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articolo della rivista numero 153

Dalla riforma agraria all'agrobusiness
di Giulio Sensi

A venticinque anni dalla nascita del Movimento dei lavoratori sem terra, la resistenza del continua

 

Il Movimento dei lavoratori rurali sem terra (Mst) ha festeggiato a fine gennaio i primi venticinque anni di vita “ufficiale” in Brasile. Luogo scelto per celebrare degnamente questo anniversario è stata una piccola parte dell'immensa Fazenda Annoni, a Sarandì, nello stato del Rio Grande Do Sul. È in quelle terre che nacque il movimento, dal nucleo della storica occupazione di 8.500 famiglie “azzardata” ancora in piena dittatura militare nel 1981. Tre anni dopo il Brasile stava di nuovo vivendo un intenso periodo di lotte sociali e il movimento contadino, a lungo soffocato, tornava a mettere in discussione il latifondo, decidendo l'occupazione delle terre come forma di azione concreta e legittima nella lotta per la riforma agraria che rimane ancora oggi l'obiettivo primario del movimento.

VENTICINQUE ANNI DI CONQUISTE
A differenza di altri movimenti dell'America latina e del mondo intero, l'Mst è riuscito in venticinque anni a ottenere molte conquiste, sebbene non ancora, nonostante le belle speranze del governo Lula, la riforma agraria rivendicata come elemento imprescindibile per cominciare a costruire un Brasile più giusto ed egualitario. “In questi venticinque anni”, spiega la direzione nazionale del Movimento, “abbiamo dato un contributo all'avanzamento della riforma agraria e alla lotta contro la povertà e la disuguaglianza nelle campagne. Il Movimento dei senza terra che abbiamo costruito è riuscito a insediare 370.000 famiglie su 7,5 milioni di ettari in tutto il paese. Siamo andati avanti anche come organizzazione e oggi siamo presenti in 24 dei 27 stati del Brasile”. L'Mst conta ora su 100.000 nuovi accampamenti e una base sociale complessiva di 2 milioni di contadini e contadine.
In questi venticinque anni nessun governo ha mai avuto la volontà di attuare una vera riforma agraria. Le terre, divise in piccoli appezzamenti assegnati a ciascuna famiglia, vengono concesse dall'Istituto nazionale per la colonizzazione e la riforma agraria (Incra). Occupare è l’unica opportunità che esiste per ottenerle e, più precisamente, occupare quelle incolte o a produttività scarsissima. Significa passare qualche anno “accampati” sotto teloni di plastica o in baracche di legno, coltivando senza nessuna certezza per il futuro e subendo le pressioni della polizia, dei latifondisti e spesso dei loro uomini armati. Il procedimento di assegnazione delle terre alle famiglie occupanti può durare molti anni: dopo aver aperto l’istruttoria, l’Incra valuta se le terre siano effettivamente incolte e calcola l’indennizzo da pagare al latifondista per l’esproprio, che varia in base alla qualità e fertilità, alle infrastrutture presenti e alla presenza di sistemi di irrigazione. Dal momento del riconoscimento la produzione si rafforza, con l'obiettivo prioritario di soddisfare prima le necessità alimentari delle famiglie dell'insediamento (assentamento).
I risultati sono stati importanti: oggi in Brasile l’Mst ha attivato più di 400 fra associazioni e cooperative che lavorano in forma collettiva, oltre a 140 piccole e medie agroindustrie che lavorano e commercializzano frutta, ortaggi, latte, granaglie e carni e producono autonomamente semi biologici. La sovranità alimentare è un concetto messo in pratica ogni giorno dal Mst: coltivare il più naturalmente possibile, diversificando la produzione; soddisfare le esigenze delle famiglie, abbandonando le tentazioni alla monocoltura che, nel breve periodo, può portare qualche vantaggio in più e maggior accesso al mercato. Ma sono false sirene. Dagli “assentamentos”, in genere, si mette in vendita sui mercati locali solo ciò che eccede rispetto ai bisogni alimentari di base.
Anche l’agricoltura agroecologica ha avuto una grande crescita e adesso è presente nei programmi di formazione dell’Mst”. “Diffondere prodotti agroecologici sui mercati locali”, spiega Marina Dos Santos, un’altra delle leader storiche del Mst, “è anche un modo per rendere coscienti le città su un certo tipo di produzione”. Il movimento segue gli accampamenti e gli assentamentos tramite un lavoro di base di coscientizzazione e formazione costante per rafforzare nelle terre già conquistate la sovranità alimentare. Realtà che resistono, nonostante le minacce dell’agrobusiness, anche e soprattutto per la possibilità di rispondere ai propri bisogni alimentari senza dipendere dall'esterno e dai fluttuanti prezzi delle materie prime agricole.

