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articolo della rivista numero 155
Il papi e il papa
di Walter Peruzzi
Perché il centro-destra è andato allo scontro con la Chiesa, e con quale esito
Molti si sono chiesti perché la Lega e Berlusconi hanno sferrato a fine agosto un violento attacco contro la Chiesa, da sempre fedele e potente alleata del centro-destra.
Perché scontrarsi con la Chiesa?
Domanda legittima se si pensa che Vaticano e Cei erano intervenuti sì con violenza nella politica italiana, minacciando scomuniche e altri sfracelli, ma per pretendere dal governo quel che già si accingeva a fare da solo - cioè garantire finanziamenti alle scuole private, mettersi di traverso sulla RU 486 e perfino sulla pillola del giorno dopo, contrastare la decisione del Tar sul ruolo della religione nelle scuole - lieto di compiacere così Santa Madre Chiesa e sapendo che in cambio, su migranti o stili di vita, essa avrebbe lasciato correre.
Circa respingimenti e clandestini, infatti, il portavoce vaticano padre Lombardi si era precipitato già il 5 luglio a smentire le critiche di monsignor Marchetto, della Commissione migranti, avvertendo che la Santa Sede “non si era espressa sul pacchetto-sicurezza”, mentre Bagnasco si era limitato a dire, con molti giri di parole, che l’immigrazione è un problema “complesso”. Quanto alla “questione morale” (leggi papi-escort) il segretario della CEI monsignor Crociata aveva dichiarato ai giornali con gesuitica destrezza: “Oggi come ieri ci sono davvero tante questioni morali. Nostro compito è tenerle vive tutte, non andando ad esprimere giudizi su questo o quello” (Ansa, 26/5/09), mentre dopo l’annunciata commercializzazione della Ru 486 vari vescovi avevano detto o fatto capire Se il governo interviene caso-escort perdonato (“La Stampa”, 3 agosto). E Bertone, dopo un lungo silenzio, stava per recarsi a una cena col papi da tutti vista, e dai cattolici progressisti criticata, come “perdonanza mediatica”.
Ma nonostante questo, i malumori della base cattolica per le indecenti frequentazioni del premier (anche se non per il vero problema, ossia lo scambio carriere politiche-favori sessuali) crescevano; e il quotidiano dei vescovi, pressato dalle proteste di parroci e fedeli poco adusi alla diplomazia, dopo ripetuti tentativi di parlar d’altro aveva dovuto dar loro qualche spazio. Intanto la deportazione e la morte di centinaia di migranti, a causa dei respingimenti voluti dal leghista Maroni, aveva sdegnato “Avvenire” inducendolo a paragonare l’indifferenza verso quei morti a quella verso la Shoah.
A provocare la reazione di Berlusconi e Bossi sono stati probabilmente il fastidio per l’“ingratitudine” di una Chiesa che ritenevano di aver tanto “beneficata” e soprattutto il timore che il malumore delle parrocchie, non adeguatamente represso, anzi lasciato affiorare o addirittura condiviso da chi avrebbe dovuto “sopire e troncare, troncare e sopire”, facesse loro perdere consensi e voti.
I petardi di Bossi…
Così Bossi ha fatto minacciare da La Padania la revisione del concordato, salvo poi disinnescare lui stesso la bomba e ridurla a un modesto petardo, appena sufficiente per proporre un incontro col papa e ottenerne uno con Bagnasco. In concreto l’attacco leghista sembra essere stato principalmente uno dei tanti spot estivi ad uso interno, per mostrare di “avere gli attributi” e di saper difendere senza deflettere anche davanti ai “vescovoni” la propria politica migratoria. Non si può però escludere che sia valso a strappare al presidente della Cei una qualche disponibilità a sorvolare sulle stragi e le violenze razziste in cambio di un appoggio incondizionato alle politiche vaticane sulla vita (degli embrioni e dei malati terminali, beninteso, non dei migranti); appoggio che potrebbe rivelarsi importante se Fini e i “laicisti” del Pdl avessero mai il coraggio di farsi sentire sul testamento biologico. I leghisti sperano inoltre, spes contra spem, che tale appoggio basti per indurre la Chiesa a non virare verso l’UdC.
In ogni caso la Lega sa bene che un atteggiamento corrivo della Chiesa in tema di immigrazione potrà davvero garantirselo solo se tale richiesta entra nello scambio globale fra Vaticano e Berlusconi.
…e la bomba H di Berlusconi
Quanto a quest’ultimo, la feroce aggressione al direttore di “Avvenire”, definita da qualche cardinale un avvertimento mafioso, va letta nella più ampia “campagna d’autunno” predisposta affidando la direzione del “Giornale” di famiglia a un killer professionista che, dopo aver usato menzognere lettere anonime per eliminare Boffo è passato a “far fuori” Fini, mentre il premier querelava “Repubblica”, “l’Unità” e alcuni giornali stranieri. Un continuo ampliamento dei fronti che dà l’impressione delle difficoltà di Berlusconi e ricorda la disastrosa tattica di Hitler nella seconda guerra mondiale anche se potrebbe concludersi diversamente per la inconsistenza e la divisione delle diverse opposizioni.
