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articolo della rivista numero 154


Contro Rom e Sinti


di Piero Colacicchi e Eva Rizzin *

Repressione (1) e discriminazione. Storia e nuovi sviluppi di una tradizione dalle radici profonde

Mentre aumentano di giorno in giorno le persone che guardano con indignazione e sgomento alle recenti misure approvate dal governo italiano, una domanda sembra rimbalzare fuori dai nostri confini nella stampa, tra europarlamentari, ong - rom e non-rom (2) - del mondo democratico europeo: ma perchè l’Italia è diventata così ostile ai Rom e ai Sinti? Possibile che vi si sia sviluppato un regime tale da poterlo definire un apartheid? Queste domande fanno pensare che tutto ciò sia un fenomeno nuovo e dovuto al fatto che il governo oggi in carica tende a virare sempre più a destra dando luogo, nel suo modo di occuparsi di quella che in Italia viene ripetutamente denominato il “problema rom”, a politiche razziste.
Sfortunatamente non è così: le schedature e i decreti sulla sicurezza recentemente approvati (che riguardano non solo i Rom ma, in un assurdo pasticcio, i “clandestini”, la mafia e i “barboni”) sono soltanto lo sviluppo odierno di un problema dalle radici profonde. Ogni tentativo di mettervi un freno è, oggi come in passato, fallito.  

DALL’ANTIZIGANISMO “TRADIZIONALE”…
Un elenco degli eventi di carattere legale e politico avvenuti in Italia che hanno esercitato un’influenza negativa sulle vite dei Rom e dei Sinti, sia italiani che immigrati, negli ultimi venti anni potrebbe forse rispondere almeno in parte alle domande in quanto questo periodo ha segnato un cambiamento sostanziale nella storia di quelli di loro che vivono nel nostro paese.
I decenni precedenti erano infatti caratterizzati da una sorta di anti-ziganismo “tradizionale”, diffuso ma non ufficiale, quel certo tipo di ostilità senza frontiere di cui parlava lo storico rom Grattan Puxon nel 1975. Puxon li descriveva come una serie generalizzata di stereotipi che comportavano paura e ribrezzo tali da obbligare i Rom a vivere ai margini delle aree urbane e spesso accanto, se non dentro, alle discariche pubbliche. Una situazione che avrebbe portato Leonardo Piasere (antropologo molto noto per le sue pubblicazioni sui rom e i sinti europei) a intitolare il suo libro del 1991 Popoli delle Discariche, “ inteso nel doppio senso: gente che vive nei pressi delle discariche, gente ritenuta avere un’alta potenza deiettiva” (3). Come dire, aggiungo io, persone considerate poco più che spazzatura. Un sentimento anti-rom che persisteva e persiste nei pensieri e nei comportamenti delle persone e passa, spesso, inosservato, considerato normale, del tutto accettato, che da un lato si manifesta attraverso l’immagine stereotipata e negativa delle comunità rom e sinte e dall’altra con il diniego dell’esistenza di secoli di discriminazioni contro questi ultimi. Possiamo considerare come ancora appartenenti a quest’atmosfera, anche quando recenti, i continui atti di disprezzo, per non dire di schifo e gli episodi di presunti rapimenti di bambini da parte di donne rom, analizzati in una recentissima pubblicazione di Sabrina Tosi Cambini intitolata “La zingara rapitrice”(Cisu, Roma) e le manifestazioni contro la presenza di carovane che si ripetono da sempre.

