ARCHIVIO
articolo della rivista numero 155


Come fare soldi sull’Iraq


di Pete W. Moore*

Cresce l’economia irachena, ma anche la corruzione e la criminalità

 

In uno dei tanti ristoranti iracheni di Sharjah, negli Emirati arabi uniti, il proprietario serve un masgouf al centro di un tavolo da sei. “L’economia irachena è come questo pesce,” ride. “La tua parte dipende da quanto sei veloce a mangiare”. È un’ottima descrizione dell’Iraq di oggi: il patrimonio del paese viene letteralmente smembrato e divorato.
La violenza diffusa dopo l’invasione del 2003 ha fatto a pezzi l’economia irachena, creando monopoli locali delle milizie, feudi criminali nel settore pubblico e paradisi fiscali regionali per i capitali. La corruzione, la concussione e l’intimidazione sono parte integrante dell’attività di molte aziende. L’anno di controllo diretto statunitense, dal maggio 2003 al giugno 2004, ha aperto il mercato iracheno ai predatori esterni, mentre le forze emergenti sciite e altri gruppi del Sud si sono espansi verso nord per ristrutturare le relazioni politiche ed economiche di Baghdad con i paesi vicini. Gli stati del Golfo, in particolare gli Emirati e l’Iran, sono ora attori di primo piano nell’economia irachena. Uomini e merci entrano liberamente in Iraq, mentre i capitali e le risorse ne escono.
Sembra che l’economia irachena abbia ripreso il modello di protezione e corruzione statale consolidato sotto il regime baathista. Molte reti di distribuzione del paese continuano a dipendere da ministeri e aziende statali nate negli anni Settanta, ma il vecchio edificio ha nuovi padroni. Le frontiere aperte e il libero commercio, anziché costruire la democrazia e avviare lo sviluppo socioeconomico, come previsto dall’ex proconsole Usa Paul Bremer, sono stati sfruttati da questi nuovi poteri per consolidare il proprio dominio.

NON ADATTO AI MANSUETI
Per decenni la porta dell’Iraq è stata la Giordania. I legami sociali, politici ed economici tra i regimi baathista e hashemita hanno contribuito a tenerli entrambi a galla nelle tempeste della guerra, delle sanzioni e dell’isolamento internazionale negli anni Ottanta e Novanta. La Giordania è tuttora un passaggio importante per l’Iraq, anche se le esportazioni non sono tornate ai livelli di prima dell’invasione Usa, che arrivavano agli 800 milioni di dinari giordani all’anno.
I leader scelti dagli Stati uniti tra gli islamisti sciiti in esilio, e poi eletti nel 2005, non sono vicini al governo giordano o agli esuli iracheni lì residenti. Ne è derivata una serie di ostacoli al commercio con la Giordania. Il crollo del regime baathista ha messo fine alla pratica commerciale di Amman con Baghdad, che inviava petrolio a prezzi stracciati in Giordania in cambio di un flusso di merci. In mancanza di una cornice legale e di sicurezza per il commercio interstatale, i giordani devono affidarsi per i propri affari a partner iracheni con conoscenze a Baghdad. Forse l’indizio più evidente del mutato clima politico è che i ministeri iracheni generalmente non ammettono società giordane alle gare d’appalto.
Inoltre dal 2003 le vie commerciali dalla Giordania sono diventate sempre più costose e rischiose. Prima dell’invasione, il flusso di merci era gestito da una joint-venture pubblica, la Jordan-Iraq Land Transportation Company. Dopo l’invasione quel soggetto ha cessato di esistere: né gli Usa, ideologicamente ostili al settore statale, né i partiti sciiti e kurdi iracheni erano interessati a riportarlo in vita. E le strade irachene sono tuttora infestate dai banditi: trasportare sacchi di soldi e merce pregiata attraverso la provincia di al-Anbar non è un mestiere adatto ai mansueti. Il risultato è che, dal 2004, i camion giordani scaricano la loro merce al confine, dove camionisti privati iracheni la prendono in carico per il viaggio verso Baghdad. Oggi c’è un pugno di compagnie private di trasporto, con sedi in Giordania e Siria, che hanno preso il controllo dei trasporti tra Baghdad e l’Ovest, e la loro quota di mercato non è dovuta all’intuito per gli affari. Dopo l’invasione,questi camion sono anche diventati uno dei principali canali di fornitura delle basi Usa: si ritiene che le truppe Usa assorbano un’ampia quota delle esportazioni giordane in Iraq, in particolare per i generi alimentari. Di conseguenza, l’Amman ufficiale è in imbarazzo. La reticenza sull’invasione Usa ha ceduto il passo al nervosismo a proposito di un ritiro delle truppe, che ridurrebbe l’influenza della Giordania sul suo vicino orientale, oltre ai profitti che i suoi imprenditori raccolgono lì. Il Golfo, invece, è nella posizione di trarne profitti in ogni caso.

