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articolo della rivista numero 155
La tomba della Nato?
di John Feffer*
Questo interessante articolo, scritto da un esponente del mondo pacifista-progressista statunitense, propone la tesi discutibile secondo la quale la Nato si starebbe avviando verso la sua sostanziale decadenza e inefficacia, soprattutto in seguito al “fallimento” afghano. Tesi con cui non concordiamo fino in fondo, perché a nostro avviso l’efficacia della Nato non si è mai limitata a quella militare, ma è propriamente politica, e perché sopravvaluta l’indipendenza europea. Rimane un articolo che propone un dibattito e argomenti che ci sembra utile conoscere (p.m.).
Celebrando quest’anno il suo 60° anniversario, la Nato appare fiacca e significativamente consumata dall’uso. Aggressiva e inefficace, l’organizzazione mostra i segni di una precoce senilità. Malgrado i sorrisi e la retorica rassicurante dei suoi summit annuali, la sua politica interna è diventata così litigiosa da provocare la sua disfunzione. Forse, come ogni sessantenne in quest’epoca di crisi della sanità e di malessere economico, l’alleanza transatlantica è semplicemente preoccupata del suo futuro.
Francamente, è giusto che lo sia.
La penosa verità è che la Nato potrebbe soffrire di una malattia terminale. La sua attuale missione in Afghanistan, la più significativa ed estesa finora, potrebbe essere l’ultima. L’Afghanistan è stata la tomba di molti poteri imperiali, dagli antichi macedoni ai sovietici: ora sembra aver trovato la sua prossima vittima.
Per la Nato, quest’anno avrebbe dovuto essere una celebrazione, non un lamento funebre. Dopo aver sofferto una frattura transatlantica di proporzioni epiche durante gli anni di Bush, l’alleanza ha avuto un fremito con l’elezione di Obama e la sua politica di conciliazione. La nuova amministrazione statunitense ha promesso di spostare truppe dall’Iraq all’Afghanistan per dare alla Nato la possibilità di combattere “la guerra giusta”. Il vicepresidente Biden e il segratario di stato Hillary Clinton hanno promesso di schiacciare il tasto “reset” riguardo alle relazioni tra Usa e Russia, rimuovendo potenzialmente uno dei principali ostacoli alla salute e al benessere della Nato. E come ornamento per l’anniversario del 60°, la Francia ha deciso la sua reintegrazione nella Nato dopo 43 anni di tira-e-molla.
FALLIMENTO DI UNA GUERRA
Ma finite le celebrazioni, l’Afghanistan ha l’inquietante capacità di rovinare i piani migliori. Nel summit dello scorso aprile Obama non è riuscito a ottenere un aumento delle truppe dai suoi alleati europei. Le potenze della Nato hanno oltretutto sottoposto le loro forze armate a tali legacci e caveat - la Germania ha tolto i suoi soldati dal combattivo Sud, molti contingenti hanno complesse regole che limitano le operazioni di combattimento, il Canada si ritirerà nel 2001 - che la missione della Nato sembra Gulliver legato dai lillipuziani.
Il vero chiodo nella bara della Nato, comunque, è stato la sua sbalorditiva mancanza di un successo sul terreno. I talebani, di fatto, non solo hanno aumentato il loro controllo di larga parte dell’Afghanistan meridionale, ma estendono la loro presenza anche al Nord. Ancora più imbarazzante per la Nato, il recente aumento delle truppe dell’alleanza sembra solamente aver reso più forti i talebani. Quasi otto anni di distruzioni (bombardamenti aerei, oltre 100.000 soldati sul terreno), alternati a ricostruzioni (38 miliardi di dollari di assistenza economica stanziati dal Congresso Usa dal 2001) non hanno prodotto nulla. E una nuova campagna di controinsurrezione non sembra promettere nulla di nuovo. Quella che era conosciuta come la più grande alleanza militare della storia è stata frustrata da milizie irregolari e gruppi di guerriglia, senza il sostegno delle maggiori potenze e in uno dei più poveri paesi del mondo.
