ARCHIVIO
articolo della rivista numero 155
Popoli indigeni
e stati nazionali
di Aldo Zanchetta
Bagua, Amazzonia peruviana: un massacro con radici lontane
Il 6 giugno di quest’anno presso la città di Bagua, nel nord dell’Amazzonia peruviana, e precisamente nella località detta della “Curva del diavolo” sulla strada Belaunde Terry, in uno scontro fra i poliziotti della Dinoes, la polizia antisommossa governativa, e gli indigeni delle etnie Awajun e Wampis, si sono avuti oltre trenta morti, parte membri della stessa polizia, e almeno oltre cento feriti.
Il motivo dello scontro, i 102 decreti legge che il governo del presidente Alan Garcia aveva emanato nel 2007, in virtù della delega ricevuta dal parlamento, al fine di adeguare la legislazione peruviana agli obblighi contratti con la firma del Trattato di libero commercio con gli Stati uniti. Molti di questi decreti erano stati dichiarati incostituzionali dalla Commissione interpartitica incaricata di studiare e indicare la soluzione dei problemi pendenti con i popoli indigeni.
Esaminare il tragico avvenimento isolandolo dal contesto generale in cui è maturato non consentirebbe di comprendere la dinamica politica che lo ha determinato e che si va sviluppando dentro e fuori del paese, con un aumento preoccupante della repressione dei popoli indigeni, dalla Colombia al Cile. Nel caso del Perù e dei due paesi citati, all’origine vi è la protesta per la penetrazione delle società transnazionali nei territori indigeni volta allo sfruttamento delle risorse energetiche, idriche, forestali e biologiche in essi esistenti. Tuttavia il conflitto fra popoli indigeni e stati nazionali non è assente neppure in altri paesi come il Brasile o addirittura il “progressista” Ecuador dove, malgrado la nuova Costituzione, che prima e unica al mondo, ha riconosciuto i “diritti della natura”, il governo ha concesso centinaia di autorizzazioni a nuove miniere a cielo aperto che lo hanno posto in conflitto permanente con la Conaie, l’organizzazione unitaria rappresentante dei popoli indigeni.
I TRATTATI DI LIBERO COMMERCIO E LE LORO CONSEGUENZE SOCIALI E AMBIENTALI
Archiviato, o per lo meno rinviato a tempo indeterminato, il progetto dell’Alca, il Trattato di libero commercio delle Americhe, strenuamente promosso dagli Stati uniti a partire dal 2000 e naufragato per la resistenza dei 4 paesi del Mercosur (Brasile, Argentina,Uruguay e Paraguay) e del Venezuela, durante il V Vertice delle Americhe del 2004 a Mar del Plata, gli Stati uniti, tallonati dall’Europa, hanno reagito promuovendo la strategia di accordi bilaterali di libero commercio a partire dai paesi sudamericani a loro più vicini politicamente, Cile, Perù e Colombia. Questi trattati, largamente asimmetrici dati i diversi rapporti di forza dei contraenti e perciò scarsamente dotati di clausole di protezione ambientale e sociale, aprono la strada all’ingresso incondizionato delle società multinazionali nei territori indigeni, obbligando i governi a modificare le stesse Costituzioni per renderle compatibili con le clausole dei trattati stessi.