... AL RAZZISMO DI STATO
A partire dagli anni Novanta in Italia il razzismo anti-rom iniziò a cambiare e ad aquistare lentamente una nuova dimensione: quella di razzismo di stato. I vecchi stereotipi cominciarono a essere utilizzati come strumenti politici e i pregiudizi anti-rom a essere abilmente inseriti in articoli di giornale e in pubblicazioni apparentemente oggettive, sopratutto da parte della nuova destra fascista durante i periodi elettorali, con lo scopo di ottenere consenso politico. Questi elementi divennero presto una componente fondamentale delle campagne della Lega Nord e, in tempi più recenti, dei politici del centro-sinistra.
La campagna del 2007 dell’ex sindaco di Roma Walter Veltroni (buon “imprenditore morale”, come lo definirebbe Alessandro Dal Lago) per costruire il Partito democratico si è basata in gran parte su una propaganda securitaria e sul concetto “terrorizza e vinci”, nel quale egli assegnava a se stesso il ruolo di sentinella della sicurezza e ai Rom e ai Romeni (con grossolane confusioni tra i due termini) quello di criminali. Le prove di questo cambiamento si possono trovare sfogliando i giornali dell’epoca e (al negativo) anche nel capitolo che dà il nome al libro di Piasere già citato (ripeto: del 1991) dove non c’è menzione dell’uso specificatamente politico del razzismo contro i Rom (da non confondere con le sporadiche circolari ministeriali o con gli atteggiamenti ostili presenti nelle cronache locali). In questa pubblicazione l’autore esamina in profondità i principali stereotipi riguardanti queste popolazioni e come questi prendano forme diverse nelle varie regioni italiane, le delibere contro il “nomadismo”, la questione della sosta delle roulottes ecc. senza però accennare a uno sfruttamento politico dell’argomento. Il fenomeno, che a quei tempi era relativamente recente, non doveva attirare ancora l’attenzione oppure era considerato una fase passeggera all’interno dei generali atteggiamenti anti-zigani.

GLI SVILUPPI RECENTI
Un esempio, invece, degli sviluppi recenti - e che precede il Pacchetto sicurezza 2008 - è il discorso fatto nel dicembre 2007 appunto da Veltroni alla vigilia del lancio ufficiale del suo nuovo partito. Scrive l’agenzia Omniroma del 6 dicembre 2007, in un comunicato ripreso da tutti i quotidiani: “Circa seimila persone [rom e sinti, sono state] spostate tra gennaio e novembre, di cui cinquemila dall'inizio dell'anno a settembre e la restante parte da settembre in poi; 995 manufatti abusivi abbattuti da febbraio al mese scorso con l'intervento di Ardis e Ama nelle aree golenali dei fiumi Tevere e Aniene. Questi i risultati degli interventi di sgombero e riqualificazione degli insediamenti di nomadi effettuati negli ultimi mesi nella capitale. Risultati che sono stati illustrati in Campidoglio dal sindaco Walter Veltroni, dagli assessori comunale e regionale alla Sicurezza Jean Leonard Touadi e Daniele Fichera, dal questore Marcello Fulvi, dal vice capo di Gabinetto del sindaco Luca Odevaine e rappresentanti delle forze dell’ordine”. Tale episodio evidenzia almeno due problemi: da una parte l’uso di una campagna di opinione xenofobica che a tratti, purtroppo significativi, diventa sempre più violenza fisica, e dall’altra parte, nella sua accettazione generale, il fenomeno altrettanto allarmante dell’assuefazione generale a questa situazione. Nell’insieme un pericolo crescente per le comunità rom e sinte, certo, ma anche per la democrazia italiana nel suo insieme in quanto è indice di assoluto disprezzo del diritto, dei principi di base della Costituzione e, infine, dei valori umani più elementari.

