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articolo della rivista numero 155
Di nuovo in crisi
di Rocco Santangelo
Riuscirà il paese a uscire pacificamente dalla nuova fase di instabilità seguita alla caduta del governo maoista?
Il 28 maggio del 2008 la neoeletta Assemblea costituente dichiarava il Nepal una repubblica federale. Duecentocinquanta anni di monarchia erano così cancellati e la guerra civile da poco conclusasi (1996-2006) sembrava poter essere dimenticata per fare spazio a una democrazia parlamentare reclamata a gran voce da più o meno tutti nel paese. Furono in molti a salutare quella data come il punto di partenza del “nuovo Nepal”.
A poco più di un anno da quel giorno, il nuovo Nepal si è fermato ancora. Il governo che allora condusse le votazioni, alla cui testa c’era il Partito comunista nepalese unificato (Maoisti), è caduto lo scorso 4 maggio lasciando il paese in un pericoloso tunnel che sta rallentando il processo di pace e i lavori dell’assemblea costituente. Il nuovo governo, formato da una fragile coalizione di tutti gli altri partiti, si sta dimostrando debole e poco autorevole per affrontare politicamente temi cruciali come il reintegro dell’esercito maoista e la definizione dei nuovi stati federali. Molti oggi nel paese credono che in breve tempo anche questo governo cadrà. Tutto questo mentre i gruppi etnici delle pianure del Terai, nel Nepal meridionale, continuano le loro azioni di protesta minacciando nuovi blocchi delle strade e nuovi atti di violenza sulla società civile.
In questo panorama a poco più di un anno dal giorno della Repubblica, il Nepal sembra ancora lontano dalla pace, mentre cresce il dissenso e la sfiducia dei nepalesi verso la classe dirigente del paese.
LA ROTTURA FRA MAOISTI E ISTITUZIONI
L'attuale crisi politica è iniziata lo scorso maggio quando il governo maoista cadde in circostanze che ancora oggi non sono state del tutto chiarite. Il susseguirsi di voci e pettegolezzi rendono i fatti di quei giorni degni di un film di spionaggio in perfetto stile nepalese, mentre il paese è ancora bloccato e la gente si interroga su quale sarà il suo futuro. A originare la discordia fu il reclutamento di circa 1000 nuovi soldati da parte di Rookmangud Katawal, generale in capo dell'esercito nepalese. I Maoisti considerarono l'atto come una violazione degli accordi di pace, mentre il Generale una normale procedura di rimpiazzo di vecchi soldati o di soldati deceduti. L'occasione fu però ghiotta per fare pulizia e per ribadire le diverse posizioni dei gruppi che vorrebbero ricostruire il Nepal.
Prachanda, il leader maoista allora Primo ministro del paese, con una procedimento avallato dalla maggioranza maoista del governo, destituì dal suo incarico il Generale, il quale giudicò l'atto come un'inaccettabile interferenza del mondo politico sull'esercito nazionale. La torta da dividere è infatti di quelle importanti. Che fine faranno le Pla (People Liberation Army, l’esercito maoista) in questo processo di pace? Possono dei militari dichiaratamente ideologicizzati far parte di un corpo armato nazionale che sulla carta dovrebbe essere super partes? Possono due gruppi fino a tre anni fa “nemici” ricevere ordini dagli stessi capi?
La cacciata del generale Katawal generò una paura generalizzata a Kathmandu e molti pensarono che i Maoisti stavano provando a occupare dall'alto l'esercito nazionale. Per questo, tutti i partiti dell'Assemblea costituente reclamarono a gran voce l'intervento del presidente della repubblica, Ram Baran Yadav. Ricordando i vecchi re, la classe politica nepalese e molti nepalesi con loro dimostrarono in quei giorni di avere ancora bisogno di qualcuno che rappresentasse nella sua persona lo stato, le istituzioni, la continuità con un'idea di Nepal che non può evidentemente cambiare da un giorno all'altro. Yadav, così, con un atto non previsto dai suoi poteri ma esercitato con il benestare di tutti gli altri partiti, decise di reintegrare Katawal nel suo incarico.
Prachanda non poteva accettare passivamente la decisione e in aperta opposizione con il presidente Yadav, quindi con le istituzioni di un Nepal ancora non nuovo, rassegnò le dimissioni a nome di tutto il gabinetto. Non solo, dal 4 maggio 2009, sotto le continue azioni di disturbo dei membri maoisti dell'assemblea costituente, i lavori per la redazione della nuova costituzione sono praticamente bloccati. Si è aperta così una crisi politica che non sembra di facile soluzione perché la frattura tra Maoisti e istituzioni del paese è oggi un fatto evidente e soprattutto molto pericoloso per la soluzione pacifica del conflitto.
