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articolo della rivista numero 153

Europa globale ed EPAS
di Anna Camposampiero

La strategia commerciale europea, in particolare nei confronti dell’Africa

 

La strategia commerciale europea promossa fin dal 2006 con il documento “Europa globale, competere nel mondo”, elaborato dalla Commissione europea, pretende dai paesi firmatari l’apertura dei mercati domestici ai prodotti europei, oltre alla liberalizzazione del settore dei servizi inclusi quelli essenziali come acqua, educazione e sanità, la protezione dei diritti di proprietà intellettuale, dei farmaci e delle biodiversità, la definizione di regole di concorrenza e di promozione e difesa degli investimenti delle imprese estere.

I PAESI ACP COINVOLTI NEGLI EPAS
La prima convenzione di Lomè (1975) stabiliva per i paesi cosiddetti Acp (Africa Caraibi Pacifico, 48 paesi dell’Africa sub-sahariana, 16 dei Caraibi e 15 del Pacifico) un regime di preferenze commerciali per i prodotti manufatti e agricoli non in diretta concorrenza con i prodotti soggetti alla Pac (Politica agricola comune). Questi ultimi potevano entrare nell’Unione europea senza dazi doganali né restrizioni quantitative, mentre i paesi Acp erano tenuti unicamente ad applicare alla allora Comunità europea la clausola di nazione più favorita, senza dover rispettare reciprocità, con in aggiunta altre disposizioni specifiche per alcuni prodotti di importanza fondamentale per alcuni paesi, come banane, zucchero e riso. Nella stessa convenzione era prevista anche la cooperazione allo sviluppo.
Nelle successive convenzioni, e in particolare nell’ultima del 1989, con durata decennale, sono state introdotte innovazioni: la promozione dei diritti umani e il rispetto della democrazia diventano elementi chiave del partenariato e nella cooperazione, vengono inseriti nuovi obiettivi - come il potenziamento del ruolo delle donne e la protezione ambientale -, viene posta l’attenzione per la cooperazione decentrata.
Nel 2000, la firma dell’Accordo di Cotonou, che mira a nuove intese commerciali compatibili con le norme imposte dal Wto (Omc), con 77 paesi Acp (diventati poi 78 con l’adesione di Cuba, anche se non partecipa ancora al nuovo accordo), prevede l’abolizione delle preferenze commerciali non-reciproche dopo un periodo di transizione, da settembre 2002 fino alla fine del 2007, e la negoziazione degli accordi commerciali di associazione (EPAs) tra l’Unione europea e i paesi Acp. L’Unione europea ha suddiviso in 6 regioni i paesi con i quali negoziare, spezzando il blocco dei paesi Acp e diminuendo la loro forza negoziale. In particolare, a partire dal 2003 iniziano le trattative con le regioni dell’Africa.
L’Africa è stata divisa in quattro regioni, secondo una logica che si potrebbe definire coloniale. Il gruppo relativo all’Africa centrale è stato configurato attorno a un’organizzazione regionale già esistente: la Cemac (Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale), composta da 6 paesi (Camerun, Rep. Congo, Gabon, Guinea equatoriale, Repubblica centroafricana, Chad e Sao Tome e Principe), che ha già iniziato ad avviare i negoziati a partire dal 2003. Anche per l’Africa occidentale si è fatto riferimento a una organizzazione esistente: la Ecowas (Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale), che attualmente comprende 15 paesi (Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal, Togo, Capo verde, Gambia, Ghana, Guinea. Liberia, Nigeria, Sierra Leone e Mauritania). Nell’Africa meridionale e orientale la sovrapposizione di più organizzazioni regionali ha portato alla suddivisione in due blocchi: Sadc (Southern African Development Community), che comprende Angola, Botswana, Lesotho, Mozambico, Namibia, Swaziland, Tanzania (e il SudAfrica come osservatore); ed Esa (Eastern and Southern African Region), che comprende Sudan, Etiopia, Eritrea, Djibouti, Uganda, Kenia, Burundi, Repubblica democratica del Congo, Zambia, Zimbawe, Isole di Comoro, Mauritius e Madagascar).

