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articolo della rivista numero 154


Intellighenzia e pregiudizio


di Giuseppe Faso

Il razzismo come costruzione sociale legittimata dagli intellettuali

All’inizio degli anni Novanta chi sospettava di antirazzismo facile associazioni e volontariato non si accorgeva che gli editoriali dei giornali enfatizzavano differenze simboliche per legittimare diseguaglianze con argomenti che, subalterni a processi di gerarchizzazione sociale, passarono quasi inosservati: ai “colti” italiani interessava poco un’analisi del proprio ruolo nella legittimazione di forme di razzismo.
Se ne giovò la retorica dominante, secondo cui il razzismo è arcaico e da ignoranti (invece che moderno e legittimato dall’intellighenzia), disfunzionale (invece che inserito in un sistema di potere), una belva da ammansire (invece che una costruzione sociale). L’evoluzione verso nuove forme di governance basate sulla paura, con la spinta alla trasformazione dello stato fiscale in stato penale (1), ha incoraggiato un’accentuazione delle posizioni anti-immigrati, sotto lo stigma della criminalità.
Si esaminano qui tre campioni di tale costruzione, di lunghezza e impegno diversi, ma accomunati dall’accettazione di frames di senso comune e dalla legittimazione di stereotipi volgari - se sono “volgari” scorciatoie ideologiche e linguaggi che dovrebbero ripugnare all’analisi scientifica.

“NULLA FA PENSARE CHE LA SELETTIVITÀ A DANNO DEGLI IMMIGRATI SI SIA ACCENTUATA”

