ARCHIVIO
articolo della rivista numero 154
Una valutazione scientifica
Intervista di Anna Camposampiero a Carlo La Vecchia
Abbiamo intervistato il professore Carlo La vecchia, Capo del laboratorio di Epidemiologia generale dell’Istituto di Ricerche farmacologiche “Mario Negri” di Milano, e Professore associato di Epidemiologia all’Università di Milano.
Come ritiene l’approccio che hanno avuto i mezzi di comunicazione in merito al virus AH1N1, la cosiddetta influenza suina? E sul fatto che ci siano numeri differenti, giochi di cifre tra contagiati, morti?
L’approccio in sé è fortemente influenzato dalle indicazioni delle agenzie governative e internazionali, essenzialmente l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) che classifica il livello di allarme: i mezzi fanno principalmente riferimento a questi comunicati. Non ho visto enormi differenze tra le fonti di informazione a cui ho avuto accesso, come i principali quotidiani italiani o le principali reti televisive, per esempio.
Questi professionisti dell’influenza e dei relativi numeri fanno riferimento a dati forniti incerti. Il punto è che la diagnosi dell’influenza è incerta e frequentemente persa perché molte persone hanno sintomi influenzali per qualche giorno, se ne stanno a casa e nessuno sa che è quella. Anche in un paese di media ricchezza come il Messico in cui le strutture sanitarie sono esistenti, anche se meno sviluppate ed efficienti che nei paesi più ricchi, la registrazione dei casi e dei decessi è incerta. Non sorprende che il numero dei decessi oscilli e i casi di contagio ancora di più: dipende essenzialmente dal sistema di report. Di solito i primi casi sfuggono sistematicamente. Quando poi emerge qualche decesso si vanno a rianalizzare i casi: spesso poi rivedendoli meglio molti scompaiono. L’incertezza può essere notevole.
Che differenza c’è con l’aviaria?
Sono tipi diversi di virus: uno è H1N1, l’altro H5N1. Il virus dell’influenza cambia ogni anno e sono diverse le classi di virus. Alcune volte vi sono cambiamenti sostanziali, quindi questa diversa classificazione, H1N1 e H5N1, rispecchia queste maggiori differenze. La principale è che H1N1 è stata attribuita a modificazione avvenuta in suini, mentre l’aviara era attribuita a modificazioni nei polli. La preoccupazione principale nel caso dell’aviaria era dovuta al fatto che la Spagnola era di origine aviaria.
TIMORI E MISURE PRECAUZIONALI
C’è una linea conduttrice che ha senso e quindi un timore oggettivo?
L’influenza è un timore oggettivo. Le pandemie di influenza nel secolo scorso sono state tre: quella del 1918-1919, la Spagnola, che ha fatto dai 40 ai 50 milioni di morti; poi c’è stata l’Asiatica del 1956 che ha causato 5/6 milioni di morti e infine la Hong Kong del 1968 che ha causato un paio di milioni di morti.
In realtà sorprende il fatto che da quarant’anni non ci sia una pandemia. Le pandemie di solito avvengono quando il virus si modifica non negli uomini - ogni anno ci sono influenze per cui dobbiamo vaccinarci - ma negli animali. Se le modificazioni sono sostanziali gli uomini sono meno protetti e può scoppiare una diffusione pandemica.
Hanno senso le misure adottate, come per esempio in Argentina, che - con un’epidemia di Dengue in corso di tutt’altra origine - è stata tra le prime a chiudere le frontiere con il Messico, o come a Città del Messico, dove sono stati temporaneamente chiusi tutti i locali pubblici e semi pubblici? Con la velocità degli spostamenti, rispetto anche alle tre pandemie precedenti, è più probabile che si diffonda comunque senza poterla ostacolare?
