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articolo della rivista numero 153
Le mani sulla terra
di “Grain”*
L’accaparramento dei terreni agricoli nel bel mezzo delle crisi alimentare e finanziaria
Il sequestro dei terreni esiste da secoli. È un processo violento che rimane ancora oggi di grande attualità, per esempio in Cina o in Perù. Non vi è quasi giorno in cui la stampa non riporti di lotte per la terra, quando società minerarie come Barrick Gold invadono gli altipiani del Sud America o aziende alimentari come Dole o San Miguel spogliano gli agricoltori filippini dei loro diritti fondiari. In molti paesi gli investitori privati acquisiscono immense zone destinate a essere parchi naturali o zone di conservazione e ovunque si guardi si scopre che la nuova industria dei biocarburanti sembra essere basata sull’espulsione delle popolazioni dalla loro terra.
IL COLONIALISMO È FINITO?
Eppure in questo momento succede qualcosa di più particolare: la sinergia delle due maggiori crisi globali degli ultimi quindici mesi (crisi alimentare e crisi finanziaria, di cui la crisi alimentare è parte) ha dato luogo a una tendenza preoccupante che consiste nell'acquisto di terreni per esternalizzare la produzione alimentare.
Ciò avviene attraverso due strategie parallele che alla fine convergono. La prima è quella della sicurezza alimentare: un certo numero di paesi che dipendono da importazioni di prodotti alimentari e sono preoccupati per le tensioni sui mercati, se hanno denaro da investire cercano di esternalizzare la produzione alimentare nazionale prendendo il controllo delle aziende agricole in altri paesi, come strategia a lungo termine innovativa e più sicura per alimentare le loro popolazioni a basso costo. Arabia Saudita, Giappone, Cina, India, Corea, Libia ed Egitto vanno collocati in questa categoria. Dal marzo 2008, alti funzionari di questi paesi sono stati impegnati in Uganda, Brasile, Cambogia, Sudan e Pakistan alla ricerca di terreni agricoli fertili. Vista la crisi che continua nel Darfur, dove il Pam (Programma alimentare mondiale) sta cercando di nutrire 5,6 milioni di rifugiati, può sembrare folle che paesi stranieri acquistino terreni agricoli per esportare prodotti alimentari per i propri cittadini; così come succede in Cambogia, dove 100.000 famiglie, ossia mezzo milione di persone, hanno attualmente un’alimentazione insufficiente. Eppure questo è ciò che accade oggi. Convinti che le opportunità agricole siano limitate e di non potersi fidare del mercato, i governi dell’"insicurezza alimentare" acquistano terreni per produrre il proprio cibo in altri paesi, i cui governi accolgono generalmente favorevolmente queste offerte di investimenti esteri di nuovo tipo.
La seconda strategia è quella dei ritorni finanziari. Data l'attuale debacle finanziaria, operatori di tutti i tipi - società di investimento che gestiscono le pensioni dei lavoratori dipendenti, fondi di private equity in cerca di un rapido giro di denaro, i fondi speculativi che hanno abbandonato il mercato dei derivati ora completamente crollato, commercianti in cereali alla ricerca di nuove strategie di crescita - si rivolgono alla terra, sia per la produzione di alimenti e di biocarburanti, sia per garantirsi nuove fonti di profitto. La terra non è, di per sé, un investimento classico per molte di queste imprese transnazionali; infatti è a tale rischio di conflitto politico che molti paesi non consentono neppure agli stranieri di entrarne in possesso. Ma la combinazione di crisi alimentare e finanziaria ha trasformato i terreni agricoli in un nuov bene strategico. In molte parti del mondo i prezzi dei prodotti alimentari sono elevati e quelli dei terreni sono bassi e la maggior parte delle "soluzioni" per la crisi alimentare propongono di estrarre più cibo dalla terra disponibile, quindi si può fare soldi se si prende il controllo di buoni terreni, in prossimità dell’acqua e il più presto possibile.
In entrambe le strategie, è il settore privato che avrà il controllo del processo. Nella dinamica della sicurezza alimentare sono i governi che dirigono le operazioni attraverso un programma di politiche pubbliche, nella dinamica dei profitti finanziari sono gli investitori che fanno come al solito i loro affari, ma, anche se sono funzionari pubblici che negoziano e concludono le transazioni per l’accaparramento dei terreni, si prevede esplicitamente che sarà il settore privato a essere incaricato dei lavori di realizzazione e ne ricaverà i profitti. Inoltre, in entrambi i casi si produrrà cibo non per le popolazioni locali ma per altri. Chi ha detto che il colonialismo è finito?
