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articolo della rivista numero 155


La palude afghana


di Sankara

Le difficoltà dell’occupazione rendono necessaria una “nuova strategia” per l’Afghanistan

Agenzia “France Press”, 30 settembre: “Ragazzina uccisa in Afghanistan per un lancio di volantini da parte della Raf. Il lancio era avvenuto in un’area rurale della provincia di Helmand lo scorso 23 giugno, come parte di una campagna di informazione… ‘Purtroppo una delle scatole non si è aperta completamente e atterrando ha provocato serie ferite a una bambina, che è stata curata al presidio sanitario di Kandahar ma, malgrado l’impegno dello staff, è morta a causa delle ferite. Funzionari hanno dichiarato che non sapevano di quale tipo di volantini si trattasse” (!?).
Questa non è certamente la notizia più tragica tra quelle che arrivano dall’Afghanistan ogni giorno: nei due giorni successivi le agenzie di stampa riportano, per esempio, la notizia di sei bambini e tre donne uccise in un raid della Nato “in risposta” a un attacco dei talebani sempre nella provincia di Helmand (1 ottobre); del 2 ottobre è invece la notizia di due morti e due feriti per un bomba a una festa di nozze.
E si potrebbe continuare. Le Nazioni unite hanno infatti segnalato che i civili morti nei primi sei mesi del 2009 sono aumentati del 26% rispetto agli stessi mesi dell’anno precedente.
La notizia dell’uccisone della bambina colpita da volantini “non identificati” è però simbolica e significativa del clima, che riporta ai primi mesi del bombardamento dell’Afghanistan, alla fine del 2008: ormai gli Usa e la Nato non sembrano decisamente più in grado di “conquistare le menti e i cuori” degli afghani - e anche i loro volantini, che dovrebbero servire a tale scopo, uccidono.

COSA SUCCEDE SUL CAMPO
Come riporta “PeaceReporter” (1) “le forze statunitensi e britanniche fanno ampio uso del lancio di manifesti propagandistici nel tentativo di conquistare il cuore e la mente delle popolazioni locali. Stando a quanto riportato dal quotidiano britannico ‘Guardian’, nel solo mese di maggio, 904 voli effettuati dai C130 hanno lanciato circa 200.000 volantini per propagandare l'opera della Task force per la ricostruzione e l'addestramento delle forze afgane. Altre campagne informative in quel periodo invitavano la popolazione a lasciare la zona che in breve tempo sarebbe stata interessata dall'operazione ‘artiglio di pantera’, a guida britannica”.
Il conquistare gli afghani è la necessaria conseguenza di una situazione che si è progressivamente deteriorata lungo questi otto anni di occupazione statunitense/Nato. Malgrado la presenza militare abbia ormai superato i 100.000 soldati (63.000 statunitensi e 40.000 alleati), la guerriglia talebana e di altri gruppi armati ha aumentato le sue capacità di colpire le truppe Nato e ha allargato l’area di presenza, coinvolgendo sempre più le regioni di confine del Pakistan.
Gli sforzi per dare vita a un governo afghano minimamente presentabile, in patria e all’estero, sono miseramente naufragati e le elezioni presidenziali dello scorso agosto sono state talmente irregolari da preoccupare persino l’amministrazione statunitense (2), che da tempo non ha particolare fiducia in Karzai ma allo stesso tempo non può farne a meno.
Dall’altra parte il tentativo di passare sempre più l’impegno di combattere la guerriglia a forze afghane addestrate dalla Nato non sembra fare grandi passi avanti.
Per questo Obama ha parlato nello scorso marzo della necessità di una “nuova strategia” per l’Afghanistan: qualcosa di cui la Nato ha un disperato bisogno ma che ancora non vede la luce.

