ARCHIVIO
articolo della rivista numero 153

Le politiche commerciali
di Alessandro Volpi

Lo stato del commercio internazionale dei beni agricoli

I nuovi scenari di crisi mondiale pongono alcune questioni importanti in relazione alle tematiche commerciali.
In primo luogo risulta sempre più difficile ipotizzare forme di integrazione multilaterale e più specificamente è ormai poco credibile la prospettiva di una rapida conclusione del Doha Round. È evidente infatti che se non è stato possibile cancellare buona parte dei sussidi agricoli durante il vertice Wto di luglio 2008 a Ginevra, in un momento in cui i prezzi salivano vertiginosamente, sarà ben poco probabile che tale cancellazione avvenga ora con prezzi in discesa e con minori rischi di inflazione.
Non è un caso dunque che, di fronte alle crescenti riluttanze ad addivenire a soluzioni condivise, siano cresciuti velocemente gli accordi bilaterali, che sono ormai più di 300. Del resto anche dal vertice di Hokkaido del G8, dove sono stati invitati sette paesi africani, sono emerse varie difficoltà a partire dal fatto che dei 25 miliardi di dollari aggiuntivi promessi a Gleneagles ne sono stati versati solo tre. La paura che ha serpeggiato poi al G20 di Rio de Janeiro è stata rappresentata dal fatto che possa diventare ancora più forte il protezionismo agricolo e che i singoli paesi si chiudano in sé stessi rendendo impraticabili molti dei percorsi che dovrebbero portare alla sovranità alimentare. Per fornire elementi in tale senso è possibile citare il fatto che nel 2007 solo il 18% del frumento mondiale è finito sul mercato internazionale, l’8,6% del mais, il 7,4% del riso: se i dazi cresceranno, le condizioni dei paesi importatori di derrate peggioreranno molto. Inoltre in un contesto di protezionismo crescente, giocheranno un peso importante le riserve agricole di alcuni paesi, a partire dalla Cina che produce oltre 180 milioni di tonnellate di riso e le trattiene  al proprio interno, procedendo anche a dotarsi di gigantesche scorte di frumento.

LE DIFFICOLTÀ DEI MERCATI AGRICOLI
Lo stato di salute del commercio internazionale dei beni agricoli non è quindi dei migliori. La tanto sbandierata riduzione di dazi tariffari per 130 miliardi di dollari, due terzi dei quali sarebbero dovuti andare a vantaggio dei paesi più deboli, non c’è stata per gli scontri tra Stati uniti, Cina e India e per le mille incomprensioni maturate fra i vari membri del Wto che hanno dimostrato come non sia possibile, in queste condizioni, una posizione omogenea neppure tra i “piccoli” stati del Sud del pianeta. Sia Obama che McCain si sono impegnati nel tour elettorale a convincere i 60 milioni di elettori che compongono il voto rurale della loro volontà di varare Farm bill in grado di metterli al riparo dai guasti operati dai “ragazzi cattivi” di Wall Street, mentre il presidente francese Sarkozy nel rifinanziare il proprio sistema bancario ha mostrato di rivolgere cure attente agli istituti più vicini al mondo delle campagne. È naturale quindi che diverse forme di protezionismo agricolo tenderanno a prendere sempre più consistenza, così come era inevitabile che Pascal Lamy, direttore generale del Wto, abbia dovuto dichiarare di nuovo, a metà dicembre 2008, l’impossibilità di chiudere i negoziati di Doha.
Ad aggravare le difficoltà dei mercati agricoli concorre poi la già accennata, continua proliferazione di accordi bilaterali accelerata proprio dal totale discredito che pesa sul processo multilaterale; sono molti gli accordi già firmati e quelli in via di negoziazione, promossi in gran parte dall’Unione europa e dagli Stati uniti, a cui si uniscono gli accordi siglati dai cinesi in giro per il mondo. Il pericolo tangibile è che nei prossimi anni si passi dalla miriade caotica di forme di commercio rette in sede bilaterale a forzate “integrazioni” regionali, realizzate da un pivot forte, sul modello degli EPAs; forme in cui la richiesta dei partner forti nei confronti delle economie più deboli di dar vita ad aggregazioni commerciali sufficientemente ampie da essere attraenti per gli investitori può produrre unioni del tutto artificiali. Inoltre gli effetti della crisi finanziaria rischiano di incidere in maniera negativa in altri modi. È probabile infatti che tutto il settore delle commodities conosca una forte instabilità con cadute di prezzo e repentine risalite, in un’ottica tipicamente speculativa di brevissimo periodo nella quale le strategie finanziarie di difesa di portafogli in affanno possono indurre a vendere i titoli più apprezzati. I guasti della finanziarizzazione che ha provocato nei mesi scorsi un artificiale rialzo dei prezzi stanno generando ora una costante volatilità in larga parte scissa dai dati sulla produzione reale: il 2008 sarà un anno record per il frumento con quasi 680 milioni di tonnellate, ma ciò non impedisce una logorante instabilità di prezzo che, in campo agricolo, pare salvare solo i semi di soia, i cui futures al Chicago Board of Trade stanno perdendo poco più del 5%. Alla luce di ciò, l’esigenza di portare fuori dai mercati finanziari i beni agricoli pare l’unica strada percorribile per ridare alle dinamiche di prezzo un senso compiuto e una prevedibile coerenza.

