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articolo della rivista numero 155
AHMADINEJAD E L’ANTIMPERIALISMO DEGLI IMBECILLI
di Farooq Sulehria
Il giorno delle elezioni in Iran, un editorialista del giornale israeliano “Ma'ariv” consigliava ai lettori: "Se avete amici in Iran, cercate di convincerli a votare per Mahmoud Ahmadinejad oggi. Non c’è nessuno che possa fare gli interessi di pubbliche relazioni di Israele meglio di lui" (12-6- 2009).
Sembra che gli israeliani non abbiano molti amici iraniani, o forse il consiglio israeliano è stato ignorato. Quindi, le procedure elettorali sono state truccate e i risultati leggermente alterati, ma non per gli interessi di pubbliche relazioni di Israele. I santi brogli del 12 giugno furono un atto del cielo per tenere lontano il Grande Satana. Niente di nuovo, se non per le manifestazioni di massa che ne sono seguite in tutto l’Iran. Stranamente, la mobilitazione ha dato fastidio ad alcuni elementi di sinistra più che agli stessi ayatollah: presentandola come una “rivoluzione colorata” organizzata dalla Cia, questi progressisti della sharia si sono schierati con Mahmoud Ahmadinejad. Dopo tutto, è antistatunitense, antisraeliano, dunque è un antimperialista.
GUARDIAMO I FATTI
Questa designazione ultrasemplificata di Ahmadinejad come antimperialista, fondata su alcune affermazioni deliberatamente provocatorie, non tiene in considerazione alcuni fatti:
1 - che la rielezione di Ahmadinejad non è una rottura ma una continuazione del regime. In Mohammad Khatami (presidente dal 1999 al 2005) il regime iraniano ha trovato il proprio Nikita Kruscev. Ahmadinejad si è invece dimostrato un Leonid Brezhnev, che ha riabilitato Stalin (anche se con una differenza: Brezhnev ha riabilitato Stalin, tranne per le purghe; Ahmadinejad ha reimposto tutte le restrizioni che Khatami aveva alleggerito);
2 - che la contrapposizione tra il regime iraniano e Israele sia pura ipocrisia è storicamente evidente; il culmine dello scandalo sono state le forniture di armi contrattate tra Iran e Israele, dietro le spalle dei palestinesi, durante la guerra Iran-Iraq. Il sostegno a gruppi come Hezbollah o Hamas riflette il contesto politico regionale: il sostegno a Hezbollah e molti altri gruppi sciiti (ad esempio il Tnfj in Pakistan) si fonda sulla vicinanza religiosa, mentre Hamas è un’eccezione dovuta alla mancanza di una possibile proiezione sciita in Palestina. Infine, dato il clima di forte solidarietà prevalente in tutto il mondo musulmano, ogni dittatore islamico fa voto di “liberare i fratelli palestinesi”, ma il governo iraniano si è ben poco preoccupato dei profughi afgani: trattati male per i due decenni della loro permanenza in Iran, sono poi stati espulsi con la forza. Con ironia giustificabile, il giornale israeliano “Ma'ariv” ha citato un funzionario del ministero degli Esteri che descriveva Ahmadinejad come "la cosa migliore che ci sia mai capitata";
3 - che l’Iran ha concesso un sostegno tattico all’occupazione statunitense dell’Afghanistan (per sbarazzarsi della presenza ostile dei talebani antisciiti sul proprio confine orientale) e dell’Iraq (per liberarsi di un arcinemico come Saddam Hussein), difficilmente presentabili come mosse di un governo antimperialista. È vero, è stato durante la presidenza di Khatami che gli Stati uniti hanno occupato questi paesi, ma la collaborazione è continuata con Ahmadinejad;
4 - che gli ayatollah (parallelamente alla dinastia saudita, che ha promosso e sostenuto gruppi Wahabiti), organizzando e finanziando gruppi sciiti in altri paesi musulmani, hanno creato spaccature settarie nel mondo musulmano, tagliando così alle radici le lotte di classe e di resistenza. Di fatto, questo settarismo religioso ha indebolito le forze antimperialiste;
5 - che settori della sinistra scoprano caratteristiche rivoluzionarie degli ayatollah è un fenomeno recente. Quando questo regime ha preso il potere, tutta la sinistra mondiale era unita nel denunciarlo come reazionario. Per l’ayatollah Ruhollah Khomeini, sia l’Unione sovietica che gli Stati uniti rappresentavano nemici infedeli;
6 - che la politica economica di questo regime, come quella della dittatura filostatunitense saudita, serve gli interessi dell’imperialismo. L’Iran ha presentato domanda di ammissione all’Organizzazione mondiale del commercio (Omc, Wto) e i colloqui sono iniziati nel 2005; coincidenza vuole che anche l’Arabia saudita sia entrata nell’Omc nel 2005.
