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articolo della rivista numero 154


Storie tra i nuovi confini


di Federica Sossi *

Come le politiche europee di clandestinizzazione favoriscono il razzismo

Fatawhit: “Avevamo già lasciato le coste libiche da tre giorni, quando siamo arrivati all’altezza delle piattaforme petrolifere. D’un tratto in mezzo al mare sorgono delle piattaforme immense da cui escono lingue di fuoco. Proprio da là è uscita una nave che ci ha accostato. Non so di quale paese fosse, credo che l’equipaggio fosse per metà libico e per metà italiano. È stata quella barca che ci ha scortato fino alle coste libiche e ci ha lasciato nelle mani della polizia. Siamo stati prima portati per due mesi alla prigione di Djuazat, un mese a Misratah e otto mesi a Kufra. Il trasferimento da una prigione all’altra si effettuava con un pulmino dove erano ammassate 90 persone. Il viaggio è durato tre giorni e tre notti, non c’erano finestre e non avevamo niente da bere. Ho visto donne bere l’urina dei propri mariti perché stavano morendo di disidratazione. A Misratah ho visto delle persone morire. A Kufra le condizioni di vita erano molto dure, in tutto c’erano 250 persone, 60 per stanza.
“Dormivamo al suolo, senza neanche un materasso, c’era un solo bagno per tutti 60, ma si trovava all’interno della stanza dove regnava un odore perenne di scarico. Era quasi impossibile lavarsi, per questo molte persone prendevano le malattie. Mangiavamo una sola volta al giorno, quasi sempre riso. In tutto c’erano quindici poliziotti, spesso ci sequestravano i soldi. Ho visto molte donne violentate, i poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti. Non facevano alcuna distinzione tra donne sposate e donne sole. Molte di loro sono rimaste incinte e molte di loro sono state obbligate a subire un aborto, fatto nella clandestinità, mettendo a forte rischio la propria vita. Ho visto molte donne piangere perché i loro mariti erano picchiati, ma non serviva a fermare i colpi dei manganelli sulle loro schiene. Una volta c’era un ragazzo che ha cercato di scappare, voleva tornare nel suo paese, non riusciva più a sopportare le condizioni di vita della prigione. Lo hanno preso e lo hanno picchiato tanto da spezzargli le ossa, per poi lasciarlo andare. L’unico metodo per uscire dalle prigione libiche è pagare.” (da www.storiemigranti.org/spip.php/article67).

LE MIGRAZIONI NARRATE COME INVASIONE…
Dall’Eritrea alla Libia, dalla Libia all’Italia. Non sempre è un viaggio che riesce, a volte si interrompe con la morte, nel deserto o in mare, ma anche quando arriva a termine, all’isola di Lampedusa, l’itinerario prevede molti momenti di sospensione, tra gli spazi confinati delle prigioni libiche: Kufra, Misratah, Sebha, nomi ormai noti da quando i migranti hanno cominciato a raccontare. Insieme ad altre donne e ad altri uomini, Fatawhit è stata una delle prime a farlo, nell’agosto del 2007, al centro di detenzione di Lampedusa, intervistata da Sara Prestianni, quando quel centro, per un’estate, in seguito al rapporto della commissione De Mistura, si era parzialmente aperto allo sguardo di alcune associazioni per richiudersi, come d’abitudine, subito dopo.
Inizio così, con le sue parole, perché in esse risuonano alcune verità di fondo rispetto all’orizzonte delle attuali migrazioni difficilmente riscontrabili nei discorsi ufficiali che pretendono di raccontarle. Sovrastante su tutte le diverse realtà che le migrazioni comportano predomina, infatti, una sorta di grande narrazione, sempre uguale, che venga detta dalle istituzioni, dagli uomini e dalle donne politici, dai mass media, dal senso comune. Una narrazione dominante a partire dalla quale possono svilupparsi anche le derive più razziste a cui assistiamo negli ultimi tempi in Italia.
Per l’Europa e l’Italia, questa narrazione racconta che si migra dal Sud al Nord, prevalentemente dall’Africa all’Europa, e che in particolare questa parte delle migrazioni è un’invasione da cui gli stati si devono difendere, difendendo il proprio territorio, e così la propria popolazione, ai suoi confini. Questo lo schema narrativo di fondo che implica la proiezione di una clandestinità generalizzata, così come, spesso, la declinazione della clandestinità nella sua variante di delinquenza, oltre a un necessario spettacolo dei confini - Lampedusa in Italia, le isole Canarie in Spagna - per la cui messa in scena accorrono giornalisti del mondo intero.

