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articolo della rivista numero 155


Dubbi di verita’*

di Gianluca Paciucci

* Pubblichiamo con modifiche non sostanziali la prefazione di Gianluca Paciucci a Bono, Alessandro, Da sud a nord. Modelli di educazione popolare per una società aperta, plurale e consapevole, Roma, Sensibili alle foglie, 2009, pp. 96.

Di pedagogia e di politica si occupa Alessandro Bono in questo volume, e del nesso che dovrebbe strettamente legarle; ma anche dei rapporti infelici che uniscono Sud e Nord del pianeta, anch'essi più che mai stretti eppure costruiti su massicce dosi di falsificazioni. E mentre siamo in una fase di estrema crudezza e di alienazione forzata, ecco che un prodotto fresco è questo libro, parla d'altri tempi e d'altri luoghi, a noi che qui facciamo fatica a guardarci intorno: immiseriti, intristiti, oppure grassi d'usura.

CONFLITTI EST-OVEST O NORD-SUD
I punti cardinali sono diventati ideologia ormai da molto: dal 1945 al 1989 è durato il conflitto Est-Ovest, dal 1956 poi trasformato in coesistenza pacifica; a questo sarebbe subentrato lo scontro Nord-Sud, con - dipende dai punti di vista - un Nord che schiaccia e consuma, e un Sud che viene sfruttato e consumato, oppure un Nord civilizzatore e un Sud che tende le mani per accogliere carità e verità, e nemmeno questo sa fare. L'Occidente in un primo momento si è visto investito di carichi pesanti di missioni finali e volute dal fato: cortina di ferro e muro di Berlino da abbattere, con i gruppi neofascisti negli anni Settanta che potevano chiamarsi Occidente e difendere il Mondo Libero dall'assedio del comunismo ateo. Ex oriente lux, era invece l'illusione di chi ha fallito, in un primo tentativo serio di rovesciamento duraturo, e non solo per la durata d'un carnevale: i raggi di quel sole grondavano sangue. Le fosse di Katyn smentiscono Stalingrado, ci parlano di “compagni aguzzini”, e del tradimento definitivo. Ma se questa orientalizzazione del mondo è stata sconfitta, l'occidentalizzazione non è riuscita meglio (già Serge Latouche lo affermava con nettezza nei primi anni Novanta, in controtendenza nell'immediato dopo ‘89): peraltro essa sembra ancora vittoriosa per la forza d'attrazione che conserva, e conserverà ancora per molto, e cioè per i suoi confini desiderati da milioni di uomini e donne, di migranti smarriti, aggrediti/aggressori. Le fosse di Katyn dell'Occidente, il corrispettivo del gulag sono i crimini prescritti del colonialismo (e Hiroshima, Vietnam, l'Iraq di Bush), e rabbiosamente negati ad alta voce, soprattutto da noi: non dei gas di Mussolini in Etiopia o dei lager orgogliosamente italici in Libia e in Jugoslavia, ci ricordiamo, ma solo delle foibe e così, incolpevoli vittime, possiamo ricominciare ad ammazzare, a sfigurare, a colpire: Jerry Masslo (agosto 1989…), Ian Cazacu, i sei uccisi a Castelvolturno... Ma forse si ammazza e si lincia ancora troppo poco, vero? Dove ogni Occidente è arrivato, dell'Altro non è restata traccia (lo scrivono Las Casas, Toynbee, Todorov, Ziegler). E se “vivere all'occidentale” volevano qui da noi quelle donne musulmane selvaggiamente uccise o segregate da padri o zii (e “cagne dell'Occidente” è l'insulto lanciato contro le giovani afghane che cercano libertà e vita), qual era/è il desiderio delle donne italiane occidentalmente uccise e picchiate da italianissimi mariti o ex, e da fidanzatini perbene?
Anche per questo l'Occidente è scomparso, ed è apparso il Nord: le nostre carte geografiche hanno subìto torsioni, e nei dibattiti pubblici da ormai un ventennio non si parla più di Est-Ovest. Il Nord si è appropriato della positività del pianeta, oppure della negatività, entrambe assolute. Per la maggior parte di noi, umiliata da una stampa lottizzata e schiava dei poteri forti, il mondo sopra descritto non solo non è deforme, ma è puramente “meritocratico”: il Nord ha meritato la sua enfietà, così come il Sud la sua fame. Colpe, e non dinamiche economiche vengono lette nel mondo, colpe violente, e un sorrisetto a serramanico sulle labbra: ecco la decolonizzazione a cosa ha portato, a regimi sanguinari e al dominio della feccia ovunque. I meriti del colonialismo, vaccinazioni e cultura, non solo nelle parole avvilenti di un Sarkozy o di un ducetto tutto croce e manganello in pieno centro a Verona o in periferie romane, ma anche nei ragionamenti di antropologi. Noi e loro, senza più paura di dirlo, ormai. È Todorov a ricordare che in Euripide possiamo leggere: “Presso i barbari ognuno è schiavo, tranne colui che comanda”. E questo lo sappiamo tutti, a diversi livelli di consapevolezza e di ipocrisia: l'intellettuale laico, di sinistra e antirazzista (nostri sono i Lumi), come gli abitanti di Castelvolturno (“Questi vivono come animali”, dicono degli immigrati) e che poi organizzano manifestazioni non contro la camorra che aveva appena ucciso sei negri, ma contro questi ultimi. A Castelvolturno come ovunque, ronde di teppisti senza o con doppiopetto, ora per legge dello Stato.