GLI ANTECEDENTI IN PERÙ
Nei vari paesi con forti minoranze indigene i movimenti di protesta erano iniziati già da molti anni e si erano intensificati dopo l’insurrezione zapatista in Messico, iniziata simbolicamente il primo gennaio 1994, proprio il giorno dell’entrata in vigore del Nafta, il Trattato di libero commercio fra Stati uniti, Canada e Messico. In Perù il succedersi di tre governi “aperturisti” (Fujimori, Toledo e Alan Garcia, ora in carica) avevano creato una situazione di tensione che era andata via via crescendo sia nella zona Andina che in quella Amazzonica. Qui in particolare l’Aidesep, la Associazione interetnica di sviluppo della Selva peruviana, che riunisce oltre milletrecento comunità indigene del nord dell’Amazzonia, aveva da anni intrapreso un dialogo con governo e imprese che non aveva portato a risultati apprezzabili, finché il 9 agosto 2008 i popoli indigeni dell’intera Amazzonia (11% della popolazione peruviana) avevano proclamato una giornata nazionale di lotta per ottenere la sospensione dei decreti che davano l’avvio alle procedure per consentire la vendita delle terre già assegnate a indigeni e altri che avrebbero consentito gravi effetti sull’ambiente. Malgrado il Congresso avesse votato poco dopo la derogatoria su questi decreti, il governo aveva proceduto sulla strada intrapresa finché il 9 aprile 2009 venne proclamata una seconda giornata di lotta con occupazione pacifica delle strade terrestri e fluviali, alla quale il governo rispose il 9 maggio, un mese dopo, con la decretazione dello stato di emergenza in nove dipartimenti amazzonici. La Commissione interpartitica già citata propose al Congresso la deroga di altri decreti, che fu poco dopo approvata dal Congresso ma nuovamente elusa dal governo. Il 4 giugno, di fronte alla pressione popolare perché il Congresso riaprisse la discussione sul tema, il partito di governo, l’Apta, decise per la terza volta la sospensione del dibattito in un clima sociale estremamente infuocato.
Appena cinque giorni prima, la presenza di una folta delegazione indigena - dopo due ore di forte pressione sull’assemblea finale del V Vertice indigeno americano che si svolgeva a Puno - aveva fatto includere nella dichiarazione finale l’appoggio dell’Assemblea a una lotta insurrezionale implementando la decisione, per loro insufficiente vista la situazione, di appoggio a uno sciopero nazionale.
Il 5 giugno, senza preavviso, alle 5,30 di mattina reparti della Dinoes erano intervenuti per sbloccare il tratto della Belaunde Terry bloccata da centinaia di indigeni nel tratto appunto detto della Curva del Diavolo, i quali erano riusciti in questo primo scontro a disarmare e fare prigionieri alcuni poliziotti e a respingere gli altri, finché alle 7,30 l’intervento di rinforzi con intervento di elicotteri dette origine a una sparatoria durata molte ore e nella quale anche gli indigeni ricorsero all’uso delle armi catturate poco prima.
A questo punto il governo, mentre da un lato assicurava di voler trattare e invitava a formare delle commissioni di lavoro, dall’altro emetteva mandati di cattura contro vari leader dell’Aidesep, fra cui il leader Pizango che fra l’altro non era stato presente sul luogo degli scontri trovandosi a Lima per proseguire i contatti con il governo e il Congresso. Alberto Pizango e altri quattro dirigenti si rifugiarono pertanto nella sede diplomatica del Nicaragua ottenendo poi dal governo un salvacondotto per uscire dal paese, seguito però poco dopo da una domanda di loro estradizione al paese ospitante, segno di scarsa sensibilità e buona volontà per affrontare la grave situazione. L’11 giugno vari parlamentari del congresso organizzarono una protesta chiedendo la sospensione dell’intero blocco di decreti, cosa alla quale il plenum del Congresso rispose comminando a sette di loro, fra i quali la coordinatrice del gruppo parlamentare indigeno, la sospensione di 120 giorni. Infine, mentre si riannodavano le fila del dialogo, il 23 giugno il governo procedeva a nuovi arresti a Bagua, epicentro della protesta, di altri leader indigeni. Nel frattempo il primo ministro Jehude Simon era sostituto da un uomo di maggior fiducia del presidente. Ad oggi la situazione permane confusa, con il governo che continua a guadagnare tempo con proposte di dialogo inconsistenti e dilaziona la costituzione di una Commissione per la ricerca della verità giungendo a minacciare la giudice amazzonica, Luz Rojas, che ha denunciato per omicidio i 16 ufficiali di polizia presenti a Bagua il giorno dello scontro.
