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articolo della rivista numero 155


Difesa in transizione


di Alberto Stefanelli

Uno dopo l’altro negli ultimi anni i principali paesi europei hanno messo mano alle proprie politiche di difesa.
 A breve toccherà all’Italia.

Dal 2006 al 2008 i principali paesi europei hanno messo mano alle proprie politiche militari attraverso una serie di Libri bianchi della Difesa. Anche l’Italia sta cercando da anni di arrivare a mettere mano a un nuovo modello di difesa in grado di ridefinire forze armate più adatte a combattere la guerra globale permanente e compatibile con le risorse economiche disponibili.
L’Italia, tra i membri fondatori, partecipa da sempre a pieno titolo alle attività della Nato. Il contributo economico diretto all’Alleanza atlantica piazza l’Italia al quinto posto tra i paesi finanziatori (nel 2007 è stato di 138 milioni di euro su un totale di 1.874,5 milioni, pari al 7,4% dei contributi totali versati dagli alleati) collocandola subito dopo Usa, Regno unito, Germania e Francia.
Per adeguarsi ai requisiti della Nato, l’Italia spende circa 21 miliardi (20,3 la previsione per il 2009) di euro all’anno per mantenere  le proprie forze armate (ma l’Agenzia europea per la Difesa parla di cifre intorno a 26 miliardi). A cui si aggiungono poi altri 2-3 miliardi circa tra sostegno all’industria bellica e missioni all’estero (8.500 militari in media negli ultimi anni grazie ai quali l'Italia si colloca al nono posto dei paesi che contribuiscono alle missioni Onu).

IL “CONTRIBUTO” DELL’ITALIA
Il contributo maggiore però il nostro paese lo fornisce attraverso l’applicazione delle direttive atlantiche - che spesso si confondono con quelle statunitensi - e che si traducono in una cessione di sovranità nazionale, come nel caso delle basi e installazioni statunitensi presenti sul nostro territorio (1) e attraverso lo svolgimento dei compiti indicati dalla Nato, quali ad esempio la responsabilità della difesa aerea di  Slovenia e Albania, paesi entrati di recente nella Nato. Oppure con la partecipazione diretta alle guerre della Nato. Oggi infatti l’Italia è il quarto paese per contributi alle operazioni a guida Nato; su un totale di circa 8.150  militari impegnati all’estero, circa 4.700 sono impegnati in missioni Nato, come il pattugliamento navale antiterrorismo nel mare Mediterraneo o le missioni nei vari teatri di guerra quali il Kossovo (oggi si tratta di una missione di stabilizzazione, ma è iniziata con la guerra dall’aria contro la Jugoslavia), l’Afghanistan e anche l’Iraq, dove sono ancora presenti 42 uomini impegnati nell’addestramento dell’esercito iracheno.
Oltre a fornire territorio e uomini l’Italia si occupa anche di quella che, nella divisione internazionale del lavoro militare all’interno della Nato, viene riconosciuta come un’eccellenza italiana, cioè la gestione dell’ordine pubblico attraverso le forze di polizia a ordinamento militare. Questo attraverso due “centri” collocati a Vicenza e gestiti dall’Arma dei carabinieri e cioè il Comando della gendarmeria europea, una forza di pronto intervento formata da diverse polizie militari europee pronta a intervenire in missioni di “pace” a supporto degli eserciti nelle fasi di occupazione dopo la guerra. E il CoESPU, scuola di polizia per forze armate del terzo mondo dove viene formato personale per le varie missioni di pace (ma ricordando le testimonianze delle vittime della repressione a Genova sorge il dubbio su chi insegnerà che cosa a chi)
Nonostante tutto questo sembra, però, che le forze armate non riescano a raggiungere una situazione di funzionamento ottimale