LOTTA PER IL SUD
Dato che le riserve petrolifere dell’Iraq sono concentrate nel Sud, che Bassora è la seconda città del paese, e che il Golfo si apre sull’Oceano Indiano, nella storia irachena il Sud è sempre stato uno snodo economico cruciale e ora sta rapidamente recuperando il suo ruolo. Nel 2008 l’Iraq è diventato il terzo sbocco più importante per le esportazioni da Dubai, preceduto solo da Iran e India; prima del 2003 non era neanche tra i primi dieci.
Intanto il Kuwait, grazie alla propria posizione politica e geografica, è diventato un altro dei principali fornitori delle basi Usa in Iraq e le autorità saudite stanno creando una zona di libero commercio sul confine iracheno. Molti di questi nuovi sviluppi si intersecano con gli interessi commerciali delle milizie e dei monopoli pubblici sotto controllo politico.
L’altro peso massimo del Golfo, l’Iran, sembra diventato il primo partner commerciale dell’Iraq. I dati sul commercio tra Iran e Iraq sono incerti: secondo stime ufficiali si tratta di 3 miliardi di dollari all’anno, per la maggior parte esportazioni iraniane. Che queste stime siano esatte o no, non si discute che ci sia stata un’onda di piena rispetto al ruscello che scorreva prima dell’invasione Usa e i legami sono in espansione. Nel 2004 le autorità iraniane hanno istituito la Zona di libero commercio di Arvand in Khuzestan, sul confine iracheno. Nel febbraio 2009 una delegazione commerciale iraniana a Baghdad ha concordato di espandere l’interscambio fino a 5 miliardi di dollari. Gran parte delle importazioni dall’Iran sono quei generi alimentari lavorati e beni di consumo a basso prezzo che una volta arrivavano esclusivamente dalla Giordania.
Dopo il petrolio, il business dei pellegrinaggi sciiti, esploso dopo la caduta del vecchio regime, è il settore più redditizio nel Sud: si stima che ogni giorno circa 1.500 pellegrini iraniani visitino le città sante di Najaf e Karbala’. In queste città, compagnie edilizie iraniane controllano la costruzione di hotel e strutture turistiche; molte di queste aziende sarebbero gestite da soggetti che rispondono alla Guardia rivoluzionaria, anche se non esistono indicatori precisi. Quel che salta agli occhi degli iracheni è la vasta gamma di prodotti iraniani presenti sui mercati in tutto il paese. Al culmine della violenza settaria, si diceva che le milizie sunnite avessero vietato la vendita di prodotti iraniani nelle proprie zone. Naturalmente, l’attuale predominio iraniano sul commercio e la finanza alimenta il sospetto, sia tra gli iracheni che tra gli statunitensi, che i rapporti tra Iran e Iraq abbiano la protezione del governo Maliki. In realtà, il coinvolgimento economico iraniano in Iraq è oggetto di feroce concorrenza tra i partiti sciiti in crescita nel paese.
‘Ammar al-Hakim, capo del Supremo consiglio islamico in Iraq [Isci, il nuovo nome del vecchio Sciri, N.d.T.], si è guadagnato un ruolo particolarmente importante nel commercio Iraq-Iran. Nel 2005 si diceva che il giovane Hakim avesse preso il controllo della Shahid al-Mihrab Corporation, un’entità che, secondo due ex ministri iracheni del commercio ora in esilio a Sharjah, sotto il regime baathista era controllata dai servizi segreti. Questa compagnia gestiva il poco commercio con l’Iran che allora c’era nel Sud e controllava le attività dei pochi pellegrini ammessi nel paese; ma, come altre vecchie istituzioni baathiste, dopo il 2003 Shahid al-Mihrab è passata sotto la gestione di nuovi poteri. Il controllo di questa compagnia ha favorito il primato dell’Isci sulle licenze edilizie e sui trasporti collegati al business dei pellegrinaggi, oltre che sulla vendita di esportazioni iraniane nelle città meridionali di Kut, ‘Amara e Bassora. Intanto il principale rivale dell’Isci, al-Da‘wa [il partito del premier Nouri al-Maliki, N.d.T.], lucra sul controllo dei ministeri federali e dei loro rapporti di affari con l’Iran.
Una volta le aziende statali controllate dai ministeri importavano materie prime per produrre beni di consumo, ma due decenni di incuria dovuta alle guerre e sanzioni, e poi la distruzione degli impianti dopo il 2003, hanno lasciato la maggior parte delle fabbriche prive di macchinari: ora l’Iraq si limita ad acquistare prodotti finiti. Purtroppo, anche se il recupero di queste fabbriche sarebbe positivo in termini di sviluppo e posti di lavoro, i ministeri hanno poco interesse a farlo. L’investimento produttivo potrebbe beneficiare aree geografiche controllate da partiti rivali, dunque i funzionari preferiscono spendere milioni ogni mese per contratti di importazione. I contratti portano contanti; gli uomini d’affari che trattano con ministeri e aziende statali riferiscono di tangenti richieste a tutti i livelli.
Certo, la corruzione era imperante anche prima dell’invasione Usa, ma il maggior caos politico ha moltiplicato il numero di attori e i rischi. Durante il regime di sanzioni degli anni Novanta, i capi baathisti diventavano milionari mentre lo stato proteggeva il loro contrabbando dalla concorrenza. Oggi, secondo gli osservatori, ci sono dei nuovi milionari, legati ai partiti e alle milizie sciite, ancora più spietati dei baathisti nel difendere il bottino. Pochi imprenditori seri nel paese lavorano senza qualche forma di sostegno o protezione organizzata. I legami di famiglia aiutano, ma l’attività fuori dal proprio territorio richiede una polizza di assicurazione aggiuntiva. Il racket per la protezione era il pane quotidiano dei miliziani dell’esercito del Mahdi di Muqtada al-Sadr a Baghdad, per esempio, tra il 2004 e il 2007. Quando il controllo dell’esercito del Mahdi sulla capitale è crollato, i commercianti sunniti hanno iniziato ad assumere rappresentanti sciiti e viceversa. Questa cooperazione può significare che la divisione settaria si sta riducendo, ma potrebbe anche essere un segnale di quanto sono profonde e istituzionalizzate queste divisioni.

