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articolo della rivista numero 155


Ombre sui massacri

di Fabrizio Billi

 

Responsabilità e complicità nelle stragi ruandesi del 1994
Un libro e una commissione d’inchiesta ruandese accusano politici e militari francesio

Ricorre quest’anno il quindicesimo anniversario dei massacri ruandesi del 1994, quando, da giugno ad agosto 1994, furono uccise circa un milione di persone.
Ancora oggi sta continuando l’accertamento delle responsabilità, ad opera dei tradizionali tribunali di villaggio per quanto riguarda gli esecutori materiali, mentre il Tribunale penale internazionale per il Ruanda si occupa soprattutto di accertare le responsabilità di chi ideò e diresse le stragi.
Rimangono però oscuri due aspetti di quelle tragiche vicende: chi fu l’autore dell’abbattimento dell’aereo su cui viaggiava il presidente della repubblica (evento in seguito al quale iniziarono i massacri), ed eventuali responsabilità e complicità francesi.

I RESPONSABILI DEI MASSACRI E LA FRANCIA
Alla fine del 2008 il Tribunale penale internazionale ha emanato l’ultima, importante sentenza, condannando l’ex colonnello dell’esercito ruandese Théoneste Bagosora all’ergastolo per “genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità”, riconoscendolo colpevole di essere stato uno dei massimi responsabili del massacro.
Bagosora divenne capo militare delle forze armate ruandesi dopo l’assassinio del presidente ruandese Juvenal Habyarimana. Il jet presidenziale su cui viaggiava fu abbattuto poco prima dell’atterraggio nella capitale Kigali, di ritorno dalla città tanzaniana di Arusha, dove aveva firmato un accordo di pace e spartizione del potere con la guerriglia del Fronte patriottico ruandese, guidato da Paul Kagame, attuale capo dello stato.
La condanna di Bagosora contribuisce a chiarire come si sono svolti i massacri, chi li ha diretti e chi li ha eseguiti. È ormai chiaro da molto tempo che una parte dei dirigenti politici e militari ruandesi erano contrari a qualsiasi spartizione del potere. Da tempo veniva instillata nella popolazione hutu la paura che i tutsi volessero distruggere gli hutu, e occorreva provvedere alla eliminazione degli “scarafaggi” tutsi (così venivano definiti dalla propaganda, con un linguaggio che ricorda quello nazista nei confronti degli ebrei). Da tempo venivano addestrate le milizie interhamwhe (in lingua kinyaruanda, “quelli che uccidono insieme”).
Se la responsabilità dell’ideazione ed esecuzione delle stragi è indubbiamente delle fazioni del governo Habyarimana che non intendevano dividere il potere, e si tratta ora di individuare le responsabilità individuali, continuano invece le polemiche su eventuali responsabilità della Francia.
L’ultimo episodio della polemica tra Francia e Ruanda è dell’estate dello scorso anno, quando una commissione d’inchiesta ruandese ha concluso i suoi lavori rilasciando un rapporto nel quale vengono rivolte pesanti accuse a politici e militari francesi.
I rapporti tra i due paesi dal 1994 sono stati sempre molto tesi, ma sono decisamente peggiorati nel 2004. Nella primavera di quell’anno la polizia francese ha consegnato un rapporto investigativo al giudice Jean-Louis Bruguiére (1), che indaga sull’abbattimento dell’aereo che trasportava il presidente ruandese. I due piloti erano francesi e l’inchiesta è stata avviata dalle loro famiglie. Il rapporto accusava il Fronte patriottico ruandese (Fpr, l’organizzazione politica e militare guidata dall’attuale presidente del Ruanda Paul Kagame) di essere il mandante dell’attentato. Fino ad allora la versione dei fatti comunemente accettata indicava negli autori dell’attentato gli estremisti hutu, che rimproveravano al presidente eccessiva moderazione. Era già circolata l’ipotesi che in realtà fosse stato il Fpr ad abbattere l’aereo presidenziale, ma per la prima volta tale accusa veniva avanzata ufficialmente da una autorità pubblica.