LIBERTÀ DEI TIRANNI E RECIPROCITÀ DELLE CULTURE
Presso i barbari ognuno è schiavo, tranne colui che comanda? Era libero Thomas Sankara come è libero Robert Mugabe? E schiavi tutti gli altri e le altre? Questo dualismo, uno dei tanti di cui si sazia il nostro mondo, è falso: se la sovranità risiede nell'autonoma presa di coscienza e di parola, nulla è più schiavo del Nord ormai muto  (se non in qualche minuto di televisione), e che ha tutto delegato agli esperti conducator televisivi; e nulla è più libero del Sud, almeno in quelle parti del pianeta in cui si sono messe in moto dinamiche di straordinaria forza, e di cui nulla sappiamo, noi ciechi. Sa tutto di noi (tranne la nostra miseria intellettuale) il migrante che approda a Lampedusa dopo aver tutto dato via, ma noi sappiamo nulla di lui: più di un secolo di accanita ricerca antropologica, non solo per liberarci dal “complesso di colpa” del colonialismo, ma per capire e per condividere, buttato via come un vecchio cencio, come un cedimento all'Avversario, al barbaro, e così tutti gli ultimi decenni di cultural studies, peraltro in Italia spocchiosamente ignorati. È questa la “reciprocità” (da noi le moschee, ma da loro niente chiese) di cui favoleggiano anche laici illustri? Poi amministratori onesti spargono piscio di maiale nei luoghi che dovranno essere consacrati, o permettono la preghiera in scantinati bui, in gelidi palasport, o in strada tra il disprezzo e la paura dei passanti, ma più spesso né in scantinati né in strada: è questa la “reciprocità”?
Nessuno è più libero di chi, a Sud, ha preso in mano il proprio destino servendosi di parole qui da noi ormai sfinite, quando non volutamente calpestate: di questo ci parla Alessandro Bono, ponendoci davanti agli occhi realtà di chi ha capito, nella contraddizione, e ancora declina o ha riappreso a declinare il nesso virtuoso tra educazione e liberazione. Educatore/liberatore è il Thomas Sankara messo in epigrafe (messo in croce, invece, dal solito complotto contro i giusti organizzato da sbirri locali e da canaglie europee canaglie); educatore/liberatore è quel Paul Freire, uno dei giganti del secolo scorso e appena affacciatosi sul terzo millennio, che ha fatto dell' “educazione popolare” una sfida all'importazione passiva di modelli e alla colpevolizzazione frustrante; educatori/liberatori sono le migliaia di maestre, maestri e insegnanti che a Cuba - e da Cuba - in Chiapas, Nicaragua, Venezuela, Bolivia e Brasile diffondono la parola fin nei luoghi più lontani dando così ai nuovi alfabetizzati la possibilità di usarla anche contro chi quella parola ha dato loro - anche contro i caudilli rossi, quando necessario, e spesso lo è; così in Sierra Leone (quegli italiani coraggiosi e strani, come padre Bertone e il dottor Ravera, a curare i traumi postbellici degli ex bambini-soldato), e certe suore guevariste nel Mato Grosso...; educatori/liberatori sono stati don Milani e padre Balducci; e tanti ce ne sono pure in quell'estremo ponente ligure che Alessandro conosce bene, perché vi opera da anni, e dove la povertà non ha solo la pelle di colore scuro o un passaporto alieno...
 