… DA “CONTENERE” A MONTE
Negli ultimi anni, allo schema di fondo si è aggiunto qualcosa: i confini possono anche essere difesi, ma a nulla serve il farlo, se la massa umana - l’onda, la marea, secondo una pratica definitoria che tende alla naturalizzazione per contribuire alla sua disumanizzazione - non viene contenuta a monte, spesso non all’origine, ma nei paesi di transito dei migranti. Si tace, comunque, sulle modalità di tale contenimento, o se ne dice qualcosa attraverso il linguaggio neutralizzante della diplomazia che parla di “accordi” tra stati.
Che si tratti delle prigioni libiche dove uomini e donne vengono ammassati e letteralmente torturati per mesi, dei centri di detenzione costruiti dall’esercito spagnolo in Mauritania, delle prime e poi seconde, terze, quarte, missioni di pattugliamento congiunto tra acque territoriali e non, ad opera dell’Agenzia europea per la difesa delle frontiere esterne (Frontex), dei programmi pilota di esternalizzazione dell’asilo politico che coinvolgono l’Alto commissariato per i rifugiati, soprattutto nei paesi del Maghreb, delle missioni di sensibilizzazione contro i rischi dell’emigrazione realizzati dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), tali modalità, invece, hanno in pochi anni cambiato il quadro di una tradizione politica bisecolare espandendo frontiere europee ovunque e attraverso le pratiche più diverse.

INVASIONE EUROPEA E RESPINGIMENTI
Il primo cambiamento riguarda la sovranità e il luogo del suo esercizio. Perché se è vero che la tradizione dello stato-nazione è sempre stata accompagnata dall’ombra di una sovranità d’eccezione esercitata su altri territori, le colonie, quello che si profila ora, nelle forme post nazionali o ibride di sovranità, è che quest’ultima si esercita a partire da alcuni stati-nazione, o a partire da alcuni organismi già sovranazionali, in altri stati-nazione, apparentemente altrettanto sovrani. E sono proprio le politiche di controllo delle migrazioni a far emergere con tutta evidenza la normalità di tali sconfinamenti, nel senso che non c’è bisogno di alcun ricorso al vocabolario della guerra affinché essi possano attuarsi in modo ormai permanente. Stati sovrani, dunque, in territori di stati apparentemente altrettanto sovrani; e una sovranità non più limitata ma in continua espansione, quasi inseguisse la mobilità dei migranti ogni volta per controllarla e dirigerla in altre direzioni. In Europa, questo processo ha due direzioni, verso l’Est e verso il Sud, e lo si può notare con maggior chiarezza nel modo in cui l’Unione europea e alcuni dei suoi stati membri hanno invaso l’Africa per dirigere, in un certo senso, o per governare gli spostamenti di parte delle sue popolazioni.
L’esercito spagnolo in Mauritania, per la costruzione dei centri di detenzione per i migranti riportati indietro dalle isole Canarie, ma anche la nave dall’equipaggio misto tra le lingue di fuoco delle piattaforme petrolifere, a cui fa riferimento Fatawhit, così come i campi libici finanziati dall’Italia in base ai primi accordi del 2004, e, ancora, i finanziamenti e gli strumenti che l’Italia fornirà alla Libia per il controllo delle sue frontiere sud, come previsto dal “trattato di amicizia” nell’agosto del 2008, sono, verso sud, alcuni esempi di questa diramazione della sovranità dell’Unione europea e dei suoi stati membri messa in atto per il controllo delle migrazioni. Gli episodi dei respingimenti in mare attuati dall’Italia verso la Libia, iniziati giovedì 7 maggio e poi diventati subito abitudine nei giorni successivi, sono solo l’ultimo tassello di questa catena.