QUELLI CHE CERCANO LA SICUREZZA ALIMENTARE: CINA E…
Vi è un impressionante numero di paesi che, motivati dalla sicurezza alimentare, cercano di accaparrarsi terreni: Cina, India, Giappone, Malesia e Corea del Sud in Asia; Egitto e Libia in Africa; Bahrein, Giordania, Kuwait, Qatar, Arabia saudita ed Emirati arabi uniti in Medio Oriente. La situazione di ogni paese è ovviamente molto diversa.
La Cina ha una notevole autosufficienza alimentare, tuttavia la sua popolazione è immensa, i suoi terreni agricoli spariscono con lo sviluppo industriale, le risorse idriche sono sottoposte a una forte pressione e il Partito comunista deve guardare al futuro a lungo termine. Con il 40% di agricoltori, ma solo il 9% dei terreni agricoli a livello mondiale, non è sorprendente che la sicurezza alimentare occupi un posto importante nell’agenda politica del governo cinese e, con riserve di valuta estera di 1.800 miliardi di dollari, la Cina ha abbastanza soldi a disposizione per investire nella propria sicurezza alimentare all'estero. Pechino ha gradualmente cominciato a esternalizzare una parte della sua produzione alimentare ben prima che la crisi alimentare scoppiasse. Circa 30 accordi di cooperazione agricola - non solo in Asia ma anche in tutta l'Africa - sono stati conclusi nel corso degli ultimi anni per offrire alle imprese cinesi un accesso ai terreni agricoli "dei paesi amici" in cambio di tecnologie, formazione e finanziamenti per lo sviluppo delle infrastrutture attraverso progetti molto vari e complessi, con le imprese cinesi che affittano o acquistano terreni, creano grandi aziende agricole, fanno venire agricoltori, ricercatori e istruttori. La maggior parte delle attività agricole dei cinesi all'estero riguarda la coltivazione di riso, soia e mais, ma anche le colture energetiche come la canna da zucchero, la manioca o il sorgo. Il riso prodotto all'estero è sempre riso ibrido, coltivato da semi cinesi, e la produzione "alla cinese" viene insegnata con entusiasmo agli agricoltori locali che lavorano nelle aziende cinesi, i quali non sanno se il riso sarà utilizzato per alimentare il proprio popolo o il cinese, data la segretezza di molti accordi, e sviluppano un profondo risentimento. Sicuramente l’alimentazione comincia a occupare un posto sempre più importante, insieme con energia e materie prime minerali, nella strategia cinese globale di investimenti all'estero.
… STATI DEL GOLFO
Gli Stati del Golfo (Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia saudita ed Emirati arabi uniti) sono di fronte a una realtà completamente diversa. Come le nazioni che sono state costruite nel deserto, dispongono di poca terra e scarse risorse idriche per la coltura o il bestiame, ma essi hanno enormi quantità di petrolio e di denaro che danno loro un potente mezzo di pressione per ottenere gli alimenti da paesi stranieri. L'attuale crisi alimentare è stato uno shock molto pesante per gli Stati del Golfo. Poiché dipendono dalle importazioni per le loro risorse alimentari (compresa l'Europa) e le loro monete sono legate al dollaro Usa (con l'eccezione del Kuwait, ma solo dallo scorso anno), la simultaneità dell’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari sul mercato mondiale e della caduta del dollaro Usa si è tradotta in una forte importazione “di ulteriore inflazione”. Il costo delle loro importazioni di prodotti alimentari è aumentato vertiginosamente negli ultimi cinque anni, passando da 8 a 20 miliardi di dollari. E poiché le loro popolazioni sono in gran parte costituite da lavoratori immigrati con bassi salari che costruiscono le loro città e forniscono mano d’opera negli ospedali, le dinastie politiche del Golfo devono fornire loro cibo a prezzi ragionevoli.
