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articolo della rivista numero 153
Messico
Mais e sovranità alimentare
di Aldo Gonzales Rojas*
L’importanza del mais per le culture native del Messico e la lotta contro la contaminazione degli Ogm
Il mais è un elemento centrale per le culture native centroamericane e la milpa (coltivazione congiunta di mais, fagioli e zucca) è la forma tradizionale di semina agroecologica inventata dalle culture preispaniche. In Messico mais e milpa hanno subito e continuano a subire un pesante attacco da parte delle imprese transnazionali appoggiate da governi che hanno sostenuto politiche neoliberiste aggressive contro contadini e indigeni che seminano per il loro sostentamento.
LE POLITICHE AGRICOLE NEL TEMPO
Dagli anni Quaranta la “Rivoluzione verde” è stata fortemente sponsorizzata in Messico da governi nati durante la rivoluzione messicana dell’inizio del secolo. Si sono investite risorse economiche e materiali da parte del governo federale per convincere contadini e indigeni messicani che le loro tecniche tradizionali erano inservibili a fronte degli sviluppi tecnologici e che dovevano lasciarle da parte e uniformarsi alla modernità usando macchine agricole, sementi ibride, fertilizzanti, agrochimici, sistemi d’irrigazione e monocultura su grandi estensioni di terra. Questa politica ha prodotto due tipologie di agricoltori: quelli del Nord, che hanno a disposizione terre piane e infrastrutture fornite dal governo federale, si sono trasformati in produttori efficienti per il mercato; la maggioranza degli agricoltori del Sud, che hanno a disposizione appezzamenti piccoli, hanno mantenuto l’agricoltura di sussistenza con metodi di coltivazione tradizionale, in varia misura alterati dalle tecnologie della Rivoluzione verde.
I governi post rivoluzionari hanno mantenuto fino all’inizio degli anni Ottanta una politica di sussidi che permetteva alla maggioranza dei contadini messicani di restare nelle campagne e sopravvivere del proprio lavoro; ma a metà degli anni Ottanta con l’instaurarsi del modello neoliberista sono state adottate nuove politiche pensate principalmente negli uffici di Banca mondiale, Banca interamerica per lo sviluppo, Fondo monetario internazionale e Organizzazione mondiale del commercio, per porre fine all’agricoltura di sussistenza e garantire il totale appoggio all’agroindustria e alla monocoltura estensiva.
Il cambiamento strutturale più importante è stato la modifica, nel 1992, dell’articolo 28 della costituzione del 1917: fino a quella data la costituzione messicana garantiva ai contadini senza terra la possibilità di ricevere terra da coltivare attraverso l’ejido, piccoli lotti per l’accampamento umano di fruizione individuale e comunitaria, e riconosceva alle comunità indigene la proprietà delle terre comunali attraverso l’istituto della comunità agricola: entrambe le garanzie erano imprescrittibili, non ipotecabili e inalienabili. Queste caratteristiche sono andate perdute con le modifiche costituzionali che hanno permesso di gettare le basi per la privatizzazione anche delle terre destinate all’ejido: le parcelle possono essere assegnate in propiretà al fruitore che può venderle al miglior offerente; inoltre anche le terre comunali possano essere trasformate in ejidos e poi vendute. Offre inoltre la possibilità a società commerciali di associarsi per investire su queste terre, cosa prima espressamente proibita visto che lo spirito zapatista del costituente del 1917 era stato di distribuire “la terra a chi la lavora” in risposta all’esproprio delle terre subito dai contadini da parte dei latifondisti liberali alla fine del XIX secolo.
Tra le misure adottate dai governi neoliberisti in agricoltura troviamo: l’eliminazione del sistema di prezzi regolamentati dal governo (che costituiva un sussidio reale per la produzione agricola), consegnati alle fluttuazioni del libero mercato; la firma del Trattato per il libero commercio del Nord America (Nafta, Nafta) che prevede politiche agricole a danno della produzione di sussistenza; un forte incentivo alla coltivazione per l’esportazione a fronte di disincentivi alla produzione di sementi base; una pianificazione politica che, benché non espressa, è pubblicamente orientata a far diminuire la popolazione rurale dal 25% al solo 5%; l’attivazione del sussidio Procampo orientato al consumo invece che alla produzione agricola che, comunque, non compensa l’eliminazione del precedente sistema di prezzi garantiti.
