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articolo della rivista numero 154


Razzismo di Stato


di Annamaria Rivera*

Quando istituzioni e sistema dei media legittimano le pulsioni razziste diffuse nella società

Più volte abbiamo sostenuto, con altri studiosi, che il razzismo contemporaneo diviene sistemico e dunque particolarmente temibile allorché si fa anche mediatico e istituzionale (1). Quando le pulsioni intolleranti o razziste, diffuse nella società, sono sollecitate, incoraggiate, legittimate dal sistema dell’informazione nonché dalle istituzioni e dagli apparati dello stato, è allora che s’innesca il classico circolo vizioso del razzismo. Moltiplicandosi le espressioni e gli atti d’intolleranza e divenendo routinaria la discriminazione - autorizzata e legittimata dalle norme - si incrementano le immagini negative delle minoranze, già diffuse nella società e consolidate dall’opera svolta dai media. Tutto ciò, a sua volta, aggrava l’ineguaglianza strutturale delle minoranze e rafforza la xenofobia e il razzismo.

L’IDIOMA CULTURALE DEL RAZZISMO
Non si può parlare di razzismo istituzionale senza tener conto che esso non è solo un sistema di norme, procedure e pratiche inferiorizzanti e discriminatorie dall’alto, ma è anche la sezione - certo decisiva - di un cerchio completato dai segmenti del basso e del mediante. Si potrebbe dire, in definitiva, che sono i media - i sistemi dell’informazione e della propaganda - che rendono possibile la saldatura fra razzismo istituzionale e razzismo popolare. Non si deve dimenticare, infatti, che il razzismo - cioè un sistema di relazioni sociali, specifico e concreto, caratterizzato da ineguaglianze e scarti di potere fra i gruppi sociali coinvolti - è sempre sorretto da un apparato simbolico, più o meno potente, il quale è in grado di agire direttamente sul sociale, producendo e riproducendo la discriminazione, l’ineguaglianza, la dominazione. Per costruire o rafforzare un tale apparato simbolico, il ruolo dei media è decisivo. E allorché i media siano controllati in modo pressoché monopolistico da chi governa, al punto che la libertà d’informazione ne sia gravemente compromessa, il razzismo rischia di divenire l’idioma culturale di un paese (2).

CONTINUITÀ E SUBALTERNITÀ
Questa descrizione generale, che ho abbozzato facendo ricorso alle teorie del razzismo più classiche e attestate, si attaglia stranamente a un paese chiamato Italia sul finire del primo decennio del secolo XXI; un paese nel quale, oltre tutto, vi è un partito, autentico imprenditore politico del razzismo, che esercita un condizionamento assai pesante sul governo in carica e che ha contribuito in buona misura a de-tabuizzare discorsi e lessici razzisti, rendendoli socialmente pronunciabili.
Conviene precisare che questo processo di de-tabuizzazione, resosi palese dacché la Lega nord è comparsa all’orizzonte della politica italiana, ha finito per toccare anche il  centrosinistra. Certo, niente di comparabile con l’ideologia e il fraseggio leghisti, che ricalcano un buon numero di repertori razzistici “classici”: dal lombrosiano al mussoliniano, dal coloniale al maschilista spinto, fino a certi tratti del nazionalsocialismo (3). Nondimeno, la subalternità culturale, prima ancora che politica, del centrosinistra al discorso e alle pratiche del centrodestra oggi appare del tutto evidente.
Negli anni in cui ha governato, la coalizione di centrosinistra si è resa responsabile di retoriche e provvedimenti che si credevano vocazione della destra: da un approccio sostanzialmente negativo, poliziesco e repressivo al tema dell’immigrazione, pur con qualche deroga ed eccezione, fino all’istituzione della detenzione amministrativa per un’unica categoria di persone, i migranti “irregolari”.
Nel corso dell’ultimo governo Prodi in sostanza non è stata adottata alcuna misura, neppure per via amministrativa, che potesse risolvere almeno le questioni più urgenti e drammatiche riguardanti immigrazione e asilo. Per contro, quel governo si è caratterizzato per aver promosso il rafforzamento dei controlli di frontiera, senza aprire canali praticabili di ingresso legale; e per l’accordo concluso alla fine del 2007 con la Libia, paese in cui, come è ben noto, si consuma ogni genere di violazione dei diritti umani dei migranti e dei richiedenti asilo, costretti a marcire nelle carceri e nei centri di detenzione e spesso venduti dalla polizia ai trafficanti.
Il governo Prodi si è illustrato anche per la progressione incalzante con cui ha usato o legittimato la retorica e la strategia politica sicuritarie: dai vari Patti per la sicurezza al modo demagogico con cui ha strumentalizzato fatti di cronaca nera, soprattutto l’omicidio Reggiani, per varare leggi speciali contro i migranti e i rom (4). Lo stesso centrosinistra ha spesso assecondato e utilizzato la tendenza a orchestrare campagne allarmistiche aventi come bersagli l’immigrazione e figure variabili di “estranei”, allo scopo di ottenere voti e consenso e/o di sviare su capri espiatori le ansie e le preoccupazioni dei cittadini: una strategia che il governo di centrodestra sta conducendo a conseguenze quasi estreme.
È dentro questo quadro che è da analizzare il numero impressionante di provvedimenti legislativi contro i migranti e i rom accumulati in meno di un anno dal governo in carica, di stampo così apertamente discriminatorio, criminalizzante, perfino persecutorio da rendere legittima la locuzione di razzismo di Stato. Da quando si è insediato, il quarto governo Berlusconi non ha fatto che assumere iniziative legislative che hanno la finalità o il risultato di rendere ancora più fragile la condizione giuridica, sociale ed economica dei cittadini stranieri e di alcune minoranze e di peggiorarne l’immagine pubblica. Che si tratti di provvedimenti-annuncio, di norme-manifesto, facenti parte di una strategia demagogica che mira a catturare il consenso dei cittadini, non ne cambia la natura e gli effetti: fra gli altri, additare capri espiatori, imprimere loro lo stigma dei reietti, renderli più docili e sfruttabili come forza lavoro, legittimare il sospetto, la discriminazione, la delazione come comportamenti di massa normali.

