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articolo della rivista numero 154
Nella capitale della Padania
di Enzo R. Laforgia, Michele Mancino *
La Lega e la politica della paura
22 settembre 2008, ore 21: a Varese prende ufficialmente il via la settimana dei Campionati del mondo di ciclismo su strada. La città si prepara da mesi a essere “mondiale”, come recitano gli slogan. Ma il turista sportivo che mette piede per la prima volta in questa cittadina incastonata tra laghi e montagne scopre che è appena entrato nella “Capitale della Padania”. Anzi, con un tocco di internazionalità, i manifesti bianchi affissi un po’ dappertutto, proclamano solennemente: “Welcome to Varese the Capital of Padania”. Al centro di ogni manifesto campeggia il simbolo della Lega Nord, quel Sole delle Alpi che, apprendiamo dal sito locale del movimento politico (http://www.prov-varese.leganord.org/doc/solealpi.htm), starebbe a indicare il Sole invitto, la ruota della vita, Gesù Cristo, la Stella di Davide, la bellezza della stella alpina e i sei ceppi etnolinguistici della Padania. Insomma, di fronte al mondo che irrompe prepotentemente, a Varese come dovunque, la Lega oppone con orgoglio la resistenza di una presunta identità territoriale, rigida ed esclusiva.
VARESE “MULTIETNICA”
Eh, già... Varese è veramente mondiale. Ha il mondo in casa. Dal Settimo rapporto sull’immigrazione straniera nella provincia di Varese relativo all’anno 2007 apprendiamo che la nostra è la quarta provincia in Lombardia, dopo Milano, Brescia e Bergamo, per presenze di stranieri provenienti da paesi in via di sviluppo e dall’Europa dell’Est, con un totale stimato, all’1 luglio 2007, intorno alle 56.000 unità complessive, minori e irregolari compresi. Arrivano qui da tutto il mondo, dall’Europa dell’Est, dall’Africa e dall’Asia. La loro presenza cresce di anno in anno: una persona ogni 15 presenti in provincia di Varese proviene oggi da paesi a forte pressione migratoria, neocomunitari compresi. Ed è una migrazione che aspira qui alla stabilizzazione, che tende a richiamare i coniugi, a ricomporre gli originari nuclei familiari e che fa registrare un numero sempre maggiore di minori, ormai presenza strutturale nel sistema scolastico, dalla scuola per l’infanzia alla secondaria superiore. Una migrazione tutto sommato regolare, che colloca la provincia di Varese ai vertici regionali per regolarità della presenza (non più di un immigrato su dieci risulterebbe essere irregolare).
LA PAURA ALIMENTA LA BATTAGLIA IDENTITARIA
Ma qui come altrove la rapidità del fenomeno e le sue dimensioni in termini quantitativi hanno contribuito ad alimentare paure e un diffuso senso di insicurezza. La percezione comune dell’immigrazione nel suo complesso non si lascia rassicurare dalle cifre. Così, in questo territorio di confine, quella frontiera che nel dopoguerra, come scriveva Piero Chiara, dava ai suoi abitanti “una caratteristica di internazionalità”, è diventata una linea invisibile che separa le molte comunità che qui convivono, un limite da non oltrepassare, da difendere, lungo il quale erigere barriere. E man mano che i tradizionali ancoraggi sociali si sono indeboliti, la battaglia identitaria ha trovato alimento nelle paure che hanno accompagnato il passaggio da un millennio all’altro.
