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articolo della rivista numero 153
NEL LABIRINTO
DELLE PASSIONI TRISTI
di Gianluca Paciucci
Considerazioni sull’Italia ai tempi del terzo governo Berlusconi
Come consentire a rappresentanti di uno Stato straniero (Città del Vaticano) di intervenire nelle nostre faccende? Inaccettabile, eppure è quello che sovente avviene. E se inoltre questo Stato fornisce continue prova di inumanità, come non contestargli, a norma di Costituzione, questa invadenza e dirgli di rispettare le prerogative dell'altro?
DALLA PREPOTENZA VATICANA…
Quale nodo di fanatismi ha portato l'arcivescovo di Olinda e Recife, José Cardoso Sobrinho, appoggiato da Roma, a scomunicare i medici che hanno fatto abortire una bimba di 9 anni, violentata dall'età di 6 dal patrigno, in cinta di due gemelli, e a rischio di vita? Quale notte della ragione fa comportare così illustri prelati? Ma se in Brasile le autorità civili hanno seccamente risposto (“La bambina è stata violentata. Il resto è opinione della chiesa”, ha detto il ministro della Salute brasiliano J. Temporão), in Italia si sarebbe scatenata l'ennesima polemica, con coda di schieramenti trasversali e inviti a non censurare i cardinali e il pontefice... E se poi il Capo di Stato di questa monarchia teocratica, Benedetto XVI, sostiene l'inutilità/peccaminosità del ricorso al preservativo, in un'Africa distrutta dall'Aids, come non rispondergli per le rime? Cosa che hanno fatto diversi leader europei, ma non i politici italiani: disonestà intellettuale, a destra come a sinistra, e più colpevole quest'ultima, da denunciare per il tradimento grossolano della sua funzione, per il cedimento all'ortodossia cattolica, di cui pensa d'esser baluardo e beneficiaria, e da cui invece viene gradualmente sepolta.
…ALL’ARROGANZA DEL BERLUSCONISMO
Questo nodo incancrenito è frutto di un trentennio di sconfitte che hanno rovesciato la positiva anomalia italiana in una patologia che non ha uguali in Paesi dal simile ordinamento politico. Per sintetizzare, potremmo evidenziare alcuni passaggi decisivi: governismo del Pci, follia terrorista, e conseguente fine della paura dei poteri forti (anni Settanta); culto dell'impresa e cinismo craxiani, in sintonia con il mondo rimodellato da Reagan e da Wojtyla, culminati nell'Ottantanove (anni Ottanta); trionfo del berlusconismo, anche questo in sintonia con l'egemonia liberista e la rilegittimazione delle guerre (anni Novanta).
I rappresentanti di una destra spavalda si sono affacciati al Terzo millennio senza più cenere sul capo. Forza Italia, Lega e An hanno fornito i luoghi dove tutti privilegi si sono riconosciuti, promuovendo l'interclassismo, la fobia dello straniero e un'inedita interpretazione dell'unità d'Italia, con i tre partiti a spartirsi geograficamente il paese per poi riunificarlo sotto la protezione del capo carismatico, il Cavaliere che elargisce favori e in cambio ottiene fedeltà, di feudo in feudo. Molti comunisti sono diventati berlusconiani, o filoberlusconiani nella sinistra (come in tanti Paesi dell'est europeo, in cui numerosi funzionari e leader di partito si sono trasformati in abili imprenditori); i più onesti hanno imparato l'arte di tacere (in questo senso il tanto deprecato 'silenzio dei comunisti' è una virtù).