LE CONSEGUENZE DISTRUTTIVE DEGLI EPAS
Questi accordi dovrebbero favorire il progressivo inserimento dei paesi Acp nell’economia mondiale, con l’obiettivo di creare un nuovo sistema di relazioni paritarie aventi come finalità la crescita istituzionale, sociale ed economica di questi paesi. La dimensione politica degli accordi dovrebbe avere come principale obiettivo la creazione di un ambiente democratico: il nuovo Accordo “si fonda sul rispetto dei diritti umani, dei principi democratici e dello stato di diritto e sulla buona gestione degli affari pubblici”.
Il problema si riassume in uno “scontro fra modelli agricoli”: il modello industriale e il modello dell’agricoltura contadina familiare. L’agricoltura contadina ha un peso rilevante a livello mondiale, ma le regole del gioco sono fissate a livello industriale: il paradigma della liberalizzazione si contrappone a quello della sovranità alimentare. I paesi Acp che aderiranno agli EPAs tra il 2008 e il 2020 dovranno aprire i loro mercati domestici a quasi tutti i prodotti europei, oltre a introdurre la liberalizzazione del settore dei servizi - inclusi quelli essenziali come acqua, educazione e sanità -, la protezione dei diritti di proprietà intellettuale, dei farmaci e delle biodiversità, la definizione di regole di concorrenza e di promozione e difesa degli investimenti delle imprese estere. Cioè, nei fatti, gli EPAs altro non sono che accordi di libero scambio!
Tutto ciò creerebbe una diffusa insicurezza alimentare alla radice della civiltà rurale: le famiglie.
Con l’inasprimento della protezione dei diritti di proprietà intellettuale i contadini perderanno l’ormai residuo diritto di conservare e scambiare le loro sementi (a questo si accompagna l’intenzione di creare in Kenia il maggior polo delle biotecnologie in Africa, puntando a diffondere il transgenico dall’interno nel continente) e i malati avranno maggiori difficoltà a curarsi, favorendo le imprese farmaceutiche in grado di garantirsi i diritti di proprietà derivanti dallo sfruttamento delle risorse biologiche di questi paesi.
La perdita di sicurezza in termini di sovranità alimentare, sia a livello familiare che regionale, andrà di pari passo con la crescente dipendenza dai prodotti importati, prodotti che in Africa arriveranno a costi così bassi da imporsi sul mercato locale contro ogni possibile concorrenza dei coltivatori locali, con il conseguente abbandono in massa delle campagne, urbanizzazione forzata nelle baraccopoli e, a volte, viaggi (disperati) verso l’Europa.
Inoltre vengono inclusi nella liberalizzazione degli investimenti quelli esplicitamente riferiti alle foreste, il settore minerario, l’agricoltura, le risorse naturali, come petroli e gas, a totale vantaggio delle multinazionali europee nello sfruttamento di questi settori. Una volta di più il risultato finale sarà un aumento della deforestazione, l’eliminazione dell’agricoltura contadina con una conversione verso le monocolture dedicate all’esportazione.

