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articolo della rivista numero 153

POLITICHE AGRICOLE E ALIMENTARI

SERVONO NUOVE REGOLE

di Anna Camposampiero e Alexandra Strickner*

Nuove regole internazionali sono indispensabili per elaborare delle politiche agricole e alimentari soddisfacenti in Europa e nel mondo

Stabilita con il Trattato di Roma nel 1957 nell’Europa post-bellica, la Politica agricola comune (Pac) dell’Unione europea (una delle prime politiche comuni dell’allora Comunità economica europea, Cee) aveva come obiettivi garantire l’autosufficienza alimentare, offrire un’alimentazione abbondante ai consumatori, stabilizzare i mercati e i redditi degli agricoltori e aumentare la produttività del settore agricolo.
Per proteggere dalle importazioni a basso prezzo, che potevano esercitare pressioni sui prezzi interni riducendo così i redditi degli agricoltori, l’uso di strumenti come tasse sull’importazione era considerato utile ed efficiente. 50 anni fa era chiaro ai paesi fondatori della Cee (poi Unione europea, Ue) la necessità di una produzione alimentare autonoma per il sostentamento diretto delle proprie popolazioni. Anche a livello politico, grazie anche a precedenti esperienze di liberalizzazioni dei mercati agricoli, era chiaro quanto fosse necessario un determinato livello di protezione dalle importazioni e una certa regolazione dei mercati, sia per garantire un reddito degno ai contadini, sia per ottenere una produttività maggiore.

un modello produttivista

Raggiunti in pochi anni gli obiettivi prefissati, in particolare la capacità di produrre alimenti sufficienti necessari per le proprie popolazioni, la Pac diede impulso a una conversione dell’agricoltura verso un modello agro-industriale e produttivista, con impatti gravi, sia a livello sociale che ambientale, in Europa e negli ultimi decenni anche nei paesi del Sud.
Tutto ciò si deve a due problemi: prima di tutto la Pac non aveva previsto dal principio strumenti per limitare i volumi di produzione una volta raggiunto un livello di autosufficienza.
Negli anni Settanta la produzione era più alta della domanda e la Ue ha iniziato a esportare il suo eccesso di produzione a prezzi più bassi del reale costo di produzione grazie ai sussidi all’esportazione, mantenendo così prezzi più alti per i propri produttori.
Questa politica, insieme a quella commerciale volta a sostenere sempre più l’apertura dei mercati agricoli dei paesi del Sud, è un elemento chiave della distruzione degli agricoltori nel Sud globale.
Da più di tre decenni questi ultimi si confrontano con importazioni di alimenti a prezzi bassi (non solo della Ue) che distruggono la loro produzione locale. Uno dei casi emblematici riguarda la produzione di polli nei paesi dell’Africa dell’Ovest. Dal 1996 al 2004 le esportazioni di polli dalla Ue verso l’Africa, e in particolare in questa regione, si è quadruplicata poiché oggi nell’Ue si consuma soprattutto il petto di pollo, mentre il resto si esporta in Africa dove si vende a un prezzo molto al di sotto del costo di un pollo locale, con la conseguenza che negli ultimi dieci anni si è distrutta la produzione locale e con essa molti posti di lavoro. Questa dinamica esiste anche per altri settori dell’agricoltura.
Il secondo punto chiave della Pac era riferito a un’eccezione sulla protezione della produzione interna della Ue, gli alimenti per animali come la soia e il mais, che potevano essere importati senza tariffe aggiuntive. Questa fu la base per lo sviluppo e l’espansione massiccia dell’industria della carne in Europa. L’importazione di alimenti per animali a basso costo ha generato allevamenti di mucche, maiali, polli ecc. con produzione a basso costo, causando un cambiamento strutturale della produzione di carne, con impatti ambientali e sociali molto gravi: la concentrazione della produzione di carni è avvenuta soprattutto vicino ai porti dove arrivano la soia e il mais a basso costo. Inoltre, la creazione di questa catena produttiva di carne ha dato impulso a una dinamica di espansione della produzione monocultiva, con tutte le conseguenze sociali, economiche e ambientali conosciute, nei paesi del Sud, in particolare in America latina (Brasile, Argentina, Uruguay), da cui vengono la maggior parte degli alimenti per animali. Negli ultimi anni questa politica è stata rafforzata dalle politiche agrocombustibili che la Ue e altri paesi stanno sostenendo, generando impennate dei prezzi poiché tutta una parte della produzione agricola è stata deviata dall’uso alimentare verso gli agrocombustili, e favorendo una strategia di delocalizzazione della produzione verso i paesi del Sud dove i costi di produzione sono molto bassi, sia per la manodopera, sia per le legislazioni ambientali molto meno restrittive, per poi esportare verso l’Europa. I paesi dell’America Latina e altri paesi del Sud si stanno convertendo sempre più in territori in cui si producono prodotti alimentari ed energetici per i mercati, anche europei, mentre nei loro stessi paesi la povertà e la fame crescono.

