzare la popolazione. Anche gli altri signori della guerra commettono gli stessi crimini. E siedono in parlamento.
ANDATEVENE
Cosa pensi della presenza delle truppe Usa e Nato in Afghanistan?
Questa è un’occupazione che dura da otto anni. Le forze Nato bombardano e uccidono i civili, usano cluster bombs e fosforo bianco. È con questo che si porta la democrazia e la pace, che si ricostruisce un paese distrutto? Ci sono moltissime vittime. Recentemente, ad esempio, a Kunduz sono morte 200 persone e nella mia provincia di Farah 150, tutte vittime dei bombardamenti. A Jallalabad hanno bombardato perfino un matrimonio; sono morte 47 persone compresi gli sposi. Tutto quello che sembra abbiano fatto di utile le truppe straniere è solo apparenza, per gettare fumo negli occhi del mondo. La mia gente adesso dice: “Visto che non siete riusciti a portare qui niente di buono almeno andatevene”.
Obama ha recentemente detto che la democrazia non si può esportare. Ti dà qualche speranza?
Certo questo è giusto, siamo d’accordo. Ma le parole non bastano. All’inizio avevamo sperato in Obama, ma per il momento ha proseguito le politiche di Bush: continua con i bombardamenti, aumenta il contingente militare e legittima i signori della guerra. Se un giorno lo dovessi incontrare gli chiederei: “Continueresti a sostenere questi criminali se avessero fatto alle tue figlie quello che hanno fatto alle nostre donne?”.
Rispetto al tempo dei talebani, qualcosa è migliorato, almeno a Kabul? Ad esempio, le donne adesso possono studiare e lavorare e tu sei riuscita ad andare in parlamento insieme ad altri democratici.
Questo è solo parte una facciata per mostrare che il mio paese adesso è democratico. I crimini non sono più davanti agli occhi del mondo o negli stadi come al tempo dei talebani, ma ci sono ancora. Non sono cambiamenti reali. Il mio paese adesso è schiacciato, come in un sandwich, tra due nemici: quello esterno, con le bombe e l’occupazione delle forze Nato, e quello interno dei fondamentalisti talebani e dell’Alleanza del Nord. Se le truppe se ne andassero avremmo almeno un solo nemico da fronteggiare invece di due e sarebbe più debole senza il loro sostegno.
In Occidente si dice che se le truppe lasciassero il paese ci sarebbe la guerra civile e i talebani tornerebbero al potere. È reale, secondo te, questo scenario?
Parlano di questo pericolo perché serve a giustificare la presenza delle truppe, ma nessuno nei media occidentali parla della guerra civile che è già adesso in atto e della guerra che la popolazione deve subire da parte delle truppe occidentali. Non credo sarebbe peggio di così.
Se le truppe se ne andassero, i democratici del tuo paese avrebbero la forza per contrastare i talebani e i signori della guerra?
I democratici avrebbero una grande responsabilità, ma da soli non possono fare molto. Non hanno nessun tipo di sostegno, né economico, né per la loro sicurezza. Nessuna forza internazionale li ha mai sostenuti. Quello che è importante è la nazione intera. Adesso la nazione è contro l’occupazione; il popolo adesso ha coscienza di quello che succede e se fosse libero dall’occupazione e dalla guerra le manifestazioni di resistenza contro i nemici interni sorgerebbero come funghi.
Cosa te lo fa pensare?
Il fatto che ovunque adesso sorgono manifestazioni spontanee, di uomini e di donne, senza il sostegno di nessuno, contro l’occupazione e per i diritti civili, ad esempio quella degli studenti e delle donne contro le leggi sciite. I democratici hanno la responsabilità di non lasciarli soli, di dar loro una leadership; devono accettare di farsene carico. La nostra grande speranza è la consapevolezza politica che si sta formando nella gente. E, per questo, la cosa più importante è per noi l’istruzione. È la chiave principale per l’emancipazione in Afghanistan; per questo non viene sostenuta, soprattutto quella delle donne.
COSA DOVREBBE FARE L’OCCIDENTE
È possibile che l’Afghanistan faccia a meno dell’aiuto dei paesi occidentali?
No. Certamente abbiamo bisogno di aiuto, di molto aiuto, ma di aiuto onesto, del sostegno dei democratici occidentali, delle organizzazioni umanitarie, dei movimenti pacifisti e di quelli delle donne. La solidarietà internazionale è fondamentale, ma è un sostegno che usa tutt’altri mezzi, molto diversi dalle bombe.
In sostanza, che cosa dovrebbe fare l’Occidente, secondo te?
Ci sono tre cose importanti da fare. Primo: non armare i signori della guerra dell’Allenza del Nord; secondo, frenare le nazioni confinanti, come Iran, Pakistan, Uzbekistan, che sostengono i talebani con denaro e armi; terzo, sostenere i veri democratici, i partiti e le singole persone del paese e la resistenza spontanea che comincia a muoversi. Se dessero loro lo stesso aiuto che danno ai criminali di guerra, le cose potrebbero cambiare. E l’altra cosa importantissima è dare sostegno all’istruzione perché la gente abbia gli strumenti per capire e lottare per il proprio futuro.
Anche i media possono fare molto, dicendo la verità e informando su quello che succede davvero, anche sulle manifestazioni spontanee del popolo afghano.
Cosa pensi dell’attentato in cui sono morti sei soldati italiani?