Ancora peggio, l’operazione afghana è diventata un peso politico per molti membri della Nato: i dirigenti politici europei temono il possibile contraccolpo elettorale, come è successo a Blair e Aznar quando la guerra in Iraq è peggiorata.
Malgrado l’entusiasmo per Obama, l’opinione pubblica europea è largamente a favore della riduzione o del ritiro delle truppe dall’Afghanistan (il 55% degli europei occidentali e il 69% di quelli orientali, secondo un sondaggio recente del “German Marshal Fund”, http://www.transatlantictrends.org/trends/pressinfo.html). L’aumento delle morti in combattimento ed episodi devastanti come il recente bombardamento di due camion di combustibile rubati dai talebani nella provincia di Kunduz, che ha ucciso molti civili, hanno solamente rafforzato la contrarietà alla guerra.
Intanto negli Usa sia l’élite che l’opinione pubblica sono diventate contrarie alla guerra. Con l’economia statunitense ancora in fase di recessione, Obama deve fronteggiare il tipico dilemma “burro o cannoni” che rischia di distruggere la sua agenda di politica interna, come fece la guerra del Vietnam con la riforma della “Great society” di Lyndon Johnson. Nessuna sorpresa, quindi, se il presidente è incerto nell’aderire alle richieste del suo generale di inviare più truppe Usa per combattere quella che la stampa ora chiama “la guerra di Obama”.
UNA NATO GLOBALE?
Non molto tempo fa gli “esperti” rivendicavano una “Nato globale” che avrebbe dovuto allargare la sua forza e i suoi membri per includere partner in Asia e ovunque. Questa arroganza ha ceduto alla disperazione e alla discordia. Per quanto gli Usa non abbiano perso la speranza di una Nato orientata a combattere minacce globali come il terrorismo e la proliferazione nucleare, altri membri dell’alleanza preferirebbero concentrarsi nuovamente sulla tradizionale missione di difesa dell’Europa. Aggiungete i contrasti tra Usa e alleati circa l’approccio da tenere riguardo alla situazione dell’Afghanistan e la Nato comincerà a sembrarvi una mischia del rugby più che un’alleanza militare.
I funzionari della Nato stanno cercando di uscire da questa situazione, chiamando gli alleati a discutere insieme una nuova strategia afghana prima della fine dell’anno, mentre il nuovo segretario della Nato sta preparando un nuovo “concetto strategico” che ridisegni il sistema operativo dell’organizzazione al prossimo summit di Londra del 2010.
Troppo poco e troppo tardi. Molti funzionari statunitensi sono stanchi di quelli che loro considerano “tentennamenti” europei sull’Afghanistan: “Siamo molto delusi dal comportamento di molti dei nostri alleati”, ha detto recentemente Robert E. Hunter, ambasciatore presso la Nato durante l’amministrazione Clinton, di fronte al Congresso. “Infatti ci sono settori del governo statunitense che cominciano a domandarsi quale sia il prezzo dell’alleanza nella Nato”.
Per quanto riguarda gli europei, essi stanno costruendo la loro capacità militare indipendente, e continueranno a farlo con la Nato o senza. La domanda è: la guerra afghana alla fine spingerà Stati uniti ed Europa verso un divorzio consensuale? Se sarà così, la campagna militare che avrebbe dovuto fornire nuova linfa vitale alla Nato e trasformarla in una forza militare globale sarà quella che la porterà alla definitiva rovina […]
IL TEST AFGHANO
Dalla fine della guerra fredda, la presenza di truppe statunitensi in Europa è molto diminuita. Da un picco di diverse centinaia di migliaia è arrivata a circa 44.000 nel 2007, e sono state proposte riduzioni a circa 30.000 uomini o anche meno. Con le forze Usa impegnate al massimo in molte parti del mondo e gli strateghi statunitensi concentrati sul cuore energetico del pianeta, in Medio Oriente e Asia centrale, il teatro europeo delle operazioni è stato (e rimane) il posto più ovvio per la riduzione delle forze.