UN RISCHIO NON SOLO PER IL SUD
I paesi più poveri del Sud del mondo fino agli anni Ottanta erano esportatori netti di prodotti agricoli, ma in conseguenza degli aggiustamenti strutturali imposti dal Fondo monetario internazionale (Fmi) e dalla Banca mondiale oggi sono diventati importatori, mentre i prezzi dei prodotti agricoli sono in continua discesa, così come la redditività del lavoro agricolo. Con un’ulteriore apertura dei mercati la situazione può solo peggiorare.
Ma le conseguenze degli EPAs riguardano anche i contadini del Nord del mondo. Si presume che i paesi più colpiti saranno l’Italia, la Spagna e la Grecia. Frutta e verdura sono abbastanza trascurati all’interno degli interventi della Pac, che, ricordiamo, si basa su una politica di sussidi alle esportazioni (in una situazione reale di libero scambio l’Europa sarebbe un importatore di prodotti agricoli), anche se l’Unione europea ha accettato di ridurre progressivamente i sussidi, soprattutto su pressione Usa. I prodotti a rischio sono pomodori, cipolle, olio d’oliva, nocciole, arance, mandarini, limoni, uva da tavola, melone, fragole, fiori, patate, riso e vino. L’Unione europea ritiene che l’aumento delle esportazioni, in conseguenza all’abbattimento delle barriere tariffarie, porterà sviluppo, ma questo probabilmente riguarderà solo le aziende più sovvenzionate e quelle più adattate al sistema industriale, mentre in Italia circa l’80% delle aziende agricole ha una superficie media inferiore ai 5 ettari.

I PRECEDENTI POCO INCORAGGIANTI
L’esperienza degli ultimi vent’anni ha dimostrato che la liberalizzazione del commercio e del movimento di capitali non aiuta i paesi poveri a uscire dalla loro condizione, mentre sarebbe necessario dare molta più importanza al ruolo delle manovre politiche interne, specifiche per ciascun paese, con i soggetti nazionali come obiettivo piuttosto che quelli esteri. Gli interventi che oggi vengono condannati solo quelli che i paesi industrializzati hanno usato in passato per rafforzare le loro industrie e le loro economie, prima di intraprendere le riforme liberiste, e che in alcuni casi, come la politica di contingentamento delle importazioni di zucchero tuttora adottata dagli Usa, riescono a mantenere anche oggi, nonostante le regole imposte dal Wto.
Questo processo di apertura di economie fra le più povere del pianeta e di sistemi di agricoltura contadina familiare in tutto il mondo rischia di cancellare entrate fiscali fondamentali per molti bilanci statali (conseguenza della riduzione/cancellazione delle tasse di dogana e dell’uscita di capitali, stante la possibilità di rimpatrio dei profitti per le imprese estere) e di mettere in ginocchio le industrie: la concorrenza di un’industria sviluppata come quella europea porterà alla chiusura di molte aziende locali, generando disoccupazione.
Tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta sono stati molti i paesi in via di sviluppo che, su pressione del Fmi e della Banca mondiale che minacciavano la negazione di credito internazionale, hanno aperto i propri mercati alla competizione internazionale, abbandonando i meccanismi di sostegno e protezione, sia doganali che sociali, a favore delle privatizzazioni di settori sempre più ampi. I danni sono stati ingenti: solo per fare alcuni esempi, in Senegal, in conseguenza della riduzione delle tasse doganali , tra il 1985 e il 1990 i posti di lavoro sono diminuiti di un terzo; nel Ghana, dopo la liberalizzazione delle importazioni di beni di consumo i posti di lavoro si sono ridotti di 50.000 unità tra il 1987 e il 1993.
Nonostante l’Unione europea fondi questi accordi su una rigida interpretazione delle regole del Wto e si difenda dietro l’inesistenza di effettivi studi sull’impatto degli EPAs (e di conseguenza, non esistono nemmeno prove sulla positività degli stessi!), nel 2005 la Commissione economica per l’Africa ha pubblicato, con l’aiuto dell’Undp (United Nation Development Programme) lo studio “Impatti sull’economia e sul welfare degli accordi di partenariato economico Ue-Africa” che evidenzia la forte possibilità che gli accordi mettano in ginocchio l’economia dei paesi africani. Come accade spesso negli studi economici, si utilizza un modello di equilibrio parziale, che non considera le dinamicità scaturibili da una nuova situazione, ma i risultati sono comunque a dir poco scoraggianti: le effettive quote di nuovo commercio sono sempre a favore degli stati europei, oltre a prevedere una crisi degli scambi Sud-Sud.
E ricordiamo le parole di Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia: “Costringere un paese in via di sviluppo ad aprire le proprie frontiere a merci d’importazione che entrerebbero in competizione con quelle prodotte da alcune industrie locali, pericolosamente vulnerabili alla concorrenza di aziende straniere molto più forti, può avere conseguenze disastrose, sia sociali sia economiche”.

