ARCHIVIO
articolo della rivista numero 154
Le “ordinanze creative”
dei sindaci sceriffi
di Sergio Bontempelli
Un attentato alla democrazia e ai diritti col pretesto della “legalità”
Sembrano barzellette, le “ordinanze creative” dei sindaci italiani. E in questo modo - barzellette, bizzarrie - le hanno liquidate i quotidiani internazionali. Ha cominciato “Le Monde”, il 13 agosto 2008, parlando di provvedimenti “folkloristici”. Ha incalzato l’inglese “Independent”, il 17 agosto: “quando una cosa è divertente, l’Italia ha una legge che la vieta”.
UN CAMPIONARIO DEMENZIALE
Del resto, si possono raccontare infinite varianti di queste stravaganze amministrative: si va dal provvedimento fiorentino sui lavavetri al divieto di sostare nei parchi, la notte, in più di due persone (Novara); dalla multa per i fidanzatini “colpevoli”» di leggere un libro sul prato (Vicenza), all’”ordinanza antimendicanti” nella città che ha dato i natali proprio al fondatore di un “ordine mendicante” (Assisi); dalle sanzioni contro la carrozza di Babbo Natale (Trento) al divieto imposto alle “battaglie con le arance” dei bambini per Carnevale (Brusciano, vicino Napoli). E, ancora: a Rimini si vietano i massaggi alla schiena sulla spiaggia, a Lucca si chiude la città ai kebab, a Eboli si multano i baci in automobile, a Eraclea si proibiscono i castelli di sabbia, mentre Roma, Venezia e Pisa hanno varato provvedimenti contro i “borsoni” per colpire l’ambulantato abusivo.
Un campionario da Figurine Panini, su cui si può e si deve ridere: sperando che, come da proverbio, la nostra risata possa seppellirli (metaforicamente, si intende). Eppure, dietro l’aspetto demenziale di tutti questi provvedimenti si nascondono processi che è opportuno disvelare perché riguardano da vicino la sostanza della nostra democrazia, come si può meglio capire dal vero e proprio censimento delle ordinanze avviato dall’Anci[Fondazione Anci Ricerche - Cittalia, Oltre le ordinanze. I Sindaci e la sicurezza urbana, Roma, Marzo 2008, pagg. 7-8]. Vediamo brevemente alcune delle evidenze statistiche che se ne possono ricavare.
IL VERO SCOPO
L’ambito di intervento più disciplinato dai provvedimenti comunali (15,8% dei casi) è la prostituzione, seguito dal consumo di alcolici (13,6%), dal vandalismo (9,6%) e dall’accattonaggio (8,4%). Come si vede, con la sola eccezione del “vandalismo”, che può comportare conseguenze di natura penale, si tratta di comportamenti che non configurano veri e propri reati: e infatti, a dispetto della ricorrente retorica della “legalità”, lo scopo delle ordinanze non è affatto quello di garantire il rispetto delle leggi. Al contrario, sembra che i sindaci siano alla ricerca di mezzi per colpire comportamenti e atti di per sé legali, che perciò non possono essere perseguiti in via ordinaria dalle norme vigenti.
Lo si vede bene nell’esempio della prostituzione. L’attività di “meretricio” (con questo termine desueto e un po’ borbonico la definiscono molte ordinanze) è di per sé lecita e non è perciò perseguibile. I primi cittadini, allora, si industriano a sanzionare i (presunti) effetti di “degrado” dell’attività in strada: vietano la sosta vicino a persone i cui comportamenti sarebbero “congruenti allo scopo di offrire prestazioni sessuali” o multano “abiti che offendono il pubblico pudore”.
Le ordinanze contro l’accattonaggio, dal canto loro, cercano di aggirare la depenalizzazione della mendicità disposta dalla Corte costituzionale nel 1995. La Consulta, allora, aveva emesso una sentenza letteralmente rivoluzionaria, stigmatizzando “l'affiorare di tendenze volte a ‘nascondere’ la miseria e a considerare le persone in condizioni di povertà come pericolose e colpevoli” e riaffermando che “la tutela della tranquillità pubblica non può dirsi seriamente posta in pericolo dalla mera mendicità che si risolve in una semplice richiesta di aiuto” (Corte costituzionale, sentenza n. 519 del 1995).
