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articolo della rivista numero 154
I migranti in Calabria e Sicilia
di Antonello Mangano*
Criminalizzati, talvolta costretti a lavorare e vivere peggio che nel loro paese, o assassinati
Sono considerati criminali, sono ritenuti un pericolo. I migranti che provengono dall’Est sono spesso poco visibili, in particolare le donne che lavorano come domestiche o badanti. Gli africani vivono e lavorano in condizioni a volte peggiori rispetto a quelle lasciate nel loro continente. Nel Meridione, ancora segnato da arcaismi e violenza, molti di loro sono stati barbaramente uccisi
CALABRIA - LE DONNE DELL’EST
Nella Calabria con oltre 50.000 immigrati (20.750 nella provincia di Reggio Calabria; 13.950 in quella di Cosenza; 9.910 a Catanzaro, 8.512 a Crotone e 4.701 a Vibo Valentia) (1), attanagliata dalla ‘ndrangheta, esistono storie di violenza che riguardano soprattutto le donne, che sfociano talvolta in omicidi, in altri casi in violenze nascoste. Tra le tante, la vicenda accaduta nel cuore della Calabria qualche tempo fa, a Rosarno, alcune decine di migliaia di abitanti in mezzo alla Piana di Gioia Tauro, aranceti a perdita d’occhio e una violenza criminale, anche minorile, degna d’una metropoli. Nell’ultima notte dell’anno gli spari che riecheggiano tra le vie del paese possono indicare tutto tranne che la gioia per l’anno nuovo. Cornelia Doana, romena, è una delle vittime del capodanno rosarnese. Aveva solo 17 anni, è stata uccisa il 31 dicembre 2007 da una calibro 7,65 con la matricola abrasa. Per l’omicidio si sono costituiti due fratelli, complici dell’ex convivente della ragazza. Uccisa per un motivo d’altri tempi, avere osato lasciare un uomo violento e inaffidabile.
Cornelia era arrivata in Calabria con la famiglia, padre bracciante agricolo, madre casalinga. Dalla relazione con un giovane del posto nasce una bambina, appena due mesi prima del delitto. La ragazza, però, decide di troncare il rapporto: la reazione si manifesta con più di quaranta scariche di pallettoni contro la casa dei suoceri, coperti dal frastuono dei botti. Dopo, altri colpi di pistola, due ferite mortali al torace, l’inutile corsa fino all’ospedale di un paese dei dintorni, Polistena.
Il 2 aprile 2008 un albanese rimane ucciso a Reggio Calabria. Un quarantaduenne originario di Cutro, nei pressi di Crotone, gestore di fatto di un locale notturno reggino, ha sparato mosso dalla rabbia per essere stato affrontato da tre albanesi ubriachi che non volevano andarsene al momento della chiusura. Lulzim Hoxhaj, 22 anni, rimane ucciso. I casi più numerosi sono quelli che riguardano le assistenti domiciliari. Il 7 ottobre 2008 Olesia Ciobanu, moldava, 30 anni, è uccisa con due coltellate alla gola e gettata in mare. Sarà ritrovata su una spiaggia di Bovalino, sulla costa jonica reggina. Era arrivata in Italia da appena un mese.
Qualche giorno dopo un pensionato di 88 anni uccide la sua assistente domiciliare, Eluta Ilaf, romena, 44 anni, con un colpo di fucile. Misterioso il movente: secondo l’anziano, stava semplicemente pulendo l’arma. È stato lui stesso a chiamare i carabinieri, che arrivano in un anonimo appartamento e ritrovano la donna in una pozza di sangue. “Una brava persona, un uomo d’altri tempi”, testimonieranno i vicini di casa (2).
La sera dell’8 febbraio 2009 a Staiti, un piccolo paese della locride, una telefonata anonima forniva ai carabinieri le indicazioni per ritrovare i corpi senza vita di Giuseppe Toscano, di 70 anni, pensionato, e di Micaela Topala, 36 anni, cittadina romena. Il cadavere della donna è stato trovato all’interno di un casolare mentre quello del pensionato era in una automobile con lo sportello aperto, entrambi uccisi da colpi d’arma da fuoco (3). Misteriosa la dinamica, sconosciuto il movente: non si sa neppure se si sia trattato di un agguato o ancora di un omicidio-suicidio.