IL TESTO E IL CONTESTO
Invece che offrire un’illustrazione enumerativa della selva di provvedimenti legislativi già approvati o in corso di approvazione cerchiamo di ricavarne il senso, il carattere, gli esiti.  Con l’introduzione del reato di ingresso e soggiorno illegale di fatto i pubblici ufficiali e le persone che svolgono un servizio pubblico saranno obbligati a denunciare gli “irregolari”. I quali, malgrado lo stralcio delle norme scandalose dette sui medici e sui presidi-spie, di conseguenza saranno privati del diritto di accedere a molti servizi sociali. Con il reato di “clandestinità” si riafferma, inoltre, il criterio barbarico della doppia pena: l’espulsione dopo la condanna, a completare l’assalto allo stato di diritto, già gravemente oltraggiato con l’introduzione, ormai in vigore, dello status d’irregolare quale aggravante, per un terzo, della pena inflitta allo straniero autore d’un qualsiasi reato. L’obbligo di esibire il permesso di soggiorno impedirà agli “irregolari” di mandare del denaro a casa e finanche di perfezionare atti di stato civile come sposarsi, riconoscere figli naturali, registrare la nascita dei propri figli e il decesso dei propri cari. In realtà, il diritto universale di costituire una famiglia è compromesso, per i cittadini stranieri, anche dalla norma che subordina il ricongiungimento familiare all’idoneità abitativa; ed è negato agli stessi cittadini italiani che vogliano sposare una persona non in regola col titolo di soggiorno.
Il quadro appare ancora più cupo se si considerano altre misure: la facoltà di prolungare fino a sei mesi la detenzione nei Cie, l’introduzione del permesso di soggiorno a punti, la gabella per ogni rilascio o rinnovo del titolo di soggiorno e per ogni atto che riguardi la cittadinanza, il test sulla conoscenza della lingua italiana come una delle condizioni per la concessione della carta di soggiorno, l’istituzione di classi differenziali per i figli dei cittadini stranieri non parlanti un perfetto italiano (come se gli ispiratori di queste norme fossero membri illustri dell’Accademia della Crusca, invece che persone per lo più illetterate).
A chi minimizza argomentando che alcune di queste norme discriminatorie sono già presenti nelle legislazioni di paesi europei considerati molto civili si potrebbe rispondere usando le parole non di qualche antirazzista scalmanato, ma di Innocenzo Cipolletta, ex direttore generale di Confindustria. Ciò che conta è il contesto, egli scrive in un articolo del 7 marzo scorso, pubblicato dal “Sole 24 Ore”, nel quale denuncia senza mezzi termini la deriva “al limite del razzismo” che minaccia “la capacità di crescita civile ed economica” dell’Italia: in un “contesto politico populista” quelle misure finiscono per legittimare “comportamenti xenofobi o razzisti”.
In altri paesi europei, conviene aggiungere, il contrasto rigoroso dell’immigrazione irregolare e la severità dei criteri per la concessione dei titoli di soggiorno sono compensati dalla serietà e sistematicità - talvolta da una certa efficacia - delle politiche dette di integrazione e dal carattere più ampio e universalistico del sistema di welfare state. La differenza sta anche nel clima allarmistico e forcaiolo che si è determinato in Italia con il convergere di più fattori: il ricorso alle dichiarazioni dello stato di emergenza in rapporto alla presenza di insediamenti rom e agli “afflussi di cittadini extracomunitari”, come se si trattasse di fronteggiare calamità naturali; la diffusa tolleranza, anche istituzionale, verso le espressioni, per quanto aggressive e violente, di xenofobia e razzismo; le campagne politico-mediatiche tendenti a criminalizzare in blocco migranti e minoritari; la prospettiva della legalizzazione delle “ronde”.
Va osservato che questo clima è gravido di rischi anche per i diritti e le libertà civili dei cittadini italiani: la repressione delle forme più disparate di disagio e marginalità sociale, di piccola devianza, perfino di non conformità al modello del cittadino-medio non fa presagire niente di buono. Del resto, il cosiddetto pacchetto-sicurezza contiene anche delle misure che mirano a reprimere il dissenso e altre che considerano e puniscono come reato penale  perfino le molestie assillanti: un indizio chiaro della tendenza all’ipertrofizzazione del penale, che si accompagna sempre alle svolte populistiche, repressive e autoritarie.

