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articolo della rivista numero 154
Nella regione dei lumbard
di Paolo Buffoni *
Dacci oggi il nostro razzismo quotidiano
Il 16 aprile 2000 moriva Ion Cazacu. Veniva dalla Romania e di mestiere posava le piastrelle. Aveva quarant’anni quando è spirato in un ospedale di Genova: le ustioni che gli erano state procurate coprivano il 90% del suo corpo e, dopo un mese d’agonia, non gli diedero scampo. L’omicida fu condannato in primo grado a 30 anni di carcere; in appello la sentenza fu confermata, poi fu dimezzata dalla Corte d’Assise d’Appello per un vizio di forma.
Chi gli dette fuoco era il suo datore di lavoro, a cui Ion si era rivolto protestando perché era stufo di lavorare in nero e chiedeva di essere assunto con un regolare contratto. Tutto accadde a Busto Arsizio, in provincia di Varese.
DA ION A ABBA
La storia di Ion è la prima cosa che mi viene in mente quando penso a come il razzismo è andato dilagando nella regione dei lumbard.
La violenza omicida è l’espressione più orrenda e spaventosa di un imbarbarimento dei comportamenti sociali e di un rovesciamento dei valori di civiltà e umanità a cui si è assistito in questa regione, culla del produttivismo nordista.
Sono convinto che esista un mortifero intreccio tra le idee razziste, xenofobe, intolleranti e la peggior versione del culto lavorista e dell’attaccamento al guadagno, costi quel che costi.
Ritengo che, guardando con un po’ di attenzione, si trovino tracce simili sparse anche nei pressi della scena di un delitto più recente: l’omicidio di Abba.
Abba non era un immigrato, era un giovane cittadino italiano con la pelle nera. Abba era un afroitaliano. Il 14 settembre 2008 è stato ucciso a sprangate per un pacco di biscotti da due baristi italiani, bianchi. Mentre scrivo è cominciato il processo a carico dei due. Il pubblico ministero non ha ritenuto di contestare ai due rei-confessi l’aggravante dell’odio razziale per l’omicidio di cui sono imputati, nonostante da più di una testimonianza e dalle stesse confessioni dei due risulti che essi accompagnarono la loro azione con urla inequivocabili: “negri di merda!” e “vi bruciamo vivi!”.
Le uccisioni di Ion e Abba rimarranno nella memoria e nel cuore dei loro cari chissà per quanto tempo! Per molto poco sono rimaste impresse in quella di un’opinione pubblica sempre più distratta e superficiale: sono ben pochi coloro che ricordano chi fosse Ion Cazacu. Ancora più labile è la capacità di ricordare di chi contribuisce in larga parte a plasmare quest’opinione pubblica smemorata: i leader politici e i pezzi grossi del mondo dell’informazione.
IL DECENNIO “SECURITARIO”
Per la memoria collettiva dei movimenti antirazzisti e degli immigrati i nomi di Ion e Abba dovrebbero rimanere incisi indelebilmente anche perché le loro morti stanno, oltretutto, a delimitare un decennio buio e doloroso, di cui è difficile rintracciare precedenti paragonabili nella storia della repubblica italiana. Sono i dieci anni di apogeo della paranoia securitaria che sta alla base dell’istituzionalizzazione della discriminazione tramite leggi nazionali e deliberazioni degli enti locali ai vari livelli; dieci anni nel corso dei quali questa forma di delirio sociale e politico ha condotto a una progressiva legittimazione di qualsiasi discorso pubblico razzista e xenofobo e di atteggiamenti e comportamenti antisociali aggressivi e, a volte, deliberatamente violenti, prevalentemente indirizzati verso la popolazione immigrata e le minoranze linguistico-culturali qui residenti.
La Lombardia è una regione-chiave per comprendere cosa è accaduto in questi dieci anni perché è uno dei territori ove hanno attecchito i primi germi della malattia e dove è più urgente rafforzare un’iniziativa che tenti di andare in controtendenza. La china lungo la quale si sta precipitosamente rotolando conduce infatti verso scenari ancora più bui, dolorosi e distruttivi; d’altro canto, negli ultimi tempi si sono espresse, magari ancora troppo flebilmente e in forma parziale e frammentaria, energie positive che vanno incoraggiate poiché possono rappresentare il principio di una resistenza che non sia solo difensiva ma coraggiosamente creatrice di un’alternativa di convivenza; anche se la grande maggioranza della popolazione autoctona non sembra rendersi conto dei pericoli insiti (per tutti) in questa situazione, mentre vasti settori della popolazione immigrata ancora stentano a rompere la cappa di timore e sudditanza per far sentire la propria voce.
CHI HA PAURA DI CHI?
La chiave di volta, per mutare le condizioni che si sono determinate, penso l’abbiano in mano coloro i quali tra la cittadinanza autoctona e quella immigrata, per un motivo o per l’altro, non hanno avuto sinora la volontà o la capacità di dire: “Stop! Così non si può andare avanti!”. A loro è necessario rivolgersi, in primo luogo, senza presunzione ma senza neanche fare sconti.