TRIPLO PIZZO
Nei decenni passati, Dubai e gli Emirati arabi uniti ospitavano una comunità irachena piccola rispetto a quelle di Amman o Damasco. Ora le cose sono cambiate. Dopo l’Iran, Dubai e gli Emirati sono diventati i partner commerciali più importanti per l’Iraq nel Golfo. Il primo settore sfruttato dopo la caduta del vecchio regime è stato quello delle auto usate, poi è venuto il contrabbando di petrolio.
Sotto Saddam tutti gli acquisti di automobili passavano per un ente statale. Alla fine del 2003 alcuni rivenditori degli Emirati hanno iniziato a spedire modelli vecchi e di bassa qualità verso i porti di Bassora e Umm Qasr. Vista l’impennata della domanda, gli importatori privati dal lato iracheno hanno fatto a gara per far attraccare le navi e ricevere le auto. Le misere condizioni dei porti limitavano le dimensioni degli scafi che potevano attraccare in sicurezza. Così, per stare dietro alla domanda, gli importatori hanno aperto una serie di piccoli attracchi semilegali per il carico e lo scarico lungo il fiume Shatt al-‘Arab. Questi porti di fortuna spesso non erano molto più di piccoli pontili di legno attraverso cui si poteva sbarcare un’auto alla volta, e gli acquirenti non erano normali venditori di auto usate. Alcuni erano capi delle milizie, con i contatti e le armi sufficienti per portare camion carichi di auto fino alla capitale; altri erano legati a gang criminali minori. Automobili vecchie di dieci o vent’anni venivano spedite da Dubai verso nord per solo 135 dollari ciascuna e poi vendute per diverse migliaia di dollari a Bassora. A Dubai circolava la voce che i relitti delle autobomba riportavano numeri di matricola degli Emirati, ma questo non ha posto un freno al commercio. Nel 2008 Baghdad ha vietato l’importazione di auto usate, ma il controllo è stato scarso. Nel 2009 i porti iracheni rimangono aperti a tutti. Con i contatti politici giusti e i soldi per pagare le tangenti gli importatori possono tuttora far passare le loro merci di fronte alla guardia costiera, scaricarle nei porti e trasportarle verso i mercati.
Il piatto delle importazioni era sempre più ghiotto, così i funzionari dei successivi governi iracheni gravitavano verso Dubai. Parenti e prestanome di leader di partito e di ministri in carica riversavano i loro dollari nel settore immobiliare di Dubai, fondavano società commerciali, investivano in aziende di trasporti, o facevano tutte e tre le cose. Molti hanno cercato ad Amman, Beirut e Damasco i capitali iracheni (stimati in 17 miliardi di dollari) che hanno lasciato il paese dal 2003, ma ora sono Dubai, Abu Dhabi e Sharjah i paradisi fiscali preferiti. Dubai, nota nel mondo per il riciclaggio di denaro e il contrabbando, è un buon posto per nascondere capitali di provenienza illecita. Anche in grandi transazioni, il pagamento in contanti è benvenuto. A parte poche banche private, l’Iraq non ha un sistema bancario funzionante, così l’esportazione di capitali significa il trasporto di mucchi di contanti oltre confine. Gli uomini d’affari iracheni attivi negli Emirati dal 2003 parlano di “pacchetti Fort Knox”, bancali carichi di biglietti da 100 dollari che arrivano su voli charter. Che sia una coincidenza o meno, l’Autorità provvisoria della Coalizione guidata da Bremer e i comitati di ricostruzione provinciale dell’esercito Usa hanno elargito quantità ignote di questi “pacchetti” nel periodo successivo all’invasione.
La corruzione nei ministeri, il business delle importazioni, le società all’estero e l’esportazione di capitali, presi tutti insieme, costituiscono quello che si potrebbe chiamare il “triplo pizzo iracheno.” Primo: il rappresentante a Dubai della società commerciale di proprietà di un ministro “vince” una commessa per fornire pezzi di ricambio per auto a quel ministero. Secondo: a Baghdad, il ministro riceve una tangente sul contratto. Terzo: la tangente prende la via di Dubai, dove, insieme alla commessa pagata dal ministero all’esportatore, è investita in proprietà immobiliari o nella compagnia. Però, il triplo pizzo sbiadisce di fronte al contrabbando di petrolio, che ha causato di gran lunga il danno più grande all’economia irachena.

