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articolo della rivista numero 153
Contadini in estinzione
di Vicent Boix Bornay *
La crisi alimentare del 2008 colpisce pesantemente i popoli e arricchisce le multinazionali
L’aumento vertiginoso dei prezzi degli alimenti ha scatenato disordini in oltre quaranta paesi del mondo. Secondo l’Unione internazionale dei lavoratori dell’alimentazione (Uita) il prezzo dei generi alimentari su scala mondiale ha subito un aumento del 90%: in un anno è raddoppiato quello del grano e hanno subito aumenti spettacolari gli altri cereali e gli alimenti primari. Lo stesso Fondo monetario internazionale (Fmi) prevede 100 milioni di persone a rischio fame.
LE CAUSE INDIVIDUATE
Non c’è alcun dubbio che il modello fa acqua da tutte le parti e si comincia a intravedere il vero volto di questa libertà di mercato che prometteva prezzi bassi e benessere. La crisi è il risultato di una sommatoria di fattori cui ciascun analista attribuisce maggiore o minore importanza.
L’impennata del prezzo del petrolio potrebbe essere un fattore determinante in alcune aree del mondo, anche se ad esempio l’Europa è riuscita a controbilanciare il fenomeno almeno parzialmente grazie a un euro sempre più forte. Non può comunque spiegare aumenti così vertiginosi in un tempo tanto breve.
Tra le cause messe sul tappeto ci sono i cattivi raccolti in alcune regioni conseguenza di siccità o diluvi dovuti al cambiamento climatico. Uita ne ridimensiona la portata dimostrando che, per esempio, il cattivo raccolto di cereali in Australia non ha inciso per più dell’1,5% sul prezzo mondiale del grano.
La crescita del consumo di carne e latte in paesi come Cina e India è stata individuata come causa dell’aumento dei prezzi, ma secondo l’Uita non può giustificare la crisi visto che la crescita della domanda di proteine animali è stata costante e non esplosiva.
Due sono i fattori che raccolgono i maggiori consensi: da un lato le speculazioni sul mercato alimentare e dall’altro il cambio del ruolo attribuito alla terra imposto da un’ottica neoliberale che riduce la sicurezza alimentare a beneficio dell’industria agricola. Questo significa che la terra non deve fornire cibo ma i prodotti che garantiscono il maggior profitto. Cosa garantisce maggiori profitti? Paradossalmente, i prodotti desinati al mercato del primo mondo. Illustrerò tre casi.
AGROCOMBUSTIBILI E ...
Primo: gli agrocombustibili (erroneamente definiti biocombustibili). Da anni migliaia di organizzazioni contadine, ecologiste, ong ecc. hanno avvertito che trasferire il cibo dallo stomaco al serbatoio dell’auto ne avrebbe fatto salire il prezzo. I paesi del Nord sanno benissimo che raggiungere gli obiettivi di produzione di agrocombustibili che si sono prefissati significa inesorabilmente utilizzare i campi e le terre del Sud, cioè ridurre la superficie destinata alla coltivazione per l’alimentazione. L’enorme aumento del prezzo del mais all’inizio del 2007 è stato un semplice avvertimento di quanto sarebbe accaduto.
Senza alcun dibattito, la propaganda ufficiale ha cominciato a esaltare le discutibili proprietà ecologiche degli agrocombustibili e i media, ancora una volta, hanno messo a tacere le voci dissidenti fornendo un’informazione parziale. In paesi come la Spagna il governo di pseudo sinistra di Rodriguez Zapatero riconosce l’esistenza di situazioni deplorevoli come quella dei coltivatori di agrumi valenciani, ma contemporaneamente sovvenziona e propaganda a gran voce la coltivazione di agrocombustibili. Il messaggio è chiaro quanto desolante: “Signor agricoltore, se vuoi vivere della terra smetti di produrre cibo e coltiva benzina”.
