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articolo della rivista numero 155
Europei tra Nato e Pesd
di Alberto Stefanelli
Maggiore integrazione tra Nato e Ue o esercito europeo di contenimento degli Usa?
Nel passato le due principali correnti “di pensiero” all’interno della Nato erano rappresentate da Inghilterra, sostenitrice di una visione più atlantica della politica dell’Alleanza, e dalla Francia, in asse con la Germania, più orientata allo sviluppo di una difesa europea autonoma dalla Nato. Il massimo punto di divergenza di queste due correnti si è visto nel 2003 durante la fase iniziale dell’attacco statunitense all’Iraq.
Oggi queste tensioni sembrano ampiamente superate e le divisioni tra i paesi europei sono di altro genere e vanno a influire sulle questione della ridefinizione delle priorità delle missioni e dei compiti dell’Alleanza.
Infatti alcune potenze della “vecchia Europa”, in primis Francia e Gran Bretagna, sono più propense a continuare a sviluppare la Nato come agente di intervento globale, mentre alcuni dei nuovi stati entrati nell’alleanza dopo il 1999 - molti dei quali appartenenti all’ex blocco sovietico - hanno riportato in primo piano la visione dell’Alleanza come strumento di difesa regionale, in grado cioè di assicurare la difesa da minacce esterne di tipo tradizionale. Questa visione è sostenuta soprattutto per quei paesi, come i Paesi baltici e in parte la Polonia, che hanno rapporti tesi con la Russia.
FRANCIA E GRAN BRETAGNA
Con il riavvicinamento della Francia alla Nato, operata da Sarkozy, abbandonata la politica di una difesa europea autonoma dalla Nato, oggi la politica di difesa francese sembra incentrata su due obiettivi complementari: mantenere una forte influenza politica internazionale attraverso un rinnovato legame transatlantico e, all’interno di questo, sviluppare una strategia per il rafforzamento delle politiche europee di difesa.
Questa strategia prevede la costituzione di un gruppo avanzato di paesi (Francia, Regno unito, Germania, Italia, Polonia e Spagna) disposti a impegnarsi e cooperare di più in materia di difesa; un gruppo che dovrebbe impegnarsi a destinare il 2% del Pil alle spese militari, realizzare un mercato comune della difesa - aperto in via preferenziale alle industrie europee - e partecipare, con contingenti nazionali di 10.000 uomini, alla costituzione di una forza comune di intervento. Un gruppo a cui naturalmente gli altri stati sarebbero liberi di aggiungersi in qualsiasi momento.
Il primo requisito indispensabile è la disponibilità del Regno unito. Da questo punto di vista la Francia ha sviluppato un riavvicinamento con il Regno unito su alcuni temi (politica agricola comune, lotta al mutamento climatico, collaborazione sul nucleare civile), anche se sui temi della difesa non si è andati oltre un comune accordo per una più stretta cooperazione su terrorismo, incremento delle capacità militari dell’Ue e miglioramento della cooperazione nell’industria della difesa, anche nell’ambito delle spese per ricerca e sviluppo.
Il Regno unito è (stato?) una potenza in grado di sviluppare una propria proiezione globale; oggi per mantenere questo ruolo è obbligata ad aggiornare il proprio arsenale (sostituzione dei sottomarini d’attacco nucleare, due nuove portaerei e relativi aerei e navi appoggio, nuovi aerei da trasporto a lungo raggio ecc).
A questo punto, secondo gli analisti, una spinta decisiva verso una maggiore integrazione europea potrebbe arrivare dalla crisi economica: a partire dal 2010, con il nuovo governo che uscirà dalle elezioni, potrebbero intervenire sensibili tagli alla difesa - infatti sia laburisti che conservatori hanno già indicato di volere ridurre il bilancio della difesa. Una strada per conciliare le scelte strategiche con le attuali restrizioni economiche potrebbe essere quella di mantenere il proprio ruolo globale appoggiando(si) e sostenendo lo sviluppo delle politiche di difesa europee.
Questa decisione potrebbe anche essere agevolata dal fatto che gli Stati uniti non vedono più la Politica europea di sicurezza e difesa (Pesd) come un concorrente della Nato, anzi sembrano nutrire meno diffidenza nei suoi confronti e guardare ad essa con maggiore interesse quale possibile alternativa per sviluppare l’ottimizzazione delle capacità militari europee, vista la difficoltà ad ottenere un aumento dei bilanci della difesa da parte degli alleati europei.