Quando la crisi alimentare è esplosa, e la fornitura di riso asiatico si è interrotta, i sauditi hanno deciso, data l'imminente scarsità d'acqua, di fermare fino al 2016 la produzione di grano, che è alla base della loro alimentazione, e coltivarlo altrove, a condizione che l'intero processo sia chiaramente sotto il loro controllo. Gli Emirati arabi uniti, la cui popolazione è costituita per l'80% da lavoratori immigrati dall’Asia che consumano soprattutto riso, sotto l'egida del Consiglio di cooperazione del Golfo (CcG) si sono raggruppati con il Bahrain e gli altri paesi del Golfo per concludere accordi in particolare con i paesi islamici fratelli, ai quali fornire capitali e contratti petroliferi in cambio di garanzie che le loro grandi imprese potranno avere accesso ai terreni agricoli e riesportarne la produzione. Gli stati più interessati sono, di gran lunga, il Sudan e il Pakistan, seguiti da un numero di paesi del Sud-Est asiatico (Birmania, Cambogia, Indonesia, Laos, Filippine, Tailandia e Vietnam), poi Turchia, Kazakistan , Uganda, Ucraina, Georgia, Brasile ...
Tra marzo e agosto 2008 i paesi del CcG, singolarmente o in consorzi industriali, sono entrati in leasing per milioni di ettari di terreno coltivato e le coltivazioni dovrebbero iniziare dal 2009. La Fao ha ritenuto necessario interessarsene e coinvolgersi direttamente nella gestione delle relazioni pubbliche su questo tema e ha inviato diversi membri attualmente in servizio nel Golfo per garantire che non ci siano "scandali intempestivi".
GIAPPONE, COREA DEL SUD E INDIA
Anche se la Cina e gli Stati del Golfo sono gli attori più importanti, altri sono attivamente alla ricerca di terreni agricoli all'estero. Giappone e Corea del Sud, per esempio, sono due paesi ricchi i cui governi hanno scelto di fare affidamento sulle importazioni anziché sull’autosufficienza per sfamare le loro popolazioni. Entrambi dipendono per circa il 60% dalle importazioni. Nel caso della Corea la cifra supera il 90%, se si esclude il riso. A partire dal 2008 il governo coreano ha annunciato un piano nazionale per facilitare le acquisizioni all'estero di terreni per la produzione, investendo il settore privato a svolgere il ruolo principale; inoltre, le imprese agro-alimentari coreane sono già in procinto di acquistare terreni in Mongolia orientale e in Russia e il governo sta valutando varie opzioni, in Sudan, Argentina e Sud-Est asiatico.
Il Giappone sembra contare completamente sul settore privato per organizzare le importazioni di prodotti alimentari, mentre il governo manovra attraverso i suoi accordi di libero scambio, i suoi trattati di investimento bilaterali e i suoi patti di cooperazione per lo sviluppo. I governi giapponesi succedutisi hanno resistito a tutte le pressioni per ristrutturare l'agricoltura, dove prevalgono le aziende a conduzione familiare e le grandi imprese non sono autorizzate a possedere la terra. Ora che sono le imprese giapponesi ad acquistare terreni agricoli in paesi come la Cina e il Brasile, la pressione potrebbe diventare più forte.
Anche l'India è stata contaminata dal virus dell’accaparramento di terre. Il paese ha gravi problemi legati ai costi di produzione, alla diminuzione della fertilità del suolo e all’approvvigionamento idrico a lungo termine. Inoltre le lotte per l'accesso alla terra sono diventate incredibilmente complicate, soprattutto a causa della diffusa resistenza sociale delle Zone economiche speciali. Forti della crisi alimentare e, probabilmente, non volendo essere da meno, un certo numero di proprietari di imprese agro-alimentari e la State Trading Corporation (Stc), una società pubblica, ora vedono la necessità di produrre all'estero parte dell’alimentazione del paese, cioè semi oleosi, legumi e cotone, mentre ritengono più conveniente continuare a produrre il grano e il riso all'interno del paese. La nuova strategia è già in atto in Birmania, che fornisce un quarto dei 4 milioni di tonnellate di lenticchie che l'India importa ogni anno per completare la sua produzione interna di 15 milioni di tonnellate. Con il sostegno del governo, società indiane acquisiscono leasing su terreni agricoli birmani per praticare colture esclusivamente destinate all’esportazione verso l'India, mentre il governo fornisce alla giunta militare birmana nuovi fondi speciali per l'ammodernamento delle infrastrutture portuali ed esercita un’insistente pressione per concludere un accordo bilaterale di libero commercio e di investimento. Ma non è tutto: le imprese indiane acquisiscono anche piantagioni di palma da olio in Indonesia e ora cercano in Uruguay, Paraguay e Brasile nuovi terreni per coltivare legumi e semi di soia da esportare in India. Intanto la banca centrale del paese, la Reserve Bank of India, cerca di cambiare rapidamente la legislazione indiana in modo da accordare alle imprese private indiane e alla Stc i prestiti di cui hanno bisogno.