LA PRESENZA ROM E SINTA IN ITALIA
Le prime informazioni sulla presenza rom e sinta in Italia sono datate al XV secolo. Da allora piccole immigrazioni si sono succedute per stanziarsi in quasi ogni regione, arrivando via mare dalla Grecia e attraverso le Alpi dalla Jugoslavia.
Nel 1977, secondo la rivista “Lacio Drom”, in Italia vi erano 60.000 tra Rom e Sinti. Per il ministero degli Interni nel 1990 ce n’erano circa 100.000. In assenza di statistiche ufficiali sulla popolazione rom e sinta in Italia, ci si affida a stime che indicano oggi approssimativamente una presenza di 120.000-150.000 persone, la maggioranza dei quali, sia Rom che Sinti, sono cittadini italiani. I restanti Rom provengono sia da paesi comunitari che non comunitari. I Rom migranti sono giunti in Italia a seguito di diversi flussi migratori. Il più consistente è avvenuto negli anni Novanta con la dissoluzione della Jugoslavia e il crollo dei regimi comunisti e si tratta di gruppi provenienti dalla Macedonia, dal Kossovo, dalla Bosnia, dalla Serbia e più recentemente dalla Romania (4). 
Una minoranza dei Sinti esercita attività economiche che necessitano di uno stile di vita itinerante. I Rom italiani sono quasi tutti stanziali. I Rom stranieri condividono gran parte dei problemi degli altri immigrati: difficoltà nell’ottenere il permesso di soggiorno, discriminazioni sul lavoro e alloggio, ostilità della burocrazia. Tra gli uni e gli altri vi sono appartenenti a ogni ceto sociale compresi laureati e professionisti.

NOMADI…PER FORZA
La presenza dei Rom immigrati dalla ex-Jugoslavia è stata generalmente ignorata dal pubblico e dalla stampa fino alla metà degli anni Ottanta. Questi, per mancanza di mezzi economici, erano costretti a vivere in roulotte o tende, a piccoli gruppi, alle periferie dei centri abitati per stare alla larga dagli atteggiamenti ostili degli italiani. Parlando un italiano approssimativo, essendo vestiti diversamente dalla popolazione locale e non avendo apparentemente alcuna occupazione, si trovarono a interpretare, loro malgrado, la parte del mitico “zingaro”.
Alla metà degli anni Ottanta, invece, iniziarono ad apparire grandi campi. Una buona parte di questi era tollerata in via non ufficiale, mentre un numero via via crescente era gestito dalle stesse amministrazioni locali.
L’origine dei campi per Rom (ufficiali e non, da non confondere con i villaggi attrezzati e con gli appezzamenti di terreno privati in cui abitano alcuni Sinti) fu il risultato di varie forze, alcune favorevoli ai Rom, altre ostili. I Rom immigrati che provenivano, per la maggior parte, da aree urbane chiedevano condizioni abitative migliori come quelle che i campi ufficiali sembravano promettere. I partiti di destra, la polizia e molti sindaci vedevano invece nel concentramento in poche aree di tanti gruppi fino ad allora sparsi sul territorio un metodo di controllo di gente ritenuta, anche dalla stampa, responsabile di tutti i piccoli reati (la cosiddetta microcriminalità). Contemporaneamente alcune grandi associazioni che si occupavano della “questione” (5), insieme ad alcuni politici, iniziarono a premere per una legislazione che proteggesse queste persone indicandole indistintamente come “nomadi”. Tra il 1985 e il 1995 furono approvate dieci leggi regionali intese a generica protezione di nomadi e di una fantomatica cultura nomade: davano norme per la creazione di “campi nomadi” (6) senza prendere in considerazione il fatto, dichiarato più volte dagli stessi rom, che la maggior parte di essi, sia italiani che immigrati, non avevano mai visto un campo prima di venire in Italia.