“competitività globale”

Negli ultimi 15 anni le regolamentazioni pubbliche dei mercati agricoli internazionali sono state poco a poco smantellate, in particolare, a partire dal 1995, sotto l’egida dell’Omc. Queste politiche sono state accentuate dai programmi di aggiustamento strutturale del Fmi e della Banca mondiale. Sotto la pressione del rimborso di un debito sempre più crescente, sono state imposte politiche di abbassamento delle tariffe doganali dei paesi poveri, spesso al di là delle esigenze dell’Omc, e una soppressione degli strumenti di regolazione a disposizione dei governi. Anche la Ue ha una responsabilità centrale in questa fase di liberalizzazione. La strategia commerciale della Ue si colloca in questa ottica e cerca ogni volta di più di eliminare qualunque tipo di barriera commerciale, che siano tariffe o regolazioni per gli investimenti. Sia la Pac che la politica commerciale della Ue sono indirizzate verso la “competitività globale” e la creazione di un mercato globale alimentare, controllato alla fine da poche imprese transnazionali. Anche in questo senso la Ue ha scelto di riformare, a partire dal 1992, la stessa Pac per smantellare progressivamente tutti i suoi strumenti di controllo dei volumi di produzione e dei prezzi agricoli.
Questo tipo di politiche genera una volatilità dei prezzi sempre maggiore. In periodi di impennate dei prezzi gli intermediari, le industrie agroalimentari e la grande distribuzione ne approfittano per speculare e aumentare considerevolmente i loro utili (nel primo semestre del 2008 i grandi venditori di cereali come Cargill o Bunge hanno moltiplicato i loro profitti in modo scandaloso), a danno dei paesi e dei consumatori più poveri. In periodi di caduta dei prezzi, in un contesto di concorrenza estrema tra gli agricoltori del mondo, vengono selezionati sistemi più produttivi e/o più sovvenzionati in detrimento all’agricoltura contadina.
A questo si aggiunge una progressiva fragilità delle economie e una dipendenza alimentare dei paesi in via di sviluppo sempre maggiore. Lo smantellamento delle tariffe doganali e la concorrenza diretta tra agricoltori dei paesi poveri e agricoltori ultramodernizzati dei paesi del Nord - che hanno forti sovvenzioni a fronte della assenza di protezione dei mercati nel Sud -, insieme alla pressione per lo sviluppo di colture volte all’esportazione, danneggiano le colture di sussistenza.
Non sono solo gli agricoltori del Sud a pagarne le conseguenze: anche i piccoli agricoltori del Nord vengono danneggiati. La concorrenza porta a ridurre sempre più i costi di produzione, indirizzando verso la sostituzione del capitale al lavoro, l’iperspecializzazione nelle produzioni vegetali, la diminuizione relativa delle superfici erbose, mentre aumentano le deforestazioni, lo sfruttamento dei suoli, la perdita di biodiversità.

logica finanziaria e le speculazioni

In seguito alla crisi finanziaria e immobiliare gli speculatori si sono rivolti verso i mercati di materie prime. Nel 2003 sono stati investiti in borsa negli Stati uniti 13 miliardi di dollari in materie prime: nel 2008 questa cifra è salita a 260 miliardi. I fondi vengono investiti in futures, cioè si punta agli introiti degli anni a venire. L’obiettivo non è garantire un approvvigionamento dei prodotti agricoli, ma piuttosto guadagnare soldi rimandando nel tempo e a prezzi più alti i diritti alla produzione. Allo stesso modo le imprese di agrobusiness mettono fondi di investimento ed eccedenze di liquidità nell’acquisto di migliaia di ettari in Brasile, in Africa e nel Sud-Est asiatico.
Una volta assicurati super profitti grazie alle tensioni durevoli sui beni agricoli, vengono sviluppate le produzioni per l’esportazione o di agrocombustili.
A questo si aggiunge la costituzione di stock, sia come mezzo di precauzione, sia a fini speculativi. Alcuni paesi esportatori frenano, o addirittura interrompono, le vendite ai paesi importatori, nel timore di entrare loro stessi in crisi e di vedere i loro prezzi interni aumentare notevolmente. Contemporaneamente i compratori ne approfittano per speculare costituendo stock per accrescere i loro margini. È per esempio il caso del riso: primo cereale mondiale, è scambiato molto meno del grano e ha pochi usi al di fuori dell’alimentazione umana. Come spiegare, se non con le speculazioni, che il 27 marzo 2008, a Bangkok, il prezzo della tonnellata di riso thai è passato da 580 a 760 dollari (+31%) in qualche ora?
Lo squilibrio dei mercati finanziari deriva direttamente dalla liberalizzazione dei mercati finanziari lanciata a partire degli anni Ottanta, soprattutto dall’Unione europea e dai suoi stati membri.

