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articolo della rivista numero 155
Vicini alla pace?
di Olivia Pastorelli
La proposta di Öcalan apre spiragli e speranze per una soluzione pacifica della questione kurda
È un momento particolare in Turchia quello attuale, carico di attese, di speranze ma anche di incognite e di inquietudini. Per la prima volta si aprono degli spiragli per una soluzione pacifica della questione kurda; la road map di Öcalan suscita nuovi fermenti nella società turca. Aspirazioni e preoccupazioni dei kurdi sono emerse dagli incontri che la nostra delegazione dell’associazione Verso il Kurdistan di Alessandria (www.versoilkurdistan.blogspot.com), in visita in Turchia, ha avuto a cavallo di luglio e agosto con esponenti politici e intellettuali kurdi.
SPIRA UNA NUOVA ARIA
“Non siamo mai stati così vicini alla pace”, dice Yüksel Genç, caporedattrice del giornale democratico “Günlük” ed ex guerrigliera - fece parte della delegazione di guerriglieri che su invito di Öcalan si autoconsegnò nel 1999 alle autorità turche in segno di pace e dovette per questo scontare cinque anni di carcere.
Secondo la caporedattrice di “Günlük” due fattori convergono in questa direzione. Innanzi tutto le pressioni dell’amministrazione Obama, espressione di gruppi di potere con interessi diversi da quelli dell’amministrazione Bush e interessata ad attribuire a una Turchia forte e pacificata un ruolo chiave in un Medio Oriente in cui i venti di guerra dell’era Bush devono cessare di spirare. Dall’altra parte l’establishment si sta rassegnando all’idea di non riuscire a sconfiggere né militarmente né politicamente il Pkk. Le elezioni amministrative di marzo hanno rappresentato un brusco risveglio per quanti speravano in una debacle del movimento kurdo: nonostante i forti investimenti del partito islamico Akp del premier Erdogan, che ha tentato di comprare il voto degli strati più poveri della popolazione del Sud-Est anatolico distribuendo regalie in maniera clientelare, i kurdi hanno votato in maniera massiccia per il partito kurdo legale Dtp, raddoppiando il numero delle municipalità sotto amministrazione kurda, che sono ora un centinaio. Come ha detto Yüksel Genç, i kurdi hanno capito che non stavano votando per il rinnovo delle amministrazione locali ma per la loro identità, per il loro diritto a esistere. Spietata è stata la reazione del regime, che ha fatto arrestare in tutto il paese oltre quattrocento dirigenti e militanti del Dtp, tra cui 23 donne: in pratica ha decapitato l’intero gruppo dirigente.
Ciò nonostante, la pacificazione della Turchia passa da una soluzione non militare della questione kurda, e quest’ultima a sua volta passa dal riconoscimento di interlocutori politici non di comodo tra i kurdi. L’opinione pubblica turca sta forse incominciando a capirlo.
Nei mezzi di comunicazione turchi e nell’opinione pubblica si è aperto un dibattito fino a poco tempo fa impensabile: i giornalisti hanno incalzato gli esponenti governativi - autori di caute aperture e di dichiarazioni a favore di una soluzione della questione kurda - chiedendo loro se intendessero incontrare esponenti e parlamentari del Dtp. Il ministero degli Interni e lo stesso premier sono stati costretti sulla difensiva, distinguendo tra questione kurda e terrorismo (e implicitamente accusando di terrorismo il Dtp) e ricordando i soldati turchi uccisi dal Pkk. Ma il 5 agosto Erdogan è stato costretto a incontrare Ahmet Turk, Presidente del Dtp. Certo ha detto di farlo in qualità di leader dell’Akp, non in qualità di capo del governo, ma intanto ha dovuto infrangere il tabù.