IL BUCO NERO DEL LAVORO IN AGRICOLTURA
Il 6 gennaio del 2007 Ovidiu Candrea, romeno di 30 anni, è al lavoro tra i campi di broccoli nei pressi di Tropea. Uno o più sconosciuti gli sparano contro una decina di colpi di pistola: ha pagato solo il fatto di essere alle dipendenze dell’altro ucciso, il vero destinatario dei proiettili (4). Sarebbe stato uno scomodo testimone.
Il caso più noto è quello di Rosarno. Il 12 dicembre 2008 due ivoriani venivano feriti a colpi di pistola davanti alla ex Cartiera, una fabbrica abbandonata che durante l’inverno ospita dal 1992, in condizioni disumane, centinaia di africani impegnati nella raccolta delle arance. L’ennesimo gravissimo episodio di violenza contro lavoratori migranti, già sfruttati e umiliati sui campi della Piana. Ma questa volta gli “invisibili” trovavano il coraggio della rivolta nelle strade del paese, a poche settimane dagli analoghi fatti di Castel Volturno. Il caso degli africani di Rosarno veniva raccontato dai media nazionali e internazionali (Bbc, Al Jazeera, “The Guardian”, “France Presse”), ma incredibilmente la politica locale e nazionale non interveniva seriamente, né veniva posta la questione paradossale della clandestinità imposta per legge (5). Tra i tanti, il ministro dell’Interno Maroni, ma non faceva molto di più che promettere uno stanziamento di fondi.
LA TRATTA
San Gregorio d’Ippona è un piccolissimo paese nel cuore della Calabria, due passi dalla Piana di Gioia Tauro e dagli aranceti di Rosarno. Il sistema funziona fino al 2005, quando scatta l’operazione “Rima”. Nel corso degli anni oltre mille persone sono state introdotte in Italia: un percorso via terra pagato un biglietto salatissimo, un viaggio pilotato sin dalla partenza. Ogni settimana ne arrivavano una trentina. Erano attirati in Italia con falsi annunci di lavoro, dalla cameriera alla segretaria (6).
Negli anni successivi, grazie all’apertura delle frontiere, gli uomini e le donne dell’Est arrivano legalmente e da soli, ma trovano lo stesso un clima di violenza. Il cadavere carbonizzato di una donna romena veniva ritrovato il 14 settembre 2008 all’interno di una Fiat Brava nelle campagne di San Gregorio d’Ippona, stesso luogo al centro della tratta degli anni precedenti. Del cadavere rimaneva soltanto il tronco. Solo il test del Dna permetteva di risalire a una romena di 31 anni, residente a Vibo Valentia e madre di un bambino di otto anni. Era stata uccisa con due colpi di pistola alla testa prima di essere bruciata (7).
Tra il 2006 e il 2007 la provincia di Reggio Calabria figurava tra quelle coinvolte nell'indagine denominata “Spartacus”, condotta dalla Direzione nazionale anticrimine (Dac). E tra le vicende legate a quella delicata e complessa indagine anche quella di una giovane rimasta incinta, costretta a prostituirsi fino al sesto mese di gravidanza. Solo grazie all’aiuto di altre ragazze nella sua medesima condizione la giovane sedicenne era riuscita a partorire. Una storia agghiacciante di sfruttamento e negazione di diritti consumatasi a Reggio Calabria verso la fine del 2006. Di cittadinanza straniera la maggior parte dei denunciati e degli arrestati che avrebbero agito in piccole organizzazioni, senza quindi una regia o una rete comune.
