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scheda della rivista numero 155
INTERVENTI A TUTTO CAMPO
Dalla fine della guerra fredda la Nato sta svolgendo un ruolo sempre più attivo; osservare gli interventi dell’Alleanza atlantica dà sicuramente una visione parziale degli interventi militari occidentali, in quanto la Nato è solo uno dei cappelli con cui l’Occidente si muove sul palcoscenico internazionale. D’altro canto, osservare anche brevemente la catena degli interventi effettuati può dare un’idea dell’evoluzione dell’alleanza e della direzione che l’Alleanza sta prendendo.
Balcani: la prima volta
A partire dai primi anni Novanta la Nato è intervenuta in tre continenti: Europa, Asia e Africa, ma i primi tre interventi dell’Alleanza sono tutti nei Balcani.
Nella fase di stallo della guerra in Bosnia, ultima delle guerre di disgregazione della Jugoslavia, la Nato - con l’obiettivo dichiarato di fermare i massacri sui civili - dà inizio nell’agosto del 1995 a 12 giorni di bombardamenti contro le truppe serbo-bosniache. Con gli Accordi di Dayton, successivi ai bombardamenti e alla sospensione dei combattimenti, la Nato dispiega in Bosnia un contingente di 60.000 uomini.
Lo stesso schema, seppur più in grande, si ripeterà nel marzo 1999, quando la Nato avvia una campagna di bombardamenti aerei sulla Jugoslavia (ora limitata a Serbia e Montenegro), della durata di 78 giorni, trasformandosi di fatto in aeronautica militare al servizio dell’Uck, le bande armate filoalbanesi impegnate in una lotta per staccare il Kossovo dalla Serbia. Anche qui il motivo dell’intervento è la protezione dei civili kosovari e anche qui, dopo l’armistizio, la Nato dispiega in Kosovo una forza di 50.000 uomini. L’occupazione del Kosovo è tutt’ora in corso.
L’ultimo intervento nei Balcani avviene nell’agosto del 2001, nella Repubblica di Macedonia, nata dalla disgregazione della Jugoslavia storica, dove agiscono gli stessi indipendentisti filoalbanesi che sono stati all’opera in Kossovo. Stavolta l’intervento delle truppe Nato - un ridotto contingente di 3.000 uomini - non è più a fianco degli indipendentisti albanesi ma, viceversa, in sostegno del governo macedone, col compito di provvedere al disarmo della guerriglia.
Questi interventi, più degli altri che seguiranno, modificheranno in modo permanente l’Alleanza atlantica spazzando via le discussioni sulla legittimità di intervenire al di fuori dei confini dei paesi aderenti (fuori area). Gli interventi avvengono, di fatto, bombardando e inviando poi truppe in paesi non aderenti all’Alleanza e senza la copertura di un mandato delle Nazioni unite.
Inoltre nasce qui l’era delle missioni di pace e/o umanitarie, il cui uso ideologico è disvelato subito dalla crisi bosniaca, quando per la missione dell’Onu Unprofor, il cui compito era di garantire ai civili assistenza umanitaria e "aree sicure" in cui i civili avrebbero dovuto essere protetti, vengono messi a disposizione 38.000 truppe Onu, mentre per l’occupazione dopo i bombardamenti le truppe Nato non faticano a mettere insieme 60.000 soldati.
Guerra globale permanente
Con gli attacchi terroristici del settembre 2001 la Nato offre agli Usa la disponibilità ad attivare le strutture dell’Alleanza per rispondere all’aggressione; ma gli Usa decidono di fare da soli, danno vita a Enduring Freedom e invadono l’Afghanistan.
La Nato dal canto suo dà inizio ad Active Endeavour, un’operazione navale tutt’ora in corso che prevede, attraverso la militarizzazione del Mediterraneo, il controllo sulle rotte commerciali che lo attraversano e, di fatto, sui flussi migratori della regione. All’operazione partecipano essenzialmente unità europee, ma anche numerosi paesi che non aderiscono all'Alleanza atlantica (Israele e Russia in testa).
L’Alleanza atlantica formalmente non viene coinvolta nella guerra in Afghanistan fino all’agosto 2003, quando la Nato pone sotto il proprio comando le truppe Isaf presenti in Afghanistan su mandato delle Nazioni unite con il compito limitato al controllo della capitale Kabul. Dopo l’assunzione del comando da parte della Nato il Consiglio di sicurezza dell’Onu estende la missione a tutto l’Afghanistan.
Anche all’invasione statunitense dell’Iraq la Nato formalmente non partecipa. Solo nel 2004, a un anno dall’inizio della guerra, la Nato interviene con la Nato Training Mission Iraq, una missione di addestramento delle truppe irachene, attualmente ancora in corso, che prevede il dispiegamento limitato di truppe - 350 unità, di cui circa 90 italiani - in funzione di istruttori militari delle truppe irachene.