LA RISPOSTA DELLE ORGANIZZAZIONI CONTADINE AFRICANE
Il fallimento del Doha Round del Wto ha messo in dubbio la legittimità degli EPAs: fallita la firma, l’Unione a 27 sta negoziando accordi commerciali bilaterali con i singoli paesi. Ad oggi solo 18 paesi Acp hanno messo la firma per iniziare le trattative. Nel corso del 2009 ci saranno cambiamenti per l’Unione europea: le elezioni parlamentari in giugno e il rinnovo della Commissione in novembre. Quanto ci sia da sperare in un cambiamento anche delle strategie commerciali, con l’abbandono dell’aggressiva “Europa globale” e dell’utilizzo degli Epas, sarà da vedere. Nella situazione di crisi globale che si è manifestata sotto tutti gli aspetti, da quello economico a quello ambientale, va ricordato che, per esempio, la strategia “Europa globale” non fa menzione degli impatti potenziali sulle foreste e il tema delle biodiversità è menzionato solo in relazione al tema del turismo nei Caraibi.
Gli EPAs devono essere bloccati e occorre rivedere totalmente i termini degli accordi commerciali con i paesi Acp.
In un continente dove oltre il 90% della produzione agricola è assicurata dall'agricoltura familiare, che impiega più del 60% della popolazione gestendo il 95% delle terre, le piccole aziende africane hanno iniziato a organizzarsi per difendere i propri interessi di fronte ai governi e alle organizzazioni economiche regionali, che sono i soggetti firmatari degli accordi. Ad oggi, contro la firma degli EPAs particolarmente attiva è stata Roppa, la principale rete di contadini africani che raggruppa milioni di aziende familiari in 12 stati della regione occidentale. È costituita da piattaforme nazionali elette, un comitato esecutivo, un comitato tecnico e un collegio di donne e la sua attività consiste soprattutto nel far pressione sui governi per ottenere normative più favorevoli agli agricoltori. A maggio 2008 un incontro ad Addis Abeba ha unito le forze di Roppa con le altre organizzazioni contadine riunite nelle piattaforme regionali dell’Africa australe (Sacau), centrale (Propac) e dell’est (Eaff). Fao e Ifad (Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo), che hanno fornito a Roppa e alle altre reti contadine il supporto tecnico e finanziario per elaborare la valutazione di medio termine sull'avanzamento delle negoziazioni EPAs, hanno confermato l'esigenza di politiche di protezione doganale, d'integrazione regionale e d'investimento nei paesi Acp.
Nessun paese africano raggiungerà gli Obiettivi del millennio, previsti per il 2015, in termini di lotta alla povertà, miglioramento della situazione sanitaria, accesso all’educazione ecc.
La lotta passa dall’Africa, dove le conseguenze del neoliberismo sono devastanti, ma non bisogna dimenticare la responsabilità dei movimenti europei (per mezzo degli EPAs l’Europa distrugge l’economia e l’industria africana, non vengono dati i farmaci contro l’Aids perché nulla è più sacro del diritto di proprietà intellettuale per garantire i profitti delle multinazionali farmaceutiche; poi, quando la popolazione è stremata e cerca alternative di vita migliori, viene chiusa nei Cpt mentre vengono alzate le barricate dell’Europa fortezza), anche per la necessità di agire a nostra tutela: il rilancio del progetto di Trattato di Lisbona prevede la completa deregolamentazione dei servizi pubblici (come previsto dalla direttiva Bolkestein), così come il riarmo degli stati membri, previsto come obbligo costituzionale. Questi, insieme ad altri, non sono altro che strumenti del modello di sviluppo fondato sul liberismo, senza alcun richiamo alle priorità sociali.


 

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