occorrono nuove regole internazionali

Le persone che soffrono la fame nel mondo sono 850 milioni, alle quali si sono aggiunti altri 100 milioni, secondo la Banca Mondiale, a causa delle impennate dei prezzi. Questa bolla ha già cominciato ad esplodere, sia sul petrolio che sui prodotti agricoli: il prezzo mondiale dei cereali si è abbassato di un terzo dopo il suo livello più alto del 2008. Ancora una volta saranno gli agricoltori più piccoli e soprattutto quelli dei paesi più poveri ad essere maggiormente colpiti.
La crisi alimentare mondiale è la conseguenza di scelte economiche e politiche disastrose. Il cinismo delle elites non ha limiti: continuano ad elogiare i benefici della liberalizzazione dei mercati dei beni e dei servizi. Nel contempo, la crisi ecologica, sottofondo delle crisi energetica e climatica, rimette in discussione l’insieme dei nostri modelli di produzione e di consumo, esacerbando le tensioni internazionali. Le evoluzioni recenti sottolineano l’impasse delle politiche neoliberiste, come il fallimento - certo provvisorio - dei negoziati della Omc, bloccati dalla Cina e dall’India al fine di proteggere la loro agricoltura, nuove riforme della politica agricola degli Stati uniti per un ritorno a strumenti forti di regolamentazione, per citarne alcune.
La sovranità alimentare (v. Facciamola funzionare) sottintende che ogni paese abbia come diritto e dovere l’applicazione di politiche agricole e commerciali che assicurino la produzione di alimenti per le proprie popolazioni all’interno del proprio territorio, basata su un’agricoltura familiare, dove i contadini abbiano il controllo sui mezzi di produzione e si favorisca il ciclo di produzione e consumo locale.
Sono obiettivi raggiungibili attraverso una regolamentazione pubblica forte del settore agricolo da ripensare su scala mondiale, regionale, nazionale e locale.
A livello europeo richiede un cambiamento fondamentale della Pac e della politica commerciale. L’Unione europea deve rifiutare e denunciare gli accordi di libero scambio multilaterali e bilaterali oltre ad annullare il debito dei paesi poveri.
Su scala europea dovrebbero essere applicati strumenti di regolamentazione, come una tassazione variabile dei prodotti importati in funzione dei prezzi interni che rifletta i costi reali di produzione, con standar ambientali e sociali minimi; un sistema di gestione dei mercati che garantisca ai produttori europei dei prezzi remunerativi, basati sul “costo di produzione totale medio”, completato da aiuti ai produttori a basso reddito; strumenti di controllo e di ripartizione dei volumi di produzione. Nel contempo dovrebbero essere garantite una penalizzazione più forte e più rigida delle pratiche di produzione che danneggiano le risorse naturali; una modifica completa degli aiuti e delle regole preferenziali.
Il diritto alla sovranità alimentare deve essere inscritto nel diritto internazionale. Ai livelli nazionali e regionali, altre politiche devono ripristinare il legame tra agricoltori, consumatori e territori: una politica di ripartizione equa dei margini tra i differenti attori della filiera; una politica alimentare nazionale ambiziosa, che favorisca la salute e i consumatori più poveri; una riforma agraria; un sostegno significativo delle pratiche di produzione ecologica, dell’agricoltura biologica, delle filiere corte; una democratizzazione delle istanze di dibattito e decisione. Insieme a questi obiettivi occorre contrastare la logica finanziaria e delle speculazioni agricole, vietando fondi speculativi sulle materie prime, bloccando i futures sulle materie prime alimentari (come è stato fatto in India, con il risultato che il prezzo interno del grano non è praticamente aumentato da un anno), favorendo una regolazione internazionale con stock pubblici minimi a livelli nazionali e regionali.
Per invertire la dinamica di produzione agricola verso un’agricoltura ecologicamente e socialmente sostenibile, occorre un cambiamento fondamentale e una nuova politica agricola e alimentare, con una ridefinizione completa delle regole internazionali. Questa ridefinizione non si farà senza una volontà chiara dell’Unione europea, che conserva un peso considerevole, economico e politico, nei negoziati internazionali. I contadini in Europa rappresentano oggi solo una piccola parte della popolazione attiva, e i contadini che difendono come visione un’agricoltura basata sulla sovranità alimentare sono ancora meno. Di fronte alle relazioni di potere occorrono alleanze sia a livello nazionale che tra paesi membri, come a livello della Ue tra i contadini, i gruppi ambientalisti, sindacati, consumatori, gruppi che già sviluppano alternative dal basso, ecc, per invertire queste dinamiche. I cambiamenti passano attraverso la mobilitazione di ciascuno per agire collettivamente sui differenti livelli di decisione politica, dal locale al globale.

* di Iatp/Attac Austria


 

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