La mendicità, a partire da quella sentenza, è stata depenalizzata e oggi non è più perseguibile come reato. Così, scrive l’Anci, “le motivazioni [delle ordinanze] fanno riferimento alla necessità di evitare ai cittadini disturbo e molestie, di tutelare il decoro urbano e il turismo, di salvaguardare la sicurezza dei residenti e degli stessi mendicanti (soprattutto su sede stradale), di evitare il rischio di sfruttamento dei più deboli”.
In altri termini: i provvedimenti dei sindaci hanno poco a che fare con la legalità, pure tanto sbandierata dalla loro stessa propaganda. E hanno molto a che vedere, invece, con il “decoro”, il “pubblico pudore”, la “decenza”, l’”ordine”. È l’idea di una città “asettica”, “pulita”, che deve allontanare e mettere ai margini la marginalità sociale, la povertà, le minoranze sociali ed etniche: percepite a loro volta come un “fastidio” da tenere lontano. O, se si preferisce, una “polvere” da nascondere sotto il proverbiale tappeto…
I DESTINATARI: POVERI E MIGRANTI
Che i bersagli delle ordinanze siano non i comportamenti illegali ma i poveri, le minoranze etniche e gli immigrati risulta evidente se si analizzano i dati sui destinatari dei provvedimenti. In teoria, nel 69% dei casi le ordinanze dei Comuni si rivolgono a tutta la popolazione: questo, almeno, afferma lo studio dell’Anci. Che però ricostruisce il dato a partire dai testi delle stesse ordinanze: da quello che vi si trova scritto in premessa. Se invece si analizzano le conseguenze concrete dei provvedimenti, i risultati sono assai diversi. Le ordinanze contro l’accattonaggio molesto e contro gli “insediamenti abusivi” (sommate insieme, il 13,7% del totale) colpiscono di fatto i Rom: una percentuale che arriva al 20% se vi aggiungiamo i vari “divieti di campeggio” (che, però, non sempre colpiscono in via esclusiva i Rom). I provvedimenti contro l’abusivismo commerciale rappresentano il 5,2% del totale e si rivolgono di fatto ai venditori ambulanti stranieri. Sommando insieme varie tipologie di ordinanze si scopre che almeno il 42,9% di provvedimenti si rivolge direttamente o indirettamente alle minoranze etniche, agli immigrati, alla marginalità sociale o alla povertà.
L’ABUSIVO DALLA PELLE NERA
Questo è dunque il senso vero delle nuove politiche locali in materia di “sicurezza”: “punire i poveri” (per parafrasare il titolo di un bel libro di Loic Wacquant). Una finalità che risulta evidente anche quando, apparentemente, le ordinanze colpiscono comportamenti davvero illegali. Come nel caso delle ordinanze “antiborsone”, volte a perseguire la vendita di prodotti contraffatti. Se davvero il problema fosse quello dell’abusivismo commerciale e della contraffazione non vi sarebbe alcun bisogno dell’intervento dei Comuni: esiste già un codice penale che punisce la violazione delle norme sul diritto d’autore. E, infatti, le ordinanze non si rivolgono al comportamento illegale in sé, ma ai suoi effetti sul “decoro” oppure, al limite, alle sue presunte conseguenze in luoghi sovraffollati: si multano così le “borse” e i “borsoni” che possono costituire un intralcio alla circolazione pedonale e che per la loro “riconducibilità” alla vendita abusiva creano tensioni con i commercianti. In questo modo si lasciano ampi margini di discrezionalità alle forze dell’ordine: in base a cosa di decide se una borsa è “riconducibile” alla vendita illegale? La risposta, per chi la sa vedere, è più che evidente: a essere multato sarà l’immigrato povero dalla pelle nera, primo indiziato di essere un “abusivo”.