L’”inconfessabile” ruolo della francia
Subito dopo la consegna del rapporto, anche l’uscita di un libro ha contribuito a far peggiorare i rapporti tra Francia e Ruanda. Si tratta del libro L’inavouable. La France au Rwanda, scritto dal giornalista Patrick de Saint-Exupery (L’inconfessabile. La Francia in Ruanda, Editions Les Arènes, 19,90 euro). Questo libro, riguardo all’abbattimento dell’aereo presidenziale, propenderebbe per la responsabilità degli estremisti hutu, citando la testimonianza di un ufficiale riservista, secondo cui il trafficante di armi Dominique Lemonnier avrebbe ricevuto, tra il 1993 e il 1994, una richiesta di acquisto di due missili terra-aria da parte di qualcuno dell’entourage di Habyarimana.
Ma quello che ha suscitato clamore è “l’inconfessabile” ruolo della Francia nel supporto alla preparazione del genocidio. Secondo l’autore, alcuni ufficiali francesi, delusi per le sconfitte in Algeria e Indocina, e non rassegnati alla perdita delle colonie, avrebbero avuto un ruolo chiave nell’assistenza al regime ruandese, in particolare alla sua ala più estremista. I francesi vedevano nel regime ruandese un fedele alleato della Francia, che gli anglofoni del Fpr volevano destabilizzare. L’appoggio francese al regime ruandese, assistenza militare inclusa, è ben noto. L’episodio più significativo è l’intervento militare diretto dei parà francesi nel 1990 per respingere l’offensiva del Fpr. È ben noto pure l’appoggio statunitense al Fpr. Kagame e altri ufficiali del Fpr sono stati addestrati negli Usa e all’inizio degli anni Novanta avevano partecipato alla creazione, nella base di Fort Leavenworth, di un ufficio per le “operazioni psicologiche”, cioè di una struttura per la “guerra di propaganda”. Quello che fino ad allora non era noto, e che costituisce l’atto d’accusa del libro, è che gli ufficiali francesi, su ordine di uomini politici, avrebbero fornito al regime ruandese l’idea per la creazione di una strategia di guerriglia controinsurrezionale, basata sulla schedatura della popolazione, la creazione di milizie di autodifesa, la creazione di gerarchie di potere parallele. Tutto ciò che avrebbe poi permesso il genocidio. I ruandesi sono sì stati gli autori materiali del genocidio, ma i francesi sarebbero stati ben consapevoli che le strategie di controguerriglia, realizzate col loro aiuto, avrebbero potuto portare a tali conseguenze. Ciò sarebbe provato anche da quanto detto dal direttore degli affari africani del ministero degli Esteri, Paul Dijoud, a Paul Kagame, nel 1991 in visita a Parigi: “Se non la smettete con la guerriglia, non farete in tempo ad arrivare a Kigali, che tutti i vostri familiari saranno morti”. Lo stesso Kagame sostiene la responsabilità francese nella preparazione del genocidio, ricordando quella minaccia: “Non ho mai dimenticato questa frase che testimonia l’implicazione diretta del governo francese, o di suoi elementi, nel genocidio”. Il libro è scritto nella forma di lettera aperta all’ex ministro degli Esteri francese, Dominique de Villepin, all’epoca braccio destro di Paul Dijoud, accusato di non poter essere all’oscuro.
Il libro accusa apertamente settori militari e politici francesi di aver aiutato gli estremisti ruandesi, autori del genocidio, nella sua preparazione: “Soldati del nostro paese hanno formato, per ordine dei politici, gli autori del genocidio. Noi li abbiamo armati, incoraggiati e successivamente aiutati a fuggire”.