Nelle interviste e nelle quarte di copertina (2) Barbagli presenta il suo lavoro come originale e “coraggioso”, riducendo le critiche ricevute a “grande imbarazzo” e a richiami al “politicamente corretto”. Ciò gli permette di scansare obiezioni argomentate (3) e di mettersi in scena presso intervistatori interessati o ignari, secondo un noto copione (4). Caricaturali sono le rappresentazioni che Barbagli propone delle posizioni altrui: “si fronteggiano due tesi opposte. Per la prima, gli immigrati commettono più spesso reati degli autoctoni, per la seconda invece non vi è differenza tra gli uni e gli altri” (5); fino al suo arrivo, il campo si divide fra “coloro che sono abituati a considerare gli immigrati come fonte di ogni male e di ogni bene” (6).
Consensuale a politici e giornalisti, Barbagli sostiene che nell’ultimo ventennio c’è una forte disposizione a delinquere dei migranti, specie “clandestini”. La tesi risale all'allora ministro Napolitano: “la criminalità straniera in Italia è alimentata dal crescente numero di quegli extracomunitari provenienti dai paesi in via di sviluppo che soggiornano nel nostro territorio oltre i limiti consentiti dalle norme, nella ricerca disperata delle soluzioni ai loro più elementari problemi di sopravvivenza” (7). Per provare tale semplificazione Barbagli assume senza filtri un punto di vista molto parziale: si veda la caratterizzazione simpatetica dei "gruppi informali di cittadini indignati… che talvolta hanno cercato di ristabilire l'ordine sociale della loro comunità messo in pericolo da devianti di vario tipo” (8); o l’uso ripetuto di “preoccupazione” per indicare pregiudizio scientifico e allarme sociale (9); quest’ultimo (sfociato in aggressioni e omicidi) viene promosso a “sottili inquietudini”. Loro provocano risentimento, noi nutriamo preoccupazioni e soffriamo per sottili inquietudini. Alla faccia dell’obiettività proclamata (10): un ideale positivistico, che privilegia dati senza chiedersi come sono prodotti (11), evita di misurarsi con evidenze scomode, predilige semplificazioni (12), accetta cornici di senso comune e usa argomenti come “tutto lascia pensare che…”, “è difficile credere che..”. L’uso disinvolto delle tabelle tiene lontano il dubbio e alla complicazione del metodo viene preferito il martellamento di poche convinzioni precostituite.
Se si volessero discutere le cifre che riporta Barbagli, non sarebbe possibile, perchè derivano da ricerche svolte in banche dati del Ministero (13) non facilmente accessibili. Anche se fossero ineccepibili (14), si pone un problema di metodo aggirato nell’ultima edizione, e infelicemente affrontato nelle prime due.
Molte sono le ragioni della crescita del tasso di denunciati e dei condannati di cittadinanza non italiana: tra queste, non è così facile liquidare il sospetto che si sia decisamente accentuata l’azione repressiva nei loro confronti. In un paragrafo di tre pagine Barbagli passa in rassegna la letteratura su “Il peso della discriminazione” (15). Ci si aspetterebbe nei capitoli successivi un’analisi che risponda alla domanda: esiste una discriminazione delle agenzie di criminalizzazione (polizia, giudici) nei confronti degli immigrati? Barbagli scivola più volte dalla locuzione “reati (e presunti autori) denunciati” a quella infida di “reati commessi” (16). Non è necessario essere criminologi per conoscere il “principio di Sellin”, secondo cui la validità delle statistiche come base per la misurazione della criminalità diminuisce man mano che le procedure ci portano lontano dal reato stesso. Il che obbliga chi voglia avere un’idea dei reati compiuti a risalire lungo i nodi che portano dai compiuti ai denunciati, alle attività investigative della polizia e infine alle denunce dei presunti autori. C’è qualche discriminazione anti-immigrati da parte dei cittadini che chiamano le forze dell’ordine? E da parte di queste ultime? Nulla ce ne dice Barbagli oggi. Ma qualcosa ci diceva in un paragrafo sulle “Attività della polizia e denunce dei cittadini”, presente nelle edizioni precedenti.
Uniche indenni dal dilagare di un allarme sociale nei confronti degli immigrati, le forze di polizia secondo Barbagli non avrebbero accentuato nei loro confronti nemmeno i controlli: “nulla fa pensare che la selettività a danno degli immigrati si sia accentuata” (17). In cerca di un indicatore “empirico”, Barbagli lo individua nella frequenza con cui le forze dell’ordine fermano le persone al volante di un’auto o per strada. Solo il 21,6% degli immigrati residenti in Emilia sarebbe stato fermato al volante in un anno, mentre la percentuale degli italiani sarebbe del 42%; gli stranieri fermati a piedi il 9,1%, gli italiani il 2%. Per l’esattezza i dati cui si riferisce Barbagli, una volta pubblicati, hanno mostrato che per i fermati di genere maschile a piedi il rapporto è di uno a dieci (14% maschi stranieri, 1,4% maschi italiani), rapporto che si dilata quando il fermato è visibilmente non italiano, fino a 17 volte (18), Barbagli dribbla i dati sui fermati a piedi e usa quelli sui fermati in auto (19), concludendo trionfale che “dunque… gli stranieri vengono fermati meno degli italiani”, il che dimostra una non selettività a loro danno. Non si può desumere l’atteggiamento della polizia eliminando i dati sui fermati a piedi e usando senza sottoporli a riflessione i dati sui fermati in auto. Ma anche questi ultimi vengono adoperati con disinvoltura. Poniamo che ogni 100 immigrati ve ne siano 30 che hanno l'automobile e facciano in media ciascuno 6.000 chilometri l'anno, e che ogni 100 italiani ve ne siano 50 che hanno l'auto e facciano 12.000 chilometri ciascuno. I 42 italiani indicherebbero una possibilità di essere fermati per ogni chilometro effettivamente percorso pari a 0,007, mentre i 21,6 stranieri darebbero un tasso quasi doppio, di 0,012. Ipotizzando che si intensifichino i controlli il venerdì notte vicino a discoteche e che la percentuale di immigrati che le frequenta sia inferiore rispetto a quella degli italiani, il “tasso di controllo” subirebbe ulteriori ritocchi. Il buon senso osserva poi che si fermano più spesso le auto di grossa cilindrata, quelle che hanno i fendinebbia accesi ecc. Altro che dunque! (20).
Barbagli elimina il capitolo in cui è contenuta questa performance solo nella terza edizione: nonostante critiche autorevoli, l’aveva conservata nella seconda. Chi non può ricorrere alle prime due edizioni è ricompensato da una “chicca” inedita della terza (21); dove si afferma che non c’è stato nessun “panico morale” in Italia, perché gli studiosi ne elencano cinque condizioni e in Italia se ne sono realizzate solo quattro e ne manca una: la sproporzione (22) tra pericolo rappresentato e realtà. Chi ricordi alcune ondate di panico, come quella del 1999 (23), farà bene ad azzerare la memoria e a starsene tranquillo: non c’è sproporzione tra pericolo reale e rappresentazione della stampa (e degli accademici acquiescenti), e le zingare rapitrici smettono di essere leggenda e diventano una causa proporzionata di devastazione.