In particolare attaccando Boffo, e quindi nei fatti la Cei, Berlusconi puntava a sfruttare le divisioni interne fra ruiniani e no, fra Cei e Santa Sede, per silenziare nella Chiesa ogni voce anche debolmente critica, che potesse fargli perdere voti cattolici e costringerla a parlare d’ora in poi con una voce sola, quella del Vaticano, con cui può vantare rapporti “eccellenti” e che a sua volta attesta la “serenità istituzionale” esistente fra i due poteri (“Osservatore”, 7 settembre).
Chi ha vinto, chi ha perso
Il modo maldestro con cui i vari attori hanno gestito la vicenda fino alle dimissioni (imposte?, perché?, da chi?, perché non prima?), o la critica del direttore de “L’Osservatore” che ha definito “Avvenire” “imprudente” ed “esagerato” mentre era sotto attacco, sembrano confermare che il colpo è andato a segno e Berlusconi ha vinto, rafforzandosi.
A vincere è stato però, paradossalmente, anche il Vaticano, che da tempo cercava di avocare a sé i rapporti con l’Italia, gestiti con troppa autonomia dalla Cei e che in cambio del suo “silenzio” sugli affari del premier o dei migranti ha ottenuto l’impegno del governo a imporre ope legis a tutti gli italiani, credenti e no, il testamento biologico scritto in Vaticano e, in prospettiva, anche tutti gli altri principi cattolici “irrinunciabili” in materia di sesso, aborto, matrimonio, inizio e fine vita (senza contare i contributi alle private, la difesa del ruolo dei docenti di religione a carico dello stato ecc.). Che questi siano i termini del “patto” di Viterbo fra Letta e Benedetto lo ha confermato Berlusconi stesso, quando ha detto che i rapporti con la Chiesa, già “eccellenti”, si “rafforzeranno” grazie alla imminente approvazione del testamento in questione.
Sconfitta - insieme alla laicità dello stato, di cui nessuno più parla, dandone per scontata l’estinzione - è l’altra Chiesa; non solo - si badi - quella di sinistra, eretica, dei 41 preti già anatemizzati per aver aderito a un appello di “Micromega” sul fine-vita, ma anche quella dei vescovi e dei parroci perfino i più codini in qualche modo costretti, in quanto più prossimi al gregge, a rifletterne i turbamenti.
Il modello Fisichella
In realtà il doppiopesismo, come abbia già scritto altra volta, è una costante del Vaticano, pronto a scomunicare chi abortisce o i comunisti, a ordinare ai parlamentari cattolici di “non negoziare” sui Dico, a pretendere dal governo decreti d’urgenza sul caso Englaro o sul testamento biologico; e a limitarsi dall’altra parte a predicozzi salvafaccia sulla corruzione del premier o i respingimenti dei migranti. Il “patto” di Viterbo non fa che richiamare i due soggetti al rispetto di questo galateo negli ultimi tempi non sempre onorato e ben descritto (pochi giorni prima di Viterbo…) dal preveggente cappellano della Camera monsignor Rino Fisichella: “Se un ecclesiastico entra nel merito di questioni politiche merita di essere criticato perché sta entrando in un ambito che non è il suo. Penso sia utile che gli uomini di Chiesa si astengano da intervenire continuamente su questioni italiane. Non vedo prelati che parlano della legge sull’immigrazione negli Stati Uniti, che è particolarmente restrittiva: non vedo perché avviene solo nei confronti dell’Italia…ma questo non significa che ci deve essere tolto il diritto di critica: sulle questioni etiche il legislatore non può fare a meno di sentire le voci della Chiesa”.
Come si potrebbe descrivere meglio un accordo che (almeno nelle intenzioni dei contraenti) toglie la parola alla chiesa con la “c” minuscola, dai fedeli ai vescovi di seconda fila, interdicendo loro di fare politica, per riservare il diritto di farla, anzi di imporre la loro etica e la loro religione di stato a quella con la “c” maiuscola, da Fisichella in su? Un patto sinistramente simile a quello vigente fra Pio XI e Mussolini durante il ventennio.
Una vittoria di Pirro?
Non è detto però che le cose vadano secondo le previsioni e potrebbe trattarsi, specie per Berlusconi, di una vittoria di Pirro o di un boomerang. Il Vaticano che, come qualcuno ha detto, “perdona ma non dimentica”, pur avendo incassato e anzi tatticamente utilizzato l’affronto fatto al giornale del vescovi potrebbe essersi persuaso che è preferibile incoraggiare il rafforzamento di altri interlocutori, cattolici doc, anziché continuare ad affidarsi al papi, ormai troppo chiacchierato e poco affidabile, specie se il conflitto con Fini dovesse rendere difficile al premier anche l’approvazione del testamento biologico (o l’azione di contrasto contro la Ru 486 e contro la sentenza del Tar sulla religione).
Molto dipenderà, in questo senso, dal coraggio, poco manifestatosi finora, dei finiani, dell’opposizione politica e delle forze laiche, o meglio “laiciste”, dalla loro capacità di mobilitarsi in difesa dei diritti civili che sono stati l’oggetto del mercato fra il papa e il papi. Il quale, secondo qualcuno, potrebbe anche essere tentato di rovesciare il tavolo per cercare una rilegittimazione plebiscitaria attraverso peraltro rischiose elezioni anticipate.