LEGGE MARTELLI E TRASFORMAZIONE DEI CAMPI
Durante gli anni Settanta e Ottanta l’Italia cominciò a vedere un numero sempre crescente di immigrati dall’esterno della comunità europea, principalmente dall’Africa, dall’Asia e dai paesi balcanici. Per far fronte a questa nuova situazione vennero emanate varie norme, la prima delle quali, nel 1989, fu il Decreto Legge n. 416 approvato definitivamente nel 1990 come L.39, detta Legge Martelli, il cui primo obiettivo era la legalizzazione delle posizioni relative all’ingresso e al soggiorno dei cittadini non comunitari presenti in Italia. La legge riuscì solo parzialmente nel suo intento anche per l’ideologia negativa che lo pervadeva, come scrisse allora lo studioso di statistica Livi-Bacci. Quando, al primo rinnovo dei permessi di soggiorno, nel 1992, fu richiesta prova di un lavoro regolare, molti degli stranieri già regolarizzati, tra cui gran parte dei rom, rimasero esclusi, restando così senza permesso per molti  anni a venire. E chi avrebbe dato lavoro a persone provenienti da un campo per nomadi?
La combinazione della Legge Martelli e delle seguenti norme sull’immigrazione, insieme alle leggi regionali  erroneamente concepite e insufficientemente finanziate, trasformò i campi rom in ghetti/favelas: sovraffollati, spesso circondati da mura o reti. Nei campi irregolari, cioè non presi in carico da amministrazioni locali, donne, uomini e bambini, tra cui anche molti privi di permessi di soggiorno, vivevano e continuano a vivere in tende o in roulotte senza né acqua né servizi igienici. Dato che la legge proibisce agli irregolari sia l’iscrizione alle liste per case popolari sia il lavoro e quindi guadagni leciti, uomini e donne - molti dei quali ex operai, minatori, piccoli artigiani - sono costretti a chiedere l’elemosina con i loro bambini tra le braccia. Senza permesso di soggiorno non possono avere un permesso di residenza e quindi l’accesso alla sanità e all’assistenza pubblica e sono spesso alla mercè di assistenti sociali interessati più a liberarsi di loro che ad aiutarli: ignari delle loro storie ma pieni dei pregiudizi diffusi, li trattano con disprezzo e prepotente autoritarismo. Alcuni Rom - in numero molto minore di quanto la propaganda voglia far credere - hanno trovato soluzioni nel furto o nello spaccio di droga, diventando così, prima di finire in prigione, complici e vittime dei nostri mercanti-spacciatori che ne sfruttano le debolezze e li ricattano.
Nei campi regolari, che rientrano a tutti gli effetti tra le istituzioni totali, i Rom, sorvegliati e soggetti a regolamenti ai limiti della costituzionalità, vivono in roulotte e in container, spesso con servizi chimici insufficienti e, in molti casi, in pessime condizioni. In questi campi non sono rari i casi di Rom a cui le amministrazioni affidano surrettiziamente, anche attraverso il ricatto dell’espulsione, la gestione delle presenze, chiedendo delazioni e facendone così dei veri e propri kapò. Causa la loro cattiva reputazione, i campi sono sempre stati oggetto di raid della polizia che, con la scusa di reati avvenuti in zona, perquisisce indiscriminatamente e nulla fa per passare inosservata, ma arriva in forze all’alba con camionette e autobus. Lo spettacolo, che richiama ovviamente l’attenzione di residenti e giornalisti, rafforza ulteriormente i pregiudizi e le paure dei non-rom residenti nella zona (7). “ […] è possibile”, scrive Claude Cahn, “tracciare una linea evolutiva diretta tra l’inizio caritatevole a la fine punitiva. Si inizia con un interesse dei mezzi di comunicazione per questo o quel campo, con tanto di indignazione per le condizioni deplorevoli ‘in cui vivono i bambini’. L’interesse dell’opinione pubblica spinge le autorità a prendere in carico il caso. Infine arriva in massa la polizia e i Rom sono sfrattati e lasciati per strada o espulsi dall’Italia completamente (8)”. E i bambini su cui si riversano fiumi di retorica? In questi ultimi vent’anni tra i duecento e i trecento di loro sono stati tolti alle famiglie e dati in adozione a famiglie non-rom.