Nel 2007 la Calabria è stata anche scenario di traffici finalizzati all’estorsione. La base è il famigerato centro S. Anna di Crotone, negli anni passati addirittura chiuso per inagibilità. Partiti dalla Libia, dalle coste nordafricane, per un viaggio di fortuna verso Lampedusa, ad attendere migliaia di cittadini stranieri un destino di trattenimento nei Cpt, prima, e poi una fuga organizzata e finalizzata a un sequestro a scopo estorsivo (8).
SICILIA - AGRICOLTURA
La Sicilia, rispetto alla Calabria, offre maggiori opportunità lavorative, situazioni diversificate, ma anche gravi contesti di degrado e occasioni per conflitti interetnici particolarmente evidenti in alcune aree. Come nel resto del Meridione, agricoltura ed edilizia sono i settori che offrono impiego agli immigrati, ma anche sfruttamento e condizioni di sicurezza al di sotto di qualunque soglia minima.
Le aree del lavoro agricolo sono il ragusano e la provincia di Trapani. Nel primo caso si ha una presenza stabile, caratterizzata dal lavoro nelle serre; nel secondo una stagionale, centrata sulla vendemmia nel Belice: i lavoratori sono quasi tutti arabi e irregolari, non sanno cosa sia un contratto, spesso devono comprarsi da soli gli attrezzi di lavoro, come le cesoie per raccogliere l’uva. Da alcuni anni è stato allestito un centro di accoglienza, ma solo per i regolari, cioè una piccola parte del totale. Gli altri dormono nelle piazze dei paesi, nelle stazioni, in case diroccate. Fanno un lavoro massacrante, guadagnano pochissimo ma dal loro contributo decisivo nascono alcuni dei più celebrati vini siciliani (9).
“Sono un ragazzo egiziano di 23 anni”, racconta un testimone. “Ho lavorato a Milano come manovale per otto mesi ma a causa dei controlli sul lavoro nero ho lasciato il Nord e sono venuto in Sicilia. Qui con altri sette egiziani abbiamo lavorato in agricoltura per quattro mesi senza essere mai pagati e addirittura siamo stati minacciati dal datore di lavoro con un fucile solo perché chiedevamo sempre i nostri soldi. Anche senza documenti abbiamo deciso tutti insieme di andare alla polizia e raccontare la nostra storia perché avevamo veramente paura del datore di lavoro” (10).
In questo contesto sono numerosi i casi di violenza. Moussa Grine, tunisino, sposato nel suo paese d’origine e munito di regolare permesso di soggiorno, viveva a Salemi da alcuni anni. Lavorava come bracciante agricolo stagionale ed era scomparso da quasi un mese. La denuncia era stata presentata da un cugino della vittima, in seguito alla quale i carabinieri avviavano le ricerche dal centro storico del paese fino ad alcuni quartieri terremotati (11) e abbandonati. Guidati da due cani pastore del Nucleo Carabinieri cinofili i militari entravano nella chiesa diroccata e sconsacrata di Maria Santissima della Catena, dove trovavano i resti del tronco carbonizzato di un corpo umano, privo della testa e degli arti distrutti dal fuoco.
L’assassino è stato trovato subito dopo, nella casa canonica adiacente alla chiesa, dove abitava abusivamente da alcuni mesi. Interrogato dal magistrato, davanti ai gravi indizi di colpevolezza emersi nel frattempo a suo carico - tra i quali alcuni indumenti sporchi di sangue portati a un amico per essere lavati - avrebbe confessato di avere ucciso Grine, che frequentava occasionalmente, a causa di un litigio (12).
IL RAGUSANO
Il territorio ragusano, considerato il più ricco della Sicilia e una delle aree agricole più floride del Meridione, accoglie da diversi anni una comunità magrebina ormai stanziale, anche se in forte calo negli ultimi anni.
La presenza degli immigrati dell’Est, unita alla crisi del settore delle primizie, ha reso più difficile la permanenza dei lavoratori di origine africana. I neocomunitari non hanno bisogno del permesso di soggiorno, dunque nemmeno del contratto di lavoro: possono lavorare in nero e accettano compensi più bassi. Inoltre la maggior parte sono donne, quindi maggiormente gradite ai datori di lavoro. La conflittualità è esplosa ed è culminata con l’episodio del primo febbraio 2009, quando un branco di tunisini violentò una giovane romena.
