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articolo della rivista numero 155


Globale o regionale, ma sempre imperiale


di Piero Maestri

I  paesi dell’Alleanza atlantica cercano di stabilizzare le loro relazioni con  un nuovo “concetto strategico”. Ma la Nato continuerà a essere la principale organizzazione politico-militare per la proiezioni degli interessi occidentali

 

Lo scorso aprile l’Alleanza atlantica celebrava il suo 60° anniversario con un vertice dai forti contenuti simbolici e dalla scarsa produttività per quanto riguarda decisioni e conclusioni di un dibattito da tempo aperto nell’organizzazione.
Era evidente in quei giorni che, come spesso succede per questi summit, il momento più importante sarebbe stato la fotografia dei capi di stato e di governo sul ponte sul Reno che collega la città tedesca di Khel con quella francese di Stasburgo; una fotografia protetta da migliaia di poliziotti a difesa della consueta “zona rossa” di fronte alle manifestazioni di protesta, fatto anche questo piuttosto simbolico.
L’altro passaggio simbolico era la presenza del nuovo presidente Usa Barack Obama per la prima volta a un vertice della Nato.
Alla fine le uniche decisioni concrete sono state l’ennesimo allargamento della partecipazione - questa volta a Croazia e Albania, portando così a 28 i membri dell’Alleanza, mentre Georgia e Ucraina continuano ad aspettare fuori dalla porta - e il lancio di un nuovo “concetto strategico” che dovrebbe sostituire, il prossimo anno, quello approvato a Washington nel 1999 mentre si bombardavano le città della Repubblica di Jugoslavia.

GLOBALISTI E REGIONALISTI
Perché i leader della Nato e dei principali governi membri ritengono sia necessario un nuovo concetto strategico? Forse ritengono “superato” quello del 1999?
Sbaglia chi pensa che la scrittura di un documento strategico simile possa essere di portata tale da modificare la traiettoria che la Nato ha preso da oltre vent’anni, o che siamo all’inizio di una parabola discendente a cui si cerca di porre un freno.
Sicuramente - come si legge anche nell’articolo di John Feffer - c’è un dibattito aperto e differenti visioni di quale debba essere il focus dell’organizzazione e quindi di quale riforma organizzativa abbia bisogno. Questo dibattito è rappresentato da due posizioni specifiche: quella che viene definita dei “globalizzatori” e quella dei “regionalisti”.
I primi ritengono debba essere accelerata e approfondita la portata globale della Nato e delle sue operazioni militari, preparando l’organizzazione a una maggiore capacità di intervento rapido, a una più larga area di intervento e a un conseguente allargamento delle partnership e, possibilmente, della partecipazione diretta di nuovi paesi anche non europei (dal mediterraneo all’Asia, all’Oceania, mettendo per ora da parte l’idea di “sbarcare”  in America latina).
I secondi ritengono invece che la Nato debba mantenere al centro il suo carattere di alleanza transatlantica per la difesa essenzialmente del/nel continente europeo.
In genere, nella divisione, tra i primi si iscrivono in particolare Usa, Gran Bretagna, Francia, Olanda, che vedono nella Nato uno strumento di tutela e proiezione degli interessi economico-politici a livello planetario attraverso una presenza militare diretta e operazioni sempre più allargate. I paesi dell’Est europeo, ora membri della Nato, sono invece più preoccupati (specie dopo il conflitto russo-georgiano dello scorso anno, e non li tranquillizzerà certo il rapporto dell’Unione europea di qualche settimana fa che accusa la Georgia di aver iniziato una “guerra ingiustificata”) dalle capacità di intervento russe e dal ruolo di questa a livello regionale.

NEL DUBBIO, COMBATTERE
Dare conto di questo dibattito, che si svolge apertamente e che viene riportato da tutti gli analisti della questione, non deve indurci a pensare a una frattura insanabile o ad ancora più improbabili rotture, così come non c’è una contraddizione - che altri invece sembrano sopravvalutare - tra il rafforzamento delle strutture della Nato e nuovi strumenti dell’Unione europea, che nascono come subalterni e collegati alla Nato stessa e non certo alternativi.
Il dibattito è in realtà trasversale e capita che i paesi dell’Est più interessati a una versione “europea” della Nato siano quelli che forniscono un importante contributo alle operazioni fuori area (per esempio Polonia, Estonia e Lituania partecipano alla missione Isaf in Afghanistan con oltre 2.500 soldati). D’altra parte questi stessi governi da tempo hanno scelto l’incorporazione della Nato attraverso una totale subalternità e un legame indissolubile con gli Usa e sanno bene che devono alla fine accettare gli interessi statunitensi per una Nato globale affinché questi rimangano pienamente coinvolti in Europa. Per questo sono anche costretti ad abbozzare di fronte ai tentativi statunitensi di un migliore rapporto di scambio con la Russia - che ha portato tra l’altro alla decisione di cancellare il progetto di difesa missilistica con basi situate in Polonia e Repubblica Ceca (il che non sembra significare l’abbandono del progetto, che potrebbe invece spostarsi in altri paesi, e già si parla dei Balcani, di Israele o della Turchia).