DALLA TURCO-NAPOLITANO ALLA BOSSI-FINI
Dal 1990 ad oggi due altre importanti leggi sull’immigrazione (9), una più restrittiva dell’altra, vennero approvate insieme a numerose norme minori. Nessuna di queste ha risolto la situazione degli immigrati Rom rimasti senza permesso di soggiorno, ma hanno, piuttosto, creato nuovi gruppi di immigrati senza documenti.
Nel frattempo l’effetto combinato di leggi, fraintendimenti e campagne di stampa (in cui si sono spesso contraddistinti per servile conformismo i giornali del centrosinistra) ha consolidato il precedente, vago, stereotipo dello “zingaro” nel “nomade” (10), essere immaginario ma allo stesso tempo quanto mai allarmante. Tutti quelli che vivono nei “campi per nomadi”, ufficiali o meno, sono “nomadi”. Questa associazione è così forte che anche dei non-rom che si trovino a vivere temporaneamente nei campi sono automaticamente percepiti come “nomadi” e trattati come tali. Infine, quasi tutti i campi sono, per varie ragioni, lontani dagli occhi della maggioranza dei non-rom, il che da una parte li trasforma in posti orrendamente pericolosi quanto lo può essere un luogo di “nomadi”, da un altro rende impossibile una chiara visione della terribile realtà in cui queste persone, i Rom veri, sono costretti a vivere (11).
L’invenzione dei campi per Rom attraverso le leggi regionali fu una delle peggiori tragedie che potesse succedere in Italia e, come precedente di norme recenti, non solo per i Rom.

CRESCENDO REPRESSIVO
L’anno 2007 ha segnato finora il culmine della strumentalizzazione dei sentimenti anti-rom a scopo politico. Nel gennaio 2007, a Opera e a Milano, i Rom romeni che volevano vivere in campi regolari furono ricattati dalle amministrazioni locali con la minaccia di espulsione perché firmassero “Patti di socialità e legalità” individuali, in base ai quali erano obbligati a impegnarsi, tra varie regole umilianti, a rispettare le leggi [?!], a non avere amici o parenti come ospiti e a denunciare gli altri quando si comportassero scorrettamente (12). Il 30 ottobre 2007 il governo Prodi, a lato di un grave episodio di violenza avvenuto a Roma e che vide un romeno accusato di aggressione e omicidio della signora Giovanna Reggiani, approvò un “pacchetto sicurezza” che comprendeva “Disposizioni in materia di sicurezza urbana”, “Disposizioni in tema di reati di grave allarme sociale e certezza della pena”, più misure contro la criminalità organizzata e creazione della banca dati del Dna. Nello stesso 2007 il sindaco di Bologna Sergio Cofferati e molti altri sindaci in ogni parte d’Italia ordinarono centinaia di raid nei campi rom, che furono seguiti da sgomberi forzati e, dopo il “pacchetto sicurezza” da numerose espulsioni (13). 

ROM E SINTI COME “CALAMITÀ NATURALI”
Il primo provvedimento fortemente propagandato contro Rom e Sinti preso dal governo Berlusconi in un incontro a Napoli il 21 maggio 2008 è stato un decreto legge approvato dal Consiglio dei ministri che non ha precedenti nel secondo dopoguerra e il cui titolo recita: “Dichiarazione dello stato di emergenza in relazione agli insediamenti delle comunità nomadi nelle regioni di Campania, Lazio e Lombardia” (14). La presenza di Rom e Sinti in queste zone veniva così paragonata a situazioni di “calamità naturali” e a cause di grande allarme sociale. Basandosi quindi sulla Legge 225/92, che serve per affrontare situazioni di emergenza come le vere calamità naturali, il governo italiano proclamò lo stato di emergenza fino al 31 maggio 2009 e il 30 maggio 2008 il presidente del Consiglio dei ministri adottò tre ordinanze (15) per l’attuazione del Decreto nelle regioni di Lombardia, Lazio e Campania.
Così, per affrontare il “problema rom” il governo, conferendo a funzionari dello stato e degli organi locali i poteri straordinari concepibili nei casi di gravi calamità naturali, permetteva alle autorità pubbliche di non tener conto della legge ordinaria e delle altre regolamentazioni che devono applicarsi in condizioni normali.
In seguito all’inasprirsi delle misure contro gli immigrati irregolari, secondo una dichiarazione del ministro dell’Interno Roberto Maroni del 15 ottobre 2008, 6.553 persone furono espulse nel 2008 (16), un incremento del 28% rispetto all’anno precedente. Non  sorprende che il governo eletto nel 2008, una coalizione di partiti di destra che include la (razzista) Lega Nord, continui lo stesso programma di base del governo precedente, modificandolo in accordo con la sua ideologia. La raccolta delle impronte dei Rom a Napoli, Roma e Milano, avvenuta in seguito ai decreti di emergenza e il cui obbiettivo era teoricamente di assicurare una identificazione attendibile, si è rivelato un censimento forzato, umiliante, discriminatorio oltre che inutile e non è stato altro che un altro passo all’interno del lungo processo verso l’”eliminazione degli Zingari” dal territorio italiano, così come verrà riproposta dall’ex sindaco di Treviso Giancarlo Gentilini nel settembre 2008, durante un comizio pubblico (17).