LA ROAD MAP DI ÖCALAN E LA SOCIETÀ CIVILE
Grande merito in questo spetta anche al leader del Pkk Öcalan che dal suo totale isolamento nell’isola di Imrali in cui è detenuto è riuscito a incunearsi nella nuova congiuntura internazionale, preannunciando una sua road map, una sua ipotesi di soluzione della questione kurda, sollevando il dibattito sui mezzi di comunicazione e raccogliendo e rilanciando la sfida del governo. Il Pkk ha fatto proprio l’annuncio di Öcalan prorogando fino al 1 settembre un cessate il fuoco unilaterale dichiarato a maggio. Cessate il fuoco che secondo Yüksel Genç non potrà essere rinnovato se non tramite accordi bilaterali: non è possibile la riedizione dei cessate il fuoco unilaterali che sono costati la vita nel 1999 a 500 giovani guerriglieri perché mai rispettati dalla controparte turca, che ha anche fatto arrestare e incarcerare le due delegazioni di guerriglieri e dirigenti del Pkk autoconsegnatisi in segno di pace - una delle ultime donne ancora in carcere facenti parte della delegazione è stata scarcerata proprio il 6 agosto, dopo 10 anni di carcere. Nessun dirigente kurdo, per quanto autorevole, può più chiedere sacrifici come questo al suo popolo.
Per il mese di ottobre è stata invece preannunciata la cosiddetta “iniziativa kurda” del governo Erdogan.
Intanto la società civile kurda, sull’onda dell’annuncio di Öcalan, sta dispiegando una vera e propria offensiva diplomatica dal basso: si susseguono gli incontri tra intellettuali kurdi e turchi; le donne kurde sono entrate in contatto con donne turche: insieme stanno organizzando una veglia di pace, una sorta di interposizione tra soldati turchi e guerriglieri sul confine tra Irak e Turchia a Berçala nei pressi di Hakkari. Le Madri della pace hanno manifestato davanti alla sede dello stato maggiore dell’esercito per chiedere di fermare le operazioni militari. E la cosa straordinaria è che singoli segmenti della società civile turca - una società fortemente impregnata di nazionalismo sciovinista - rispondono positivamente. La Confindustria turca ha chiesto un incontro al Dtp, ben prima che Erdogan accettasse l’incontro del 5 agosto, racconta l’ex sindaco di Hakkari Kazım Kurt. E un incontro è stato chiesto al Dtp da un gruppo di ufficiali di rango inferiore dell’esercito turco, riferiscono i dirigenti dell’Ihd di Istanbul. Potrebbe essere il sintomo di contraddizioni che si stanno aprendo anche all’interno dell’esercito, segnale da non sottovalutare perché un gesto del genere richiede molto coraggio in un paese in cui i rapporti sui diritti umani segnalano tantissime vittime di strani incidenti mortali mai chiariti tra i soldati di leva, caso strano tutti giovani appartenenti a minoranze etniche o religiose o simpatizzanti di sinistra.
CONTINUA LA REPRESSIONE
Certo il cammino verso la pace non è ancora stato imboccato e sarebbe sbagliato farsi illusioni. Forse Erdogan, come temono molti esponenti del Dtp, spera di poter disinnescare la miccia kurda con poche concessioni unilaterali, dall’alto, non concordate con interlocutori kurdi, relative ad alcuni diritti linguistici e culturali.
Intanto la repressione continua in maniera feroce. Due esecuzioni extragiudiziali di membri del Dtp sono segnalate a Sirnak il 25 luglio e un’altra a Igdir il 29 luglio.
I dirigenti del Dtp arrestati sono tuttora in carcere e vi rimarranno probabilmente a lungo. Attualmente ancora non è stato redatto il capo d’accusa, e i tempi medi per la redazione del capo d’accusa quando si tratta di reati politici - ci spiega il neosindaco di Van Bekir Kaya, avvocato e legale di Öcalan fino al 2005 - vanno da 1 a 3 anni. Solo dopo inizia il processo, che di solito si conclude con una condanna non inferiore al tempo già trascorso in carcere, quindi al massimo della pena prevista per il reato in questione, per evitare di mettere in imbarazzo lo stato turco con una carcerazione preventiva più lunga della pena detentiva.