LA NATO DOPO LA GUERRA FREDDA
Il profilo della Nato nei prossimi sarà comunque conseguente alle decisioni prese nel non lontano 1991 con il primo concetto strategico del dopo-guerra fredda, quando la Nato non solo riaffermava la sua “necessaria” esistenza come strumento di “difesa collettiva” ma estendeva la propria missione di fronte alle nuove “minacce”. Anzi si comincia a parlare di rischi: “A differenza dalla minaccia prevalente nel passato, i rischi residui per la sicurezza alleata sono molteplici e multidirezionali, il che li rende difficilmente prevedibili e valutabili. Se si intende mantenere la stabilità in Europa e la sicurezza dei paesi membri dell'Alleanza, la Nato deve essere in grado di rispondere a questi rischi, rischi che possono sorgere in vari modi. È meno probabile che i rischi per la sicurezza alleata scaturiscano da un'aggressione deliberata contro il territorio dell'Alleanza; è prevedibile, invece, che possano derivare dall'instabilità dovuta alle gravi difficoltà economiche, sociali e politiche, comprese quelle causate dagli antagonismi etnici e dalle controversie territoriali…” (Londra, 7-8 novembre 1991).
Una strategia che veniva nuovamente ribadita ed estesa nei giorni del bombardamento alleato della Repubblica jugoslava, quando nel vertice del 50° a Washington i paesi della Nato concordavano che “nell'adempimento della sua politica di salvaguardia della pace, prevenzione della guerra e rafforzamento della sicurezza e della stabilità, e così come previsto dai compiti fondamentali di sicurezza, la Nato cercherà, cooperando con altre organizzazioni, di prevenire i conflitti o, se dovessero presentarsi delle crisi, di contribuire a una loro gestione efficace, in accordo con il diritto internazionale, eventualmente conducendo operazioni d'intervento in caso di crisi non previste dall'Articolo 5” (Washington, 23-24 aprile 1999).
In questo modo si delineava e chiariva il quadro strategico di una Nato globale che supera il suo stesso trattato istitutivo per darsi strumenti di intervento planetario o quasi.
Nel 2006 a Riga veniva poi approvata la “Comprehensive political guidance”, indirizzata a tradurre sul piano operativo il disegno strategico. A questo scopo si sottolineava la necessità di “forze di intervento congiunte [joint expeditionary forces] e la capacità di dispiegarle e sostenerle; forze di prontissimo intervento; l’abilità di trattare minacce asimmetriche; superiorità in campo informativo/informatico; la capacità di mettere insieme i vari strumenti dell’Alleanza per dare maggiore efficacia alla risposta a una crisi e alla sua risoluzione, così come la capacità di coordinarsi con altri attori. La Forza di risposta rapida è uno strumento militare fondamentale a sostegno dell’Alleanza e un catalizzatore di ulteriori trasformazioni e ad essa viene data massima priorità insieme alle necessità operative” (1).