PEDAGOGIA POPOLARE E COSCIENTIZZAZIONE
È un rovesciamento quello che ci fa toccare con mano l'autore: “da Sud a Nord” “salgono” i modelli nuovi e praticabili di un'educazione popolare che unisce alfabetizzazione e coscientizzazione e che è consapevole, sulla scorta del modello freiriano, “che non si coscientizza un individuo isolato, bensì una comunità”. C'è una grande verità in tutto questo: quell'istruzione ormai concepita, da noi e in quel mondo che ci imita persino oltrepassandoci, come acquisizione di mezzi privatistici di difesa e di promozione sociale (pedagogia non come arma per rinsaldare la società e praticare l'uguaglianza auspicata e possibile, ma come mezzo per confermare i ruoli e la divisione in classi/caste, sempre più rigide), viene rimodellata in funzione dell'emancipazione collettiva, di famiglie, gruppi e comunità, appunto. Lo svalutato noi del Novecento progressista e totalitario (pronome giustamente/profeticamente denunciato da Zamjatin già nel 1921) riceve nuova linfa da questa investitura dal basso, facendosi soggetto non di adunate scervellate ma di prese di parola, nell'orizzontalità delle assemblee e della divisione dei compiti. Il luminoso esempio del Chiapas zapatista, oggetto di infatuazioni stellari quanto effimere (come ben denuncia Alessandro), è tuttora in piedi a dimostrare che nosotros podemos, molto prima che Obama diffondesse il suo we can, e da noi lo traducessero con l’insipido si può. Ecco perché il nostro sistema scolastico è in crisi, e trasforma l'educatore in un controllore, in un poliziotto del pensiero e dei corpi contro comunità che sgusciano via, inafferrabili, di per sé delinquenti: esso ha rinunciato (meglio: noi abbiamo rinunciato) a edificare la possibilità di un noi critico e attento, solidale e cosciente, e invece ha/abbiamo vergognosamente accettato la formazione scolastica anche pubblica come acquisto/acquisizione di potere da spendere nella competizione spietata, nella “giungla della città”. Pochi nostri studenti diverranno veramente liberi: la maggior parte (anche i più bravi, anche i più studiosi, “quelli che traducono Senofonte senza bisogno del dizionario”, come aveva intelligentemente intuito Daniele Luchetti in Il portaborse) sarà cooptata e umiliata da politicanti e da altra gentaglia, senza possibilità alcuna di riscatto, avvocati o portavoce di leader - nel più squallido dei casi -, oppure assunti in call center o a vendere gratta-e-vinci.
Devo dire grazie ad Alessandro per avermi aperto questo spazio, forse motivato anche dal ricordo dei luoghi frequentati insieme (il suo ufficio della Caritas, e il Circolo Arci intitolato a Pier Paolo Pasolini, a Ventimiglia) ormai anni fa, luoghi dove qualche dubbio di verità l’abbiamo piantato, e lui ancora pianta.

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