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articolo della rivista numero 153
Presentazione monografico
“Crisi e sovranità alimentare”
Nel 2008 l’impennata dei prezzi dei prodotti agricoli ha portato alla ribalta il problema delle risorse alimentari, della loro distribuzione, della fame, temi da parecchio tempo dimenticati dai media del Nord del mondo. Poi la crisi economica e finanziaria che ha colpito le economie ricche ha preso le prime pagine dei giornali e tutta l’attenzione si è spostata sulle ricadute politiche, economiche e sociali in questi paesi e sulle misure da prendere per contrastarla, oscurando nuovamente le necessità dei paesi poveri e la gravità del problema.
Gravità mostrata con chiarezza dalla Fao, l’Organizzazione delle Nazioni unite per l’agricoltura e l’alimentazione, che nel suo rapporto scaturito dall’incontro di Roma del giugno 2008, rivela come il numero degli affamati nel mondo avesse già raggiunto nel 2007 la cifra di 923 milioni e sia in continuo aumento, rendendo molto difficile il raggiungimento degli obiettivi di riduzione previsti per il 2015.
Numerose e diverse sono le cause dell’aumento internazionale dei prezzi e della conseguente crisi alimentare, cui ciascun analista attribuisce maggiore o minore importanza: problemi climatici, siccità e cattivi raccolti, diversione delle colture per gli agrocombustibili, aumento del prezzo del petrolio, maggiori consumi di prodotti di origine animale da parte delle popolazioni divenute meno povere… Ma poco si è parlato e si parla dello straordinario processo di concentrazione delle fonti di produzione alimentare nelle mani di pochissime imprese multinazionali, che da un lato speculano sul mercato alimentare e dall’altra trasformano la produzione agricola in industria agricola, cambiando il ruolo della terra, che non è più il luogo di produzione del cibo ma dei prodotti che garantiscono il maggior profitto, in un’ottica neoliberale.
Ancor meno si è parlato di altri due fattori che stanno sempre più incidendo sui rapporti tra terra e produzione alimentare: l’incetta di terreni agricoli nei paesi poveri da parte dei paesi ricchi, i quali, dipendendo dalle importazioni di prodotti alimentari e preoccupati per le tensioni sui mercati, cercano di esternalizzare la produzione alimentare nazionale prendendo il controllo delle aziende agricole in altri paesi, come strategia a lungo termine e a basso costo per alimentare le loro popolazioni, in cambio di investimenti in strutture, in una forma di nuovo colonialismo; la diversione del capitale finanziario in cerca nuove fonti di profitto sicuro e veloce in conseguenza della crisi economica e finanziaria, per cui operatori di tutti i tipi vedono nei terreni agricoli venduti a basso costo nei paesi poveri un nuovo bene strategico che dà ampi margini di guadagno con gli Ogm e gli agrocombustibili.
La soluzione proposta per risolvere il problema della crisi alimentare è quella di aiutare i contadini ad aumentare la produzione, rifornendoli di fertilizzanti, input tecnologici e sementi a più alto rendimento e geneticamente modificate che, in una nuova Rivoluzione verde, dovrebbero risolvere i problemi dei paesi affamati e dei contadini. Di fatto con l’introduzione di sementi importate e di Ogm in realtà si arricchiscono le multinazionali che le producono e ne hanno il monopolio, facendo perdere ai contadini l’autonomia e l’autosufficienza alimentare e mandando in crisi l’agricoltura familiare, basata sulle sementi prodotte localmente, meglio adattate all’ambiente specifico, e procurando un danno ecologico con la distruzione della biodiversità.
Il danno ecologico e la distruzione della diversità biologica sono accentuati dalla scelta di destinare aree sempre maggiori alla produzione di piante da destinare non all’alimentazione ma alla trasformazione in energia, che dovrebbe essere più pulita, sostenibile ed economica ma in realtà per essere prodotta richiede più energia di quanta ne crei (grandi estensioni di terre a scapito di boschi e foreste) e che si basa su monocolture destinate a produrre nel lungo periodo profondi cambiamenti ecologici.
Sono le multinazionali dell’alimentazione ad avere ottenuto e a ottenere profitti enormi e sicuri da queste scelte, aiutati dalle politiche agricole e commerciali dei governi di Usa, Ue e di alcuni paesi industrializzati, che con l’Omc, gli Epas, i Trips, i Gats e gli accordi multilaterali e bilaterali hanno imposto restrizioni commerciali ai paesi poveri mentre proteggono e incentivano la loro esportazione, a prezzi più bassi del costo di produzione e non a prezzi di libero mercato, imponendo una sperequazione di condizioni a danno dell’agricoltura contadina dei paesi poveri.
La vera soluzione è quella indicata dai contadini di Via Campesina: la Sovranità alimentare dei popoli, cioè il diritto di ogni popolo a definire le proprie politiche agrarie in materia di alimentazione, a proteggere e regolare la produzione agraria nazionale e il mercato locale per una produzione sostenibile, cioè basata sulla produzione familiare contadina e non sul modello industriale orientato all'esportazione. Occorre una nuova regolamentazione internazionale del commercio che rispetti il principio di precauzione in tutte le politiche a tutti i livelli, riconosca i processi democratici e di partecipazione nell'assunzione delle decisioni e la preminenza della sovranità alimentare dei popoli nei confronti degli interessi del commercio internazionale.