RISTRUTTURAZIONE VO’ CERCANDO
Infatti, secondo gli ambienti militari e delle industrie legate alla difesa, le risorse disponibili oggi non risultano sufficienti a mantenere le forze armate così come sono, tanto che secondo il ministero della Difesa il mantenimento dei tagli previsti da qui al 2011 porterebbe nel 2012 a una riduzione obbligata del personale a 141.000 militari (2). Questo perché la scelta di passare a una struttura interamente professionalizzata, di aumentare l’impegno nelle missioni all’estero e di acquistare sempre nuovi sistemi d’arma ha comportato un aumento dei costi superiore a quanto ilp può permettersi.
La questione della sostenibilità economica dell’attuale strumento militare è stata quindi all’ordine del giorno in varie riunioni del Consiglio supremo di difesa, già sotto il governo Prodi (3). Come conseguenza l’attuale ministro della Difesa ha istituito, a inizio 2009, una Commissione di alta consulenza per la ridefinizione del sistema di sicurezza nazionale con l’obiettivo di fornire la bozza di un progetto che servirà al ministro come testo base per una Legge delega per riformare le forze armate (la conclusione del lavoro della Commissione era prevista per fine luglio e probabilmente verrà presentata nella prossima riunione del Consiglio supremo di difesa, prevista per novembre).
L’obiettivo dichiarato è quello di arrivare a disporre di “forze armate ancora più efficaci e adeguate ai nuovi compiti, razionalizzando i costi, adeguando le risorse e ammodernando la concezione stessa di Forze Armate” (4).
Quindi non una ristrutturazione come nei primi anni Novanta, dovuta ai cambiamenti avvenuti con la fine della guerra fredda (quando si trattava di trovare nuovi compiti per giustificarne la spesa per il mantenimento delle forze armate e, più indirettamente, dell’industria bellica ad esse collegata), ma una rivisitazione dello strumento militare che nasce soprattutto dalla presa d’atto definitiva dell’insostenibilità economica del precedente modello del 1991 basato su una forza di 190.000 uomini. Insostenibilità dovuta sia agli eccessivi costi di tale modello, inizialmente sottostimati per renderlo più appetibile all’opinione pubblica, sia per la riduzione delle risorse disponibili grazie ai tagli di Tremonti, effetto collaterale della crisi economica.
E se solo due anni fa, sotto il governo Prodi, l’obiettivo era di ridurre il personale (meno marescialli) per implementare, con le risorse risparmiate, le capacità di proiezione delle forze (più missioni), oggi l’obiettivo sembrerebbe più modesto, cioè quello di riuscire a mantenere le attuali capacità delle forze armate, anche se il ministro della Difesa non rinuncia a pensare di poter arrivare ad essere in grado di dispiegare all’estero contingenti militari di 12.000 uomini.
Certo è bizzarro che mentre si pensa di ristrutturare le forze armate vengano nel contempo mantenuti in essere tutti gli ordinativi d’armi, anzi se ne confermano anche di nuovi (come il supercaccia F-35). Come dire: comprereste mobili nuovi mentre ancora non conoscete la casa dove state per traslocare?
Restando per ora in attesa di conoscere quanto sta preparandoci il ministro La Russa possiamo trovare una buona anticipazione di quanto ci aspetta in quanto sta già avvenendo presso le principali forze armate europee.

In Europa
Tra il 2006 e il 2008 le forze armate di Spagna, Germania, Francia e Regno unito sono state oggetto di processi di revisione e ristrutturazione. Essendo questi paesi pienamente presenti sia nella Nato che nell’Ue, difficilmente potrebbero presentare grosse differenze nell’affrontare il tema della difesa.
Infatti così non è, se non per l’unica eccezione del servizio di leva in Germania che, in controtendenza rispetto alla moda attuale, mantiene valida la forma della coscrizione obbligatoria e anzi non ne prevede l’abolizione neanche in futuro.
Per il resto le quattro forze armate si stanno muovendo nella stessa direzione, impostando una diminuzione delle truppe per poter investire più risorse nelle forze di proiezione, in modo cioè da poter disporre di maggiori capacità di proiezione delle forze armate al di fuori dei confini nazionali, cioè più truppe, più lontano e più velocemente.
Obiettivo della Francia è una riduzione di 45.000 unità che porti la Difesa a esprimere una forza armata di 245.000 uomini in grado di esprimere una forza di intervento di 30.000 uomini (più un’ulteriore riserva di altri 5.000 uomini). Il Regno unito individua per le sue forze armate una dimensione finale tale da consentire contemporaneamente un’operazione su grande scala di circa 40.000 uomini e una missione di pace di 2.300 uomini.
Anche per la Germania la dimensione finale delle sue forze armate dovrebbe essere di 252.000 uomini in uniforme, di cui almeno 14.000 impiegabili contemporaneamente in missioni di stabilizzazione in un massimo di cinque diverse zone di guerra. Fin qui niente di straordinario, solo un affinamento degli strumenti militari per la guerra globale permanente.
La caratteristica più significativa, anche se ormai non originale, di questi tre modelli di difesa è l’approccio culturale dei documenti, che evidentemente serve per giustificare gli apparati militari come qui definiti e i relativi investimenti economici. Cancellare il confine tra difesa e sicurezza; individuare minacce includendo tranquillamente temi normalmente estranei alla difesa; affidare ampi compiti ai militari per poi dichiararne l’insufficienza e chiamare in campo istanze civili da attivare in funzione dei militari; questi sono tutti elementi che indicano la volontà politica di rimodellare la società su modelli incentrati su logiche militari.
Naturalmente i tre modelli di difesa hanno difficoltà a indicare con chiarezza il nemico da combattere, anzi riconoscono l’inesistenza di possibili aggressioni militari ai territori nazionali; viceversa si sbizzarriscono nell’individuare altre possibili minacce di cui potrebbero occuparsi i militari.
A giustificazione delle politiche di riarmo vengono chiamati il terrorismo e la lotta alla proliferazione delle armi di distruzione di massa. Ma non basta; le new entry nella classifica delle minacce contro cui i militari dovrebbero operare sono le organizzazioni criminali internazionali, l’instabilità globale, le pandemie e i rischi sanitari. Minacce le cui cause vengono individuate nel cambiamento climatico, seguito dalla scarsità delle risorse energetiche e da povertà e disuguaglianza…
Adesso quindi risulta più chiara la necessità di investire miliardi di euro (o sterline) in armi e soldati.