Washington continuerà certamente a mantenere basi militari chiave in Gran Bretagna, Italia e Germania e ha previsto di costruirne di nuove in Bulgaria, Romania e Kosovo (che capita sia abbastanza vicino alle risorse energetiche dell’Eurasia e del Medio Oriente). La Turchia e probabilmente i Balcani sono previsti come luoghi importanti per una versione avanzata del sistema di difesa missilistico che il presidente Obama ha recentemente cancellato per la Polonia e la Repubblica Ceca, basi fondamentali nei piani dell’amministrazione Bush per l’Europa.
In sostanza, le forze e le risorse statunitensi una volta disponibili per le operazioni europee della Nato sono andate rapidamente riducendosi.
Allo stesso tempo, negli anni di Bush, Washington aveva scelto di spingere l’alleanza a espandersi oltre i suoi tradizionali obiettivi per pensare globalmente e occuparsi di terrorismo, pirateria, proliferazione nucleare e altre minacce internazionali. Gli Usa immaginavano così di poter scaricare sugli alleati europei parte del loro fardello finanziario dell’autoproclamata missione globale. La guerra afghana e l’impegno della ricostruzione, un’operazione “out of area” di significato globale, era chiaramente il test per la versione di Washington di una nuova e migliore Nato.
Dall’altra parte, i nuovi membri della Nato dell’Europa centrale e orientale volevano che il focus rimanesse concentrato sulla minaccia alla stessa Europa (cioè, verso loro): cioè rimanevano concentrati sulla Russia. I dirigenti polacchi e cechi, in particolare, erano entusiasti delle basi per il sistema missilistico ora cancellato, non perché credessero alla difesa missilistica in se, o perché preoccupati da un futuro attacco missilistico iraniano, ma perché desiderosi di mostrare a Washington la loro volontà di contrastare Mosca. Per questi sostenitori de “l’Europa al primo posto” l’Afghanistan non è che una distrazione dalla missione essenziale di tenere lontano l’orso russo.
LO SCONTRO TRA FAZIONI
Questo è il braccio di ferro nella Nato, tra la fazione “Europe first” e quella “Go global”. Stranamente tutte e due sembrano sul punto di cadere nel fango: ora che l’amministrazione Obama sta facendo la simpatica con la Russia gli “Europe first” non hanno una minaccia da cui difendersi; per quanto riguarda la fazione “Go global”, invece, la vittoria in seno alla Nato richiede la vittoria in Afghanistan, necessità che nel 2007 aveva fatto dichiarare al futuro “afpak” (Afghanistan e Pakistan) zar Richard Holbrooke che “l’Afghanistan rappresenta il test finale per la Nato”.
Se l’Afghanistan è la prova, allora la Nato sta per essere bocciata. I talebani sono saldamenti ritornati dopo la loro rotta del 2001; nel 2009 sono già morti più soldati - statunitensi e di altri paesi - che in ognuno degli otto anni precedenti; cresce il numero di vittime civili - il 2008 è stato l’anno record e il 2009 probabilmente lo diventerà - alla faccia delle linee guida “la responsabilità di proteggere”della Nato. Non siamo nemmeno vicini al numero di truppe necessarie per un’efficace campagna controinsurrezionale - se questa è poi possibile nel lontano Afghanistan - e quelle presenti si sono dimostrate male addestrate al lavoro di conquista dei “cuori e delle menti”. Nemmeno sono sufficienti i soldati afghani addestrati, dopo quasi otto anni dall’invasione del paese, per permettere di “afghanizzare” la parte Nato del conflitto. E per quanto riguarda i grandi progetti di promozione della democrazia e di “nation-building”, la rudimentale economia afghana rimane pesantemente dipendente dalla produzione di papavero da oppio e il suo sistema politico soffre di una crescente corruzione della quale le irregolarità delle recenti elezioni presidenziali rappresentano solamente la punta estrema di illegalità.
