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articolo della rivista numero 153
Crisi alimentare
e differenza di genere
di Katharine Coon*
Le donne sono molto più fragili di fronte alla crisi alimentare, poiché godono di meno diritti degli uomini
Sono le donne e i bambini, in particolare le bambine, le persone più duramente colpite dalla crisi alimentare. Questa sproporzione è dovuta, in parte, al fatto che le donne che vivono nelle comunità rurali povere hanno minor accesso alle risorse, ai trasporti e alle reti di comunicazione. Per essere efficace, una qualsiasi soluzione a questa crisi deve contenere la consapevolezza di tale impatto differenziale sui sessi, anche per rafforzare, più in generale, la sicurezza alimentare. (…)
LA VULNERABILITÀ DI DONNE E I BAMBINI
Rispetto agli uomini, le donne e i bambini (specialmente le bambine) sono molto più fragili di fronte all’aumento dei prezzi dei generi alimentari, del combustibile e dei fertilizzanti, oltre che alla povertà in generale. Questo non significa che avere la meglio sia una prerogativa di genere: anche gli uomini conoscono le durezze derivanti dalla marginalizzazione delle società rurali. Però, considerato che questo tipo di società si fonda sulla differenza sessuale per quanto attiene ai diritti di proprietà, alla suddivisione del lavoro, alla conoscenza diretta delle risorse naturali, all’accesso alle risorse produttive e al loro controllo, ecco che una comprensione dei ruoli sessuali nelle famiglie e nelle comunità rurali diventa un prerequisito per valutare in modo consapevole le politiche e le strategie di sviluppo.
I diritti indipendenti di proprietà, le tutele legali e le reti sociali delle donne, se paragonate a quelli degli uomini, sono fragili e contrastate quasi ovunque nel mondo. Le donne hanno minore accesso, o controllo, degli uomini alle risorse, ai trasporti o alle reti di comunicazione. Di conseguenza, le famiglie con capifamiglia donne, nelle aree rurali, sono talvolta sproporzionatamente le più povere tra i poveri. E poiché la povertà delle campagne, i conflitti civili e l’HIV pretendono di riscuotere il loro pedaggio sotto forma di migrazione, suicidio, malattia invalidante e mortalità tra gli adulti nel fiore degli anni, i nuclei familiari governati da donne, legalmente o di fatto, sono oggi compresi tra il 30% e il 60% di tutti quelli che risiedono nelle aree rurali dei paesi dell’Africa orientale e meridionale. Inoltre, questi nuclei familiari tendono ad affrontare compiti aggiuntivi, quali la cura degli adulti malati, oltre che a nutrire ed educare i figli piccoli. Nei luoghi colpiti per lunghi periodi da molteplici sconvolgimenti, specialmente nell’Africa orientale e meridionale, le donne, nelle loro comunità, sono diventate le più importanti imprenditrici agricole e manager. Il volto della società rurale è diventato principalmente un volto femminile.
Quando le donne si dedicano all’impegnativa coltivazione di colture destinate alla vendita o di quelle di base, i pregiudizi sistematici contro l’acquisizione e il rafforzamento dei diritti garantiti di proprietà, possono esercitare un effetto negativo sulla loro capacità o volontà di investire a lungo termine nelle loro fattorie. Mentre i loro mariti sono assenti per via delle migrazioni di lunga durata, prima di poter fare qualsiasi cambiamento nella conduzione dell’azienda agricola, le donne devono comunque ottenere la loro approvazione - il che può essere una perdita di tempo, se non una cosa impossibile. Altri pregiudizi ancora contrastano l’accesso delle donne alla formazione professionale, ai fattori produttivi, ai capitali e ai trasporti, rendendo così maggiormente difficoltoso per loro produrre e operare sul mercato, più di quanto non lo sia per i nuclei familiari i cui capifamiglia sono maschi con attività similari.