“PADRONI A CASA NOSTRA”…
Di questa battaglia e di queste paure si è fatta portavoce la Lega Nord, quello che attualmente è il partito più vecchio d’Italia. Toccato da Tangentopoli, ma risparmiato dalla bufera che ne è seguita, il movimento fondato da Umberto Bossi ha superato la soglia dei vent’anni. Il Carroccio è cresciuto, ha fatto esperienze di governo a tutti i livelli, nazionale, regionale e comunale, ha cariche nei consigli di amministrazione che contano (come quello di Finmeccanica), ha ripercorso le tappe politiche esattamente come un tempo facevano la Dc, il Pci o il Psi. Da sempre, però, l’istituzionalizzione del partito ha dovuto essere compensata, soprattutto per mantenere il rapporto con la base, da un inasprimento delle parole d’ordine. È un meccanismo che la Lega Nord ha messo in atto ogni qualvolta quel legame sanguigno o “di pancia” con i suoi militanti si indebolisce. Si tratta di argomenti cari al movimento delle origini, condensati in slogan chiari e precisi che evocano un attacco dall’esterno ai valori della terra madre, la Padania. Il concetto è sempre lo stesso, ovvero: “Padroni a casa nostra”. Un messaggio che se declinato sul piano concreto dovrebbe mirare allo “Stop dell’immigrazione”.
… MA CON MANODOPERA IMMIGRATA
Il condizionale è d’obbligo perché essendo la manodopera immigrata necessaria alle imprese del Nord e al benessere materiale di tutti, compreso quello dei leghisti, cacciare gli stranieri sarebbe un clamoroso autogol. Peraltro l’inserimento degli immigrati in questo nostro Nord-Ovest risulta di gran lunga migliore di come viene comunemente rappresentato. È quanto si ricava dal V Rapporto dedicato agli Indici di integrazione degli immigrati in Italia, pubblicato nel marzo del 2007 dal Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro) con il supporto dei redattori del Dossier statistico immigrazione compilato da Caritas e Migrantes. Scopriamo qui che nel 2007 la Lombardia veniva collocata al quarto posto (nella fascia “massima”) tra le regioni italiane che garantiscono il maggior livello di integrazione degli immigrati. La provincia di Varese guadagnava la 26a posizione, prima tra le province di fascia “alta”.
USARE GLI IMMIGRATI E OSTACOLARLI NEL QUOTIDIANO
Non potendo dar corso in tutto e per tutto alla voce della pancia, pena la perdita della ricchezza, la Lega Nord tende a ostacolare la vita degli immigrati nella quotidianità. Come? Negli enti dove governa il Carroccio fioriscono provvedimenti palesemente discriminatori e anticostituzionali che riguardano ogni aspetto della vita. In alcuni casi gli amministratori leghisti sembrano fare a gara a chi la spara più grossa in tema di contrasto all’immigrazione, perché in questo modo si conquistano i meriti agli occhi dei maggiorenti del partito.
Questa schizofrenia politica viene però pagata a caro prezzo da tutti i cittadini perché la realtà è sempre più complessa di uno slogan. Gli esempi sono molti, ma in particolare ce ne sono tre che mettono a nudo questo meccanismo.
COSTA SALATO IL BONUS BEBÉ
Il primo riguarda il cosiddetto “bonus bebè”, ovvero il contributo che alcuni comuni danno alle famiglie in cui ci sono nuovi nati. Il sindaco di Morazzone, piccolo paese alle porte di Varese, nel 2005 emanò una delibera che prevedeva l’assegnazione di un contributo una tantum di 500 euro per ogni bambino non primogenito nato in paese. I requisiti richiesti per ottenere questa cifra erano: la residenza da almeno cinque anni di almeno un genitore e la cittadinanza italiana di un genitore e comunque cittadinanza “ab origine” (dalla nascita) italiana, dell’Unione europea o Svizzera dell’altro genitore. Nel 2006, prima le Acli di Varese e poi quelle nazionali avviarono una ricorso contro quel provvedimento. Il tribunale di Roma alla fine della battaglia legale ha riconosciuto la “sicura valenza discriminatoria per evidenti motivi etnici della delibera”.
“Questa sentenza”, osservano i dirigenti delle Acli, “oltre ai cittadini extracomunitari, tutela anche i cittadini italiani: è il caso ad esempio delle persone che hanno ottenuto la cittadinanza italiana dopo il matrimonio”.