UN PAESE DEL RAZZISMO REALE
I minimizzatori obiettano, inoltre, che il “pacchetto-sicurezza” e gli altri provvedimenti emergenzialisti non sono così gravi come sembrano in quanto sottoposti a un uso puramente propagandistico: nella pratica sarebbero destinati a essere applicati all’italiana, cioè in modo flessibile e incoerente, disinvolto e discrezionale. In realtà, è proprio la loro valenza anche propagandistica che li rende pericolosi. Usati, fra l’altro, come dispositivi per fronteggiare il rischio dell’erosione del consenso - possibile effetto secondario della crisi economica -, quelle misure sono parte integrante del circolo vizioso del quale ho detto, cioè della tendenza a volgere a proprio vantaggio l’insicurezza sociale diffusa dirottandola verso capri espiatori. Gli “estranei” diventano così sempre più il bersaglio di campagne allarmistiche e di politiche repressive e liberticide, le une e le altre a loro volta funzionali a rafforzarne lo statuto sociale di capri espiatori e a peggiorarne l’immagine e la condizione giuridica, sociale, economica. Il che non fa che incoraggiare e legittimare le espressioni, anche aggressive, di xenofobia e di razzismo popolare. 
Se è vero che la discriminazione è un trattamento differente e ineguale riservato a categorie sociali svalorizzate, inferiorizzate o stigmatizzate (5), questo insieme di norme è palesemente discriminatorio. Se è vero che la segregazione è una forma di discriminazione stabile, cumulativa, connotata dall’allontanamento simbolico e dalla messa a distanza sociale delle categorie che ne sono vittime (6), allora è fondato parlare di apartheid di stato.      
A una lettura critica attenta, il complesso di norme, ordinanze, circolari con le quali si pretende di governare uno degli aspetti più rilevanti della complessità sociale contemporanea mira, puramente e semplicemente, a escludere dal consesso civile minoritari e meteci in primis, ma anche chiunque, straniero o italiano, sia in condizione di marginalità, di fragilità o di vulnerabilità sociale. Basterebbe condividere qualche principio liberal-democratico per rendersi conto che, anche dal punto di vista degli interessi capitalistici, l’umiliazione e l’esclusione civile di una frazione importante del mercato della forza lavoro possono produrre la classica eterogenesi dei fini. Non è un caso che il già citato Cipolletta tema che la crescita della xenofobia finisca per selezionare “un’immigrazione di persone disperate, che genereranno tensioni tali da giustificare ancora di più gli atteggiamenti xenofobi. Saranno allora adottate nuove misure contro gli stranieri, in una spirale perversa che finirà per minare la nostra capacità di crescita anche quando questa crisi sarà terminata”.         
Dal nostro punto di vista ciò che paventiamo è qualcosa di ben più grave di una selezione perversa della forza lavoro “più scadente”. Ci sono, infatti, tutti i presupposti perché, come ho scritto altre volte, l’Italia divenga un paese del razzismo reale, nel quale l’idioma razzista è normale strumento di governo delle relazioni sociali, del rapporto con i cittadini, del consenso politico, con tutte le conseguenze immaginabili sul piano sia della tenuta democratica del paese sia delle condizioni di esistenza dei migranti e dei minoritari.
Vista con gli occhi della Lega nord, questa strategia è questione di vita o di morte: il razzismo è parte costitutiva della sua identità politica. Considerando le altre componenti del centrodestra, è arduo intravedere dietro questo disegno qualche barlume di razionalità politica, per lo meno se si intende la politica in senso democratico. Anche perché il Belpaese, oggetto di attenzioni e di richiami sempre più pressanti da parte di organismi comunitari e internazionali deputati alla difesa dei diritti umani, corre il rischio di essere estromesso dal novero dei paesi civili (7). Ma allorché la politica è ridotta a spettacolo e a marketing elettorale, l’uno e l’altro realizzati con gli strumenti tipici del populismo, nell’immediato - un immediato che può durare anche decenni - le risultano del tutto funzionali operazioni tanto spregiudicate quanto rozze che hanno l’obiettivo di ottenere il consenso delle parti retrive, grette o intolleranti della società: cioè, nel caso italiano, della maggioranza della popolazione (8).