L’OPINIONE PUBBLICA
Una ricerca qualitativa e quantitativa ordinata dal ministero dell’Interno dello scorso governo e pubblicata dall’Istituto per gli studi sull’opinione pubblica in occasione della Conferenza europea sulla popolazione rom tenutasi a Roma il 22 e 23 gennaio 2008 (il primo e probabilmente ultimo evento organizzato dallo stato italiano per Rom e Sinti residenti in Italia che offrisse la possibilità di partecipare in grandi ed entusiastici numeri a un confronto serio con i rappresentanti governativi) offre conferme interessanti di quello che è stato detto finora. Secondo questa ricerca soltanto il 6% degli italiani sa quanti Rom ci sono in Italia e solo il 24% sa che più della metà di questi sono cittadini italiani, l’84% è sicuro che siano tutti nomadi e il 47% ne ha un’opinione negativa. Inoltre: tra ottobre 1999 e giugno 2007 i Rom sono calati nelle simpatie dell’opinione pubblica dall’11.8% al 6.7%, diversamente, per esempio, dai Filippini, che sono scesi dal 77.7% al 64.9%. In aggiunta, il 92% degli intervistanti crede che i Rom sfruttino i minori, che vivano di piccoli reati, e l’83% crede che scelgano liberamente di vivere nei campi (18).

LE VIOLENZE “POPOLARI”
Non sorprende perciò che nel solo 2008 gli attacchi a carattere razzista si siano moltiplicati: un missionario pentecostale fu assalito da poliziotti il 20 giugno; il 29 giugno un giovane Rom fu malmenato a Pesaro; il 23 luglio una bomba molotov venne lanciata contro il campo della Magliana a Roma; il 26 luglio un campo rom venne bruciato a Pisa e il 28 una bomba molotov colpì un altro campo; il 16 agosto bruciò un campo a Mestre; il 2 settembre bruciò un campo a Padova e morirono 2 giovani Sinti. Senza contare i molti altri casi altrettanto gravi che non sono stati ufficialmente segnalati.
Fortunatamente, secondo la stessa ricerca, il 65% degli italiani considera i Rom come uno dei gruppi più discriminati. Sapendolo e sperando di ottenere appoggio durante il periodo elettorale alcuni sindaci hanno permesso ad alcuni Rom originari dei Balcani di trasferirsi dai campi in appartamenti Erp o comunque a basso costo. Durante gli anni il numero di questi è cresciuto ed è adesso, almeno in alcuni comuni, considerevole: 73 famiglie a Firenze, all’incirca 50 a Bologna e a Pisa, 35 a Venezia e un buon numero in altre città.
Il Decreto sulla sicurezza ( ex Decreto legislativo 733 del 5 febbraio 2009) in corso di approvazione, nonostante non riguardi soltanto i Rom ma tutti gli immigrati e alcune categorie di cittadini italiani, è l’ultimo capitolo (finora) di questo nuovo percorso. Le regole principali riguardanti gli stranieri sono basate sul recente concetto che l’immigrazione illegale è un reato punibile con il carcere. Quindi sono a rischio anche tutti quegli immigrati, Rom e non-rom, che non hanno mai ottenuto il permesso di soggiorno a causa delle complicazioni burocratiche prodotte dalla numerose leggi sopracitate. Il che include i Rom nati in Italia da genitori immigrati che hanno perso la loro cittadinanza originale quando hanno compiuto 18 anni e non hanno mai avuto accesso a quella italiana. 