ALLA LUCE DEL SOLE
Di solito le autorità Usa indicano i ribelli e le gang criminali come i responsabili del furto di petrolio su larga scala a partire dal 2003, preferendo ignorare i legami dei contrabbandieri coi partiti politici. I paradisi fiscali regionali, come gli Emirati, sono essenziali per il contrabbando. Per quante merci siano state esportate in Iraq, un valore in dollari molto più grande è tornato negli Emirati sotto forma di greggio al mercato nero. Prima dell’invasione Usa l’Iraq estraeva 2,6 milioni di barili al giorno; nel 2003 il volume è crollato, tornando ai 2,4 milioni solo nel 2008, appena in tempo per veder precipitare i prezzi mondiali del petrolio. Di questi, tra i 200.000 e i 500.000 al giorno vengono contrabbandati. Come succede spesso nell’Iraq post invasione, non c’è modo di stabilire esattamente quanto greggio è stato rubato; ma, considerando le somme di denaro che arrivano negli Emirati, la quantità è notevole.
Il contrabbando di petrolio attraverso il Sud c’era anche sotto il Baath, ma è stata l’invasione Usa che ha ingigantito il business, che ora è alla luce del sole. I primi piccoli passi sono stati nel tardo 2003 e all’inizio del 2004. Dopo che, nel 2003, le autorità portuali irachene si sono dissolte, gruppi locali alleati con l’Isci e con al-Fadhila, una scissione dell’area sciita sadrista, hanno preso il controllo dei due principali terminali petroliferi iracheni in alto mare, a Bassora e a Khawr al-Amaya. Ma, come nel business delle auto, sono stati i porti semilegali lungo lo Shatt al-‘Arab ad aprire la strada; il più noto di questi è l’isola di al-Dakir. Qui, nel 2003, affaristi e rappresentanti delle milizie costruirono dei punti di riparazione per piccole barche, oltre a semplici pontili e strutture di conservazione del petrolio. Il greggio veniva travasato da condutture sulla terraferma e portato in camion sull’isola. Le prime spedizioni partivano su barconi riadattati, che arrivavano ad al-Dakir da Dubai o Sharjah; alcuni di questi scaricavano il loro contenuto a Dubai, Port Rashid o in strutture più piccole come Hamriyya. Le autorità di Dubai sottolineano che la città-stato non ha riserve petrolifere ma è sede di raffinerie e strutture di immagazzinaggio. Il greggio iracheno rubato era venduto a queste società (con documentazione falsa o anche senza), che lo diffondevano nel mercato regionale. Un barile venduto ad al-Dakir per 8-10 dollari poteva triplicare il suo prezzo all’arrivo a Dubai.
Nel 2005 il contrabbando di petrolio era dominato da iracheni con amici ad alto livello nei partiti e nelle milizie che controllavano una fetta di porto e abitanti degli Emirati (sia cittadini che iracheni espatriati) con contanti disponibili. Il business cresceva dai barconi a navi più grandi che potevano arrivare direttamente alle strutture in alto mare. Il contatto con l’uomo alla pompa o coi suoi superiori permetteva ai capitani di nave di caricare migliaia di barili alla volta dagli impianti offshore. Nel 2007 il mercato del greggio iracheno a Dubai e Sharjah era frenetico. Seguendo l’andamento dei costi, anche il capitale da anticipare cresceva, attirando pesci più grossi. La marina militare Usa, i cui incrociatori pattugliavano queste acque e che ingaggiava i contractors che sorvegliavano gli impianti, probabilmente sapeva molto di questo commercio.