Nella misura in cui la sopravvivenza quotidiana delle famiglie governate da donne dipende dal vendere lavoro per acquistare cibo, combustibile e fertilizzanti, un’impennata del prezzo di questi prodotti può significare la totale miseria e la fame.
Nelle famiglie composte da coppie sposate, le donne solitamente lavorano nelle fattorie dei mariti - in genere coltivano prodotti destinati alla vendita - e, nel frattempo, provvedono anche alla cura dei figli e alla gestione della casa. In molte zone, quest’ultima attività include anche la provvista di acqua, combustibile e farina per tutta la famiglia, cosicché le donne sono in definitiva le responsabili della sicurezza alimentare per l’intero nucleo familiare. In molte organizzazioni sociali tradizionali, gli uomini, come regola, hanno la responsabilità di procurare i carboidrati di base e un reddito come proprio contributo alla sicurezza e al consumo alimentare. Ma l’erosione a lungo termine del patrimonio, della produttività e delle entrate delle piccole famiglie, ha messo in crisi queste regole tradizionali, come anche l’identità di genere dei maschi, dato che un numero sempre maggiore di uomini o non è in grado, o è restio, a procurare sufficiente cibo per la propria famiglia, oltre a un reddito per poter tirare avanti tra un raccolto e l’altro. Quando entra un raccolto, gli uomini spesso devono venderlo per pagare i debiti ed assicurare i prestiti necessari alla semina per il raccolto della stagione successiva - restando poco o niente, sia di cibo che di soldi, per il consumo familiare.
STRATEGIE FEMMINILI DI SOPRAVVIVENZA
Questa dinamica costituisce un forte incentivo per uomini adulti a migrare per lavoro. Ma, sia che gli uomini lascino effettivamente la propria famiglia o meno, il carico di riempire i buchi per “sbarcare il lunario” resta molto spesso in capo alle donne nel loro tradizionale ruolo quotidiano di angelo del focolare domestico. A seconda delle situazioni e delle risorse a disposizione, le donne ricorrono a tutta una serie di strategie per mantenere in vita le loro famiglie nei periodi tra un raccolto e l’altro. Per esempio, nell’Africa sub-sahariana le donne sono di norma responsabili di provvedere ai “sughi” che accompagnano i carboidrati di base riservati ai pasti. Così, le donne si ritrovano ad essere le coltivatrici (o raccoglitrici) principali di legumi, arachidi, verdure, noci oleifere, ed altri ingredienti per i condimenti destinate al consumo domestico. Quando le famiglie sono sotto pressione, le donne vendono le derrate che servono per fare i sughi e acquistano carboidrati più economici da consumare in famiglia, il che riduce la varietà della dieta familiare e, a seconda dei prezzi relativi, anche l’apporto energetico complessivo. La stessa dinamica si applica a quelle famiglie che sono abbastanza fortunate da possedere degli animali da cortile o del bestiame: l’aumento dei prezzi degli alimenti di base si traduce in un minor consumo di uova, latte o carne autoprodotte.
Quando i prezzi, o altri eventi negativi (come l’Hiv/Aids, il cambiamento climatico, o i conflitti) aumentano la pressione sui mezzi di sussistenza delle popolazioni rurali per periodi sempre più lunghi, tutto ciò alla fine porta allo scorporo delle attività. Per poter sopravvivere, infatti, le famiglie cominciano a vendere il bestiame o altre beni essenziali, quali le sementi o gli attrezzi. Le famiglie a conduzione femminile - o le attività svolte dalle donne sposate - possono essere più esposte allo scorporo rispetto alle corrispondenti famiglie, o attività, condotte dai maschi.