Il 12 aprile 2008 Costel Adomnitein, romeno di 33 anni, è stato trovato morto dentro un rudere vicino al commissariato di polizia e non distante dai magazzini utilizzati per la lavorazione dei prodotti ortofrutticoli. Aveva la testa squarciata da un colpo inferto con un pezzo di legno. Il giovane romeno, mendicante, spesso veniva trasportato in ospedale per le cure disintossicanti. La polizia, informata da un conoscente di Costel, ha ritrovato il cadavere dentro un casolare, accanto a un materasso e un cuscino insudiciati, una giacca da donna di colore rosso, del cibo avariato e vari cartoni di vino vuoti. Escluso un delitto per rapina o passionale, si pensa a qualche lite scoppiata fra romeni che vivono in condizioni disperate sul territorio di Vittoria (13).
Molta attenzione è stata dedicata negli ultimi anni alla prostituzione, indicata come la situazione più estrema, la fascia disperata dell’immigrazione, un settore su cui intervenire con un approccio “salvifico”. Paradossalmente, da questo mondo marginale sembrano giungere notizie meno gravi, o comunque casi meno numerosi. E in generale, le aree di degrado urbano e le periferie metropolitane appaiono meno violente rispetto alle zone rurali (14).
QUALCHE CONCLUSIONE
Condizioni di degrado, scarse opportunità lavorative, incertezza dei loro già pochi diritti (pagamenti ritardati o negati, aggressioni gratuite o a scopo di rapina ecc. Perché dunque gli immigrati si trovano in Sicilia e Calabria? Le motivazioni possono essere suddivise in tre grandi categorie:
1) la vicinanza con i centri di accoglienza / detenzione / identificazione;
2) la presenza di opportunità di lavoro, anche stagionale, unica possibilità per gli irregolari marginalizzati da leggi razziste;
3) aree di insediamento tradizionali (ad es., agricoltura a Ragusa, pesca a Mazara del Vallo).
La Sicilia rappresenta un luogo privilegiato per l’ingresso degli immigrati (Lampedusa, Porto Empedocle, Scoglitti e coste ragusane…) sia per quanto riguarda gli sbarchi che per la presenza numerosa di centri di detenzione/identificazione/accoglienza.
I dati del ministero dell’Interno parlano di un 10% di arrivi via mare, e non tutti riguardano le coste siciliane (15). L’immaginario secondo cui tutti gli irregolari giungono attraverso uno sbarco sulle coste estreme del paese è sostanzialmente falso: in ogni caso sono molti coloro che, anche solo per motivi burocratici come l’attesa per una pratica di asilo politico, devono rimanere sul territorio siciliano (16).
Dalla Sicilia, e in particolare da Lampedusa, i migranti sono spesso trasportati con un ponte aereo al centro di Crotone, che non di rado si è trovato in condizioni di sovraffollamento. Negli anni passati il centro calabrese è diventato famoso in mezza Africa per la propria “permeabilità”, cioè la facilità con cui si poteva uscire. Tra dubbi giuridici (non è mai stato un centro di detenzione) e polemiche sulle condizioni di vita all’interno, intorno ad esso sono stati organizzati piccoli e grandi traffici. Al centro di Crotone, dunque, si deve buona parte della presenza africana in Calabria.
UN DESTINO SGARBATO
I lavoratori stranieri che vivono nel Meridione, e talvolta in condizioni peggiori rispetto a quelle di partenza, sono dunque marginalizzati dalla burocrazia, dal mercato del lavoro, da leggi razziste, dalla violenza e dalla tendenza degli italiani alla sopraffazione, allo sfruttamento, alla negazione dei diritti di chi si trova in condizione di bisogno.