LA SEDUZIONE FATALE DELLA “TEORIA SPACCAPALLE”

Il contributo di Laura Sartori sull’insicurezza (24) muove da un frame mediatico: si parte da alcuni delitti cui la stampa ha dato particolare risalto, scrivendo che “è la goccia che fa traboccare il vaso” (25). Seguono aneddoti su spazzatura, questuanti, lavavetri: il tono non è sorvegliato, si parla di “Chinatown”, di “Tossic-park” e di “ambulanti che invadono le spiagge” e la sintassi stessa dichiara una scelta di campo (26). Nel finale il linguaggio si fa ancora più trasandato (“l’opinione pubblica vede posizioni differenti”, “come canta l’accusa verso il partito dei sindaci”), finché, in sintonia con Giuliano Amato, si conclude che “Giuliani è riuscito a ridurre la criminalità in città” (27). A sostegno di tale affermazione viene citato un libro di Zimring (28), senza che l’autrice si prenda il disturbo di accennare all’ampio dibattito sul tema. Il lettore non viene così a sapere: a) come si possa provare che la “riduzione della criminalità” sia anche solo in parte dovuta a Giuliani: argomento su cui c’è un dibattito, con posizioni che tendono ad azzerare i “meriti” della campagna “Zero tolerance” (29); b) quali ne siano gli effetti perversi, dall’aumento esponenziale delle misure detentive e di controllo sociale alla privazione del diritto di voto, alla perdita di diritti vari, tra cui quella alla casa popolare, per i congiunti di chi ha riportato una condanna per spaccio di droga - a parte le cifre ragguardevoli pagate dal comune di New York come indennizzo alle vittime di abusi dei poliziotti, “che interpretano la Tolleranza zero come una licenza di uccidere senza timore di essere sconfessati o, meno che meno, puniti” (30); c) su quali aberranti premesse si basi la teoria delle finestre rotte (31).
Sartori osserva candidamente che Giuliani ha cominciato a perseguire chi non pagava la metropolitana o beveva per strada, mentre “altre illegalità ugualmente vanno affrontate (lavoro nero, estorsione)”. Ma evita di dirci quando e se si passerà dalla persecuzione dei graffitari alla lotta al lavoro nero e all’estorsione. In questo modo santifica la teoria delle broken windows, che così Jackie Maple (32) illustra nella sua autobiografia, Crime Fighter, del 1999: “la ‘teoria dei vetri spaccati’ è solo un'estensione di quella che chiamiamo abitualmente ‘teoria spaccapalle’", che consiste nel tartassare un autore di reati minori finché se ne va altrove (33).

LA PROPENSIONE ALLO STUPRO

Anche Ricolfi (34) sembra poco sensibile alle ricerche sugli effetti dei media sul senso di insicurezza (35) e molto alle statistiche: “....la pericolosità degli stranieri non solo resta molto superiore a quella degli italiani, ma il divario tende ad accentuarsi”. Come si faccia dalle statistiche sulle denunce a misurare la pericolosità di un insieme contraddistinto solo dalla mancanza della cittadinanza italiana è difficile capirlo. Che sia alto tra i denunciati il numero di persone che non hanno la cittadinanza italiana potrebbe voler dire molte cose: ma Ricolfi sorvola su questo e parla, come di un dato naturale, di “tasso di criminalità”, anche di singole nazionalità, per poi concentrarsi sul “problema della violenza sessuale e degli stupri”. E qui c’è uno sprazzo inaudito: “Basandosi esclusivamente sulle denunce, quel che si può dire è che la propensione allo stupro degli stranieri è 13-14 volte più alta di quella degli italiani”.
Parlando di “tasso di criminalità” e di “propensione allo stupro” Ricolfi naturalizza un fatto sociale: costruisce un oggetto del discorso aberrante, che si presta al delirio razzista. Lo immagina persino lui: “Razzisti e xenofobi diranno che l’alta propensione al crimine di determinate etnie dipende dai loro usi e costumi, se non dal loro Dna”. Lui ha un’altra spiegazione, che gli sembra meno paranoica: “se gli stranieri delinquono tanto più degli italiani non è perché noi siamo buoni e loro cattivi, ma perché i cittadini stranieri che arrivano in Italia non sono campioni rappresentativi dei popoli di provenienza. Con la sua giustizia lentissima, con le sue leggi farraginose, con le sue carceri al collasso, l’Italia è diventata la Mecca del crimine.”
Codesto pure abbiamo udito dire, in mille taverne, compreso l’uso della “Mecca” come antonomasia del luogo di richiamo, che da tempo convive, nel linguaggio razzista, con la “Sinagoga di Satana” e simili fandonie. Ci sono centinaia di ricerche e volumi sui progetti e i modelli migratori e dei nuovi arrivati è stata studiata la complessità del capitale umano e sociale. E te chì il Ricolfi a dirti, senza ritegno, che si tratta del peggio che i loro popoli possano offrire.