In una normale strategia di sopravvivenza messa in atto dalle famiglie contadine con pressioni economiche, le donne tendono ad intensificare la produzione di colture “pro-sicurezza alimentare”, come la manioca, e/o la ricerca di attività commerciali part-time o impieghi stagionali. Le donne povere, tuttavia, date le maggiori difficoltà di accedere alla formazione e ai capitali rispetto agli uomini, tendono a trovarsi un’occupazione non qualificata e con basso salario. Nel settore formale, le donne, essendo considerate più remissive e maggiormente controllabili degli uomini, sono preferite come operaie dalle industrie di agro-export - ad esempio, per il taglio dei fiori o delle verdure di alta gamma - dove vengono pagate pochissimo, senza beneficiare né della sicurezza del posto, né di alcuna indennità.
Siccome anche le donne che stanno meglio sono già oberate dal punto di vista lavorativo, ogni addizionale pressione sui loro tempi e sulle loro energie, dovuta all’aumento della povertà familiare, implica una ridotta capacità di occuparsi dei figli. La riduzione del tempo di cura dei figli si traduce, più gravemente, in denutrizione nei bambini al di sotto dei cinque anni. E, dal momento che una precoce malnutrizione infantile incide permanentemente sulle capacità cognitive e di lettura dei bambini, ciò influisce anche sulle loro possibilità future di uscire dalla povertà. Allo stesso modo, quando il numero di madri che lavora fuori casa aumenta, è molto probabile che esse spingano le figlie ad abbandonare la scuola per essere rimpiazzate a casa. Poiché l’istruzione femminile è molto strettamente correlata praticamente a quasi tutti i provvedimenti sociali per l’assistenza all’infanzia, è probabile che questo ciclo di povertà estrema continui, passando da una generazione all’altra.
INCLUDERE LA COMPONENTE DI GENERE
Anche prima che l’impennata dei prezzi dei generi alimentari correnti provocasse dei tumulti per il cibo nelle città di alcuni Stati, quali Haiti, Bangladesh, Egitto, e in altri paesi in via di sviluppo, la Banca Mondiale e le fondazioni private hanno iniziato ad ammettere l’urgenza di investimenti in agricoltura, specialmente nella regione africana sub-sahariana. Il Rapporto mondiale sullo sviluppo del 2008, “L’agricoltura dello Sviluppo”, e il recente “Rapporto di Sintesi” dell’Iaastd per la conoscenza, scienza e tecnologia agraria per lo sviluppo, ritengono, entrambi, come punti centrali gli investimenti in agricoltura per ridurre la povertà e riconoscono che i sistemi delle piccole proprietà agricole a conduzione familiare devono costituire il cuore delle politiche di sviluppo agricolo di nuova generazione. Nondimeno, diventa necessario che gli investimenti raggiungano le regioni e i gruppi più marginalizzati — quindi, bisogna mantenere alti gli standard di trasparenza e di responsabilità nello sviluppo dei progetti, nelle decisioni di investimento, nell’aggiudicazione degli appalti e nella distribuzione dei fondi, se si vuole che i contributi raggiungano effettivamente le piccole aziende familiari rurali.
Se ciò è vero in generale, lo è doppiamente per le donne, dato che sono marginalizzate a ragione del loro sesso, oltre che per la povertà. Se il ruolo delle donne nei sistemi rurali strutturati in piccole proprietà familiari e la loro sicurezza alimentare non entra a far parte delle finalità dei progetti di sviluppo agricolo, ancora una volta avremo fallito nell’aggredire le cause prime della cronica insicurezza alimentare e della fame. Le Organizzazioni che sviluppano politiche agricole, ricerche di fondi, iniziative di settore e progetti, devono in modo esplicito incorporare all’interno di ciascuna di esse delle linee guida di genere, degli standard e degli indicatori che assicurino alle donne un accesso equo ad ogni tipo di formazione, risorsa e opportunità. Recentemente, la Fondazione Bill e Melinda Gates ha avviato una politica di genere per dei progetti in agricoltura che stanno sovvenzionando, la cui finalità è quella di assicurare alle donne l’accesso alle attività e ai contributi, e segue gli impatti che tali progetti hanno sul benessere delle donne, dei bambini e delle comunità. Parimenti, la Banca mondiale ha da poco pubblicato una Raccolta documentaria sulla parità di genere e i mezzi di sostentamento in agricoltura — che contiene un ricco compendio di buone pratiche per una prospettiva aperta alle tematiche di genere nello sviluppo agricolo.