DALLA RIFORMA AGRARIA ALL'AGROBUSINESS
Se agli albori del movimento le resistenze più forti a un’effettiva riforma agraria provenivano soprattutto dai latifondisti, oggi il movimento deve fronteggiare una stretta alleanza fra questi e il capitale transnazionale attratto dagli interessi dell'agrobusiness. Le grandi imprese hanno in mano la catena produttiva, dalle sementi alla commercializzazione, destinando la produzione solo all'esportazione e alla speculazione sui prezzi degli alimenti. Quattro le principali commodities su cui si concentrano i grandi interessi. La soia, transgenica e resistente agli erbicidi, destinata in buona parte all'esportazione, diventando mangime animale per l'Europa e la Cina, maggior acquirente al mondo di soia brasiliana. Un unico tipo di seme geneticamente modificato detenuto e commercializzato dalla Monsanto, ha rimpiazzato decine di diverse varietà: basta una sola coltivazione per contaminare irreversibilmente i campi nel raggio di chilometri. In tutto il Brasile la produzione di soia è aumentata dal 2000 da 13 a 21 milioni di ettari: ogni anno se ne raccolgono 60 milioni di tonnellate.
Il secondo business si chiama invece canna da zucchero e mais, ottimi per la produzione di biocarburante nella tentazione dell'autonomia energetica in cui è caduto il quinto paese più grande del mondo. Nel 2007 il Brasile, che insieme agli Usa produce il 70% dell’etanolo di tutto il mondo, ha raggiunto la cifra record di 7 milioni di tonnellate di canna da zucchero prodotte. Un affare che fa gola: la maggior impresa brasiliana del settore, la Cevasa, è stata comprata meno di due anni fa dal colosso statunitense Cargill. In Brasile attualmente il 54% della produzione di canna viene utilizzato per l'etanolo.
Il terzo elemento viene ricavato dalla piantagioni di eucalipto: insieme al pino questo albero veloce e redditizio è presente in 5,3 milioni di ettari di terra e rappresenta una miniera d'oro per le industrie che esportano pasta di cellulosa sui mercati statunitensi ed europei. Mais, soia, canna ed eucalipto coprono oggi l'80% dell'area coltivata di tutto il Brasile e sono sempre più in mano alle imprese straniere: dal 2003 al 2007 gli acquisti di terre da parte di queste sono saliti del 347% e il 55% delle loro proprietà si trova nella regione amazzonica.