UN REGIME DI APARTHEID
Rapporti e condanne da parte di organizzazioni internazionali sembravano ad un certo punto, durante la scorsa estate, aver posto un freno a procedure inaccettabili come quella della raccolta delle impronte, ma il Decreto sicurezza schiaccia definitivamente ogni illusione in merito. “Da oggi in poi”, scriveva Alessandro Dal Lago, ”la discriminazione degli stranieri [e di tutti i rom e sinti, anche italiani, N.d.A.] diventa una stigma ufficiale, un marchio legale impresso sull’esistenza, i corpi e le prospettive di vita di coloro che sono già senza diritti, esclusi o marginalizzati” (19). Il regime di apartheid di cui l’Italia viene accusata è quindi, sempre più, una realtà. D’ora in poi la vita per i Rom e i Sinti in Italia, che essi siano cittadini italiani o immigrati, può soltanto diventare sempre più difficile. Soltanto un movimento locale e internazionale forte di tutte le forze democratiche attraverso una pressione organizzata e costante sul Parlamento e sul Parlamento europeo, sul Consiglio d’Europa e sugli altri Enti internazionali potrebbe produrre la pressione necessaria per invertire questa tendenza. Tale movimento dovrebbe però essere coordinato con la Federazione dei Rom e Sinti insieme, italiana (20), in collaborazione con le altre organizzazioni rom europee.