Paradossalmente sembrano servire. In Italia abbiamo l’enorme vantaggio che non è inverno. Anche con la Spagnola - sviluppatasi in condizioni di guerra, con pochi controlli - i primi casi si verificarono in America nella primavera del 1918, ma la pandemia scoppiò nell’autunno/inverno successivo. In estate anche la peggiore delle influenze fa fatica ad attecchire. In Italia i modelli di diffusione di un’influenza pandemica sono di pochi giorni: tre/quattro giorni a scuole aperte e sette a scuole chiuse. Questo è quanto ci vuole a far scoppiare una pandemia di un virus molto infettivo. Come abbiamo visto non è scoppiata, ci sono casi sporadici, quindi le misure prese sembrano funzionare.
L’altra ragione per cui queste misure si adottano è che la Sars - malattia completamente diversa - per cui ci fu un timore di pandemia a un certo punto fu bloccata da misure drastiche del governo cinese.
Aggiungo che se superiamo l’estate, avremo poi il vaccino, quindi il problema potrebbe essere risolto.
INTERESSI ECONOMICI?
Negli Usa alcuni ricercatori e anche membri del Congresso hanno sostenuto che tutta questa faccenda è una mossa al servizio delle multinazionali farmaceutiche, tant’è che sia la Roche che la Glaxo Smith Kline avevano all’inizio dell’anno problemi in borsa, mentre adesso hanno dei picchi al rialzo. Quanto potrebbe esserci di vero? Cosa ne pensa delle accuse alle multinazionali?
Per fare accuse di questo tipo ci vogliono le prove. È ovvio che quando è scoppiato l’allarme le azioni Roche e GSK abbiano avuto delle oscillazioni, ma bisognerebbe vedere le fonti e quanto siano provabili queste affermazioni. Anche perché gli interessi legati all’influenza non sono così elevati: ci sono sì le scorte dei farmaci, ma il vaccino dell’influenza è un prodotto a prezzo controllato in tutto il mondo.
A questo proposito il problema del vaccino dell’influenza non è venderlo ma farlo. Non si riesce a produrlo se non in parecchi mesi, e meno di quello che serve, perché si usa una tecnologia tradizionale, basata su uova embrionate, di fatto vecchia. Esisterebbe una tecnologia su cellule, però nessuno - salvo situazioni veramente disperate - oserebbe mettere sul mercato un vaccino cellulare, che costerebbe molto meno, senza una prova di efficacia. Probabilmente affronteremo l’influenza del prossimo autunno ancora con un vaccino fatto su uova e quindi le dosi rimarranno minori del necessario.
Alcuni paesi del Sud del mondo hanno approfittato per rilanciare la proposta di avere medicinali generici e quindi liberarsi della proprietà intellettuale sui medicinali…
Se ci fosse un’epidemia questo sarebbe un problema, è ovvio. Perché i due farmaci, Oseltamivir e Zanamivir [il primo commercializzato dalla Roche come Tamiflu, il secondo dalla Glaxo come Relega, N.d.A.) sono venduti a prezzi elevati e quindi se servissero bisognerebbe discuterne i prezzi. Il problema dell’epidemia d’influenza è che non si ha tempo, non tanto il prezzo. Il prezzo diventa l’ultimo dei problemi.
QUANTO È GRAVE QUESTA INFLUENZA?
Ci è stato detto dai media che in Messico non veniva venduto il Tamiflu perché le farmacie non lo avevano. I decessi in Messico sono stati causati dalla gravità del virus H1N1, facendola percepire come influenza mortale, diversa dalle solite influenze, o dall’assenza di medicine?
Neanche in Italia il Tamiflu viene venduto. Ci sono degli stock (4 milioni di trattamenti, pari a 40 milioni di dosi) che il governo ha deciso di accumulare - in seguito alla minaccia dell’aviaria di alcuni anni fa - per garantire i servizi essenziali: corrispondono ai 4 milioni di persone che devono comunque andare a lavorare per evitare la paralisi del paese. Questa scorta è lì, abbondante, e non è stata toccata e neanche ampliata recentemente.