LE DIFFICOLTÀ DEI GOVERNI EUROPEI
Il bisogno di una nuova strategia è conseguente alle difficoltà militari sul terreno e alla crescente contrarietà delle opinioni pubbliche europee alla presenza dei propri soldati in Afghanistan.
Contrariamente a quanto dichiarato anche dal presidente Napolitano dopo la morte dei sei paracadutisti italiani a Kabul (“Il larghissimo sostegno dell'opinione pubblica e delle forze politiche all'impegno di militari italiani in missioni di pace all'estero, condiviso dalle forze fondamentali dell'opposizione, è un dato rilevante e importante”), i sondaggi in tutta Europa mostrano una larga maggioranza di cittadine/i contrari alla presenza di militari in Afghanistan (3), anche se non ci sono mobilitazioni significative del movimento contro la guerra.
I governi europei non sono in grado di spiegare e di convincere riguardo al senso della guerra in Afghanistan e sono costretti a difendersi ogni volta che si ha notizia di nuovi morti in seguito a operazioni della Nato.
Per il momento, come vedremo, questi imbarazzi non portano a un ripensamento della missione da parte dei singoli governi, mentre il dibattito investe in pieno i rapporti tra gli alleati e la Nato nel suo complesso.
Da tempo i dirigenti e i generali della Nato parlano dell’Afghanistan come del “test fondamentale”, della necessità di vincere in Afghanistan altrimenti crollerebbe la stessa struttura della Nato e così via. Dichiarazioni che hanno naturalmente un forte contenuto ideologico e propagandistico, ma evidenziano anche il bisogno di “serrare i ranghi” in un’organizzazione che non riesce a uscire dalla palude in cui si è cacciata - o si è fatta cacciare dall’amministrazione Usa che ha saputo fare delle missioni Isaf ed “Enduring freedom” una sola, ampia, operazione di guerra. E così si sente sempre più spesso parlare di “exit strategy”, non perché realmente in discussione la missione, ma per provare a tranquillizzare le opinioni pubbliche e le compiacenti opposizioni di sua maestà.

EXIT STRATEGY?
Per dare seguito alle sue parole sulla necessità di una “nuova strategia”, il presidente Obama ha chiesto un rapporto speciale al comandante delle truppe statunitensi (e Nato) in Afghanistan, il generale Stanley McChrystal. Il risultato è contenuto nelle 66 pagine consegnate il 30 agosto.
Altro che “exit strategy”! Dopo un’analisi dei fallimenti della Nato, la soluzione proposta dal generale McChrystal è ancora una volta quella di aumentare le truppe, di allargare e intensificare le operazioni di controinsorgenza e di affrettare l’addestramento delle forze afghane per poterle impiegare in quella direzione. Una ricetta che naturalmente viene insaporita con i soliti richiami alla necessità di una migliore “governance” e alla necessità di “conquistare i cuori e le menti” degli afghani…
Nel rapporto (4) si legge ad esempio che “La situazione in Afghanistan è seria; né il successo né il fallimento possono essere dati per scontati. Anche se grandi sforzi e sacrifici hanno prodotto dei progressi, molti indicatori suggeriscono che la situazione generale si sta deteriorando. Stiamo fronteggiano non solo una dura e crescente resistenza; c'è anche una crisi di fiducia tra gli afgani - sia verso il loro governo che verso la comunità internazionale - che mina la nostra credibilità e rafforza gli insorti. Se nei prossimi 12 mesi non riusciamo a prendere l'iniziativa e a fermare lo slancio degli insorti rischiamo di trovarci in una situazione per la quale non sarà più possibile sconfiggere l'insurrezione”.

IL FALLIMENTO DELLA NATO
Sempre nel rapporto si legge: “Concentrati nella protezione delle nostre stesse truppe, abbiamo operato in maniera tale da distanziarci dalla popolazione e con tattiche che causano vittime civili e inutili danni collaterali. Gli insorti non possono sconfiggerci militarmente; ma noi possiamo sconfiggere noi stessi. (...) La debolezza delle istituzioni statali, la malefatte, la corruzione e gli abusi di potere da parte delle autorità e gli errori della stessa Isaf hanno dato poche ragioni agli afgani per sostenere il loro governo. Questo, assieme alla mancanza di opportunità economiche ed educative, ha creato un terreno fertile per l'insurrezione. A peggiorare la situazione c'è la naturale avversione degli afgani agli interventi stranieri e la tradizionale indipendenza delle etnie afghane, in particolare dei Pashtun, dal governo centrale”.
E la conclusione è quindi semplice, per il gen- McChrystal: “La nostra campagna in Afghanistan è storicamente stata caratterizzata da una scarsità di risorse e così è ancora oggi. La missione Isaf ha bisogno di più risorse e più truppe, di un incremento delle capacità e dell'efficacia delle sue forze. Senza questo incremento si rischia una guerra più lunga, con maggiori perdite e, in ultimo, una critica perdita di sostegno politico. (...) Lo scopo della missione Isaf è sconfiggere l'insurrezione, far sì che essa non costituisca più una minaccia al governo afghano. Questo non arriverà né in tempi brevi, né in maniera facile. E' realistico aspettarsi un aumento delle perdite tra gli afghani e la coalizione”.
Per quanto riguarda l’aumento delle truppe, il rapporto non ne specifica il numero, anche se i giornali hanno parlato di un numero intorno alle 40/45.000. 