LA DISSOLUZIONE DELLA SINISTRA
L'aprile 2008 ha segnato un'ulteriore fase di dissoluzione, che ha coinvolto prima la 'sinistra radicale', impigliatasi nel suo onesto e ottuso 'governismo', e poi il Pd nella sua scommessa di rappresentare una succube alternativa a Berlusconi, di cui non si contestava nulla, ma al quale, approvandone idee e intenzioni, si chiedeva di fare di più. Lo sgomento attuale viene dalla constatazione che non c'è nemmeno un argine che tenga, e che le destre sono più temerarie che mai, nel linguaggio e nei comportamenti (anche in quelli quotidiani, in un bar, in una sala professori). Le proposte della Lega, ad esempio, trovano ormai un consenso trasversale: sindaci Pd hanno cavalcato l'allarme sicurezza con politiche repressive, e non alzando la voce neanche dinanzi a pogrom e linciaggi, per le strade e nei media); ma anche nella 'sinistra radicale' le insofferenze verso lo straniero e il diverso si moltiplicano, in una giustificazione oggettiva delle politiche del governo, che spiega anche il fenomeno di stalinisti di ferro diventati leghisti o di strati popolari abbandonati a sé stessi che si gettano tra le braccia di figure imbarazzanti e vincenti (sindaci-sceriffi nel trevigiano o in Emilia, dissipatori del denaro pubblico a Catania o a Reggio Calabria, città del degrado organizzato). E più il partito di Bossi e An si appesantiscono (sezioni, porta a porta, assistenza, ideologia, riti: come il vecchio Pci, o come Hamas a Gaza) più la sinistra predica 'leggerezza'. Ecco il luogo del terribile 'stupro di San Valentino': “...La Caffarella altro non è che lo storico Borghetto Latino, migliaia e migliaia di baracche, una delle più grandi baraccopoli degli anni Cinquanta e Sessanta, attraversata dalle testimonianze di Pasolini e dal Pci. Che qui diffondeva “L'Unità” e i volantini dell'Unione borgate. Simbolicamente abbattute tutte con una ruspa dal primo sindaco comunista di Roma, Luigi Petroselli, negli anni Settanta dopo una grande stagione di lotta per la casa in tutta Roma. L'unico presidio che resta è la chiesa. Qui in un chilometro quadrato ci sono almeno tre parrocchie con relativi oratori...” (T. Di Francesco, Caffarella Platz, “il Manifesto”, 07.03.09). Ma la 'sinistra arcobaleno' presenta la sua lista per le politiche 2008 nella libreria 'Amore e Psiche', e Veltroni si inventa una mediocre Festa del Cinema, con guide rosse e star. Privilegiare il 'centro' (la vetrina, lo spettacolo) e umiliare la 'periferia', per riscoprirla in occasione di tragedie. La destra di Alemanno non fa meglio (ma ha più servile stampa e appoggi vaticani): vince le elezioni speculando sulla sicurezza, e poi invita Califano a celebrare l'8 marzo (quello che filosofeggia - è sempre Di Francesco a ricordarlo - “una donna, anche la più raffinata e delicata d'animo, quando è il momento vuole sentirsi presa e ingroppata come un animale”...).
I MINISTRI “IRRIVERENTI”
Come aumentano i consensi alla Lega e a An, così non si fanno mancare gli applausi ai ministri più 'irriverenti' del governo, per cui vale la categoria di 'iconoclasti conformisti', usata per Sarkozy (v. “G&P”, n. 152). Brunetta e Tremonti sono, con la Gelmini, le punte della compagine governativa. Il primo è riuscito a far addossare ai lavoratori la responsabilità della crisi: mentre nel mondo si mettono sotto accusa i “ladri delle borse” (per dirla con Trilussa) e i manager-canaglia, in Italia i responsabili degli sprechi e delle speculazioni vengono premiati, e si apre la caccia ai 'fannulloni', per la maggior parte “di sinistra” (per dirla con Brunetta). Agli insulti (quelli contro gli insegnanti brillano per mediocrità) hanno fatto seguito veri e propri blitz. Non nego la necessità di combattere i disservizi, spesso odiosi, della pubblica amministrazione, ma la portata ideologica dell'attacco supera di molto i benefici: piccoli stipendi, che in altri Paesi sarebbero assegni di disoccupazione, vengono presi di mira, e pensioni minime fatte passare per furti, mentre nulla si dice di stipendi/pensioni d'oro/tfr di dirigenti medio-alti, e delle rendite accumulate. Ogni tanto il 'giacobino' Tremonti si alza e dice di voler tagliare teste di nobili, ma poi si prende per un orecchio e si rimette al suo posto di 'raffinato' intellettuale. Ma non si può stare un attimo in pace: se alla Sapienza di Roma studenti dell'Onda vengono picchiati dalla polizia, ecco Brunetta che li assimila a dei “guerriglieri” che come tali vanno trattati: ovvero come? Con manganelli e carcere, magari a Guantanamo? Chi così parla, è indegno di una qualsiasi carica politica, e non mostra intelligenza, ma solo una meschina arte della minaccia che egli ha appreso dai suoi maestri, Craxi e Berlusconi. Queste parole, ed altre, sono atti scellerati.