Nessuna sorpresa, quindi, se gli europei stanno pensando seriamente a come andarsene. Dopo un attacco suicida a Kabul che ha ucciso sei italiani a metà settembre, per esempio, il primo ministro Silvio Berlusconi aveva dichiarato: “Porteremo a casa i nostri ragazzi il più presto possibile” (1).
La guerra è diventata una questione prioritaria anche in Germania alla vigilia delle elezioni, quando un comandante tedesco ha chiesto un attacco aereo statunitense contro i due camion rubati a Kunduz. L’attacco, che ha provocato un numero imprecisato di vittime civili afghane, ha mostrato all’opinione pubblica tedesca che quella missione non può essere considerata né come impegno di stabilizzazione, né umanitaria, e il sentimento contro la guerra è cresciuto di conseguenza. Inoltre il bombardamento ha causato un inedito aumento di litigiosità tra Germania e Usa sulla responsabilità dell’incidente e la strategia globale.
Durante l’estate la Gran Bretagna aveva perso 40 soldati nel conflitto e la maggioranza dei britannici ora vuole il rientro immediato dei propri soldati - il che probabilmente significa che l’annunciata decisione del governo di inviare altri 1000 militari in Afghanistan cadrà miseramente in vista delle elezioni.
CRISI PERMANENTE
Come può la Nato diventare globale se non riesce nemmeno a superare il suo principale test, l’Afghanistan? “Naturalmente è possibile che la Nato sopravviva all’Afghanistan anche in assenza di un successo totale: dipende dal grado del suo fallimento”, hanno scritto gli analisti danesi Jens Ringsmose e Sten Rynning. “Quello che sembra certo è che il fallimento nell’Hindu Kush rappresenterà un serio colpo alla Nato globale”.
Visto che la Nato deve ridurre le proprie velleità, come ognuno di noi in periodo di recessione, dobbiamo dimenticarci che l’alleanza possa mettere in piedi operazioni fuori area, sostiene l’ex diplomatico David T. Jones per il think-tank conservatore “Foreign Policy Research Institute”: “Aggressioni, terrorismo, pirateria, violazione dei diritti umani devono essere affrontate, ma la Nato non è il martello adatto per questi chiodi. Gli Usa devono essere più critici e attenti nell’utilizzo di questo punteruolo per tagliare il legno. Il termine ‘coalizione dei volonterosi’ è ossidato, ma la Nato è sull’orlo di diventare una ‘coalizione di riluttanti’”.
“La Nato sembra spesso un’organizzazione in crisi, ma pare sempre riprendersi”, sostiene Ian davis di “Nato Watch”. “Questo in parte perché soluzioni per la difesa/sicurezza collettive continuano ad avere senso, non ultimo per prevenire la rinazionalizzazione della difesa in Europa; per costringere le amministrazioni Usa (per quanto possibile) ad approcci multilaterali e basati sulla legge; per fornire sufficienti garanzie di sicurezza al fine di far procedere il disarmo nucleare e perché un probabile disarmo convenzionale dovuto alla recessione non provochi instabilità”. Ma questi obiettivi comuni saranno sufficienti a tenere a galla l’istituzione?