I DUBBI E LA REALTÀ DELLA GUERRA
Per il momento il dibattito su questo rapporto è ancora aperto e nessuna decisione in merito all’aumento delle truppe è stata presa. Da una parte rimangono infatti i dubbi dei governi europei e dello stesso Obama, che non sembra disposto a concedere ai generali del Pentagono (e ai dirigenti della Nato) tutto quello che chiedono; dall’altra parte l’escalation del conflitto continua e ogni settimana i paesi della Nato e l’organizzazione nel suo insieme mettono in campo provvedimenti che rendono sempre più improbabile ogni disimpegno.
È il caso, per esempio, dell’utilizzo per la prima volta lo scorso 28 settembre del “Strategic Aircraft capability” della Nato - di stanza in Ungheria - in supporto di truppe dell’Isaf.
E ancora lo dimostrano le esercitazioni in Germania dello scorso settembre a cui hanno partecipato 75 militari del Combat Team provenienti dalla base vicentina di Camp Ederle e che hanno fatto dichiarare al Comando delle forze armate statunitensi in Europa che la 173^ Brigata aviotrasportata di stanza a  Vicenza sarà la punta di diamante della campagna d’autunno dell’esercito Usa in Afghanistan (5). Una scelta che mostra con chiarezza anche il grado di coinvolgimento dell’Italia nella guerra - al di là delle bugiarde dichiarazioni di Berlusconi su possibili ritiri - che ha portato altri 70 soldati della Brigata Sassari a partire per Kabul all’inizio di ottobre.

VIA TUTTE LE TRUPPE
Quale sia l’unica “exit strategy” possibile lo sanno invece bene i movimenti contro la guerra che hanno cercato di contrastare l’invasione e l’occupazione dell’Afghanistan fin dal 2001 e i gruppi democratici di quel paese che esprimono ad alta voce la richiesta del ritiro dei contingenti Nato. Un posizione espressa per esempio con chiarezza dall’organizzazione Rawa, come si può leggere in un articolo di una loro esponente (6): “Noi non vogliamo l’occupazione e sappiamo che nessuna nazione può liberarne un’altra. È un dovere di tutti i democratici (singoli e organizzazioni) lottare per la liberazione, la democrazia e la giustizia per il paese. Le truppe hanno solamente complicato la situazione. Con il ritiro delle truppe si risolverebbe uno dei problemi dell’Afghanistan, quindi sarà compito del nostro popolo lottare contro i fondamentalisti”.
E compito dei democratici e dei pacifisti in Europa e in Italia è sostenere questo loro lotta e battersi per il ritiro completo dei militari Nato dall’Afghanistan.

 

NOTE
(1) www.peacereporter.net/articolo/18092/Afghanistan%2C+aperta+l%27inchiesta+per+la+bambina+uccisa+da+un+pacco+di+volantini+Nato
(2) http://www.thenation.com/blogs/thebeat/470629/karzai_election_fraud_and_the_wages_of_empire
(3) http://www.transatlantictrends.org/trends/pressinfo.html
(4) il rapporto completo si può trovare in inglese sul sito del “Washington Post” http://media.washingtonpost.com/wp-srv/politics/documents/Assessment_Redacted_092109.pdf
La traduzione di alcuni brani è tratta dal sito di “PeaceReporter” http://it.peacereporter.net/articolo/17924/Afghanistan%2C+%27%27rischio+fallimento%27%27
(5) http://stostretto-antoniomazzeo.blogspot.com/2009/09/i-para-usa-di-vicenza-in-afghanistan.html

(6) http://www.rawa.org/rawa/2009/09/27/afghan-women-bear-brunt-of-hypocritical-war-on-terror.html

 

 

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