LA RIMONTA DEL NEPAL RURALE
Non a caso, a peggiorare la situazione e ad aumentare la frattura, a pochi giorni dalla caduta del governo le televisioni nepalesi diffusero le immagini di un Prachanda non più “coraggioso” ma “terribile”, come ci si aspetta da un capo prima di tutto militare. Nel video lo si vede durante la campagna elettorale dell'aprile 2008 spiegare alle Pla che, una volta conquistato il potere democraticamente, i Maoisti si sarebbero impossessati di tutto l’apparato statale. A rincarare la dose, lo si vede vantarsi di come i quadri del partito erano stati in grado di prendersi gioco della Missione delle Nazione unite in Nepal (Unmin) riuscendo a raddoppiare il numero dei militari maoisti chiusi negli accampamenti che ricevono regolarmente una busta paga finanziata dalla Banca mondiale. Secondo le sue parole, gli effettivi delle Pla sarebbero alcune migliaia in meno rispetto ai 20.000 soldati registrati dall'Unmin. Da quel giorno, giornali e televisioni all’unisono iniziarono un’azione di critica dei maoisti che li rese, di fatto e pericolosamente, un attore non più politicamente credibile agli occhi di intellettuali e benpensanti del paese e che soprattutto rischiò di far crollare il processo di pace.
Per questa ragione e per ricordare ai vecchi partiti di potere come e perché i Maoisti erano riusciti a vincere le elezioni con una larga maggioranza relativa, il 17 maggio migliaia di persone scesero nelle piazze di tutte le maggiori città del paese gridando slogan contro il presidente della repubblica. Fantocci fatti con carta e paglia con le sembianze del presidente Yadav e di altri leader politici del paese venivano portati in giro dalla folla come si fa con i corpi dei defunti durante i funerali induisti. Scritte in inglese sul palco principale su cui sedevano tutti i leader del partito, non lasciavano spazio a dubbi: “Contro il golpe del presidente e le interferenze straniere, per la supremazia del popolo e la sovranità nazionale”. Il Nepal rurale, quello in cui la vita di tutti i giorni dipende poco da giornali e televisioni e molto da terra e legna, aveva richiamato all'ordine la vecchia classe dirigente ricordando che ora c'è anche lui a dissentire.
L’UNIONE DEI MOVIMENTI
Di fatto, in quel giorno nacque l’Unione dei movimenti nazionali (United National Front) alla cui testa siede, dal 3 luglio, Babhuram Bhattarai, ex ministro delle Finanze e ideologo principe del Partito maoista, nonché ex capo del Governo del popolo ai tempi della guerra civile. Nelle parole dei quadri maoisti questo nuovo movimento lavora per portare a logica conclusione il processo di pace svolgendo azioni dal basso per sensibilizzare le persone sulla futura creazione degli stati federali ed esercitando pressione sull'Assemblea costituente per garantire la “supremazia del popolo” nelle scelte politiche del paese.
Secondo i critici e molti giornali, invece, tale movimento si configura, per le modalità con cui opera e per come è organizzato, come un governo ombra che minaccia la credibilità delle istituzioni nazionali e richiama alla memoria i tempi della guerra civile. Accanto alle proteste nelle piazze e al blocco dei lavori dell'Assemblea, a loro parere i Maoisti si starebbero infatti preparando a una nuova fase del conflitto, anche cercando il supporto dei gruppi armati del Terai. Un recente incontro di Bhattarai e di altri leader maoisti con quattro gruppi armati del Terai Madhese ne sarebbe la prova. Bhattarai avrebbe detto ai leader di tali gruppi: “Solo voi e noi siamo i veri rivoluzionari del paese. Per questo vi chiedo ufficialmente di coordinare le proteste del Fronte nel Terai”.
A RISCHIO UNA NUOVA GUERRA CIVILE?
Difficile capire oggi dove sia la verità. Certamente però la gente, in diverse parti del Nepal rurale, sembra stremata da questo senso di continua instabilità e confusione in cui vive da ormai troppi anni. E da troppi anni è abbandonata a signori locali che, approfittando delle continue assenze del governo centrale, costruisce piccoli regni fatti di sfruttamento impune e di condizioni di vita inaccettabili. Questa gente nell'aprile 2008 aveva scelto i Maoisti sperando forse ingenuamente in un cambiamento rapido e, anche se a piccoli passi, qualcosa si muoveva nelle terre lontane da Kathmandu.
Ad esempio, nella città di Tikapur, nel distretto del Kailali, nelle regioni dell'estremo occidente, i nuovi leader si sono opposti alle vecchie dinamiche partitiche e feudali. Qui si sono messi dalla parte di movimenti locali di senza terra combattendo la corruzione con la quale si erano distribuite terre e benefici ad amici e familiari lasciando fuori sempre le stesse caste e le stesse persone. I quadri locali e distrettuali hanno inoltre conteso ai vecchi partiti di governo il controllo della maggiore risorsa del distretto, la legna delle foreste, soprattutto il legname prezioso, per renderla maggiormente accessibile a quei contadini che con la legna vivono cucinando il loro cibo. Così facendo hanno aumentato e non diminuito il consenso per i Maoisti tra i segmenti più marginalizzati della popolazione del Kailali.
In tutto questo, se a Kathmandu si continuerà nell’opera delegittimante del Partito maoista, non solo non si terrà conto di quanto accade nelle aree più marginali del paese ma si acuirà anche una pericolosa divisione tra nepalesi che potrebbe diventare incontrollabile e alimentare un nuovo conflitto. Se quindi poco più di un anno è passato da quando il Nepal è diventato una repubblica, sembra che oggi il processo di pace si trovi in una fase critica in cui saranno fondamentali persone capaci di dirigere l’attuale crisi in maniera pacifica e non rendendo possibile una nuova e lancinante guerra civile.