L’impoverimento delle campagne prodotto dalle politiche neoliberiste dalla firma del Nafta a oggi e le crisi economiche che si sono succedute in Messico negli ultimi due decenni hanno costretto milioni di coltivatori di sussistenza ad abbandonare le loro terre e migrare in cerca di sopravvivenza verso gli Stati uniti. Secondo il Consiglio nazionale della popolazione negli anni Novanta sono usciti dal paese in media oltre 300.000 migranti all’anno; nei primi anni del presente secolo la cifra si è avvicinata a 400.000 per raggiungere nel 2007 il mezzo milione di persone. In basa a uno studio della Bm del 2007 la campagna messicana ha perso in dieci anni un quarto dei suoi abitanti cioè 6,2 milioni di lavoratori agricoli. Il governo messicano ha previsto per il 2008 la creazione di 350-400.000 posti di lavoro: chiaro indice del deficit occupazionale del paese che ha spinto molti contadini ad andarsene in cerca del “sogno americano”.Disgraziatamente l’attuale crisi economica sta trasformando il sogno in un incubo: è sempre più difficile trovare lavoro negli Stati uniti e per questo molti contadini messicani stanno ritornando alle loro terre senza alcuna prospettiva di trovare una fonte di guadagno sicura nel proprio paese.
IL MESSICO HA PERSO LA SUA SOVRANITÀ ALIMENTARE
Dopo la firma del Nafta il Messico si è trasformato in un paese importatore di alimenti base. è autosufficente solo nella produzione di fagioli, ma se cercando sugli scaffali dei supermercati con difficoltà si potranno trovare fagioli messicani, la maggior parte degli imballi parlano di fagioli importati.
Il Messico è stato autosufficiente nella produzione di mais fino alla firma del Nafta; benché la produzione non sia diminuita in modo significativo se ne importa sempre di più dagli Stati uniti, che fino al 2006 lo vendevano a prezzo di dumping, il 20% al di sotto del costo di produzione. C’è un aumento effettivo sia nella produzione che nell’importazione di mais, che essendo però sempre più destinato all’alimentazione animale e ad altri usi industriali non garantisce la produzione per il consumo umano.
I prezzi artefatti a cui era venduto il mais Usa in Messico fino al 2006 hanno subito una drastica impennata nel 2007 a causa dell’aumento del prezzo del mais negli Stati uniti. I segretari di Agricoltura e Economia messicani, Alberto Cardenas e Eduardo Sojo, hanno affermato che “l’aumento del prezzo del mais e della tortilla [è stato] il risultato della crescita del prezzo internazionale del grano che ha causato grossi disordini nel mercato”. In Messico questo ha prodotto un aumento immediato del costo della tortilla che ha provocato proteste soprattutto tra la popolazione urbana. Le piccole tortillerie si sono trovate costrette ad aumentare il prezzo da 6,50 pesos fino anche a 15 pesos al chilo dato che hanno dovuto acquistare il mais dagli speculatori a oltre 3.000 pesos la tonnellata. Il senatore del Prd, Ricardo Monreal, ha disposto che la Procura generale della repubblica indaghi non solo sui piccoli speculatori ma anche sui grandi monopoli che comprano il mais a un peso e venti e sono arrivati a venderlo a quattro pesos. Monreal ha affermato che “imprese come Cargill e Bimbo [avevano] nascosto il mais in magazzini del Distretto federale, di Guadalajara, Monterrey, Stato del Messico, Tamaulipas e Sinaloa”.