La vicenda però non finisce qui perché il sindaco di Morazzone, Giancarlo Cremona, ha recentemente fatto una confessione: “se tornassi indietro la delibera sul bonus bebè non la rifarei più, perché è costata troppo alla comunità”. Il rammarico del primo cittadino è più che giustificato, in quanto nei vari processi e ricorsi legali il piccolo comune ha dovuto sborsare oltre 40.000 euro in avvocati, timbri e ciceroni. “Con quei soldi”, continua il sindaco, “avremmo fatto una dote a tutti gli studenti della scuola primaria del paese”.
NO A KEBAB…E GELATI
Il secondo caso è recentissimo e riguarda la norma regionale bollata come legge anti-kebab. In molte città del Nord Europa, comprese quelle lombarde, sta spopolando tra i giovani (e non solo loro) il kebab, la pietanza più amata dai magrebini e dai turchi, ovvero la carne di montone fatta arrostire su un girarrosto verticale. Due consiglieri regionali, Carlo Saffioti (Pdl) e Daniele Belotti (Lega Nord), hanno pensato bene di vietare la degustazione del kebab su una panchina o un tavolino installati dal kebabbaro medesimo fuori dal suo esercizio. Alla base ci sarebbero motivi di igiene e sicurezza, ma la vera “"ratio” delle legge è un giro di vite per le attività classificate come artigianali, ma che fanno concorrenza ai bar dei lumbard. Da parte loro i kebabbari, che sanno di essere osservati speciali, da tempo sono rigidissimi nell’applicare le norme del commercio, riducendo all’osso la dotazione dei loro esercizi commerciali. E così raramente si sono attrezzati con panchine e tavolini sia all’esterno che all’interno dei locali.
Le nuove regole della Regione Lombardia in tema di vendita di alimenti destinati all’immediata consumazione hanno creato però curiosi effetti collaterali a chi non commercia il kebab. Infatti, colpiti dalla legge sono tutti coloro che hanno messo panchine e tavolini fuori dal proprio negozio, come ad esempio i gelatai. I ragazzi e le famiglie che di solito si gustavano il loro cono gelato seduti comodamente fuori dalle gelaterie ora, grazie a questa legge, non potranno più farlo pena una multa al commerciante che va da 150 a 1.000 euro. Se poi sulla panchina si usano delle posate (il cucchiaino di plastica rientra in pieno in questa definizione) ci si trova di fronte a un’aggravante. Il provvedimento legislativo diventa un vero pasticcio nella parte in cui prevede che se il proprietario delle panchine è il comune allora si può consumare il gelato standosene comodamente seduti. Insomma, la legge che voleva colpire i commercianti stranieri di kebab (perlopiù magrebini, egiziani e turchi) alla fine si è ritorta contro le italianissime gelaterie. Il tam tam degli amanti del kebab si è fatto sentire sulla rete grazie a un blog e al social nertwork Facebook dove si sono costituiti dei gruppi contro la legge in questione. Alcuni consiglieri comunali e regionali hanno dato vita a una kebabbata disobbediente, mentre i gelatai hanno fatto sapere che il provvedimento ha già prodotto i suoi guasti sul piano economico e occupazionale.
LA LOTTA ANTISLAMICA INGORGA IL TRAFFICO
Il terzo esempio riguarda l’esercizio di culto. A Gallarate, grosso centro in provincia di Varese, il braccio di ferro tra amministrazione comunale e comunità musulmana va avanti ormai da anni. Da una parte ci sono gli islamici che chiedono un luogo dignitoso (a loro spese) dove poter pregare, dall’altra c’è il comune che nega questo spazio. L’aspetto curioso di questa querelle è che la Lega sta all’opposizione ma, per una logica che tiene conto degli equilibri nazionali, gli amministratori della Pdl, appellandosi a cavilli burocratici legittimi, danno concretezza al pregiudizio leghista, camuffandolo con una più pressante questione di sicurezza. Così i musulmani di volta in volta vengono ospitati in un oratorio, in un centro della protezione civile, in un magazzino e quando la questione supera la soglia della sopportazione si mettono a pregare davanti al comune alzando il tono della protesta sempre sotto l’occhio vigile degli uomini della questura. A pagare questa situazione sono gli abitanti dei vari quartieri della città che di volta in volta ospitano i fedeli musulmani: traffico, parcheggi occupati e naturalmente l’attenzione dei media puntata contro.