NOTE
(1) “Pratica di classificazione sistematica di individui secondo la loro ‘razza’ o origine etnica, la loro religione o la loro origine nazionale e di trattamento di questi individui sulla base di tale classificazione”. Vedi EU Network of Independent Experts on Fundamental Rights, Ethnic Profiling, “Crf-Cdf. Opinion  4.2006”, December 2006, p 9. http://ec.europa.eu/justice_home/cfr_cdf/doc/avis/2006_4_en.pdf
(2) Con l’utilizzo del termine Rom si vuole indicare individui o gruppi di diverse culture, che frequentemente tendono ad autodefinirsi come Rom, Sinti, Kalè, Romanichals e Manouche o altri ancora. La scelta di utilizzare un singolo termine per identificare questi gruppi etnici nasce da una necessità pratica di semplificazione della lingua e non intende sminuire la grande diversità che esiste all’interno di queste comunità.
(3) Piasere, Leonardo, Popoli delle Discariche, Cisu, Roma 1991
(4) Sigona, N. and Monasta, L. Cittadinanze imperfette. Rapporto sulla discriminazione razziale di Rom e Sinti. Edizioni Spartaco, 2006
(5) Tra cui l’Opera Nomadi. Vedi, p.e., Romano Lil n. 89/2, marzo-aprile 1989 con la proposta di legge dal titolo: “Interventi a tutela della cultura dei nomadi (Sinti, Rom e Viaggianti)”. 
(6) Per esempio, il titolo della Legge regionale lombarda è “Azione regionale per la protezione delle popolazioni appartenenti a gruppi etnici tradizionalmente nomadi e seminomadi”.
(7) Vedi Colacicchi, Piero., Down by Law. In “Roma Rights”, Inverno 1998, http://www.errc.org/cikk.php?cikk=497
(8) Cahn, Claude, Introduzione di Imperfect Citizenship - http://www.osservazione.org/documenti/OA_imperfectcitizenship.pdf
(9) Legge Turco-Napolitano n. 40 del 6 marzo 1998 e legge Bossi-Fini n. 189 del 20 luglio 2002.
(10) È risaputo che le parole “nomade”, “nomadismo” e “zingaro” sono eteronimi con storie diverse. Mentre l’etimologia di zingaro è antica e tuttora dibattuta, il significato latino di nomade è “pastore”, quindi non particolarmente appropriato per descrivere la varietà degli stili di vita dei rom. In tempi coloniali (vedi A. Colocci, Gli Zingari. Storia di un popolo errante, 1889, ristampa Forni, Sala Bolognese, 1981 pag 162) il termine assunse un’accezione negativa e il significato di vagabondo, di “ errante” come in “ebreo errante”. Nel gergo governativo e giornalistico italiano di oggi “nomade” è il termine politicamente, e ipocritamente, (s)corretto per “zingaro”.
(11) Vedi Lorenzo Monasta, Roma macedoni e kosovari che vivono in campi nomadi in Italia: stato di salute e condizioni di vita per bambini da zero a cinque anni d’età. Dottorato in epidemiologia, 2005
www.osservazione.org/documenti/Monasta_Tesi_Dottorato.pdf
(12) Vedi “Patto di socialità e di legalità con i cittadini romeni abitanti nello spazio di via Triboniano del comune di Milano” presentato il 1 gennaio 2007 dal sindaco di Milano Letizia Moratti.
(13) Dalla fine del 2006, e in un crescendo di intensità durante tutta la seconda metà del 2007, il governo italiano ha adottato una serie di leggi, decreti e misure repressive che hanno chiaramente come obbiettivo i Rom che vivono in
Italia, con l’intento di mettere pressione, se non di costringere, una parte della comunità rom immigrata a lasciare il paese. (Vedi anche le dichiarazioni del prefetto Serra, riportate da “La Repubblica”, 19-5-2007, secondo il quale lo scopo dei blitz era scoraggiare i Rom fino a far loro capire che era meglio andarsene ) Le prime tra queste misure sono i cosiddetti “Patti per la sicurezza”, adottati prima a Napoli nel novembre 2006, poi a Roma, Milano, Firenze , Torino, Genova, Bologna, Catania, Bari, Cagliari, Venezia, Modena, Prato e Trieste.
(14) Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 21 maggio 2008. Dichiarazione dello stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi nel territorio delle regioni Campania, Lazio e Lombardia, 21 maggio 2008. L’incontro seguiva di pochi giorni gli incendi di Ponticelli del 13 maggio 2008, appiccati dalla popolazione e “[…] scoppiati”, scriveva la Repubblica, “dopo incriminazione di una giovane nomade accusata di tentativo [sottolineato nel testo] di rapimento di una neonata. Subito dopo gli incendi un manifesto firmato Pd campeggiava per Napoli “Via gli accampamenti rom da Ponticelli”. Contemporaneamente da più parti si accusava la camorra di aver istigato gli incendi perché interessata ai terreni occupati dai campi rom. La ragazza rom, accusata dalla sola madre della bambina, veniva condannata a tre anni e otto mesi di carcere, confermati in appello il 7 maggio di quest’anno.
(15) Ordinanze del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3676, n. 3677 e n. 3678 del 30 maggio 2008. Urgenti provvedimenti di protezione civile per affrontare lo stato d’emergenza in relazione agli insediamenti delle comunità nomadi nei territori del Lazio, della Lombardia, della Campania.
(16) Vedi “La Repubblica”, 16-10-2008.
(17) Venezia, 14-9-2008.
(18) Istituto per gli studi sulla pubblica opinione, Italiani, Rom e Sinti a confronto: una ricerca qualitativa.
Conferenza europea sulla popolazione Rom, Roma 22-23 gennaio 2008.
(19) “Il Manifesto”, 6-2-2009.
(20) La Federazione dei Rom e Sinti insieme, fondata nel 2007, è composta da circa 25 associazioni Rom and Sinte.

* tra i fondatori dell’ong italiana “osservAzione”, che si batte contro il razzismo e le violazioni dei diritti umani di Rom e Sinti. Colacicchi è impegnato per i diritti dei Rom dal 1987. Rizzin, della comunità italiana dei Sinti, è studiosa dell’Antiziganismo.

 


 

 

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