COS’È L’ANTIMPERIALISMO
Non solo la politica antistatunitense e antiisraeliana di Ahmadinejad è molto discutibile, ma definirlo un antimperialista è una sfacciata banalizzazione dell’antimperialismo.
Antimperialismo significa, o dovrebbe significare, liberazione. È la liberazione di tutti gli sfruttati, da ogni forma di sfruttamento; implica liberazione nazionale, emancipazione femminile, democratizzazione, sviluppo delle potenzialità politiche ed economiche, rispetto per le minoranze religiose e autodeterminazione per le nazionalità oppresse. È libertà, per tutti gli oppressi, da ogni oppressione.
Al contrario Ahmadinejad, e anche Osama Bin Laden se è per questo, promuovono un antimperialismo che non tollera questi valori. Il loro è un antimperialismo che soffoca le minoranze, strangola le nazionalità più piccole e riduce le donne a corpi privi di mente, nascosti sotto un pesante burqa.
Non si può essere liberatori e oppressori nello stesso momento. L’antimperialismo che trova in Ahmadinejad un proprio eroe non risolve questa contraddizione. Abbiamo visto questo antimperialismo in Afghanistan sotto i talebani, dove si è ridotto ai burqa e al massacro delle minoranze. Al-Qaeda è la versione non statale di questa marca di antimperialismo: attentati suicidi, rapimenti, dirottamenti.
L’antimperialismo attualmente in scena nel mondo musulmano è solo simbolico, non di sostanza: rappresenta una nuova fase nel rapporto tra due amanti separati, il fondamentalismo e l’imperialismo. È il risultato di un processo condotto dall’imperialismo in collaborazione con il fondamentalismo, per eliminare dall’area un vero antimperialismo.
Nel mondo musulmano erano i nazionalisti radicali, i socialisti e i comunisti - prima della loro cancellazione -a rappresentare l’antimperialismo. Nasser in Egitto, Sukarno in Indonesia, Mossadeq in Iran e Bhutto in Pakistan: questi nomi hanno impersonato l’antimperialismo nel mondo musulmano per quattro decenni.
L’ANTIMPERIALISMO NEL MONDO
Queste personalità colossali del mondo musulmano non sono cadute dal cielo, ma sono il prodotto di un periodo radicalizzato. L’Indonesia aveva il più grande partito comunista (Pki) al di fuori del blocco comunista di allora. Con il sostegno del Pki Sukarno osò organizzare la Conferenza di Bandung. In Iraq, Kassem si dissociò dal Patto di Baghdad perché sapeva che il Patito comunista iracheno, il partito comunista più grande del mondo arabo, lo sosteneva. Mossadeq osò nazionalizzare il petrolio, certo del sostegno del partito iraniano Tudeh. Dopo aver umiliato il dittatore militare filostatunitense Ayub Khan, le masse pakistane votarono per il "socialista" Bhutto: fu questo sostegno che gli permise di impostare una politica estera relativamente indipendente, introdurre riforme agrarie e nazionalizzazioni.
