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articolo della rivista numero 156


Tenere la torta e mangiarsela


di Nicola Bullard *

Che razza di accordo dobbiamo aspettarci a Copenhagen

 

* di Focus on the Global South.

Dopo quasi due decenni di lotta perché fossero riconosciuti, i cambiamenti climatici sono finalmente diventati maggiorenni. Oggi qualunque politico che si rispetti ha una posizione relativamente progressista sul clima (male che vada, non si nega più il cambiamento come fatto scientifico) e, da qualche parte del mondo, si sono fatte e a volte anche vinte campagne elettorali centrate sulla questione ambientale. Ma, viste tutte le chiacchiere e le aspettative, che cosa possiamo attenderci da Copenhagen a dicembre? I leader mondiali possono veramente “sbattersi le teste uno contro l’altro”, come ha detto il segretario di stato del Regno unito per l’energia e i cambiamenti climatici Ed Miliband, fino a raggiungere un accordo che possa salvare il pianeta?

LO SCARICABARILE
A giudicare dai risultati della recente tornata di negoziati a Bangkok, è probabile che Copenhagen, più che raggiungere un accordo “ambizioso, equo e vincolante”, come chiede la campagna globale tck tck tck, rimanga segnata da ripicche, spaccature e promesse non rispettate. È evidente che i paesi ricchi semplicemente non vogliono modificare gli attuali equilibri di potere, né risarcire i danni che le loro emissioni di gas serra hanno causato fino ad ora.
Detto in gergo tecnico, la discussione nei negoziati sul clima si centra su quattro questioni principali: riduzione (delle emissioni di gas serra), adattamento (agli effetti attuali e futuri dei cambiamenti climatici, come siccità, inondazioni, mutamenti strutturali in agricoltura ecc.), finanza e tecnologia (che rendano possibili la riduzione e l’adattamento).
In linguaggio più semplice, il cardine dei colloqui è come i paesi ricchi (o paesi dell’Allegato 1, nel gergo delle Nazioni Unite) possono tenersi la loro torta e mangiarsela.
A decifrare il gioco diplomatico dei negoziati, l’obiettivo principale dei paesi Allegato 1 è mantenere gli attuali livelli di ricchezza, potere e consumi, scaricando ogni responsabilità per gli effetti ambientali passati e presenti causati da decenni di utilizzo eccessivo dell’energia. Nel perseguire questo obiettivo moralmente indifendibile e scientificamente pericoloso, i paesi ricchi hanno adottato diverse strategie, che quasi certamente verranno viste come illusorie e distruttive dagli storici del futuro (se avremo un futuro).
La prima è lo scaricabarile. Il vero colpevole, secondo molti paesi ricchi, è la Cina che oggi è il maggior singolo emittente di gas serra. Lasciamo perdere che le emissioni pro capite della Cina sono circa un quarto della media degli statunitensi carnivori, motorizzati e ad aria condizionata. Lasciamo perdere anche che la maggior parte delle merci consumate negli Stati uniti (e in tutti i nostri paesi) è prodotta in Cina, ovvero che il carbonio rilasciato nell’aria per soddisfare i nostri consumatori finisce sul conto della Cina. Insomma, lasciamo perdere tutta la storia: sembra che tutto quel che dobbiamo fare è costringere la Cina a ridurre le sue emissioni di gas serra, e tutto andrà a posto.

RISCRIVERE LE REGOLE DEL GIOCO
La seconda manovra è riscrivere le regole del gioco. Secondo il Protocollo di Kyoto, il primo “periodo di impegni” termina nel 2012 e questo è il nocciolo di tutti gli attuali negoziati: mettere dei numeri a fianco degli impegni vincolanti di riduzione e di contributi finanziari dei paesi Allegato 1. E qui è dove gli Stati uniti si stanno muovendo con più abilità. Anche se non hanno ratificato il Protocollo di Kyoto (e non mostrano la minima intenzione di farlo in futuro), gli Usa vorrebbero buttare il tutto dalla finestra, per poter ricominciare da zero. Solo che stavolta vogliono che la Cina (e magari l’India, l’altro potenziale pretendente al potere economico e politico) sia parte in causa e, meglio ancora, che gli obblighi dei paesi ricchi siano significativamente annacquati. Per ora, la strategia “liberarsi di Kyoto” non ha funzionato, ma ha avuto l’effetto perverso di costringere gruppi che finora erano ipercritici su Kyoto (specialmente per gli obiettivi modesti e i meccanismi di mercato) nella scomoda posizione di doverlo difendere contro qualcosa che potenzialmente sarebbe ancora peggio. Se non altro, il Protocollo di Kyoto impone obiettivi di riduzione legalmente vincolanti ai paesi ricchi: se gli Usa ottengono quello che vogliono, qualunque scenario post Kyoto sarebbe molto peggio.