Da parte sua il governo messicano, nell’affanno di capitalizzare il malcontento, ha emanato l’Accordo per la stabilizzazione del prezzo della tortilla che si presenta come un sostegno per le catene di distribuzione. Nell’Accordo si impone un prezzo massimo di 8,50 pesos impossibile da applicare per i piccoli produttori di tortillas che non dispongono di depositi di mais o di farina di mais e che dunque non hanno potuto rispettare l’accordo; contemporaneamente lancia un messaggio subliminale alle popolazioni urbane orientandole a comprare le tortillas nelle grandi catene di distribuzione, che invece avendo a disposizione importanti riserve di mais sono in grado di applicare l’accordo. Nell’affanno di garantire la “sicurezza alimentare” dei messicani e tenere sotto controllo il prezzo della tortilla il governo messicano si è visto costretto a importare mais dal Sudafrica invece che dagli Stati uniti dove è utilizzato per la produzione di etanolo.
L’aumento del prezzo della tortilla è stato un duro colpo per l’economia dei messicani più poveri, che devono investire il loro magro salario principalmente in cibo, e conferma la perdita di sovranità alimentare del Messico. Per cautelarsi, Alberto Cardenas, attuale segretario all’Agricoltra ha sostenuto davanti al parlamento, nel gennaio del 2007, che si deve cercare l’autosufficienza: “Dovremo cercare, in ogni modo, di non dipendere dalle esportazioni o da quanto avanza negli altri paesi. Dobbiamo cercare di produrre qui grano a costo più basso, dovremo dedicarci principalmente alla produzione di mais giallo”; non ha spiegato ai deputati che il mais giallo viene usato essenzialmente per l’alimentazione animale o per usi industriali e non per il consumo umano. Gli imprenditori hanno compreso il messaggio al volo e in risposta l’impresa Bioenergia intergale ha annunciato lo scorso aprile la costruzione di quattro impianti per la produzione di etanolo negli stati di Nayatil, Jalisco, Nuevo Leon e Sonora e contemporaneamente Isabel Gomez Macias, presidentessa della fondazione Emision, ha reso noto che “le nuove unità produrranno l’agrocombustibile a partire dalla canna da zucchero, mais giallo, barbabietola e sorgo dolce”.
Quasi tutta la soia è importata dagli Stati uniti e utilizzata per la produzione di oli combustibili, soia testurizzata, e per il consumo animale; la restante destinata al consumo umano viene sempre più utilizzata per la preparazione di alimenti industriali imballati, in parte distribuiti come aiuti alimentari alla popolazione con carenze alimentari (latte di soia e soia testurizzata). Bisogna tenere presente che questi cibi, oltre a cambiare le abitudini alimentari della popolazione, possono provocare danni alla salute soprattutto dei bambini, visto che gli specialisti ne raccomandano l’assunzione essenzialmente alle donne in menopausa e in piccole dosi a causa dell’alto contenuto di estrogeni (ormoni responsabili del manifestarsi di caratteri secondari femminili). Se non bastasse, il 90% della soia prodotta negli Stati uniti è transgenica, per cui animali e uomini stanno consumando un alimento di cui non si conoscono le conseguenze sulla salute.
L’ATTACCO AL MAIS
Nel 2001 nella regione di Sierra Juarez, nello stato di Oaxaca, sono state scoperte sementi di mais nativo contaminate da ogm; da allora l’Unione delle organizzazioni di Sierra Uarez, Oaxaca (Unosjo, S.C.), insieme ad altre organizzazioni che formano la Rete per la difesa del mais nativo, sta lavorando per invertire questa situazione realizzando attività di informazione verso le comunità indigene e contadine, utilizzando programmi radio, video, pubblicazioni, laboratori di comunità ecc. Tutto controcorrente: infatti il governo messicano preferisce appoggiare le iniziative delle imprese transnazionali invece di difendere la principale fonte di sostentamento dei messicani.