* docente di etnologia all’università di Bari

NOTE
(1) Fra le altre opere, si possono vedere: Guillaumin C., L’idéologie raciste. Genèse et langage actuel, Mouton, Paris-La Haye, 1972; Miles R., Racism, Routledge, London 1989; L. Balbo, G. Manconi, I razzismi reali, Feltrinelli, Milano 1992; Taguieff P.-A., Il razzismo. Pregiudizi, teorie, comportamenti (1997), Raffaello Cortina, Milano 1999; A. Dal Lago, Non-persone. L’esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli, Milano 1999; Wieviorka  M., Il razzismo (1998), Laterza, Bari-Roma 2001; Gallissot R., Kilani M., Rivera A., L’imbroglio etnico, in quattordici parole-chiave, Dedalo, Bari 2001; van Djik T.A, Ideologie. Discorso e costruzione sociale del pregiudizio (2003), Carocci, Roma 2004.
(2) Nella classifica annuale più recente di Freedom House, un’organizzazione no-profit indipendente, l’Italia retrocede al punto di ottenere solo 32 voti su 100, così da essere classificata - caso unico in Occidente - nella categoria dei paesi in cui la libertà di stampa è “parziale”.
(3) Si pensi solo al mito di “sangue e suolo”, all’uso di un lessico biologico, perfino zoologico, per definire gli “altri”, al mélange fra mito celtico e integralismo cattolico, che ricorda l’oscillazione nazista fra neopaganesimo e cristianesimo “arianizzato”.
(4) Sull'onda emotiva di questo omicidio, il giorno dopo il neosegretario del Pd, Walter Veltroni, sindaco di Roma, sollecitò a Prodi e ad Amato “iniziative straordinarie e di urgenza sul piano legislativo in materia di sicurezza”. Come risposta il governo convocò immediatamente un Consiglio dei ministri straordinario - una sorta di consiglio di guerra - che, nella serata del 31 ottobre 2007, tramutò in decreto-legge il ddl sulle espulsioni dei cittadini comunitari, subito promulgato dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
(5) In base all’origine, alla provenienza, alla nazionalità, alla cultura, alla lingua, al “colore” o ad altri marcatori: il genere, l’orientamento sessuale, la diversa abilità…
(6) Per una definizione di discriminazione e di segregazione si può vedere: A. Rivera, Estranei e nemici. Discriminazione e violenza razzista in Italia (con un Inventario dell’intolleranza di P. Andrisani), Derive Approdi, Roma 2003.
(7) Fra le prese di posizione internazionali più recenti contro l’Italia ci sono il rapporto del 6 marzo 2009 dell’Ilo, l’Agenzia per il lavoro dell’Onu, sull’applicazione delle convenzioni e raccomandazioni internazionali, e il rapporto, reso pubblico il 16 aprile 2009, che Thomas Hammarberg, commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, ha redatto in seguito a una visita in Italia. Entrambi sono del tutto espliciti. Il primo afferma che, per responsabilità anche dei suoi leader politici, l’Italia discrimina gravemente i lavoratori immigrati, le minoranze e soprattutto i rom. Il secondo esprime “viva inquietudine” per i nuovi provvedimenti su immigrazione e asilo, già adottati o in corso di discussione, e rileva che nel nostro paese va manifestandosi una preoccupante tendenza al razzismo e alla xenofobia, che continua “a essere incoraggiata dalle dichiarazioni di certe personalità politiche”.
(8) Meno che mai c’è da sperare nella classe operaia. Secondo un sondaggio dell’Ipsos, pubblicato il 3 maggio 2009  dal “Sole 24 Ore”, nelle prossime elezioni europee il voto operaio si indirizzerà decisamente a destra: ben il 43,4 per cento voterà per la coalizione di destra; solo il 22,4 per il Partito democratico.


 

 

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