DIFESA S.P.A.
Nel frattempo La Russa non resta con le mani in mano; infatti sta per giungere alle fasi conclusive l’esame il disegno di legge 1373 attualmente fermo in commissione difesa del Senato.
Il disegno di legge prevede la costituzione di una Spa che avrà come unico azionista il ministero della Difesa, con il compito di recuperare fondi per le forze armate.
Come? Inizialmente attraverso la gestione dei loghi delle forze armate, il merchandising, le sponsorizzazioni, ma in seguito anche facendo pagare e trovando clienti per tutta una serie di altre attività che le forze armate già svolgono a vario titolo, come ad esempio i servizi prestati dell’istituto geografico militare, l’assistenza medica ai civili negli ospedali militari, alcune funzioni del servizio meteorologico, l’assistenza al traffico civile da parte di strutture militari o l’organizzazione di eventi dimostrativi, anche all’estero, dei sistemi d’arma nazionali. Piuttosto che - magari - corsi di vela della Marina militare o l’apertura delle scuole militari a studenti civili.
La società potrà inoltre gestire anche tutti gli appalti per le forze armate, armamenti esclusi; si tratta di merci e servizi per una cifra stimata tra i 4 e 5 miliardi di euro all’anno; i cui contratti potranno essere così essere affidati anche senza bandi di gara.
La parte più interessante è la gestione del patrimonio immobiliare, non tanto la vendita quanto l’affitto di immobili in uso ma non più necessari alla Difesa. Come ad esempio gli arsenali della Marina militare (in particolare Taranto e La Spezia) che attualmente sono fortemente sottoutilizzati e soffrono di un degrado progressivo delle strutture e la cui possibile soluzione prospettata dalla Difesa è quella di una parziale apertura all’industria privata, con la prospettiva futura di operare liberamente sul mercato (salvaguardando ovviamente le funzioni per la Marina militare).
Ma la parte più inquietante è la previsione di utilizzare terreni appartenenti alle forze armate per l’installazione di centrali per la produzione di energia. Dopo la militarizzazione dei rifiuti assistiamo in maniera strisciante, ma non troppo, alla futura militarizzazione della produzione di energia, con buona pace della società civile e delle comunità locali e delle loro sacrosante rivendicazioni di poter verificare l’impatto sul proprio territorio di eventuali impianti, siano essi centrali a carbone, impianti fotovoltaici o peggio.
Eh sì, perché, magari un domani, in quello che diventerà l’ex poligono o l’ex aeroporto potrebbe finirci la nuova centrale nucleare. Infatti, guarda caso, andando a leggere il disegno di legge che riapre le porte al nucleare in Italia si legge che il ministero della Difesa “…può affidare in concessione o utilizzare direttamente i siti militari, le infrastrutture e i beni del demanio militare o a qualunque titolo in uso o in dotazione alle Forze armate (…) con la finalità di installare impianti energetici destinati al miglioramento del quadro di approvvigionamento strategico dell’energia…” (5).
Un compito perfetto per la SpA. della Difesa, che non solo renderà più difficoltoso alla società civile conoscere e intervenire sulle scelte che la riguardano da vicino, assorbendo dietro il muro del segreto militare anche funzioni assolutamente civili come la fornitura di energia, ma rendendo così anche più difficile, grazie alla propria natura di Spa, il controllo da parte del Parlamento.

NOTE
(1) Vedi il dossier L’ombra delle Basi, “G&P”, settembre 2007.
(2) Ministero della Difesa, Nota aggiuntiva allo stato di previsione della Difesa per l’anno 2009.
(3) V. Ristrutturazione color verde unione, “G&P”, n. 139, maggio 2007.
(4) Sottosegretario alla difesa Crosetto e altri, comunicato stampa dell’1-4-2009.
(5) D.L. 1195/2009, Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia.

 

 

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