SPOSTARE IL GIOCO
La terza strategia è spostare il gioco in un'altra sede. È chiaro che gli Stati uniti si stanno muovendo soprattutto fuori dal quadro Onu e concentrando sul Major Economies Forum (Mef, Forum delle economie principali). Il Mef è costituito da 17 paesi che, nel complesso, producono l’80% delle attuali emissioni di gas serra e ha tutte le caratteristiche della famigerata “stanza verde” del Wto, così chiamata per il colore dell’ufficio del direttore generale, in cui pochi potenti venivano invitati per sfornare un accordo, escludendo tutti gli altri membri. I grandi paesi in via di sviluppo fanno parte del Mef e, lontani dall’influenza moralmente vincolante dei loro soci del gruppoG77 [gruppo di coordinamento di 77 paesi in via di sviluppo, N.d.T.], non è difficile immaginare che possano trovare un punto d’incontro per smuovere i negoziati in una direzione vantaggiosa per entrambi (per esempio, le aziende Usa potrebbero fare una fortuna vendendo “tecnologia verde” ai paesi in via di sviluppo e la Cina potrebbe continuare a produrre merce a basso costo ma “più verde” per le classi consumatrici globali).
Quarto, il capo negoziatore Usa Todd Stern sta condizionando ogni possibile risultato di Copenhagen con una premessa: poiché la legge statunitense sul clima e l’energia deve ancora essere approvata, gli Stati uniti “non possono essere parte in causa di un accordo che non possiamo recepire”. Dato che la legge sul clima e l’energia non sarà prevedibilmente approvata fino al 2010, di fatto gli Stati uniti si stanno presentando a Copenhagen a mani vuote.
Ci sarebbe molto altro da dire. Il punto, però, è che i negoziati non stanno andando da nessuna parte e anche se andassero “da qualche parte” sarebbe quasi sicuramente nella direzione sbagliata perché, alla base di tutto il gioco politico, c’è un regime di governo del clima mal concepito e profondamente iniquo, espresso con la massima chiarezza nel Protocollo di Kyoto e inserito in un sistema complessivo di pensiero economico che attribuisce poteri mistici pressoché illimitati ai mercati finanziari. Con una guerra di logoramento ideologico, siamo stati forzati ad accettare l’idea che il mercato dei “diritti di inquinamento” sia un modo efficiente ed efficace di risolvere la crisi ambientale, anziché la truffa per fare soldi che effettivamente è. Anche il principio “chi inquina paga” è stato ribaltato sulla testa, e ci hanno venduto il concetto che è perfettamente giusto che gli inquinatori possano scaricare le proprie responsabilità pagando (e facendoci anche un bel profitto, dato che è molto più conveniente comprare dei diritti di inquinamento che ridurre effettivamente le proprie emissioni).

GLI OBIETTIVI DA PORCI
In questo contesto, iniziative come la campagna tck tck tck (nome ispirato al ticchettio di un orologio), sia pure eccellenti nel diffondere la consapevolezza nell’opinione pubblica, alla fine risultano controproducenti, anche perché suscitano un senso di catastrofismo demoralizzante e disarmante. Ma, soprattutto, la premessa che “il tempo sta per scadere”, unita a aspirazioni generiche come la richiesta di un accordo “ambizioso, equo e vincolante”, ci spinge nel vicolo cieco di accettare che qualunque accordo a Copenhagen sia meglio di nessun accordo.
Dato quel che c’è in ballo e l’equilibrio delle forze in gioco, qualunque “accordo” a Copenhagen non potrà che essere una variante dell’ordinaria amministrazione e, come sappiamo, l’ordinaria amministrazione significa più distruzione dell’ambiente, più ingiustizia e più violenza.
Dovremmo invece porci obiettivi molto più alti. Qualunque risultato accettabile di Copenhagen dovrebbe portarci in una direzione completamente nuova. Alcuni primi passi in questa direzione dovrebbero essere:
- il riconoscimento dei danni all’ambiente e del debito ecologico, e delle misure per risarcirli;
- il riconoscimento del principio e delle misure per assicurare che qualunque accordo sul clima sia subordinato agli accordi internazionali sui diritti umani e ambientali, con particolare riferimento ai popoli indigeni e alle donne;
- una moratoria globale sull’esplorazione di giacimenti di combustibili fossili;
- il  riconoscimento e finanziamento di una “transizione equa” per i lavoratori;
- nuovi, adeguati e incondizionati finanziamenti pubblici per l’adattamento e la riduzione del danno, sotto il controllo dei “creditori”, comprese le comunità locali, nel quadro dell’Unfccc (Convenzione quadro nell’Onu sui cambiamenti climatici);
- creazione di un’area libera globale per la condivisione di tecnologie e innovazioni favorevoli all’ambiente (e sospensione dei Trips, accordi sulla proprietà intellettuale);
- soglia minima del 49% per la riduzione delle emissioni da parte dei paesi Allegato 1 entro il 2017, senza compensazioni;
- nessun ruolo per la Banca mondiale nei finanziamenti legati al clima.
Ovviamente è improbabile ottenere tutto questo nel breve periodo, ma non dobbiamo lasciare che l’urgenza della crisi climatica ci renda ciechi di fronte alle false promesse e alle ingiustizie dell’approccio attuale. La crisi climatica è una crisi sistemica, che evidenzia il totale fallimento del sistema economico attuale nell’allocare e gestire le risorse in modo equo e sostenibile. Non è possibile avere una crescita economica illimitata su un pianeta limitato. Prima ci rendiamo conto di questo fatto, maggiori possibilità avremo di fermare il ticchettio prima che la bomba climatica esploda.

 

 

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