SINTONIZZARE MEGLIO LE DIRETTIVE
Nel 2010 la Nato aggiornerà le sue direttive fondamentali per la prima volta nel decennio e le due fazioni si combatteranno per conquistare il posto di guida. È però probabile che nessuno dei due gruppi acquisti abbastanza potere nell’organizzazione per governarla da solo; indubbiamente ci sarà un compromesso. Per esempio, Zbigniew Brzezinski, già consigliere per la sicurezza nazionale e consumato “geopolitico”, ha sostenuto in un recente saggio su “Foreign affairs” che la Nato dovrebbe concentrarsi nella costruzione di relazioni di sicurezza con il mondo. In questo scenario la Nato apparirebbe più come un grande facilitatore che come una robusta forza di combattimento. Se, d’altra parte, l’Afghanistan davvero rende violenta la Nato, le proposte più radicali della “Citizens Declaration of Alliance Security”, che chiede un atteggiamento militare difensivo a un più basso livello di spesa, restringendo le missioni fuori area a quelle autorizzate dall’Onu, potrebbero entrare in gioco.
Tutte le istituzioni hanno un forte istinto di sopravvivenza, anche solamente per continuare a pagare uno stipendio ai propri dipendenti. La Nato sicuramente sopravviverà oltre il processo di programmazione strategica, il suo fallimento in Afghanistan e i suoi adattamenti alle nuove minacce globali. Ma potrebbe sopravvivere solo nominalmente. Se si riducesse al ruolo di grande facilitatore o di ancella dell’Onu avrebbe evidentemente cessato di essere una organizzazione della sicurezza collettiva transatlantica. Gli Usa piegherebbero quindi verso coalizioni ad hoc per raggiungere i propri obiettivi militari, mentre l’Europa costruirebbe la propria potenza militare indipendente.
Inizialmente l’Europa ha rafforzato le sue capacità collettive per avere nella comunità internazionale una voce in capitolo commisurata alla propria potenza economica, così come per inviare un neanche troppo sottile messaggio all’unilateralista amministrazione Bush. Oggi l’Unione europea possiede due gruppi di combattimento di dispiegamento rapido di 1.500 soldati ognuno e prevede, nel prossimo futuro, la costituzione di altri 10 o più gruppi basati sugli eserciti nazionali. Queste forze hanno già condotto missioni in oltre venti paesi. Il complesso militare-industriale europeo, intanto, sta cercando di far crescere i bilanci militari e di piazzare armamenti europei sui mercati internazionali. Tutto questo rappresenta certamente un segnale: se gli Usa pensano di poter fare da soli, o semplicemente di costringere l’alleanza alla propria versione di missione globale, anche l’Europa ha le sue possibilità.
Neanche in questo 60° la Nato ha dimostrato di poter vivere di vita propria in maniera sostenibile e responsabile. Al contrario, sta vivendo una crisi amletica d’identità: attaccare o non attaccare? La guerra afghana ha solamente reso evidente questo paradosso centrale: se l’alleanza non si impegna in operazioni militari, tutti metteranno in discussione il suo ruolo effettivo; ma se va alla guerra, e questa è un insuccesso, tutti metteranno in discussione la sua reale efficacia.
Maledetta se fa, e maledetta se non fa, la Nato zoppicherà a lungo, come fu per gli imperi britannico e sovietico dopo le loro disavventure in Asia centrale. Questi erano, dopotutto, “dead empires walking” [imperi morti che camminano]. Anche la Nato potrebbe trovarsi in questa categoria. Ma non lo sa ancora.
* condirettore di “Foreign Policy in Focus” presso l’”Institute for policy studies” di Washington.
NOTE
(1) Ovviamente in Italia sappiamo quanto poco valgano le dichiarazione del “nostro” presidente del consiglio. È comunque reale la difficoltà del governo a giustificare la presenza in Afghanistan. Interessante l’articolo del “Time” da cui l’autore riprende le dichiarazioni di Berlusconi e che dà un’immagine di queste difficoltà: http://www.time.com/time/world/article/0,8599,1924841,00.html (N.d.T.)
“Afghanistan: NATO’s Graveyard?” - - http://www.tomdispatch.com/post/175120/john_feffer_will_nato_s_60th_anniversary_be_its_last_
Trad. e adatt. Piero Maestri