Parafrasando Albert Einstein: “La Lombardia è un posto pericoloso, non a causa di quelli che compiono azioni malvagie ma per quelli che osservano senza dire nulla”.
Qualcuno dirà che queste affermazioni sono inutilmente allarmistiche o ingenerose; che gli omicidi di Ion e Abba sono casi estremi ed episodi isolati.
Che si tratti di crimini estremi non c’è dubbio. Ma non credo sia lecito parlare di “episodi isolati”. Gli omicidi a sfondo razzista, infatti, sono l’espressione più eclatante e fatale di qualcosa di ben più diffuso ed esteso: una serie di comportamenti di ostilità violenta che si intrecciano spesso anche con altre forme di prevaricazione, coercizione o sottomissione di varia matrice, che hanno in comune l’utilizzo impari della forza. Questo morbo in Lombardia è diffuso, frammentato in più o meno grandi schegge di cattiveria, di arroganza, di imbecille senso di superiorità, di frustrazione e di violenza agita o evocata. È un’infezione pervasiva.
Nel corso di questi dieci anni sono venuto a conoscenza di tanti esempi di comportamenti razzisti e discriminatori. Grazie al cielo, nella maggior parte dei casi non si è trattato di attacchi letali per le vittime o che abbiano procurato loro gravi lesioni fisiche… ma non posso dire altrettanto per quanto riguarda i danni psicologici, le ferite allo spirito, al morale e alla dignità di tanti amici immigrati e amiche immigrate: da questo punto di vista, sono stati colpiti duramente.
In questo paese si straparla in continuazione di sicurezza. Ma sempre a senso unico: si misura l’insicurezza percepita dai cittadini autoctoni e si pubblicano statistiche sui reati più gettonati, si compilano graduatorie delle paure maggiormente avvertite dagli italiani, ma nessuno si chiede mai: “gli immigrati… quanta paura hanno di noi?”.
L’INCHIESTA DEL NAGA
A tale interrogativo comincia a rispondere l’indagine del Naga “Razzismi quotidiani”, pubblicata nel gennaio 2009: un lavoro rigoroso realizzato dall’associazione milanese di assistenza socio-sanitaria, somministrando, nel corso di un mese, appositi questionari a 580 pazienti stranieri. Sul campione di intervistati, il 30% ha riferito episodi di sopraffazione. Come ha commentato il presidente del Naga, dai dati raccolti emerge una situazione in cui gli atti di discriminazione e razzismo, oltre ad essere sempre più frequenti, sembrano essere ormai entrati a far parte della “normalità” del vivere. Inoltre - ha fatto notare Pietro Massarotto - l’impressione è che “la percezione critica di ciò che accade sia fortemente sottodimensionata nel racconto dei cittadini stranieri, che, in un contesto di criminalizzazione continua, paiono aver alzato il livello di sopportazione degli abusi”.
Nell’indagine del Naga ho trovato conferma di alcune idee che mi ero fatto, molto più empiricamente, in questi anni, ascoltando i racconti di immigrati e immigrate, in particolare riguardo agli abusi sul lavoro. Tra le persone intervistate, tre persone su 10 dichiarano che gli è capitato di non essere pagati dopo aver lavorato; due su 10 di esser state maltrattate sul lavoro. Valutando questi dati, bisogna considerare la posizione di subordinazione e di estrema difficoltà a reagire a ingiustizie, maltrattamenti o abusi per i lavoratori immigrati e le lavoratrici immigrate. È la stessa legge sull’immigrazione che lega loro le mani, stabilendo quel vincolo inestricabile tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno: chi perde il posto di lavoro perde il permesso di soggiorno, vedendosi così distruggere o compromettere gravemente il proprio progetto migratorio; d’altra parte, chi non ha il permesso di soggiorno non può ambire a un contratto di lavoro. Qui sta il nocciolo avvelenato del problema: il legislatore ha messo una parte della popolazione residente nel paese in una posizione di oggettiva e gravissima soggezione nei confronti dei datori di lavoro, dei padroni di casa (ma anche dei vicini di pianerottolo italiani) e di qualsiasi autorità, più o meno importante e più o meno legittima. Questa amputazione dei più elementari diritti di cittadinanza (a cominciare dal più scontato: l’uguaglianza di fronte alla legge) espone gli immigrati a un rischio enormemente più elevato di essere oggetto di violenze e sopraffazioni.