UNA MICROFISICA DEL RAZZISMO

Gli scritti esaminati hanno in comune la proposta di un’antropologia rozza, che divide gli uomini tra persone inclini al crimine e persone da rassicurare, separandole dalla gente “malvagia e ria”, individuabile con l’ausilio di calcoli disinvolti e neutralizzabile attraverso la legittimazione di metodi di controllo sociale incostituzionali (36). Ma forse pericolosi per il vivere civile sono soprattutto altri, tra cui certi piazzisti che lavorano da anni sul mercato della paura.

 

NOTE
(1) Si veda J.Simon, Il governo della paura, Cortina 2008.
(2) M.Barbagli, Immigrazione e sicurezza in Italia, Il Mulino 2008, Immigrazione e criminalità in Italia (ivi,1998) e Immigrazione e reati in Italia (ivi, 2002). Si tratta in sostanza dello stesso libro. Cambiano le statistiche ma non la tesi iniziale; la seconda redazione introduce un capitolo in più rispetto alla prima, ed entrambe ne perdono uno nella terza, che presenta due capitoli nuovi.
(3) È imperdibile la risposta sprezzante di Barbagli alle perplessità di V.Ruggiero e D.Melossi, ne “La rivista dei libri”, settembre 1999.
(4) Cfr. F.Baroncelli, Il razzismo è una gaffe. Eccessi e virtù del politically correct, Donzelli, Roma 1996.
(5) A p. 10 della prima e della seconda ed.
(6) A p.39.
(7) A p.8 della prima e della seconda ed.
(8) A p.65.
(9) Alle pp. 13, 14. 15 e 16.
(10) A p. 9 ci vengono promesse “procedure le più obiettive possibili”.
(11) Cfr. ora Dario Melossi, “Studi sulla questione criminale”, n.3, 2008.
(12) Dalla rappresentazione della “clandestinità”, quasi uno stato di natura, senza rendersi conto che “regolare” e “irregolare” sono condizioni transitorie della medesima persona, all’infortunio in cui incorre quando scopre che sono fortemente aumentati gli stranieri denunciati per ricettazione, senza per questo venire a sostituire gli italiani, anch’essi aumentati (a p.72). Acribia scientifica verificherebbe se l’accusa di “ricettazione” indichi una insistenza di stranieri e italiani sullo stesso segmento del mercato criminale; ma Barbagli sembra non rendersi conto delle denunce per ricettazione di chi vende accendini e borse dalle griffe false, e scrive che il ricettatore è “chi trae profitto acquistando oggetti rubati dai ladri e rivendendoli” - senza sospettare che spesso per gli immigrati la denuncia per ricettazione riguarda “detenzione per la vendita di prodotti recanti marchi di fabbrica contraffatti” (sentenza 30 gennaio 2007, n. 3541 della Cassazione Penale, sezione II).
(13) Cfr. pp. 205-209.
(14) Ma non lo sono: cfr. la rec. di Valeria Ferraris, in “Studi sulla questione criminale”, n. 3, 2008.
(15) Pp.35-38. Non vi si tiene conto delle ricerche etnografiche di Quassoli e Palidda sugli atteggiamenti di polizia e magistratura verso gli stranieri. Barbagli crede di potere ridurre la discriminazione all’attività di controllo (sul traffico automobilistico), e non considera pratiche segnate da indirizzi e atteggiamenti.
(16) Una tabella pubblicata dal Viminale nel maggio 2007 chiama “commessi” i reati “denunciati” e “reati puniti” il numero dei “presunti autori denunciati”. Anche Barbagli slitta tra le due locuzioni. Si veda l’intervista su “Una città” n.161, dic.2008-gen.2009; e a p. 104 del libro: “I dati di cui disponiamo non lasciano dubbi sul fatto che gli stranieri (…) commettono una quantità di reati sproporzionata al loro numero”. I dati, a voler essere rigorosi, non lasciano dubbi sul fatto che siano sovrarappresentati come denunciati e detenuti.
(17) P. 84 della prima ed., p. 92 della seconda.
(18) M.Luciani e G. Sacchini (a cura di), La sicurezza dei cittadini in Emilia-Romagna. 1997-1998, Angeli, Milano 2000, p.62.
(19) Rispondendo a Melossi, che suggeriva di tener conto dei fermati a piedi (“La rivista dei libri”, cit.), Barbagli raggiunge un picco di involontaria comicità: “La letteratura scientifica internazionale ci dice anzi che gli autori di alcuni reati (...) vengono spesso scoperti dalla polizia dopo essere stati fermati in macchina per l’identificazione”.