Nel 2007 alcuni barconi si ribaltarono, versando il loro petrolio sulle spiagge del Golfo. Le autorità degli Emirati non potevano ignorare la minaccia per il turismo e alla fine vietarono lo scarico di petrolio nei porti commerciali. Questa misura tardiva non riuscì a fermare il contrabbando. I trafficanti costruirono una struttura offshore - una specie di mercato galleggiante - appena fuori dalle acque territoriali di Sharjah. Qui, non solo si scambiava greggio ma si vendeva combustibile di contrabbando per le navi a prezzi notevolmente ridotti. Gli scafi che lasciavano i porti degli Emirati attraccavano qui, facevano il pieno e riprendevano il viaggio. A volte, ricorda un capitano di nave, le navi della marina Usa “passavano e noi li salutavamo”. Dopo la crisi finanziaria globale e la caduta dei prezzi del petrolio il contrabbando ha rallentato, diventando però più centralizzato. Maliki, ristabilendo il controllo statale su Bassora, ha scacciato i rivali dai terminali offshore in favore di al-Da‘wa. Anche sul versante degli Emirati una singola entità (di nuovo, a quanto si dice, legata a esponenti di al-Da‘wa) fa i viaggi e carica il petrolio.
Nel 2007 un funzionario della dogana dichiarò alla stampa: “Quelli che contrabbandano petrolio appartengono ai centri del potere, sia ora che prima, sotto il vecchio regime, e hanno le pallottole per chiudere la bocca a chi li contrasta”. Due anni dopo, con l’amministrazione Obama decisa ad attuare il piano di ritiro promesso in campagna elettorale, i vertici Usa sostengono che la politica irachena si sta normalizzando. Ma la realtà è che si spara meno solo perché certe fazioni irachene, che occupano i ministeri nella Zona verde, non hanno più bisogno di violenza caotica per dare forza alle loro parole. Stanno estendendo il controllo statale ai confini dell’economia di guerra del paese. Ma lo stato è costruito su fondamenta di corruzione, gettate negli anni della guerra civile. Mentre Baghdad attende un flusso di investimenti esteri legali dalle multinazionali del petrolio, che puntano ai grandi giacimenti che rimangono da sfruttare, le fabbriche ferme e i professionisti emigrati mostrano che le prospettive di investimenti produttivi per quei fondi sono scarse. E anche se alcune fasce di iracheni cavalcano l’onda del contrabbando e di altre attività economiche illegali, il 28% degli uomini in età di lavoro è disoccupato. Il popolo iracheno non ha avuto la sua parte.

*Professore associato di Scienze politiche.

Da: Merip, www.merip.org/mer/mer252/moore.html. Trad. e rid. di Marco Capra; adatt. red.

.

 

 

Copyright 1993/2003 Guerre&Pace
. Mensile di informazione internazionale alternativa
Ed. e propr. Associazione G&P. Stampa La grafica Nuova, v. Somalia 8, Torino.
Autorizz. Trib. Milano n. 55 del 13/2/1993. Dir. resp. Walter Peruzzi