Sono tornate numerose le segnalazioni di violenze sessuali contro le donne arrestate, militanti del Dtp o attiviste per i diritti umani, dice Yüksel Genç confermando quanto detto anche dalla sindaca di Nusaybin Ayşe Gokkan, violenze che si verificano soprattutto in caso di arresti isolati, non di gruppo, nella prima fase successiva all’arresto: un problema che si è riacutizzato tanto che ogni settimana si stanno susseguendo nelle varie città del Sud-Est della Turchia, da Batman a Diyarbakir ad Hakkari, manifestazione di donne contro la violenza sessuale ad opera delle forze di sicurezza.
COSA FARÀ L’ESERCITO?
Ma il vero motivo di inquietudine secondo tutti gli interlocutori kurdi sta nel comportamento dell’esercito. L’esercito è già stato indebolito dal caso Ergenekon, processo contro le alte sfere dell’esercito accusate di condurre una sorta di “guerra sporca” contro gli oppositori e in generale di trame antidemocratiche. Una parte dell’opinione pubblica turca è diventata più consapevole del pericolo che l’esercito turco rappresenta per la democrazia, un po’ meno - secondo Yüksel Genç - dei crimini commessi dai militari contro i kurdi. Di sicuro Ergenekon ha evidenziato una contraddizione tra quella parte dell’establishment che si riconosce nell’esercito e nei partiti nazionalisti laici e un’altra parte rappresentata dal partito islamico Akp. Tanto che in questa contraddizione si inseriscono le sempre più numerose confessioni di coloro che hanno partecipato o sono a conoscenza di crimini o gravi violazioni dei diritti umani commessi negli anni Novanta. Ma settori di quello che in Turchia chiamano lo “stato profondo”, cioè alcuni gangli di potere particolarmente oscuri e torbidi, hanno tutto l’interesse a bloccare sul nascere quel processo dinamico di discussione pubblica sulla questione kurda che si è innescato negli ultimi mesi. Pensiamo a settori dell’esercito ma soprattutto dei partiti nazionalisti laici e islamici - le cui responsabilità nella violazione dei diritti umani, a differenza di quelle dei militari, non sono ancora emerse con nettezza agli occhi dell’opinione pubblica -, agli stessi “guardiani dei villaggi” - corpo paramilitare che ha tuttora una consistenza numerica di 70.000 effettivi -, agli squadroni della morte non inquadrati ufficialmente: tutti soggetti che potrebbero essere interessati a mettere in atto provocazioni, a dare vita a una sorta di “strategia della tensione” che blocchi il cambiamento e confermi lo status quo.
I nostri interlocutori citano a questo proposito un episodio che ci era stato raccontato a Siirt da Meryem Demir, nipote di una delle vittime: un pulmino con 12 persone a bordo era esploso nel 1994 in un attentato attribuito al Pkk che invece aveva smentito il proprio coinvolgimento. A distanza di anni si è scoperto che le vittime erano state convocate in caserma chiedendo loro di collaborare: al loro netto rifiuto erano state assassinate e i loro corpi caricati sul pulmino per organizzare la tragica messinscena. Oggi quell’episodio rientra nel processo contro Ergenekon, ma quella stessa strategia può essere rimessa in auge da chi non si rassegna a perdere la rendita di potere rappresentata dalla guerra. Quegli stessi, dice sempre Yüksel Genç, che nell’arco di una sola settimana, la prima di agosto, hanno assassinato sei persone, tra cui un bambino di 10 anni, nipote del presidente del Dtp di Hakkari.
Forse è solo uno spiraglio quello che si è aperto in queste settimane in Turchia, niente più che uno spiraglio a 25 anni di distanza da quel 15 agosto del 1984 quando ha avuto inizio la rivolta armata del Pkk. Ma se l’Europa fosse saggia e lungimirante, quello spiraglio farebbe di tutto per tenerlo aperto e allargarlo, senza perdere questa volta l’occasione - la seconda da quando Öcalan approdò in Europa nel 1998 - di giocare un ruolo attivo nella costruzione di una pace giusta nella Penisola anatolica.
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