I documenti d’accusa
Nel 2006 il giudice francese Jean-Louis Bruguière chiese nove mandati di cattura internazionali contro membri dell'entourage del presidente del Ruanda Paul Kagame. E volle perseguire lo stesso Kagame per la sua “presunta partecipazione” all'attentato contro l'aereo dell'ex presidente ruandese. Kagame veniva dunque accusato “di aver consapevolmente sacrificato alle sue brame di potere migliaia di suoi sostenitori tutsi” (2).
Il governo ruandese replicò in due modi: rompendo i rapporti diplomatici con Parigi, nel novembre 2006, e avviando una commissione d’inchiesta, la “Commission Mucyo”, sul ruolo della Francia in Ruanda nel 1994.
Nell’agosto 2008 la commissione ha concluso i suoi lavori con un rapporto che afferma che la Francia non solo era al corrente che si stava preparando un massacro, ma vi contribuì: militari francesi, secondo il rapporto, “hanno direttamente ucciso i tutsi e gli hutu accusati di dar loro riparo”, hanno commesso “numerosi stupri sui sopravvissuti tutsi”.
Il rapporto accusa tredici politici e militari francesi, tra cui: François Mitterrand, allora presidente, il primo ministro Edouard Balladur, il ministro degli Esteri Alain Juppé e il segretario generale all'Eliseo, Hubert Védrine, che faceva parte del consiglio di difesa ristretto incaricato di decidere la politica francese in Ruanda. Tra i militari, vi è il generale Jean-Claude Lafourcad, responsabile dell'opérazione “Turquoise”, con la quale, anziché aprire un corridoio umanitario verso il vicino Congo, i francesi avrebbero fatto fuggire gli autori dei massacri e non avrebbero impedito il controllo del territorio da parte delle milizie interahamwe, anzi secondo il rapporto avrebbero addirittura collaborato con esse.
L’attuale governo francese, per bocca del ministro degli Esteri Bernard Kouchner, ha negato qualsiasi responsabilità diretta nei massacri, limitandosi ad ammettere che la Francia ha “commesso errori politici”: “Né la Francia, né l'esercito francese sono colpevoli di genocidio, ma…sotto i nostri occhi è stato commesso un genocidio e noi non abbiamo fatto niente”.
Esistono però documenti e testimonianze che accusano i francesi di collaborazione coi massacratori, non solo di omissione: alcuni testimoni parlano di “relazioni speciali tra le squadracce hinterhamwe e i comandanti francesi, per non parlare della denuncia del colonnello belga Luc Marchal…secondo cui uno degli aerei francesi inviato per rimpatriare gli europei in fuga era arrivato carico d’armi destinate agli hutu” (3). E ancora: il generale Dallaire, comandante delle missione Onu in Ruanda, afferma che i militari francesi hanno favorito la fuga degli assassini (4), mentre secondo una commissione civica di indagine vi sono state consegne di armi all’aeroporto di Goma, controllato dalle truppe francesi (5).
La Francia ha finora sempre negato le proprie responsabilità, fin da quando Mitterand affermò, nel giugno 1994, di non aver ricevuto “segnalazioni di drammi all’interno del paese”. Ma esistono diversi documenti che attestano che il governo francese era stato allertato da tempo di quanto si stava preparando (6). Nel 1990 un consigliere militare francese a Kigali segnalò che “si deve temere che il conflitto degeneri in guerra etnica”. Nel 1993 lo spionaggio francese, in occasione di una strage di 300 tutsi, affermò che la strage faceva parte “di un vasto programma di purificazione etnica”. Nel gennaio 1994 l’ambasciatore francese a Kigali segnalò che un informatore lo aveva avvertito che “1.700 interhamwe avevano ricevuto una formazione militare e…la schedatura dei tutsi della popolazione di Kigali era finalizzata all’eliminazione di 1000 di loro nella prima ora dopo lo scoppio dei disordini”. I caschi blu belgi, sempre nel gennaio 1994, erano stati condotti da un informatore in un sotterraneo della sede del partito al potere, trasformato in un deposito di armi. Il generale Dallaire, a capo dei militari Onu in Ruanda, spedì il 15 gennaio un telegramma cifrato all’Onu a New York chiedendo l’autorizzazione a smantellare i depositi segreti, ma il Dipartimento Onu per le operazioni per il mantenimento della pace, guidato da Kofi Annan, gli vietò qualsiasi azione. Quando gli ambasciatori dei paesi occidentali parlarono della questione col presidente Habyarimana egli negò e fece distribuire le armi nei villaggi (7).