UNA SITUAZIONE CONTRADDITTORIA
I governi africani e asiatici contattati accettano volentieri le proposte. Dopo tutto, per loro significa soldi provenienti dall'estero per costruire infrastrutture rurali, modernizzare gli impianti di stoccaggio e di trasporto, collegare le operazioni agricole e industrializzare le operazioni. Tali accordi comprendono anche promesse di programmi di ricerca e miglioramento genetico. Deve essere perfettamente chiaro, tuttavia, che il vero scopo di questi contratti non è lo sviluppo agricolo e tanto meno uno sviluppo rurale, ma solo uno sviluppo agro-industriale. È solo quando questo punto è chiaro che è possibile cogliere il significato delle contraddizioni di questo processo di accaparramento del territorio.
Pochi mesi fa, il Primo ministro della Cambogia, Hun Sen, ha annunciato pubblicamente l'affitto di campi di riso cambogiani a beneficio del Qatar e del Kuwait perché possano produrre il proprio riso - un’area non precisata ma abbastanza grande dato che il governo ottiene quasi 600 milioni di dollari in cambio - mentre il Programma alimentare mondiale ha dovuto iniziare la consegna di aiuti alimentari del valore di 35 milioni di dollari per alleviare la carestia che ha colpito le campagne cambogiane. Le Filippine dal marzo 2008 accolgono molte delegazioni da Arabia saudita, Emirati arabi e Bahrein che vogliono acquistare terreni, anche se solo una parte del popolo filippino mangia abbastanza. Per soffocare sul nascere qualsiasi controversia, la presidente Gloria Macapagal Arroyo è riuscita a far passare l'accordo con gli Emirati (dove molti filippini lavorano per sostenere l'economia delle Filippine) nel quadro della nuova politica industriale halal [permessa secondo l’islam]del suo governo, facendolo così sembrare parte integrante di un programma finanziato dal governo per costruire una nuova industria nazionale mentre nella realtà è una diversione di terreni agricoli fertili e probabilmente molto ambiti a beneficio di ricchi stranieri. L’invio in Birmania di diversi capitali in cambio dell'uso esclusivo di alcuni suoi terreni agricoli è ancora più problematico, poiché appare come un sostegno mimetizzato al repressivo regime militare birmano. In Uganda un’enorme risonanza ha avuto il recente annuncio della Reuters sulle trattative tra il governo e il ministro egiziano dell'Agricoltura per un contratto di locazione di più di 840.000 ettari di terreni agricoli (2, 2% della superficie totale dell’Uganda!) a imprese egiziane per la produzione di grano e mais destinati al Cairo.
Purtroppo, per molti di questi contratti è difficile ottenere informazioni precise poiché i governi temono le reazioni ostili della popolazione.
UN NUOVO SETTORE PER GLI INVESTITORI PRIVATI
Se i governi sviluppano strategie che si concentrano sulla sicurezza alimentare, il settore privato ha un obiettivo molto diverso: fare soldi. La crisi finanziaria ha trasformato il controllo delle terre in una nuova attrattiva per gli investitori privati, un interesse nuovo per il controllo dei terreni agricoli stessi. Ci sono due attori principali, in questo contesto: l'industria alimentare e, soprattutto, il settore finanziario.
Nell’industria alimentare, le aziende di commercio e trasformazione giapponesi e arabe sono forse quelle attualmente più coinvolte nell’acquisizione di aziende agricole all'estero. Per le società giapponesi, questa strategia è radicata nella loro crescita interna; per quanto riguarda le società del Medio Oriente, cavalcano le opportunità offerte dai rispettivi governi che aprono le porte in nome del paradigma della sicurezza alimentare.