IL NEMICO È LA NUOVA ALLEANZA
Da molto tempo movimenti sociali e rurali sostengono con forza che le politiche di sviluppo agricolo orientate all’esportazione non portano alcun beneficio alle popolazioni locali, ma le espongono all’insicurezza alimentare determinata dal privilegiare la vendita delle materie prime agricole sul mercato internazionale piuttosto che per sfamare la propria popolazione. Il Brasile è un caso emblematico.
“All'inizio del movimento”, spiega Joao Pedro Stedile, storico leader del Mst e portavoce della campagna internazionale Via Campesina, “il nemico principale era il latifondo, perché aveva in mano le terre e c'era una possibilità reale che venisse fatta una riforma agraria capace di distribuire la terra e generare una certa ricchezza di cui si potesse giovare la borghesia industriale. Dagli anni Novanta la classe dominante brasiliana è tornata nuovamente all'interesse agricolo e negli ultimissimi anni ha assunto il volto delle imprese transnazionali che controllano il modo di produrre, le sementi, i fertilizzanti, i veleni, le macchine, il commercio agricolo e i prezzi”. “Prima era più facile”, spiega ancora Stedile. “Occupavamo il latifondo e la gente sfidava il fazendeiro (latifondista, N.d.R.). Oggi è diverso: dietro il fazendeiro c'è una grande impresa e lo Stato brasiliano che li protegge, mettendo in primo luogo non l'eliminazione della povertà e la diseguaglianza, ma la produzione”.
La politica sull'agrobusiness è l'elemento centrale di contesa fra il Mst e il governo Lula, oltre alla mancata, sebbene promessa, riforma agraria. Il Mst rivendica un maggiore sostegno all'agricoltura “familiare” contro quello che viene dato, soprattutto in termini di politiche di accesso al credito, all'agrobusiness. “Il governo Lula”, si legge in un recente documento del coordinamento nazionale del Mst, “purtroppo continua a dare la priorità al modello dell'agrobusiness. Ha concesso crediti, ha sanato debiti e ha reso flessibile la legislazione ambientale, mentre i lavoratori rurali continuano a lottare per la riforma agraria e gli insediati attraversano grandi difficoltà per garantire la produzione e produrre il proprio reddito. In questo modo guadagna forza il modello agroesportatore, basato su grandi estensioni di terra, uso di pesticidi, impatti negativi sull'ambiente e sfruttamento del lavoro. Durante quest'anno si è anche approfondita la politica rivolta agli agrocombustibili, che contribuiscono all'aumento del prezzo degli alimenti, sia perché occupano spazi destinati ad altre colture, sia perché fanno salire la media del valore dei prodotti agricoli. Il modello dell'agrobusiness, specialmente la produzione di materia prima per il combustibile, accresce la fame nel mondo, nella stessa misura in cui amplia il profitto delle imprese transnazionali come Bunge, Cargill, Monsanto, Bayer, Syngenta, tra le altre”.
“Questa agricoltura”, spiega ancora Joao Pedro Stedile, “è totalmente dipendente dagli input industriali e dalle imprese che controllano la produzione e il commercio ed è diventata totalmente dipendente dal credito bancario. Le banche pubbliche e private del Brasile prestano all'agrobusiness, ogni anno, 60 miliardi di reais perché producano da 80 a 100 miliardi. In realtà le banche non danno i soldi ai fazendeiros ma direttamente alle imprese multinazionali che forniscono concimi, pesticidi, semi e macchine. La differenza tra 60 e 80/100 si divide tra salari, tasse e rendita del fazendeiro. Anche il fazendeiro ignorante che si è alleato con le imprese capitaliste non si rende contro che la maggior parte del capitale prodotto va alle imprese transnazionali. Se si interrompe il credito bancario oggi, finisce l'agrobusiness perché il fazendeiro non ha capitale sufficiente per produrre e questo è stato il risultato del movimento del capitale finanziario”. Secondo il Mst l'agroindustria incide scarsamente sulla crescita del paese, rappresentando appena il 12% del prodotto interno lordo; inoltre non crea posti di lavoro: nei latifondi al di sopra dei 2.000 ettari ci sono soltanto 350.000 lavoratori salariati, ben meno dei 900.000 salariati che impiega la piccola proprietà.
Il governo, in realtà, sta portando avanti anche progetti specifici di sostegno alla piccola agricoltura familiare, ma i fondi rimangono spesso “incastrati” nelle pieghe della burocrazia. “Degli 1,65 miliardi di reais stanziati nel 2008 dal ministero per lo Sviluppo agrario”, spiega Edelcio Vigna, dell’Istituto di studi socioeconomici del Brasile, “appena il 44,24% sono stati effettivamente erogati. I tre programmi specifici, “Pronaf”, “Credito Fundiario” e “Fomento a assistencia tecnica e exstensao rural para agricultor familiar”, hanno permesso l’attuazione di appena il 12,5% di quanto stanziato, 807 milioni di reais sono rimasti nelle casse statali. Ogni centesimo non assegnato rappresenta una violazione dei diritti umani basici delle persone che vivono nella campagna e lavorano pesantemente per mantenere la propria dignità”.

A RISCHIO ANCHE LA LENTA EROSIONE DEL LATIFONDO
Proprio per la paura che l’agrobusiness porti ad aggravare la situazione della concentrazione delle terre, la Via Campesina chiede da tempo al governo di proibire la vendita di terre a società straniere. Il rischio è quello di invertire anche il leggero trend di erosione del latifondo che negli ultimi anni c'è stato, nonostante la mancata riforma agraria. Nel 1992 le proprietà più grandi di 2.000 ettari erano il 39,9% delle terre totali; oggi sono il 31,6% e sono cresciute di piccole percentuali le proprietà minori. Il numero delle occupazioni di terre - che, è bene ricordare, non vengono portate avanti solo dal Mst - è cresciuto sotto il governo Lula: 2.913 dal 2003 al 2008, per un totale di 344.000 famiglie occupanti. Durante gli otto anni dei governi di Fernando Henrique Cardoso, dal 1994 al 2002, erano state circa 3.800. Ancora oggi esistono nel paese 120 milioni di ettari di terre improduttive e 4 milioni di famiglie senza terra. Intanto, negli accampamenti del Mst, ad attendere di ricevere le terre ci sono ancora 150.000 famiglie: accampamenti che diventeranno “assentamentos”, andando ancora un po’ a erodere quel “maledetto” 46,8% di terre tutt’oggi in mano ad appena l’1% dei proprietari terrieri del Brasile.

 


 

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