Next stop: Africa
Ritornando agli interventi, va ricordato che tra il settembre 2005 e il gennaio 2006 la Nato si attiva con due operazioni di soccorso, verso gli Usa in occasione dell’uragano Katrina e subito dopo in occasione del devastante terremoto che colpisce il Pakistan.
In questo caso l’intervento Nato si focalizza in un’operazione di raccolta e di trasporto aereo (e navale, nel caso degli Usa) di generi vari di soccorso, attraverso l’impiego di mezzi appartenenti alla Forza di reazione rapida. Inoltre, nel caso del Pakistan, la Nato interviene anche dispiegando truppe sul terreno che provvederanno sia alla distribuzione dei materiali di soccorso nelle varie province, sia al ripristino delle principali infrastrutture stradali e all’allestimento dei ripari provvisori e delle strutture sanitarie.
In Africa la presenza della Nato risale al luglio 2005 con una missione di supporto all’Unione africana (Ua) per il Darfur (Sudan). Si è trattato di una missione che ha visto la Nato impegnata nel trasporto aereo dei contingenti dell’Ua e nella formazione di personale militare locale. Un intervento simile di supporto alle truppe dell’Ua è attivo per la Somalia dal giugno 2007.
Ma la presenza principale oggi in Africa avviene tramite la missioni antipirateria che la Nato, insieme all’Ue e ad altri paesi, sta perseguendo nel Corno d’Africa - di cui è nota l’importanza come area di controllo del corridoio strategico del Mar Rosso - dal 2008. Alla missione Nato “Ocean Shield” partecipano cinque navi; ma anche qui, come in altri teatri di guerra, si assiste alla compresenza di più missioni militari: è presente infatti anche la missione Atalanta, avviata dall’Unione europea, forte di 13 navi; ma in totale nella zona sono presenti circa 50 navi da guerra appartenenti a una quindicina di nazioni di Africa, Asia, Europa e America e anche ad alcune compagnie di sicurezza private, come la famigerata Blackwater.
Kossovo e Afghanistan
Tra gli interventi sopra elencanti, i principali teatri di guerra, per numero di truppe impegnate e per la durata della missione, sono l’Afghanistan e il Kosovo.
Queste due aree, che sembrano distanti, in realtà presentano alcuni punti di collegamento, oltre alla forte presenza di truppe Nato; in entrambi i casi si è trattato di interventi militari effettuati su pressioni Usa, a cui è seguito un cambio di regime nel paese invaso e un’occupazione militare che dura tutt’ora.
È interessante inoltre notare chi sono coloro che la Nato (non da sola) ha scelto per costituire le nuove autorità “legittime” dei territori da essa controllati. Karzai è un uomo delle multinazionali, ma i signori della guerra che siedono nel suo governo sono anche grandi produttori di oppio e trafficanti di droga. L’Afghanistan di oggi è un vero e proprio narcostato dove viene prodotto circa il 90% dell’oppio mondiale.
Allo stesso modo i leader kosovari sono direttamente collegati ai grandi trafficanti di droga, a cui possono offrire il Kosovo - paese dove i traffici criminali costituiscono l’unica vera industria producendo, secondo le stesse fonti Kfor, oltre l’80% della ricchezza - come una stabile piattaforma di accesso all’Europa e al Mediterraneo.
Il Kossovo ha un’area di 10.880 chilometri quadrati e per la sua occupazione sono presenti circa 13.800 truppe Nato e circa 2.000, soprattutto forze di polizia, appartenente a Eulex, missione della Comunità europea. L’Afghanistan ha un’area di circa 647.500 chilometri quadrati; attualmente vi sono impegnate circa 64.500 truppe Nato, a cui si aggiungono 63.000 soldati Usa di “Enduring Freedom”, più circa 68.000 contractors.
Viene quindi da chiedersi come sia possibile pensare di sconfiggere i narcotrafficanti in Afghanistan e portare il paese verso forme di democrazia attraverso lo strumento militare quando questo non è stato ancora realizzato nel Kosovo, nel cuore dell’Europa e con una densità militare per chilometro quadrato cinque volte superiore all’Afghanistan.
Da questo rapido promemoria degli interventi si può evidenziare come la Nato si sta dimostrando uno strumento a disposizione dei decisori politici per intervenire nelle (o far degenerare le) situazioni di crisi internazionali; uno strumento in grado di penetrare, militarmente sul terreno e culturalmente nell’opinione pubblica, in qualunque situazione di crisi, salvo poi rivelarsi inadatto a risolverle.
Uno strumento comunque in evoluzione, in grado di coprire oggi un vasto spettro di situazioni operative che vanno dalla guerra vera e propria all’occupazione continuata di un territorio, dall’addestramento di truppe al supporto logistico, da interventi per calamità naturali alla sorveglianza di zone o eventi particolari,
Uno strumento il cui unico limite, oltre all’efficacia, è di utilizzare la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. Per alcuni ancora un limite non da poco.
Alberto Stefanelli