Il settore finanziario, attualmente in difficoltà, è quello che fa la parte del leone. Se per il potere politico il cambiamento climatico, la distruzione dei suoli, la perdita di risorse idriche e la stagnazione dei rendimenti delle monocolture sono immense minacce che pesano sulle risorse alimentari future del nostro pianeta e si traducono in tensioni sui mercati, prezzi elevati e pressioni per ottenere più terreni agricoli, per il settore finanziario, che ha scommesso folli somme sul debito e ha perso, tutti questi fattori rendono i terreni agricoli un nuovo terreno di gioco per fare enormi profitti. Bisogna ben produrre del cibo, i prezzi rimarranno alti, terre a basso prezzo sono disponibili, l'investimento sarà redditizio: questa è la formula. Il risultato? Durante l'anno 2008 un esercito di società di investimento, fondi di investimento, fondi speculativi e di altro tipo si sono impadroniti di terreni agricoli nel mondo intero con il prezioso aiuto di Banca mondiale, International Finance Corporation e Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo che hanno agevolato la strada a questi investimenti "convincendo" i governi a cambiare le leggi fondiarie per consentire il successo di questo processo, con il risultato che i prezzi della terra iniziano a salire spingendo ad agire ancora più rapidamente.
La corsa del settore privato verso gli acquisti di terreni agricoli quest'anno è stata vertiginosa. La Deutsche Bank e la Goldman Sachs, per esempio, stanno prendendo il controllo del settore cinese dell’allevamento. In un momento in cui tutti gli occhi erano nervosamente rivolti a Wall Street, alla fine di settembre 2008, entrambe queste società hanno messo i loro soldi in alcune delle più grandi porcilaie, aziende di pollame e di trasformazione della carne cinese e anche in terreni agricoli.
La società newyorchese BlackRock Inc., uno dei più grandi gestori di portafogli nel mondo con quasi 1.500 miliardi di dollari nei suoi conti, sta preparando un grande fondo speculativo agricolo di 200 milioni di dollari, di cui 30 milioni per l'acquisto di terreni agricoli nel mondo. Morgan Stanley, che si era recentemente eclissata per ottenere il suo salvataggio da parte del Dipartimento del Tesoro statunitense, ha recentemente acquistato 40.000 ettari di terreni agricoli in Ucraina. Tale acquisto è niente in confronto ai 300 000 ettari di terra ucraina di cui Renaissance Capital, una società di investimento russa, ha acquisito i diritti di proprietà. Ma non è tutto… Black Earth agricoltura, un gruppo di investimento svedese, ha assunto il controllo di 331 000 ettari di terreni agricoli nella regione delle Terres Noires in Russia; Agro-Alpcot, un'altra società di investimento svedese, ha acquisito i diritti di 128.000 ettari nella stessa regione.
Landkom, un gruppo d’investimento britannico, ha acquistato 100.000 ettari di terreni agricoli in Ucraina e si è impegnata ad aumentare la cifra a 350.000 ettari entro il 2011. Tutte queste acquisizioni di terreni saranno utilizzate per produrre cereali, olii e carne per soddisfare il mercato mondiale ... cioè coloro che possono pagare.
Sono sorprendenti la velocità e il momento in cui interviene questa nuova tendenza degli investimenti, come anche l'elenco dei paesi di destinazione: Malawi, Senegal, Nigeria, Ucraina, Russia, Georgia, Kazakistan, Uzbekistan, Brasile, Paraguay e persino in Australia. Essi sono stati identificati come paesi che forniscono terre fertili, una relativa disponibilità di acqua e alcuni potenziali di crescita della produttività agricola.
L'orizzonte d'investimento di cui parlano gli investitori è, in media, di 10 anni (con la condizione che essi devono garantire la produttività dei terreni e la costruzione di infrastrutture di commercializzazione e non stare senza fare niente), con tassi di rendimento annuali previsti dal 10 al 40% in Europa e che potrebbero raggiungere il 400% in Africa.
COSA SIGNIFICA TUTTO CIÒ?
Questo boom dell’accaparramento delle terre mostra almeno una cosa: che i governi hanno perso la fede nel mercato, fede già scossa dalla crisi alimentare mondiale, quando i paesi sono stati improvvisamente immersi in una situazione di scarsità artificialmente indotta dalla speculazione invece che dalle leggi della domanda e dell'offerta. Riflette in modo evidente un profondo disprezzo per l'apertura dei mercati e del libero scambio tanto vantato dai consulenti occidentali nel corso degli ultimi quattro decenni.