SINERGIE SUL CAMPO
Anche negli interventi delle due organizzazioni svolti fino ad oggi è difficile individuare una contrapposizione strategica, quanto piuttosto una divergenza di interessi da parte di alcuni attori: nelle aree per loro strategicamente più importanti gli Stati uniti tendono a privilegiare l’opzione Nato (o quella di coalizioni ad hoc), ma sono disposti a riconoscere un ruolo di primo piano all’Ue quando ritengono che il coinvolgimento di quest’ultima risponda ai loro interessi strategici. Viceversa, anche alcuni paesi europei, tra cui la Francia, sono riluttanti a contemplare un ruolo della Nato in Medio Oriente. Più che altro si può parlare di una divisione del lavoro militare in base alle capacità disponibili, all’interno di una complementarietà degli interventi, anche se comunque con un ruolo Ue sostanzialmente subordinato alla Nato.
La superiorità militare della Nato rispetto all’Ue vede quindi l’Alleanza impegnata in operazioni ad alta intensità di combattimento. D’altro canto, il bisogno dichiarato ma tuttora insoddisfatto della Nato in Afghanistan e altrove è di realizzare il cosiddetto“comprehensive approach”, cioè strategie di intervento che integrino la dimensione militare e quella civile, compresa la ricostruzione economica e istituzionale.
A questo bisogno risponde bene la Ue che, anche in ragione dei suoi assets non militari di gestione delle crisi, è più adatta ad operare in zone già parzialmente pacificate o dove i rischi di escalation siano limitati e con compiti di ricostruzione e assistenza più che di combattimento.
Una prima forma di sinergia è quindi quella del “passaggio di consegne’” tra missioni Nato e missioni Pesd, una volta che le condizioni di sicurezza siano sufficientemente stabili e l’impegno militare serva più per il proseguimento dell’occupazione più che per la penetrazione nel territorio da occupare: è quel che è avvenuto nel caso della Macedonia e della Bosnia Erzegovina, dove missioni militari Pesd sono subentrate a missioni Nato. Una seconda modalità è invece quella di uno sforzo complementare e coordinato da parte delle due organizzazioni, come è avvenuto fino ad oggi in Kosovo, dove la Nato dovrebbe farsi carico dell’ordine pubblico mentre l’Ue è impegnata in compiti non militari di ricostruzione dell’apparato di giustizia.
Come abbiamo detto, non si tratta solo di differenti capacità ma anche degli interessi in gioco; così, per esempio, gli Usa hanno un forte interesse a che l’Unione europea assuma la piena responsabilità della situazione nei Balcani, in modo da poter spostare truppe verso Afghanistan e Iraq, ma non hanno in generale problemi con l’attivismo dell’Ue in Africa (teatro di ben nove missioni Pesd, di cui quattro militari) in assenza di marcate differenze strategiche tra i partner transatlantici. Anche perché gli Usa non mancano di garantire i propri interessi in luogo con il nuovo comando Africom.
ADDIO ILLUSIONI
Si può proseguire ricordando che i paesi della Ue non appartenenti alla Nato - Austria, Irlanda, Malta, Finlandia e Svezia - sono comunque attivi nel programma Patnership for peace della Nato e che, eccetto Malta, hanno un contingente militare impegnato in missioni a guida Nato. Inoltre si fanno sempre più insistenti le pressioni affinché Finlandia e Svezia entrino direttamente nella Nato.
Ci sono sicuramente differenze di opinioni tra i paesi europei circa le priorità riguardo i temi legati alla difesa: per alcuni paesi queste sono dovute da fattori geopolitici, come il trovarsi sulla linea di frontiera con la Russia, ad esempio, mentre per altri sono dovute al livello di ambizioni in politica estera. Differenti visioni che esistono e che è giusto monitorare per capire lo stato delle alleanze, ma che sarebbe sbagliato considerare come visioni strategiche confliggenti tra Nato e Ue. Tanto più oggi, con la decisione della Francia , fino a ieri la maggior sostenitrice di una difesa europea autonoma dalla Nato, di continuare l’impegno per lo sviluppo di un polo di difesa europeo ben inserito all’interno della Nato.
Questo dovrebbe anche aiutarci a far definitivamente chiarezza sulle possibilità dell’esistenza di un Esercito europeo, spesso fatto passare come una necessaria forza in grado di bilanciare/contenere la politica di potenza statunitense. Un esercito che si contrappone, politicamente, a quello statunitense c’è già, quello russo, ma non sembra che le popolazioni cecene ne abbiano apprezzato la differenza; d'altronde l’esercito europeo è già ben presente in Afghanistan ma, anche qui, non sembra che le popolazioni locali siano riuscite a trovare apprezzabili differenze con quello statunitense.
Ma questo forse perché sono distratte dallo schivare i proiettili europei.