DA CLANDESTINI A CLANDESTINIZZATI
Il risultato è che i migranti la frontiera la trovano un po’ ovunque e che il controllo, l’indirizzamento, il blocco della loro mobilità avviene proprio lungo le linee invisibili e in continua espansione di una frontiera immateriale e irrappresentabile che si concretizza, in infinite forme, lì dove essi esercitano tale mobilità.
Non di raro, la frontiera è un discorso. Sempre relativamente all’Africa, ne è un esempio un’unica espressione. C’eravamo abituati, negli anni, all’idea che l’immigrazione potesse essere clandestina e non clandestinizzata. Quell’espressione onnipresente sottintendeva il fare già sospetto e di conseguenza facilmente criminalizzato dei migranti; taceva, invece, le scelte politiche degli stati europei, la valanga di norme, decreti, leggi, che negli ultimi vent’anni hanno contribuito a configurare uno spazio, quello dell’Unione europea e di Schengen, come essenzialmente non attraversabile se non tramite l’elusione degli ostacoli normativi alla sua attraversabilità. Poi, però, soprattutto nei discorsi relativi all’Africa, dal momento in cui l’Europa ha cominciato a inventare i dispositivi per esternalizzare le sue frontiere, il concetto di immigrazione clandestina, implicitamente legato esclusivamente al luogo d’arrivo, non bastava più. La clandestinità è rimasta, ma ha iniziato a coniugarsi con l’emigrazione, quell’azione dell’andare che si trattava di bloccare alla fonte. Clandestina, così, è diventata proprio l’emigrazione; ma dal momento che l’idea di un proprio stato di appartenenza come prigione collide con il portato di una delle tradizioni politiche dell’Europa, l’imprigionamento veniva declinato in cura. Non altro veicolava, infatti, l’espressione improvvisamente onnipresente “sensibilizzazione contro i rischi dell’emigrazione clandestina”. Certo, i morti c’erano. Tra le acque del Mediterraneo o dello stretto di Gibilterra erano addirittura una consuetudine di anni, a cui nessuno più sembrava farci caso. Tra le acque dell’Oceano Atlantico, quando i viaggi dei migranti, in seguito alla chiusura dello stretto di Gibilterra dopo gli episodi di Ceuta e Melilla, hanno trovato la via per arrivare alle Canarie, erano invece una novità. Ed erano molti. Quanti esattamente, nessuno potrà mai dirlo. Sono serviti, però, a legittimare una domanda che, pressante, l’Europa imponeva agli stati africani: chiudete le vostre frontiere e se non riuscite a farlo da soli permettete a noi di aiutarvi nella costruzione di muri invisibili, rispettosi dei dettami democratici del post 1989 a cui noi ci atteniamo. Così, se già prima di Ceuta e Melilla - quando, nell’autunno del 2005, la complicità di due eserciti, quello spagnolo e quello marocchino, ha sparato sui migranti sub-sahariani per difendere le frontiere europee - la Spagna innalzava le sue barriere, altrove, quei dettami democratici a cui l’Europa della caduta dei muri deve attenersi hanno comportato l’innalzamento di barriere più flessibili: i pattugliamenti congiunti delle acque territoriali e non dei paesi africani e, non ultimo, il filo molto sinuoso di un discorso che ormai si attuava in programmi. Un po’ ovunque, con la supervisione dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni e con i finanziamenti dell’Ue, spesso con la partecipazione di giovani volontari europei, sono partiti, infatti, programmi di “sensibilizzazione contro i rischi dell’emigrazione clandestina”. Spettacoli teatrali, concerti sulle spiagge, giornalini e fumetti, interventi nelle scuole, costituiscono ormai lo scenario umanitario e biopolitico che accompagna la discesa e l’invasione dell’Africa da parte dell’unico esercito, sotto forma di agenzia, di cui l’Europa si sia fornita.
Che tale esercito sia servito e continui a servire a riportare Fatawhit nei campi di concentramento libici, nessuno lo dice.
Lo ha fatto Fatawhit, insieme ai suoi compagni e alle sue compagne di viaggio, lo hanno detto, sussurrato, i compagni e le compagne di viaggio di Dagmawi Yimer, uno dei registi di Come un uomo sulla terra, il film sui viaggi dei migranti attraverso la Libia.
Sotterrane e spesso inascoltate, le storie che raccontano sono profondamente diverse da quella grande narrazione pervasiva nel sapere europeo, più o meno ufficiale, sulle attuali migrazioni. Ascoltarle, veicolarle e farle ascoltare non saranno di certo atti risolutivi per spezzare la coltre da cui tutti siamo sommersi. Ma potrebbero rappresentare alcuni dei gesti di partenza per un’altra forma di sapere che contribuisca a ritrovare il coraggio di ascoltare la verità.

* coordinatrice del sito www.storiemigranti.org.

 


 

 

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