ARCHIVIO
recensione della rivista numero 154
SULLE FOIBE
di Gianluca Paciucci
Anche se il testo di Giacomo Scotti, Dossier foibe (Lecce, Manni, 2005, pp.205) è di quattro anni fa, vale la pena segnalarlo ai lettori perché è passato sotto silenzio, e invece meriterebbe una lettura attenta per avere argomenti in ogni discussione o dibattito che riguardi il tema delle “foibe”, in questo volume esaminate in relazione alla situazione istriana. Sia detto subito: Scotti non è un “negazionista”, come urlano i piccoli uomini (Forza nuova e dintorni) che ad ogni presentazione del volume si lanciano in gazzarre indegne, o come ripetutamente ha affermato il senatore Menia (Alleanza nazionale, ex assessore alla Cultura a Trieste), anche nel tentativo di colpire l'autore con persecuzioni di cui prima o poi si dovrà raccontare tutta la storia per capire di che razza di gente è fatta questa destra italiana!, questi paladini della libertà, “bravi” in doppiopetto. Scotti inserisce il tema delle foibe nel più ampio contesto del Novecento dei crimini di massa, delle snazionalizzazioni, dell'odio razziale. “Le foibe fasciste che nessuno ricorda”, così Scotti intitolava il suo intervento al meritorio convegno che Rifondazione organizzò a Venezia il 13 dicembre 2003 (“La guerra è orrore. Le foibe tra fascismo, guerra e Resistenza”): canzoncine e versetti, minacce sovente tramutate in atti contro i “nemici slavi antifascisti” (p. 34, del Dossier foibe), durante il Ventennio, e poi, dalla “seconda metà di ottobre 1943 fino agli inizi di maggio 1945” infoibamenti di “centinaia di persone, dopo averle fucilate o ancora vive”, ad opera dei “fascisti passati al servizio dei nazisti”. Il 10 febbraio, qualcuno si è mai ricordato di questi? Nessuno: ma allora, verrebbe da dire, che “giornata della memoria” è quella che si basa su smemoratezza e su rozze visioni di parte?
Invece Scotti smemorato non è, né è accecato dall'ideologia, e va a vedere, a scavare, si serve della storia ufficiale, di parte italiana, jugoslava, e croata/slovena oggi, come di documenti preziosi quali diari, lettere e testimonianze orali. Perché questo deve fare uno storico, cercare, cercare e cercare ancora. Ed è così che le brutalità di tanti partigiani titini e di nazionalisti slavi viene alla luce in tutta la sua crudezza, sullo sfondo della fine cupa del nazifascismo, di un'occupazione, di una guerra. I tristi affari di certi sgherri di Tito non vengono taciuti, o quelli di certi altri 'giustizieri', come tale Matteo Stemberga di Arsia, “noto contrabbandiere, il quale -vantando torti subiti sotto il fascismo- andava in giro ad arrestare arbitrariamente fascisti, arrogandosi il diritto di fare giustizia sommaria” (p. 115). La figura dell' 'aguzzino rosso' non viene lasciata alla propaganda fascista: essa è esistita, e ne sanno qualcosa gli antifascisti istriani acomunisti, o quei comunisti che, come Ante Zemljar e molti italiani fedeli a Stalin, finirono dal 1948 a Goli otok, l'isola nuda, il gulag di Tito, dopo la rottura della Jugoslavia con il Cominform: L'inferno della speranza, questo il titolo paradigmatico delle poesie dell'irriducibile partigiano Ante Zemljar, per cinque anni a Goli otok e poi perseguitato per una vita da Tito e infine -primi anni Novanta- di nuovo dagli ustascia croati. Ma è anche cosa giusta andare a vedere come si siano formate le 'liste degli infoibati', quanti e quali essi siano stati e da chi vennero uccisi, cercare di capire i multipli inserimenti di nomi, e le ragioni strumentali di chi si è fatto difensore di un'italianità mai così offesa e messa in pericolo quanto nella becera esaltazione durante il Ventennio, o nelle recenti ventate di patriottismo (qualcuno ricorda le infelici parole di Napolitano in occasione del 10 febbraio 2007?). E infine la questione centrale: veramente ci fu pulizia etnica antiitaliana sul finire della Seconda guerra mondiale? Oppure quelle tragedie furono il frutto di diversi fattori di cui l'elemento nazionale non era che uno dei tanti, e strettamente intrecciato a quello di una strenua jacquerie contadina e/o lotta di classe, in territori misti e contesi da sempre? E in cui l'Italia per un secolo si era progressivamente ampliata senza alcun rispetto per le popolazioni locali, oppresse, passate per le armi, umiliate, slavi/schiavi? “Oggi, alla luce dei documenti, nessuno può né vuole sminuire il peso della strage istriana del settembre 1943”, né, aggiungiamo, di quanto seguirà, esodo e occupazione di Trieste da parte dei titini, ma “non si può permettere, però, nemmeno la moltiplicazione dei morti infoibati, il lurido abuso della tragedia, né tollerare la menzogna contenuta nell'affermazione che le vittime furono tutte italiane e innocenti. Gli infoibati furono prevalentemente fascisti, e furono in maggioranza italiani perché gli italiani formavano la maggioranza dei gerarchi e dei militi fascisti, ed erano in maggioranza italiani i detentori del potere in Istria, ma non mancarono i croati...”, scrive Scotti (p. 15). Può non piacere, può essere duro, ma così è stato.
Un tema importante, e non di mera/squallida contabilità, è quello che Scotti affronta nei capitoli “La danza delle cifre” e “Il giudizio degli storici di sinistra”. Uomini politici come Gasparri e Bordon (quest'ultimo per anni sindaco comunista di Muggia, alle porte di Trieste, ignorante allora, illuminato oggi...), oltre ai propagandisti soliti (Luigi Papo su tutti) si sono lasciati andare al gioco di chi la spara più grossa: 20.000 i massacrati secondo Gasparri, 15.000 secondo Bordon, in quello che fu un vero e proprio genocidio! Ma puntualizza Scotti che “gli studiosi seri, obiettivi, politicamente non schierati, hanno calcolato il numero di vittime dell'insurrezione istriana fra i 400 e i 570, calcolando anche gli 'scomparsi' dei quali non furono mai trovati i corpi. Tutto il resto è macabra pornografia della morte...” (p. 162). Contro tale “pornografia”, solo l'esercizio della ragione potrà permetterci di guardare a questi episodi con la giusta sensibilità, ma anche di maledire la congiura del silenzio di età repubblicana (bipartisan, come si direbbe oggi, targata D.C. - P.C.I.) che ci ha impedito di sapere più a fondo e prima. E' questo un altro dei motivi per cui della 'prima repubblica' ben poco deve essere rimpianto.