Il governo messicano si è dato da fare in ambito internazionale e nazionale per ottenere regole a beneficio delle operazioni delle multinazionali sementiere. Victor Manuel Villalobos, coordinatore degli affari internazionali di Sagarpa e segretario esecutivo di Cibiogem, oltre che consulente di imprese di biotecnologia e promotore dell’entrata in Messico delle sementi transgeniche, ha annunciato nel marzo 2003 che sarebbero state prese misure per eliminare la moratoria sulla semina di mais ogm del 1998. Lo stesso personaggio il 29 ottobre 2003 ha firmato alle spalle del senato e dell’opinione pubblica messicani un Accordo internazionale nell’ambito del Nafta che, presentato come uno strumento per regolare il commercio di transgenico, ne permette in realtà l’ingresso legale nel paese. Allo stesso modo nel febbraio 2004 a Kuala Lampur in Malesia durante la prima riunione dei firmatari del Protocollo di Cartagena ha boicottato il consenso che era stato raggiunto per etichettare i prodotti transgenici commercializzati internazionalmente proponendo di innalzare da 0,9% a 5% la presenza di ogm ammessa perché il prodotto possa essere considerato libero da ogm.
Al senato il processo per regolare l’ingresso nel nostro paese dei prodotti delle imprese transnazionali è stato avviato in aprile 2003 con la presentazione di un disegno di legge sulla biosicurezza, redatto da Bolivar Zapata per la parte scientifica e da Roberto Ortega per la parte legale. L’iniziativa avvantaggia la biotecnologia più che la biosicurezza; attenua le responsabilità di chi dissemini ogm e impone ai privati di sostanziare con prove tecniche e scientifiche l’indisponibilità al loro utilizzo; elimina il principio di precauzione inserito nel Protocollo di Cartagena. Approvata nel 2005, è conosciuta in Messico come legge Monsanto.
Nell’agosto del 2005 è stato pubblicato su una rivista scientifica un documento di funzionari del governo che afferma di non aver riscontrato contaminazione da ogm nel mais dei contadini della Sierra Juarez di Oaxaca nel 2003 e nel 2004. I rappresentanti messicani della Monsanto hanno subito dichiarato alla stampa che era una notizia molto buona, che dimostrava come i mais nativi messicani avessero resistito alla contaminazione eliminandola da soli; dal che si deduce che si può seminare mais ogm senza remore.
Per chiudere il percorso legislativo, nel 2007 è stata approvata la Legge federale per la produzione, certificazione e commercio delle sementi che nel capitolo infrazioni e sanzioni stabilisce che incorre in infrazione amministrativa alle disposizioni della stessa legge chiunque commercializzi o metta in circolazione qualunque tipo di semente che non adempia a una serie di requisiti praticamente impossibili da mettere in atto per un contadino o un indigeno: in pratica si rendono illegali le differenti pratiche tradizionali di commercio e scambio di sementi e si offre ogni tipo di agevolazione all’industria delle sementi per monopolizzare il mercato con le sementi certificate ed erodere la diversità genetica delle sementi che sono stati prodotti in Centroamerica nel corso di migliaia di anni.
Nell’ottobre 2008 organizzazioni contadine e associazioni non governative hanno organizzato proteste nello stato di Chihuahua, a Nord, al confine con gli Stati uniti, perché sono state riscontrate “evidenze di contaminazione con sementi transgeniche seminate illegalmente in 70 ettari del municipio di Cuauhtemoc, una delle principali zone di produzione”; hanno intimato alla segreteria dell’Agricoltura di “assumersi la responsabilità per la semina illegale di lotti a mais modificato geneticamente”. Bisogna ricordare che la strategia della Monsanto per ottenere l’autorizzazione alla semina delle sue varietà ogm di soia in Brasile e Paraguay è stata proprio di cominciare con le semine illegali e la contaminazione delle coltivazioni degli agricoltori prima che le autorità di questi paesi procedessero a legalizzare l’illegale.
PERCHÉ I POPOLI INDIGENI DIFENDONO IL MAIS?
I popoli indigeni del Messico e del Centroamerica sono legati al mais da tempi immemorabili; per loro non è solo qualcosa che si può vendere o modificare a volontà dell’uomo, è una persona che merita rispetto, è l’alimento del corpo e dello spirito, è colui che permette di sopravvivere e stabilire una relazione di rispetto con la madre terra. Per questo si sono preoccupati quando si sono resi conto che era stata contaminata la sua essenza e si sono mobilitati per accudirlo e proteggerlo dalle intenzioni del grande capitale transnazionale interessato solo a fare soldi e non alla gente, alla natura e alla vita sul pianeta.