Queste figure emergenti del mondo musulmano, nell’era polarizzata della guerra fredda, mettevano in pericolo le strutture che l’imperialismo aveva costruito con cura e difeso senza pietà: le leadership laiche nazionaliste e i loro sostenitori comunisti dovevano essere eliminati.
Mossadeq fu rovesciato nel 1953; la Cia rimosse questo aristocratico iraniano, un discendente diretto della dinastia Qajar, in collaborazione con elementi religiosi iraniani e spese cinque milioni di dollari per aiutare i mullah filoccidentali a fomentare una rivolta, rimettendo sul trono lo Scià iraniano.
L’Indonesia e l’Iraq subirono i loro bagni di sangue quasi contemporaneamente. In Indonesia, una troika militari-mullah-Cia massacrò un milione di persone, incluse in elenchi forniti dalla Cia; i soldati, in collaborazione con i giovani volontari barbuti dei Nahdlatul Ulema, scatenarono una "jihad" contro i "diavoli rossi" in tutto l’arcipelago. In Iraq, il partito Baath fece il lavoro sporco (prima nel 1963, poi nel 1967-1968), perché gli elementi religiosi non raccoglievano quasi alcun consenso in un paese proteso verso una rivoluzione socialista.
Un decennio più tardi, fu Bhutto a servire da esempio. Un’alleanza militare-religiosa tra il verde delle uniformi e il verde islamico, ancora una volta sostenuta dalla Cia, lo mandò al patibolo. Intanto in Egitto Anwar Sadat rovesciava di fatto i processi dell’era di Nasser concedendo piena libertà ai Fratelli musulmani e alla Jihad islamica. Il caso dell’Afghanistan è così recente che non occorre rinfrescare la memoria a nessuno: Osama venne richiamato dall’Arabia saudita per rimuovere il governo laico di Najib.
In tutti questi casi, c’è stata una chiara connivenza tra il fondamentalismo e l’imperialismo. Con i leader nazionalisti radicali morti e i partiti comunisti e socialisti eliminati, l’arena politica era a disposizione dell’imam Khomeini, di Osama Bin Laden, del mullah Muhammad Omar e dei loro cloni locali.
AL SERVIZIO DELL’IMPERIALISMO
Che cos’ha da offrire l’attuale schieramento quasi antimperialista: l’occupazione di un’ambasciata Usa, l’attacco al World Trade Centre, attentati a Madrid e in altre città, l’abbattimento delle statue di Buddha? Questi atti di "antimperialismo" possono provocare un mal di testa passeggero ai residenti della Casa bianca e ai satrapi dell’impero a Londra, Parigi e Berlino. Ma questo mal di testa non è niente in confronto alla frustrazione di Washington quando dei nazionalisti radicali osano nazionalizzare le risorse dei propri paesi o lanciare riforme agrarie. A proposito, questa è la reazione di Washington non solo per il mondo musulmano, ma anche per l’America latina e i Caraibi.
Un “antimperialismo” che non intende nazionalizzare il petrolio (Osama dichiara che il petrolio è una risorsa che spetta agli arabi, ma si oppone alla sua proprietà collettiva), sostenere la riforma agraria o permettere alle classi lavoratrici di organizzare sindacati, non preoccupa l’Impero. È un antimperialismo che si fonda sulla repressione delle donne, delle minoranze religiose, delle piccole nazioni, dei sindacati, delle organizzazioni contadine e dei partiti politici. Di fatto, soddisfa le necessità dell’imperialismo: la repressione delle masse.
I paesi che opprimono le proprie masse non hanno sindacati e partiti dei lavoratori, sono quelli che meglio si adattano alle richieste delle multinazionali. Il cosiddetto antimperialismo di queste forze religiose serve di fatto l’imperialismo nello scenario globale attuale. Nel migliore dei casi, è l’antimperialismo degli imbecilli.
Da: Zmag, 10-7-2009. Trad. di Marco Capra; adatt. red.