Le altre responsabilità
Finora solo il Belgio ha ammesso le proprie responsabilità. Il 7 aprile 2000 Guy Verhofstadt, primo ministro belga, disse in una cerimonia di commemorazione a Kigali: “In nome del mio paese, in nome del mio popolo, vi chiedo perdono”. Il Belgio aveva sicuramente la responsabilità di essersi rifiuto di intervenire, dopo che dieci soldati belgi erano stati trucidati. Nessun altro paese europeo, né gli Usa, né l’Onu, ha ammesso le proprie responsabilità. Gli Usa, dopo l’esperienza della Somalia, erano restii a impegnarsi, e Madeleine Albright, rappresentante statunitense presso l’Onu, impedì che si definisse la tragedia ruandese come “genocidio” perché in tal caso sarebbe stato obbligatorio intervenire. Kofi Annan ha proseguito la carriera ai vertici dell’Onu senza spendere una parola su quanto avrebbe potuto fare e non ha fatto, in qualità di responsabile del Onu per le operazioni per il mantenimento della pace. Fino ad arrivare alla farsa del governo Berlusconi: a parole, il ministro della Difesa Previti prometteva di far intervenire i soldati per far cessare le stragi, mentre il ministro degli Esteri Martino prontamente lo smentiva. La farsa italiana si risolse con un ponte aereo per curare 92 bambini ruandesi, a esclusivo beneficio dei telegiornali. Mentre un milione di persone venivano assassinate, i ministri di Berlusconi erano impegnati a far commuovere gli italiani (8).
La Francia, paese che probabilmente più degli altri aveva informazioni su quanto sarebbe potuto accadere, più degli altri dovrebbe rimproverarsi quel che poteva fare e non ha fatto. Non solo: dal momento che aveva interessi e relazioni in Ruanda, dovrebbe chiarire se tali interessi e relazioni non possano addirittura aver contribuito ad appoggiare gli ideatori e gli esecutori dei massacri. Finora, il governo francese aveva negato qualsiasi responsabilità. Nel 1998 la commissione informativa del parlamento francese concluse che “la Francia non era stata per nulla implicata nel dramma ruandese” (9). Il presidente della commissione, Paul Quilès, ha dichiarato che la Francia aveva commesso “errori” in Ruanda, ma non era complice nel genocidio (10). L’attuale ministro degli Esteri francese continua dunque a ribadire quel che qualsiasi politico francese, di destra come di sinistra, ha sempre sostenuto, cioè che tutt’al più la Francia è colpevole di omissioni, non di complicità. Ma, per fare finalmente giustizia, non bastano certo le mezze ammissioni di un ministro francese che ci sono stati “rapporti troppo stretti tra alcuni militari francesi, o i servizi, e il governo del presidente Habyarimana”, né bastano le dichiarazioni dell’ex primo ministro Balladur “Non potevo sapere tutto” (11).

Da parte sua, il Ruanda ha ostacolato il Tribunale penale internazionale quando, oltre a indagare sul genocidio, voleva indagare anche su presunti crimini di guerra del Fpr. Kagame ha fatto in modo di far trasferire Carla Del Ponte, magistrato svizzero a capo del Tribunale internazionale per il Ruanda, al Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia, affinché non indagasse su ex comandanti del Fpr, divenuti poi alti dirigenti politici e militari (12).
In queste condizioni, l’accertamento della verità non è certo all’ordine del giorno e, quindici anni dopo, le vittime ancora non avranno completa giustizia.

NOTE
(1) v. “G&P”, maggio 2004.
(2) Gerardina Collotti, “il manifesto”, 6-8-2008.
(3) M. Alberizzi, “Corriere della sera”, 1-9-2007.
(4) Romeo Dallaire, J’ai serré la main du Diable. La fallite de l’humanité au Rwanda, ed. La Libre Expression, Montréal, 2003.
(5) F. Schlosser, “Le monde”, 1-4-2004.
(6) “Lutte ouvriére”, 6-luglio-2007.
(7) C. Braeckmann, Dix ans après le génocide, “Le monde diplomatique”, marzo 2004.
(8) v. Ruanda 1994: il genocidio e l'informazione dei quotidiani italiani, di Chiara Ceresa e Matteo Dominioni, in www.intermarx.com.
(9) L. Stephan, “Le Nouvel Afrique Asie”, maggio 2004.
(10) “Lutte ouvrière”, 26-12-2008.
(11) F. Schlosser, “Le monde”, 1-4-2004.

(12) “La repubblica”, 12-9-2003.

 

 

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