(20) Un “dunque” analogo ricorre nel film “Straziami ma di baci saziami”. Quando Manfredi gli dice che vuole uccidersi perché non riesce a ritrovare la ragazza amata, lo psicologo di “Telefono amico” sostiene che la ragazza non è mai esistita: si tratta di una proiezione della mamma, di sicuro morta giovane. “È morta assai giovane, vero?”. “Ottantaquattro anni…” mormora confuso Manfredi, in preda all’inedia e alla fame. E l’altro, trionfante: “Vede dunque?”
(21) A p.155.
(22) I classici del moral panic hanno indicato indicatori di tale sproporzione, individuati in episodi nostrani dagli studi di Maneri e Naldi, trascurati da Barbagli.
(23) A Milano ci furono 9 omicidi nei primi 9 giorni dell’anno, tutti attribuiti pregiudizialmente a immigrati, con varie forme di drammatizzazione, compresa la riscrittura notturna in chiave anti-immigrati del discorso dell’Avvocato generale dello Stato per l’inaugurazione dell’Anno giudiziario, che ricondusse gli omicidi “alla criminalità di origine extracomunitaria” (quotidiani del 12-1-1999). Si scoprì poi che gli autori dei delitti andavano cercati altrove. Cfr. M.Maneri, Violenti o nolenti...è la stampa, in “Il Manifesto”, 14 gennaio 1999.
(24) L.Sartori, Lavavetri, punkabbestia e rom, spritz, furti e graffiti: cos’è l’insicurezza in Italia?, in Istituto Cattaneo, Politica in  Italia. Edizione 2008, Il Mulino 2008, pp.281-300.
(25) A p. 281.
(26) A p. 282 si legge che “il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, viene criticato (...) allo stesso modo in cui si contestano al presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati...”, ambedue le volte con sparizione dell’agente e spostamento al centro dell’autorità, presentata come vittima di attacchi di cui non si vengono a conoscere gli attori sociali. Di questi ultimi, si dice solo che protestano, senza riportare contenuti e argomenti: si tratta di una strategia prediletta da chi vieta di “parlare al conduttore”.
(27) P.299.
(28) Ma Zimring per dar conto del declino statistico dei reati in tutti gli Usa indica “a combination of factors working in concert rather than a single cause”.
(29) Né il numero degli agenti impegnati, né i cambiamenti interni delle forze dell'ordine sul piano organizzativo e culturale hanno avuto di per sé, nonostante i costi ingenti, un impatto sull'evoluzione dei reati, secondo J. Eck e E.Maguire, che considerano la “tolleranza zero” la spiegazione meno plausibile del calo della criminalità violenta in America. Cfr. L.Wacquant, La paranoia securitaria, in “Le monde diplomatique”, maggio 2002; e naturalmente B.Harcourt, Illusion of order. The false promise of broken windows policing, Harvard U.P., 2002.
(30) F. Tonello, Usa.Tolleranza zero: Un fallimento, “Il Manifesto”,  31-8-2007.
(31) Su cui cfr. almeno Harcourt e Wacquant.
(32) Chiamato da Giuliani a dirigere la  polizia di New York.
(33) L. Wacquant, cit. Maple è sarcastico con chi crede nell'esistenza di un “legame mistico tra i reati minori e i crimini più gravi”", e considera “patetica” l'idea che la polizia possa far diminuire la criminalità violenta perseguendo gli atti di inciviltà.
(34) L. Ricolfi, Giustizia: paradiso per stranieri onesti e inferno per i criminali, “La Stampa”, 21 febbraio 2009.
(35) I. Diamanti (a cura di), La sicurezza in Italia. Significati, immagine e realtà, Demos & Pi, novembre 2008 (http:/www.osservatorio.it/download/sicurezza_ italia_2008).
(36) Si veda Barbagli, che a pp.128-129 cita una sentenza della Corte costituzionale a difesa dei diritti alla difesa degli espellendi per attribuirle l’indebolimento delle (da lui auspicate) misure di espulsione.

 

 

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