COMPLICITÀ DEI MEDIA
Anche i media, del resto, hanno una responsabilità non piccola nell’alimentare e confermare il sentire sociale che accompagna il fenomeno dell’immigrazione. Nel maggio scorso, ad esempio, il quotidano locale “La Provincia di Varese” annunciava a tutta pagina e con tono assertivo che la città era ormai invasa dagli immigrati. Il giornalista, forse facendosi prendere un po’ troppo la mano dallo stile appassionato, arrivava a rappresentare la vecchia Città giardino come se ormai fosse ridotta al rango di una di quelle cittadine di frontiera del lontano e desolato West in cui hanno da poco ammazzato l’ultimo sceriffo: “[...] le strade cittadine sono invase da accattoni e venditori abusivi, senza che il Comune sia stato in grado di predisporre un’efficace controffensiva. Di fatto, lavavetri, zingarelle e questuanti, oltre agli ormai decennali venditori di rose, sono una presenza ‘costante’. Il ‘lavoro di strada’ è una delle attrattive con cui gli irregolari arrivano in provincia. [...]
La presenza di stranieri non è andata di pari passo con l’integrazione, che si può dire fallita. Gli immigrati vivono tra di loro e sono una presenza visibile nella sua parte più ‘pericolosa’. Ovvero, nei gruppi di sbandati e perdigiorno che occupano e hanno preso il controllo di zone di città. [...] La zona che va dalle due ferrovie, passa per viale Milano, e arriva poi ai giardini di via Dandolo, assomiglia sempre di più a una sorta di casbah musulmana [...].”
QUANDO GLI “IMMIGRATI” ERANO “NUOVI PARROCCHIANI”
Altri tempi dagli anni del cosiddetto “miracolo economico”. Allora, più di oggi, questo territorio fu letteralmente travolto dal flusso migratorio che dal Veneto, dalla Lombardia meridionale e poi da tutte le regioni del Sud costruiva la ricchezza di uno dei territori storicamente più industrializzati d’Italia (tra il 1951 e il 1960 l’incremento demografico della provincia di Varese fu del 21,6%; nel 1963 solo Roma, Torino e Milano ebbero un incremento superiore). Nel 1963, ad esempio, il settimanale cattolico “Luce!” invitò la popolazione del Varesotto a sostituire il termine “immigrati”, su cui si era stratificato tutto un corredo di stereotipi, con quello di “nuovi parrocchiani”, più adatto al ribaltamento di una consolidata prospettiva culturale: la relazione tra comunità differenti non doveva tradursi nell’assimilazionismo coloniale dei nuovi arrivati, ma in una circolazione virtuosa del portato culturale di ciascuna, perché “non si tratta solo di un contatto per dare”, si affermava, “ma anche per avere”. Negli stessi anni le istituzioni, d’intesa con i maggiori imprenditori, promossero proprio a Varese la realizzazione di un Centro di assistenza per giovani lavoratori immigrati, per far fronte a un’immigrazione massiccia e improvvisa, che, giunta qui senza mezzi, doveva superare il trauma del distacco dalle proprie terre d’origine e affrontare l’inserimento nel nuovo tessuto sociale. Altri tempi, appunto... E ben altra classe dirigente.
* rispettivamente docente di storia e caporedattore di “Varesenews”, hanno scritto nel 2005 Intolleranze - Cronache di una provincia lombarda 2000-2004.