Mi dispiace molto per loro e sono vicina alle loro famiglie come a quelle dei civili afghani che sono morti con loro. Nel mio paese sappiamo bene cosa vuol dire, ogni giorno le nostre famiglie piangono i loro morti. Ma tutti questi soldati, non solo gli italiani, sono vittime della politica sbagliata del loro governo. Non si può esportare la democrazia, né portare la pace con le bombe, e anche il vostro governo non ha fatto altro che seguire questa politica degli Usa.
Adesso in Italia, dopo questo attentato, si parla finalmente di guerra in Afghanistan e non più di peace keeping. Pensi che sia un passo avanti?
Certo. Questo è il risultato della solidarietà internazionale. Si è rivelato l’inganno sulla guerra, non solo qui ma in molti altri paesi. La gente sta aprendo gli occhi, c’è una maggiore pressione da parte dell’opinione pubblica e dei democratici. I governi cercano di arginare la protesta con lo spauracchio della guerra civile e del ritorno dei talebani, hanno paura di questa presa di coscienza. Lo vedo anche dalla mia esperienza personale: dovunque vado, la gente viene a sentirmi perché vogliono capire davvero cosa succede. Vogliono la verità, e sono sempre più numerosi.
VICINA ALLA GENTE, A RISCHIO DELLA VITA
Parliamo di te, adesso. Quando hai attaccato in parlamento i signori della guerra sapevi a cosa andavi incontro?
Per prima cosa un democratico, qualsiasi democratico, non solo io, ha solo due scelte davanti a sé: o quella di combattere, dire la verità ed esporsi, oppure quella di compromettersi con questo governo con un silenzio complice e fare una vita tranquilla. La mia scelta è stata quella di combattere.
Cosa significa, per te, essere stata espulsa dal parlamento?
La sospensione dal parlamento ha avuto due alti costi: ho perso una tribuna, quella del parlamento, e il rischio mio personale è diventato più alto. Ma, d’altra parte, ho guadagnato la tribuna internazionale, perché questa notizia ha fatto il giro del mondo e io adesso parlo dappertutto. Ho detto ai membri del parlamento che mi avevano espulso: “Adesso voi siete contenti di avermi cacciata, ma io resterò sempre la stessa persona e continuerò la mia battaglia anche fuori da qui”.
Il rischio per la tua vita è un prezzo molto alto da pagare. Come vivi con questa minaccia continua?
Io vivo nel pericolo come la mia gente. Il problema per me, adesso, è che io sono famosa, mi conoscono tutti, e questo è davvero un grosso problema. Mi arrivano anche molte minacce telefoniche, ma non si riesce mai a rintracciare da dove vengono. I miei sostenitori mi dicono che è molto importante che io resti viva, ma è sempre più difficile. Questi fondamentalisti potrebbero trovarmi anche qui. Viaggiare è sempre pericoloso. Ad esempio sono andata a Farah, la mia provincia, dove molta gente mi sostiene e mi ha votato, ma è proprio lì che c’è stato un attacco suicida contro di me. Sono sopravvissuta: la macchina è saltata troppo presto, prima che noi arrivassimo sul ponte dove mi aspettavano.
Per questo motivo non posso avere una vita normale. Nel mio paese vivo come in prigione, ma l’atmosfera non è quella della prigione. Ho intorno a me delle brave persone che mi sostengono e mi vogliono bene. È una bella atmosfera, ma non posso uscire e muovermi liberamente, la vita normale non c’è. Ad esempio, non posso avere un ufficio e questo è un grosso handicap. Se lo avessi, molte persone verrebbero da me, saprebbero dove trovarmi, potrei parlare con loro, aiutarli. In questa situazione non posso vedere tanta gente; più mi muovo, più aumenta il rischio per me. Ma, in un certo senso, questa vita che sono costretta a fare ha anche un effetto positivo sulla gente. Quando mi incontrano mi chiedono, ad esempio, se le mie guardie del corpo sono straniere. Io gli rispondo che sono afgane e questo gli piace. Vedono come vivo: non una vita dispendiosa con propaganda e protezione di truppe straniere, ma una vita povera come la loro. Si rispecchiano nel mio modo di vivere e questo fa sì che si fidino di me.
Non hai mai pensato di lasciare il tuo paese e di continuare la tua lotta da fuori, al sicuro?
Ci sono tanti altri che lo fanno; quando vengono minacciati se ne vanno. Ma se partissi perderei la mia forza politica, la mia credibilità. Andarmene vorrebbe dire che uso i benefici che l’Occidente mi potrebbe dare in ragione del mio ruolo. Potrebbero dire che è un po’ poco, è comodo: “Ha denunciato la situazione e poi se ne va. Lei può farlo. Ma noi dobbiamo restare qui”. Come se tutta la mia battaglia non fosse altro che un modo per andarmene, creare uno scandalo e poi scappare. Si sentirebbero traditi. Non voglio questi privilegi; rimango vicina alla mia gente.
L’intervista è finita. Malalai mi porta un album di fotografie. Lo tiene stretto come se fosse l’album di famiglia, e per lei lo è. Tante immagini a colori, di bambini, donne, uomini e vecchi del suo paese, ricoverati in ospedale dopo i bombardamenti Nato. Corpi straziati, bruciati, feriti, devastati. Che non abbiamo il coraggio di guardare fino in fondo.