VERSO UN NUOVO CONCETTO STRATEGICO
È importante segnalare che dal 1991 questi documenti non sono secretati. Questo non è certo dovuto a una scelta di trasparenza e dibattito democratico (di passaggio, ricordiamo che questi documenti non vengono di norma discussi e tanto meno approvati dai parlamenti nazionali).
Questi “concetti strategici” hanno sostanzialmente tre funzioni: codificare decisioni del passato e pratiche sperimentate; segnalare la direzione strategica di intervento; essere strumento di diplomazia pubblica e di comunicazione politica. Naturalmente non sono documenti che avranno una diffusione sui grandi mezzi di comunicazione, ma saranno continuamente citati dai vari “esperti” chiamati a tradurli in concetti capaci di costruire consenso politico e culturale. Un lavoro difficile e che ha risultati contradditori (2).
Cosa dovrebbe contenere questo documento che la Nato vuole approvare nel 2010 e per la preparazione del quale ha costituito una commissione di consulenti presieduta da Madeleine Albright? Voluto fortemente dal passato segretario generale della Nato Jan De Hoop Schaffer, “globalista” convinto come il suo successore Rasmessen, questo nuovo modello strategico dovrebbe servire proprio a ribadire il ruolo continentale della “difesa collettiva”,  rassicurando così i “regionalisti”, per delineare meccanismi più stabili e vincolanti verso un ruolo di maggiore interventismo e operatività delle strutture comuni. In questo senso dovrà definire con più chiarezza quali criteri seguire per la progressiva incorporazione dei paesi che oggi partecipano alle diverse partnership, in particolare quelli del Mediterraneo (Israele al primo posto), e quali relazioni stabilire con la Russia, questione su cui più forti sembrano le divisioni tra i membri della Nato.
Una seconda questione riguarda il tipo di missioni a cui la Nato vuole prepararsi, anche nelle dimensioni non direttamente militari. A leggere i temi delle discussioni, dei seminari, dei vertici in ambito Nato sembra difficile trovare questioni alle quali la Nato non voglia dare risposte: i cambiamenti climatici e il riscaldamento globale, la sicurezza alimentare e la lotta alla povertà, il sostegno alle operazioni di protezione e soccorso civile e così via. Improbabile che tutti questi diventino realmente settori di intervento stabile della Nato, mentre verranno invece certamente ribaditi e sottolineati quelli nei quali già oggi la Nato è coinvolta e sta procedendo alla relativa strutturazione operativa - la “lotta al terrorismo”, la “sicurezza energetica” (cioè la garanzia di accesso alle risorse energetiche altrui), la guerra alla pirateria (vedi art. di Mazzeo), il supporto alle guerre dei partner (come Israele) e così via - sviluppando sempre la copertura ideologica della “responsabilità di proteggere” con la quale giustificare l’ingerenza internazionale (e poter così coinvolgere anche le varie organizzazioni “non” governative più o meno embedded).
Questione non di secondo piano sarà anche quella dell’armamento nucleare, che rimane ben presente e che continuerà a giocare un ruolo di dissuasione/minaccia.

PENSARE LOCALMENTE, AGIRE GLOBALMENTE
Se non siamo tra quelli che vedono una Nato in crisi e sull’orlo della progressiva scomparsa, nemmeno siamo convinti che questa organizzazione diventerà nel prossimo futuro lo strumento unico e onnipotente per affrontare ogni tipo di problema.
La Nato cercherà di concentrare gli sforzi sull’operatività possibile e sugli strumenti che la rendano effettiva/efficace: dalla questione delle risorse (con la consueta richiesta di stabilizzare e rendere indipendente dalle congiunture economiche i contributi dei singoli membri, possibilmente razionalizzando la spesa e rafforzando i legami tra le industrie belliche) a quella delle forze comuni (intanto aumentano le manovre, gli scambi e la partecipazione di sempre più paesi alle operazioni Nato); dal superamento delle rigidità dovute al meccanismo del voto per consenso alle differenti direttive alle forze armate di ogni paese impegnati nelle operazioni Nato. In questo caso difficilmente verrà definitivamente stabilito un principio diverso dal voto per consenso, ma si cercherà di stabilire impegni più stringenti all’interno delle decisioni prese (per esempio riguardo ai cosiddetti “caveat”). E sarà l’Afghanistan a dettare questo dibattito (v. La palude afghana).
Ma quello che sicuramente rimarrà come scopo principale della Nato sarà quello di garantire che le dinamiche politiche interne, forse più ancora che quelle esterne, dei paesi membri non superino certi limiti. Un ruolo che è stato evidente in passato per l’Italia (v. art. di Baracca) e che continuerà, anche con mezzi differenti, oltre che con il consueto strumento della presenza di basi come garanzia di continuità delle politiche militari dei diversi paesi.

 

NOTE
(1) “G&P” ha analizzato in maniera continuativa questi passaggi. Segnaliamo tra gli ultimi articoli Il vertice di Bucarest, n.149 e Nuova eterna alleanza, n.150.

(2) Se guardiamo i risultati del sondaggio europeo “Transatlantic trends 2009” (www.transatlantictrends.org) vediamo che la maggior parte degli europei da una parte pensa che la Nato sia “essenziale”, dall’altra che i soldati debbano ritirarsi dall’Afghanistan, la più importante missione operativa della stessa Nato. Premesso che i sondaggi valgono poco in generale, sembra che i nostri “esperti” di sicurezza non facciano troppo bene il loro lavoro…

 

 

 

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