UN CAPITOLO TACIUTO: LE MOLESTIE
Comprensibilmente, però, uno dei fenomeni più odiosi non risulta dalle interviste raccolte dal Naga: quello delle molestie nei confronti di lavoratrici immigrate impiegate a tempo pieno come le cosiddette “badanti” o colf presso famiglie italiane. Il dottor Stefano Della Valle, uno dei curatori della ricerca e medico volontario “di lungo corso” del Naga, spiega che se nei questionari, compilati per iscritto, le pazienti sono state ovviamente molto restie a riferire questo genere di episodi, nella sua lunga esperienza presso l’associazione ha raccolto innumerevoli segnalazioni di molestie subite dalle lavoratrici immigrate. Con il dottor Della Valle ci siamo ritrovati a commentare con termini molto simili la condizione di queste donne che, nella lingua franca delle immigrate sudamericane o dell’Europa orientale, si dice “sono fisse”: la condizione di reclusione permanente nelle case ci sembra di per sé una delle violenze più inaccettabili e più occultate tra quelle che colpiscono la popolazione immigrata.
SOPRUSI E VIOLENZE DELLE “AUTORITÀ”
Un altro aspetto che invece è denunciato esplicitamente dagli intervistati della ricerca del Naga è quello delle sopraffazioni o maltrattamenti da parte di componenti delle forze dell’ordine o di persone a vario titolo “in posizione d’autorità” (controllori dei mezzi di trasporto pubblici, vigili, guardie private ecc.). Negli ultimi mesi del 2008 si erano susseguite le segnalazioni da parte di attivisti di associazioni antirazziste milanesi, come l’Arci, di una recrudescenza di atteggiamenti razzisti e prevaricatori dei controllori dell’Atm, mentre un’involuzione dei comportamenti di certi “ghisa” meneghini è riscontrabile sin dalla trasformazione del corpo della vigilanza urbana in polizia locale. Ricordo un episodio del 2002 al mercato di San Donato, all’epoca affollato di immigrati: per la prima volta vedemmo un vigile urbano che, dopo aver preso a calci i banchetti delle donne maghrebine che vendevano vivande senza autorizzazione, levò un’arma da fuoco contro la folla che protestava. In seguito, venimmo a sapere che quell’agente faceva parte di una neonata “squadra speciale” istituita per combattere il commercio abusivo. Alla fine, fortunatamente, nessuno si fece male.
Molto peggio, invece, andarono le cose il 29 marzo del 2006 sulla provinciale tra Como e Lecco, quando Ganesh, un ragazzo di 19 anni la cui famiglia è originaria dello Sri Lanka, fu ridotto in fin di vita dal proiettile esploso da un agente della polizia locale del “nucleo anti graffiti”. Ganesh era un writer, come tanti altri ragazzi della sua età. Ma aveva la pelle molto scura. È lecito domandarsi se ciò abbia condizionato in qualche modo l’agente anti graffiti.
LA ZIGANOFOBIA
Un tema particolarmente importante è quello della ziganofobia, diffusa in tutta Italia ma particolarmente esasperata in Lombardia. Gli episodi di persecuzione di rom e sinti hanno avuto una tale frequenza da poter essere considerati un fenomeno permanente. Il caso più inquietante fu il rogo di Opera del 21 dicembre del 2006. In quell’occasione fu appiccato il fuoco a una tendopoli allestita dalla protezione civile per ospitare un’ottantina di rom precedentemente scacciati da un insediamento nella zona di via Ripamonti.
Dalle prime indagini emerse che un gruppo di dieci persone - probabilmente legate agli ambienti dell’estrema destra extraparlamentare - aveva dato l’assalto all’accampamento con taniche di benzina. Pare che questi personaggi siano stati individuati dagli inquirenti. Questo per quanto riguarda l’accertamento delle responsabilità penali individuali. Per ciò che concerne le responsabilità politiche di chi creò in quei giorni un clima di odio e di intolleranza è sufficiente recuperare i servizi dei telegiornali regionali: gli esponenti di Alleanza nazionale non perdevano occasione per attaccare il progetto di accoglienza del comune di Opera, così come i loro colleghi della Lega nord, che l’anno successivo festeggiavano l’anniversario del 21 dicembre indicendo una “giornata dell’orgoglio operese”.
Non si è giunti all’assalto in occasione dello sgombero delle famiglie rom provenienti dalla Romania sloggiate dell’ex Snia di Pavia, ove avevano trovato rifugio; ma anche lì, tra gli scalmanati oppositori a qualsiasi soluzione civile e umana si erano infiltrati militanti di Forza nuova provenienti da fuori città.
L’ultimo episodio in ordine di tempo, in cui l’agitazione di estremisti razzisti (in questo caso della Lega) ha portato a un intervento della polizia locale - messo sotto osservazione addirittura da Amnesty International per la sua brutalità - è stato lo sgombero dell’insediamento di rom presso il cavalcavia Bacula di Milano. Anche in questo caso si è assistito alla deleteria convergenza tra l’azione dei razzisti (supportata da alcuni media locali), le fobie presenti tra la cittadinanza e l’autoritarismo becero dell’amministrazione comunale.
Come contrastare tutto questo? Gli opposti approcci mutuati dal solidarismo filantropico e dall’antifascismo militate appaiono oggi ugualmente inadeguati. Personalmente, trovo più convincenti le suggestioni offerte da Franco Berardi nel suo Come si cura il nazi, opportunamente ripubblicato di recente.
* dell’Associazione interculturale Todo cambia.