Un destino sgarbato - un impedimento burocratico, un contratto di lavoro che scade, una fabbrica che chiude, un diniego alla richiesta di asilo politico - può trasformare un migrante regolare in quello che i telegiornali chiamano con disprezzo “clandestino”, facendo intendere che alla base vi sia una scelta consapevole quando non una inclinazione a delinquere. Invece tanta parte degli irregolari è letteralmente “respinta” dalle istituzioni. Sono tante le storie in cui a un lavoro perso al Nord segue un permesso di soggiorno in scadenza, e dunque un ripiego verso il Sud, dove si immagina di trovare uno stato meno pressante, un ambiente meno rigido e ostile. La necessità spinge invece i lavoratori stranieri in uno stato di lavoro servile, sottoposti a violenze e ricatti (17).
Il primo problema è l’innata propensione al lavoro nero e allo sfruttamento della classe imprenditoriale del Sud. Il secondo, il clima di violenza imposto o determinato dalla presenza di forti organizzazioni criminali. Il terzo, il conflitto di culture tra retaggi arcaici e presenza straniera.
Il caso più evidente è quello delle assistenze domiciliari dell’Est. È impressionante l’elenco delle donne uccise in Calabria negli ultimi mesi, completamente ignorato dai media. Non tutti gli omicidi sono riconducibili a una unica matrice, ma non sono neppure frutto del caso. “Era un uomo d’altri tempi”, dicevano i vicini di casa del pensionato novantenne che uccise Eluta Ilaf a Reggio Calabria, con una fucilata. Si riferivano ai modi gentili, ai saldi principi, a concetti come onore e rispetto.
Si riferivano senza saperlo anche a quegli uomini di un passato mai tramontato del tutto, capaci di cedere sistematicamente il passo alle donne, ma non di tollerarne un rifiuto. E dunque la donna è una proprietà, un “bene disponibile”, in particolare se si tratta di una domestica straniera (18).
Non per caso gli antropologi statunitensi Jeffrey Cole e Sally Booth definiscono dirty works sia il lavoro domestico e la prostituzione nel palermitano, che l’agricoltura nel ragusano, oggetti della loro inchiesta sul campo (19). Una etnografia sull’universo dell’immigrazione in Sicilia, che è anche una ricerca sui siciliani, i loro pregiudizi e la loro tendenza a riprodurre forme tradizionali di subordinazione sociale ed economica, a ruoli però invertiti (20). Così come fanno più in generale gli italiani pronti a chiedere rispetto delle regole, a criminalizzare i lavoratori stranieri, a evocare fantasmi, ma assolutamente refrattari all’assunzione di responsabilità nei frequentissimi casi in cui il rapporto, appunto, si inverte.
*di Terrelibere (www.terrelibere.org). All’articolo ha collaborato Anna Foti (Terrelibere).
NOTE
(1) “Dossier Statistico Immigrazione” 2008, Caritas-Migrantes
(2) Cronache locali del 22 ottobre 2008.
(3) Cronache locali dell’8 febbraio 2009.
(4) Ovidiu, Cornelia, Damoc. Tre storie di rumeni vittime, terrelibere.org, 8 febbraio 2008, http://www.terrelibere.org/terrediconfine/ovidiu-cornelia-damoc-tre-storie-di-rumeni-vittime
(5) Cfr. A. Mangano (a cura di), Gli africani salveranno Rosarno. E, probabilmente, anche l’Italia, terrelibere.org edizioni, Messina 2009.
(6) Quando i rumeni sono vittime, terrelibere.org, 1/12/2007, http://www.terrelibere.org/terrediconfine/quando-i-rumeni-sono-vittime
(7) Cronache locali del 15 settembre 2008.
(8) Si tratta dell’operazione denominata “Abid”, che in arabo significa “schiavo”.
(9) Cfr. A. Mangano, Sfruttamento Doc. Immigrati e vendemmia nella Valle del Belice, terrelibere.org, http://www.terrelibere.org/terrediconfine/3579-sfruttamento-doc-immigrati-e-vendemmia-nella-valle-del-belice. A Cassibile, nei pressi di Siracusa, è riscontrabile una situazione analoga.
(10) Msf (Medici senza frontiere), Una stagione all’inferno, Roma 2008.