IL RAZZISMO PROFONDO DEL PERRO DE L’HORTELANO
In questa vicenda è risaltato e ripetutamente citato uno scritto che era stato pubblicato dal presidente Alan Garcia nell’ottobre 2007 col titolo Sindrome del Perro del Hortelano (La sindrome del cane dell’ortolano) in cui veniva dichiarata inconsistente e demagogica la pretesa “identità culturale” dei popoli indigeni e aggiungeva che era stato un errore dare delle terre a gente povera e improduttiva, ormai facente parte del passato e non del futuro del paese. Questo disprezzo persistente dei governanti, quale che sia lo strato sociale da cui provengono, verso i popoli indigeni è il segno di un razzismo profondo e malcelato, che affiora in momenti in cui la lotta dei popoli indigeni per la difesa dei propri diritti si fa dura. L’”operaio” Lula e il “socialista” Correa sono così incorsi anche loro in infelicissime espressioni dimostrando come la “cittadinanza” dei popoli indigeni nei rispettivi paesi, che essi non rifiutano e anzi esigono, sia un fatto ben lontano dall’essere psicologicamente e culturalmente acquisito. Un altro capitolo della storia della colonizzazione, questa volta interna.
PROBLEMA INDIGENO E GOVERNI OCCIDENTALI
Dicevamo all’inizio che esaminare il tragico avvenimento di Bagua isolandolo dal contesto generale in cui è maturato non consentirebbe di comprendere la dinamica politica che lo ha determinato e che ne ha fatto una punta dell’iceberg di una situazione più ampia. Quanto appena detto ne è un aspetto interno, ma torniamo un attimo sui rapporti politici fra governi occidentali, Stati uniti in primo luogo (ma non molto distanziata l’Europa), e paesi latinoamericani. Fatti come quelli di Bagua non sono solo frutto di situazioni contingenti e sporadiche ma le conseguenze di trattati di libero commercio stipulati in condizioni di disparità di forze e di cui i popoli indigeni - colpevoli di avere conservato nei loro territori una grande biodiversità, oggi fonte di grandi ricchezze biotecnologiche, e spesso ricchi di risorse minerali e idriche - pagano il conto finale. Mentre le consistenti entrate derivanti dalle esportazioni di questi beni provocano preziose ricadute nelle casse dello stato e sulle entrate degli strati più ricchi delle popolazioni bianche o meticce, poco o nulla resta per i nativi, costretti spesso a lasciare territori devastati per ingrandire il popolo dei disperati delle smisurate periferie cittadine.
Non risulta che gli Stati uniti, dopo quanto accaduto, abbiano avuto un sussulto di ripensamento sulle clausole capestro del Tlc col Perù (come del resto il partito di governo, l’Apra, che appena pochi giorni dopo il massacro ha sollecitato il governo ad attuare i decreti contestati). Anzi, nei mesi scorsi, governo Obama già operante, hanno chiesto al governo amico del Cile, fortunatamente ottenendone per ora un diniego, di dichiarare “terrorista” il popolo mapuche in strenua lotta per la difesa del propri boschi e delle proprie acque e sottoposto a una delle repressioni più dure punteggiate di morti. E il tipo di rapporto neocoloniale fra il grande “fratello” del Nord e i paesi latinoamericani non sembra avere cambiato obiettivi malgrado, o forse proprio per questo, che oggi la soggezione di alcuni stati sudamericani alle politiche monroiste sia assai diminuita. Il colpo di stato in Honduras, debolmente condannato a parole ma in nessun modo contrastato di fatto dal governo Obama, può apparire come prova di un nuovo ciclo di pesanti interventi (malgrado che l’assenza di reazioni sia stata giustificata poco credibilmente proprio con il desiderio di “non interferire” nei fatti interni del paese che ospita al suo interno un’efficiente base militare statunitense), timore corroborato dalle sette nuove localizzazioni di militari statunitensi in Colombia e con l’aumento dei bilanci delle organizzazioni parallele della Cia per “ristabilire” o “potenziare” la democrazia in paesi come il Venezuela, l’Ecuador, il Paraguay ecc.