LA QUESTIONE MONETARIA
D’altra parte, l’instabilità che minaccia il commercio dei beni agricoli è ulteriormente accentuata dalla questione monetaria. Il dollaro risulta in larga misura “catturato” dalla dimensione finanziaria della crisi in atto e subisce le conseguenze sia della politica al ribasso della Federal Reserve sia delle paure delle banche che rifiutano di prestarsi il denaro, terrorizzate dal rischio di controparte, difficile da superare anche con l’intervento delle garanzie pubbliche sui collaterali. Dunque, in tali condizioni i prezzi di mercato sono vittima di una moneta comunque minata da un’intrinseca debolezza che finisce però per contagiare l’euro in quanto lo spettro della recessione statunitense e del dollaro fragile mettono a repentaglio la credibilità stessa della divisa europea, danneggiando al contempo lo yen, rafforzato oltremisura dalle fragilità altrui fino a farne un paradossale impedimento insuperabile alle esportazioni. Anche la sterlina sta subendo una marcata instabilità, con un’evidente tendenza al ribasso che la conduce verso la parità con l’euro, spinta da un tasso ormai al di sotto del 2%. La moneta europea ha così un andamento sussultorio che in larga misura non dipende da se stessa. Ma senza monete affidabili e con i mercati finanziari nel panico, la possibilità di ricostruire una dimensione internazionale del commercio dei beni agricoli sembra decisamente compromessa. Le prospettive che si delineano sono da un lato quella della rinascita dei mercati nazionali volti a immunizzare i consumatori dalle docce scozzesi dei prezzi, sia pur con pericoli di eccessive frammentazioni, e dall’altro quella del progressivo dilagare di zone di economia informale, dove di fatto mancano o vengono meno gli strumenti e le procedure dello scambio formale.
Alla luce di ciò, tra l’altro, è molto importante capire quale sarà la natura dei nuovi regionalismi e in particolare di quelli africani e se un’esperienza come quella del nuovo accordo concluso fra Comesa, Eac e Sadc, che comprende 26 pesi per un Pil di 746 miliardi, sarà in grado di far fronte ai pericoli di protezionismi nazionali da parte delle economie più forti sia in termini di circolazione di merci che di capitali.
Altrettanto importante, su un piano più generale, appare il definirsi di una nuova architettura finanziaria internazionale a partire dal Fondo monetario internazionale che dovrebbe essere potenziato, secondo Gordon Brown,  con l’apertura ai capitali arabi  e con funzioni di banca globale ben oltre i compiti della Banca mondiale. Nelle ipotesi avanzate dalla cancelliera tedesca Angela Merkel invece il Fondo monetario dovrebbe rafforzare le proprie funzioni di vigilanza, in particolare nei confronti della finanza strutturata, mentre dovrebbe essere il G8, allargato fino a divenire G16, a svolgere le mansioni di “Onu dell’economia”.
Si discute sempre più con maggiore insistenza anche dell’ipotesi di una nuova moneta internazionale, che si affiancherebbe, senza sostituirli, a euro e dollaro, con funzioni di garanzia dei rapporti di debito-credito tra i vari paesi e con compiti di stabilizzazione delle riserve delle banche centrali, magari mediante la cessione di titoli di stato.
Nella sostanza, dunque, è in atto un decisivo ripensamento dei contorni fondamentali del mercato che pare muovere in primo luogo dalla riflessione politica. 


 

Copyright 1993/2003 Guerre&Pace
. Mensile di informazione internazionale alternativa
Ed. e propr. Associazione G&P. Stampa La grafica Nuova, v. Somalia 8, Torino.
Autorizz. Trib. Milano n. 55 del 13/2/1993. Dir. resp. Walter Peruzzi