FAVORIRE LA PROFESSIONALITÀ DELLE DONNE
Sebbene queste azioni siano solo all’inizio, la realtà di uno sviluppo agricolo a favore dei poveri e aperto ai problemi di genere si attarda ancora dietro alla retorica - sia per le risorse necessarie a far entrare il concetto stesso di genere come parte integrante dei progetti finanziati dalle fondazioni, sia per farlo entrare nel portafoglio sviluppo delle importanti istituzioni finanziarie internazionali (Ifi). La carenza di professionisti tecnicamente preparati in agraria, silvicoltura e irrigazione che siano anche esperti nelle analisi di genere e nella sensibilizzazione di tali tematiche, stanno avendo il loro effetto sulle fondazioni riguardo l’accoglimento del concetto di genere nelle decisioni di sovvenzioni. Per le Ifi, non c’è sistema possibile per garantire che il progetto o i processi di sviluppo del prestito della Banca mondiale incorporino approcci sensibili alla differenza di genere nei portafogli della Banca.
Dal momento che le politiche di genere sono importanti, gli stessi modelli di sviluppo agricolo devono sostenere l’integrazione dei ruoli delle donne contadine come responsabili del sostentamento delle famiglie e delle comunità, come manager delle risorse naturali e della biodiversità e come produttrici di ricchezza. Anche se la produzione, attualmente orientata al mercato, dovrebbe essere re-indirizzata verso sistemi alimentari efficaci e diversificati, i sistemi di coltivazione destinati a produrre per i mercati regionali e locali devono adattarsi alla realtà della vita delle donne. Le donne hanno bisogno di avere a disposizione l’acqua, ricostituire la fertilità del suolo e produrre combustibile, provvedere al bestiame e alle differenti colture nelle vicinanze delle loro case, in modo da potersi prendere cura della propria famiglia mentre seguono le coltivazioni e trasformano il cibo per la sicurezza alimentare e per procurarsi un reddito.
Quando le donne (e gli uomini) sono messe in grado di essere professionalizzate e di saper utilizzare le tecnologie moderne necessarie a trasformare i poderi in fattorie multi-coltura e sostenibili, loro stesse migliorano la sicurezza alimentare e la capacità di risposta di fronte ai cambiamenti climatici e alle fluttuazioni di prezzo. Le tecniche basate sui principi biologici per ottenere la fertilità del terreno, per ridurre al minimo i parassiti, per raccogliere le acque piovane, aiutano i piccoli proprietari ad allungare la stagione di crescita, a migliorare il raccolto e ad aumentare i margini di profitto, riducendo la dipendenza dall’acquisto di fertilizzanti e pesticidi. Le fattorie multi-coltura forniscono, vicino a casa, una molteplicità di specie di piante ricche di micro-nutrienti, oltre che il cibo per gli animali, così le famiglie non dipendono più in modo totalizzante dai mercati, mutevoli e difficili da raggiungere. Quando i piccoli proprietari che producono in fattorie multi-coltura formano gruppi per la distribuzione e si aggregano per vendere i loro prodotti, sono anche in grado di dare un contributo significativo al mercato locale, regionale e nazionale — alzando così la capacità di risposta a fronte dei cambiamenti climatici e delle fluttuazioni dei prezzi negli approvvigionamenti globali di cibo dei loro paesi nel loro complesso.
*consulente sulle questioni di genere, sulla piccola proprietà contadina e sull’Hiv in Africa occidentale ed orientale e nello Sri Lanka.
Da: Foreign Policy In Focus, www.fpif.org, 31-10-2008. Trad. di Emanuela Donat Cattin; adatt. red.