Bisogna anche ricordare che ogni anno in Italia ci sono migliaia di morti per influenza - in media un’influenza annuale causa diecimila morti - persone anziane o già con problematiche, per cui sono morti che pesano di meno sulla società. La morte dei giovani per l’influenza è una tragedia maggiore. Nel 1918, con la pandemia di Spagnola, i giovani morivano a causa di polmonite infiammatoria che oggi si controlla col cortisone, quindi, di nuovo, è un problema di diagnosi. Nella fase acuta, al di là dei farmaci, per evitare la morte basta un po’ di cortisone e il soggetto guarisce. Nel 1918 non c’era il cortisone e non c’erano altre terapie.
Il Messico ha scorte sufficienti per le poche migliaia di casi che ha avuto ma c’è un problema di diagnosi e di distribuzione. Soprattutto un problema di diagnosi. L’altra ragione per non lasciare che i farmaci siano accessibili in farmacia è che questi sono ad efficacia limitata sull’episodio singolo - ossia riducono i sintomi di circa un giorno, un giorno e mezzo sulla durata normale di una settimana -, sono ricchi di effetti collaterali e possono causare resistenza.
Si ritiene quindi che non siano farmaci che la gente debba decidere di usare da sola, perché la diagnosi dell’influenza stagionale è complessa. Tutti gli inverni abbiamo delle parainfluenze: se cominciamo a usare questi farmaci per questi sintomi, poi non funzionano più.
Si parla di salto evolutivo del virus, dovuto agli allevamenti intensivi che creerebbero un ambiente perfetto per la ricombinazione di ceppi distinti. Diventa più facile il salto interspecie e quindi lo sviluppo di virus più capaci di aggredire l’uomo. Cosa ne pensa?
Nella zona in Messico in cui si è sviluppata l’influenza c’è un allevamento intensivo. Il problema è che l’allevamento di molti animali, non solo suini, è cambiato in questo senso negli ultimi decenni. Va però ricordato che mai nella storia dell’umanità si è avuto un periodo così lungo senza pandemie di influenza. Quindi non c’è stato un impatto drammatico sull’influenza dovuto all’allevamento di tipo industriale, anche se la vera ragione per cui non ci sono state pandemie è che le condizioni igieniche sono migliorate: di fatto l’uomo non vive più in promiscuità con gli animali. Il salto animale-uomo non è veloce quando si mettono tanti animali insieme, ma quando si mettono gli uomini insieme agli animali.
Se poi pensiamo a livello di conseguenze sul globo, l’impatto maggiore viene dagli animali allevati in maniera non intensiva: la produzione di gas serra è molto ridotta nell’allevamento intensivo. Il problema è che la carne dovrebbe essere un consumo limitato e per limitarlo non c’è altro modo che aumentarne il prezzo, e questo si scontrerebbe con interessi economici e con il fatto che molta della popolazione vuole carne a prezzi accessibili.
Sembra che per ora in Italia il rischio dell’influenza suina sia superato o in qualche modo si è ridotta la percezione di pericolo…
Il grosso messaggio recepito è che attorno al paziente “zero” non ce ne sono stati moltissimi, quindi l’infettività sembra ragionevolmente limitata. Anche per quanto riguarda le persone rientrate dal Messico bisogna dire che se fosse stata una situazione fortemente contagiosa ci sarebbe stato mezzo aereo ammalato: se non scoppia la pandemia adesso e l’estate passa tranquilla, da qui all’autunno ci sarà il vaccino e quindi questo allarme dovrebbe rientrare. La speranza che abbiamo sull’influenza è di avere un vaccino per sempre. Questi vaccini colpiscono le proteine che cambiano ogni anno sono stati un enorme vantaggio - e probabilmente sono in larga parte responsabili anche della riduzione delle epidemie -, ma se noi riuscissimo a fare un vaccino contro la proteina del virus che non cambia non ci sarebbe più un problema di nuove forme. È una prospettiva non a breve termine, ma non è impossibile.