UN ATTENTATO ALLA DEMOCRAZIA
Eppure i sindaci di destra e di sinistra si affannano a spiegare che il loro problema è la “legalità”. E non è priva di conseguenze, questa retorica ossessiva delle “regole”: non è solo un modo, per così dire, di nascondere i veri obiettivi delle politiche di cosiddetta “sicurezza”. C’è qualcos’altro che non deve sfuggire.
La “legalità”, in un’ottica costituzionale, è - dovrebbe essere - una cornice di norme che tutelano anzitutto le garanzie dei cittadini, la protezione dagli abusi, il rispetto dei diritti fondamentali delle persone. Se si usa questa accezione di legalità, sono le stesse ordinanze - discriminatorie, spesso illegittime e in conflitto con le norme della costituzione - a essere “illegali”. Nel dibattito pubblico di questi mesi, però, il concetto di “legalità” è stato deformato a tal punto da diventare irriconoscibile. Si è costruito una sorta di discorso tautologico: il sindaco emana un’ordinanza per il rispetto della legalità; da quel momento, “essere nella legalità” significa conformarsi alle disposizioni della stessa ordinanza.
L’idea stessa del diritto ne esce, letteralmente, a pezzi: la “legalità” finisce per essere la mera obbedienza agli ordini (in questo caso, a quelli del sindaco). Che tutto questo passi non dalla normale attività parlamentare di emanazione delle leggi ma dall’incerta prassi amministrativa degli enti locali rappresenta un’ulteriore deformazione del diritto.
Il sistema delle ordinanze, insomma, può far ridere, ma ha conseguenze pesantissime sullo stato della nostra democrazia. I provvedimenti dei Comuni si accaniscono, in modo spesso disordinato e incoerente, contro gli strati più deboli della popolazione (immigrati, Rom, senza fissa dimora ecc.); e lo fanno scavalcando regole e norme, violando la legalità costituzionale, ridefinendo il concetto stesso del diritto.
UN’ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA?
A proposito di provvedimenti simili, si usa talvolta la metafora del capro espiatorio. Messi di fronte alla loro incapacità (dovuta per lo più alla mancanza di poteri effettivi) di agire sulle fonti principali di insicurezza collettiva - la precarietà del lavoro, l’erosione dei sistemi di welfare, l’impoverimento progressivo anche delle classi medie - i sindaci promuovono interventi spettacolarizzati per affrontare l’altra fonte di insicurezza, quella legata alla criminalità: scaricando su quest’ultima, ma soprattutto sui capri espiatori cui viene arbitrariamente associata (immigrati, Rom, senza dimora ecc.), l’ansia derivante dalle altre fonti di insicurezza.
È una spiegazione che, personalmente, ho trovato a volte un po’ riduttiva. Un episodio recente sembra però dimostrare, in modo fin troppo schematico, la plausibilità di questa tesi. Riguarda l’alfiere della sicurezza per eccellenza, l’assessore fiorentino Graziano Cioni.
Come noto, Cioni conquistò gli onori della cronaca nazionale con il famoso “editto contro i lavavetri”. Da un’inchiesta del settimanale “L’espresso” emergerebbe - salvo diverse risultanze processuali - che l’assessore “sceriffo”, mentre faceva rincorrere mendicanti e lavavetri, si adoperava affinché i palazzi della Provincia e della Regione venissero costruiti dalla Fondiaria di Salvatore Ligresti nel polmone verde di Firenze, ottanta ettari di alberi in località Castello.
In cambio di così tanta attenzione, dalla Fondiaria il nostro “sceriffo” avrebbe ottenuto un contributo di 30.000 euro per i 200.000 opuscoli contro i lavavetri. Apprendiamo così che la campagna per la “tolleranza zero” in salsa fiorentina è stata finanziata da Ligresti, naturalmente con una regolare sponsorizzazione. È forse troppo schematico ipotizzare un legame diretto: finanzio la campagna contro i lavavetri e nel contempo distraggo i miei cittadini da una gigantesca operazione immobiliare. È una spiegazione che forse non regge: ma che ha - permettetelo - un fascino irresistibile…