La grande varietà di mais esistenti nelle regioni indigene messicane è un tesoro inestimabile che non può essere misurato in denaro. Ci saranno persone interessate a ottenere i semi nativi e creoli e cercheranno di convincere i singoli o le comunità indigene a venderle come germoplasma; ma quanti arriveranno con questi argomenti saranno certamente inviati delle industrie sementiere, farmaceutiche, alimentari, chimiche e altre interessate a conservare le qualità di mais nativo nelle banche del germoplasma per poter assegnare loro un valore commerciale.
Bisogna ricordare che nel 1970 l’industria sementiera statunitense ebbe un grande problema. Per molti anni erano state utilizzate poche varietà di mais per produrre sementi e questo aveva prodotto varietà particolarmente sensibili a un certo fungo chiamato Helminthosporium maydis razza t, volgarmente chiamato “tizzone”. A causa di un’epidemia di tizzone “si perse il 15% del raccolto, pari a circa 1000 milioni di dollari” dell’epoca. Per rimediare il governo Usa invio in Messico ricercatori a procurarsi varietà di mais resistenti a questo fungo; le trovarono e dopo averle contrabbandate (ovvero rubandole) le incrociarono con gli ibridi da loro prodotti per salvarli.
L’industria delle sementi sa benissimo che proteggere le varietà di mais native che esistono in Messico e Centroamerica è fondamentale; sa che i mais che sta progettando potrebbero essere molto deboli contro una piaga o una malattia inaspettata; sa che i mais nativi sono la polizza di assicurazione nel caso in futuro si trovassero ad avere problemi come nel 1970 o di altro tipo. Per questo Monsanto che, continua a insistere sulla liberalizzazione della semina delle sementi ogm, in aprile 2007 ha firmato un accordo con la Confederazione nazionale dei produttori agricoli di mais del Messico (Cnpamm), appartenente alla Confederazione nazionale contadina, con il fine di stabilire un fondo il cui obiettivo principale è formare una banca nazionale del germoplasma: il lupo travestito da pecora non è una garanzia per la salvaguardia del mais, i popoli indigeni affermano che gli unici luoghi dove le sementi di mais sono veramente sicure è dove sono state sempre seminate, in ogni lotto delle loro terre e territori, perché quelle terre sono esse stesse mais.
Davanti alla mancanza di protezione da parte del governo i popoli indigeni hanno come unica opzione l’esercizio pratico dell’autonomia dei popoli e l’autonomia comincia con la difesa del mais: senza mais i popoli indigeni non possono essere autonomi. Per questo oggi più che mai è necessario continuare a seminare le varietà di mais native e raggiungere almeno l’autosussistenza alimentare, anche se non risultasse economicamente redditizio, se bisogna addirittura investire perché venga coltivato, perché se non piove non cresce e se piove troppo marcisce.
I popoli indigeni del Messico si sono assunti il compito di lottare contro la contaminazione del mais, perché non si propaghi e anzi sia eliminata dalle zone dove è attualmente presente, giacché i mais nativi sono il futuro dei loro figli, dei figli dei loro figli e così via. Lottare per frenare la contaminazione non è solo una questione economica, è anche una questione culturale e di dignità; per questo ovunque vi sia un indigeno con la sua dignità ci sarà un guardiano del mais: nelle sue mani il mais è sicuro. Per i contadini e gli indigeni che hanno preso coscienza della contaminazione del mais seminare e mangiare mais nativi non è solamente una questione di costume, si è trasformato in un assunto politico che dà luogo ad azioni dirette quotidiane contro il modello neoliberista che li vorrebbe distruggere.
*dell’unione delle Organizzazioni della Sierra Juarez, Oaxaca, S.C.
Trad. di Marina Vallatta; adatt. Red.