L'altra grande figura del governo è Mariastella Gelmini: proprio nel giorno successivo allo sciopero dei lavoratori della conoscenza della Cgil presentava le sue proposte su condotta e esami di Stato con epocali dichiarazioni: finito è lo “spirito del '68”, con tutte le tendenze “all'egualitarismo e al livellamento”, e si entra nell'era “della responsabilità e del merito”. Non della 'cultura', parola che risulta essere la grande assente da ogni intervento della Ministra, parola ignorata, perché in odore di sinistrismo. D'altronde non è Forza Italia “il primo partito a-culturale” del nostro Paese, e “la cultura del fare” l'unica praticabile (A. Crespi, La Forza dell'Italia contro i radical chic, “La Stampa”, 19.03.09)? C'è poco da ridere: 'cazzo duro non pensa, agisce', dal fascismo a Bossi, linguaggio che unisce i ministri berlusconiani - non la pudica Gelmini - all'ultimo teppista di stadio. Questa è l'egemonia, e la popolarità vera, nelle scuole come nelle strade, il grembiule e lo “slancio marinettiano” di Berlusconi (in un articolo mistico di P. Buttafuoco, Una nuova Alleanza da Jünger al pop, “La Stampa”, 19.03.09) che finalmente porta al potere quella cultura censurata dalla dittatura comunista nei decenni precedenti. Secondo un professore mio collega, una delle vittime finite nel gulag italiano sarebbe stato Zeffirelli che, lo sappiamo, girò il Gesù di Nazareth su pellicola scaduta, facendo uscire dalla prigione istruzioni ai suoi collaboratori... Che la sinistra italiana, metà zdanoviana e metà avanguardista (e sostanzialmente pretina), meriti critiche aspre, è certo: ma non queste critiche, e non da questi signori.
E NAPOLITANO CERCA “CONDIVISIONE”
Per completare il quadro, ecco le parole del Presidente Napolitano alla commemorazione di Marco Biagi, ucciso nel 2001 dalla “nuove Br” in uno degli ultimi – speriamo - fuochi della violenza rossa nel nostro Paese: “Se furono le Br ad eseguire materialmente l'assassinio di Marco Biagi, il mandante, per Giorgio Napolitano, fu quello stesso ‘spirito di fazione’ che oggi continua ad avvelenare la vita pubblica italiana (...). Sono parole, queste, che hanno riportato alla mente l'antagonismo che caratterizzò alla fine il rapporto tra Biagi e l'ala più dura dello schieramento sindacale, in buona parte rappresentato dalla Cgil....” (cito da Paolo Passarini, Napolitano: lo spirito di fazione ha ucciso Biagi, “La Stampa”, 20.03.09). Mi sembrano parole gravi, a siglare una giornata già calda: il sindacato di allora, guidato da Cofferati, sarebbe stato il mandante dell'assassinio, in un'assimilazione pericolosissima.
Rattristano le parole del Presidente della Repubblica che, alla ricerca di condivisione (memoria condivisa, provvedimenti bipartisan, unità nazionale), demonizza ogni possibilità di contestazione, anche democratica e non violenta. Il dovuto omaggio al docente ucciso, non può servire per lanciare avvertimenti alle poche realtà che si sotraggono all'egemonia delle destre e che si battono per la giustizia sociale. Non capisco. Ma oggi i giuslavoristi possono stare sicuri, perché al governo è tornato chi li difende, come il Ministro delle Attività produttive, Claudio Scajola che, con la ben conosciuta eleganza, definì Marco Biagi un “rompicoglioni” (aveva osato chiedere una scorta...) e che per questo venne costretto alle dimissioni: ora è di nuovo al suo posto, e tutti ci sentiamo più tranquilli. Forse anche il suo linguaggio colorito è frutto del permissivismo del '68? Difficile intravvedere una via d'uscita, a breve termine, da questo labirinto di 'passioni tristi'.