Un altro problema fondamentale è che i lavoratori, gli agricoltori e le comunità locali inevitabilmente perderanno l'accesso alle terre per la produzione locale. È il fondamento stesso della sovranità alimentare che è svenduto.
I governi, gli investitori e le agenzie di sviluppo coinvolti in questi progetti sostengono che saranno creati posti di lavoro e che una parte dei prodotti alimentari rimarrà nel paese di produzione, ma ciò non sostituisce il possesso della terra e la possibilità per le persone di lavorare e utilizzare i terreni per le loro esigenze.
Ma il vero problema è la ristrutturazione, perché queste terre, attualmente di piccole aziende agricole o forestali, saranno trasformate in grandi proprietà agricole legate ai grandi mercati lontani. Gli agricoltori non torneranno più veri agricoltori, con o senza lavoro. Questa sarà probabilmente la più importante conseguenza.
Un terzo messaggio importante è che gli investimenti in agricoltura sono buoni e che la cosiddetta "dinamica Sud-Sud che presiede a questi accordi agricoli è buona. Abbiamo effettivamente bisogno di investire di più nel settore agricolo e la solidarietà Sud-Sud e la costruzione di una economia cooperativa, al riparo dall’imperialismo (dell’Occidente o del Sud), può essere un buon modo per farlo. Ma quale agricoltura e che tipo di economia? Chi avrà il controllo di tali investimenti e chi ne beneficerà? Vi è il rischio reale di vedere non solo gli alimenti ma anche i profitti generati da tali attività agricole deviate verso altri paesi, verso altri consumatori che possono pagare o semplicemente verso le élites straniere.
Queste attività non necessariamente ridurranno per tutti la crisi alimentare, né necessariamente porteranno "sviluppo" per le comunità locali. E non dobbiamo dimenticare che molti di questi investimenti agricoli all'estero saranno facilitati da trattati bilaterali sugli investimenti e accordi di libero scambio più globali che renderanno ancora più difficile la risoluzione di problemi futuri.
ANCORA AGRICOLTURA INDUSTRIALE
E per quanto riguarda la riforma agraria? Se si danno terre agricole in concessione ad altri paesi o a investitori privati perché possano produrre cibo che sarà inviato ad altre popolazioni si va in direzione opposta e si infligge un duro colpo alle lotte di molti movimenti per una vera riforma agraria e per i diritti degli indigeni, soprattutto dato che molti dei paesi interessati sono essi stessi importatori netti di prodotti alimentari che vivono gravi conflitti per la terra. Già in Pakistan il movimento degli agricoltori mette in guardia l'opinione pubblica sulla sorte dei circa 25.000 villaggi che dovranno essere sfollati in caso di approvazione della proposta del Qatar di esternalizzare una parte della loro produzione alimentare nella provincia del Punjab. In Egitto i piccoli agricoltori del distretto di Qena hanno lottato con le unghie e con i denti per recuperare 1.600 ettari recentemente concessi a Kobebussan, un conglomerato agro-industriale giapponese, per la produzione di prodotti alimentari destinati al Giappone. In Indonesia gli attivisti si aspettano che l’area della risicoltura prevista per i sauditi nel quartiere di Merauke, dove 1,6 milioni di ettari saranno trasferiti a un consorzio di 15 imprese per la produzione di riso con destinazione Riad, passi nonostante il diritto di veto delle popolazioni papuane locali.
Un altro grande problema è che queste transazioni contribuiranno a rafforzare ulteriormente l'agricoltura orientata alle esportazioni, approccio inadeguato per la maggior parte dei paesi. È vero che alcune transazioni riservano una parte degli alimenti prodotti alle comunità locali o al mercato nazionale, tuttavia essi promuovono quel modello di agricoltura industriale che ha generato la povertà e la distruzione ambientale e ha aggravato la perdita di biodiversità, l'inquinamento da prodotti chimici e la contaminazione delle colture con gli organismi geneticamente modificati.
Ma, alla fin fine, il problema più evidente di tutti è questo: che cosa succede a lungo termine quando si concede il controllo dei terreni agricoli nel vostro paese a paesi e investitori stranieri?
*Ogn internazionale per la biodiversità agricola.
Da: Main basse sur les terres agricoles en pleine crise alimentaire et financière, www.grain.org, ottobre 2008. Trad., rid. e adatt. di Beatrice Biliato.