Oggi, dopo anni, gli avvertimenti delle organizzazioni della società civile sono fatti propri perfino da sacerdoti del libero mercato, come il presidente della Banca mondiale (Bm) Robert Zoellick, o da organizzazioni come Ocse e Fmi.
… AGROESPORTAZIONE
La sicurezza alimentare non è minacciata solamente dalla coltivazione per agrocombustibili. La medesima terra che garantiva cibo ora deve essere usata anche per produrre foraggio per gli allevamenti del primo mondo. L’Argentina era conosciuta come il granaio del mondo, ma oggi - dati del febbraio 2008 - oltre la metà della superficie è coltivata a soia che viene per il 95% esportata; è il primo esportatore mondiale di farina e olio di soia e di semi di girasole, il secondo di mais, il terzo di soia e il quarto di grano.
Questo modello agroesportatore ha generato entrate in valuta estera, ma che ripercussioni ha avuto sulla società? Secondo i dati del Rapporto sullo sviluppo umano 2007-2008 del Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo (Undp), la percentuale di popolazione denutrita in Argentina è salita da meno del 2,5% tra il 1990 e il 1992 al 3% tra il 2000 e il 2004 a causa della forte crisi della fine del 2001. I dati più recenti vedono la percentuale scendere, ma numerose organizzazioni, come la Centrale dei lavoratori dell’Argentina o il Movimento nazionale dei bambini del popolo, diffidano delle cifre ufficiali e affermano che ci sono ancora persone che muoiono di fame, specialmente tra gli indigeni.
Negli ultimi anni, secondo “Panorama sociale” - pubblicazione annuale della Commissione economica per l’America latina e i Caraibi (Cepal) - Venezuela e Argentina sono i paesi dove maggiormente è diminuita la povertà. Nel 1999 il 23,7% degli argentini era povero; la percentuale è raddoppiata nel 2002 per la spettacolare crisi, per ridiscendere al 26% nel 2005 e al 21% nel 2006. Diversi analisti intervistati dall’agenzia Inter Press Service (Ips) avvertirono però già nel 2008 che la tendenza avrebbe potuto invertirsi per l’impennata dei prezzi degli alimentari e raggiungere un preoccupante 30% a fine 2008. L’inflazione nell’ultimo anno, secondo i calcoli di questi esperti, è tre volte maggiore di quella dichiarata dal governo, è tra le più elevate del continente ed è fortemente influenzata dall’aumento del prezzo degli alimenti.
A CHI GIOVA ?
Tenendo conto di questi dati, a chi giova che l’Argentina sia il primo esportatore a livello mondiale di girasole, il secondo di mais, il terzo di soia e il quarto di grano? “Grain” avverte che nei paesi del Sud “le terre fertili sono state riconvertite dalla produzione di alimenti per il mercato locale alla produzione di commodities mondiali per l’esportazione o primizie fuori stagione e prodotti di lusso per il mercato occidentale”. Se i raccolti fossero destinati agli stomaci si potrebbe sfamare il doppio della popolazione mondiale. Il problema è che percentuali molto elevate sono dirottate verso i capricci del Nord.
Questa metamorfosi del ruolo delle campagne e la supremazia dell’agrobusiness causano una notevole pressione sul prezzo degli alimenti e, come informa “Grain”, “oggi quasi il 70% dei cosiddetti paesi in via di sviluppo sono importatori di cibo e l’80% degli 845 milioni di persone che nel mondo soffrono la fame sono piccoli coltivatori e allevatori”.
Secondo la Fao nell’ultimo anno i paesi poveri hanno speso il 40% in più per importare cibo; rispetto al 2000 la spesa arriva a essere circa il quadruplo. La difficoltà a coltivare per il proprio sostentamento e la progressiva distruzione delle agricolture tradizionali mettono molta gente a rischio di fame. A chi è servita la trasformazione delle terre dei paesi del Sud in fattorie e orti per il primo mondo? Sulle speculazioni nel mercato agricolo l’organizzazione “Grain” cita una fonte secondo cui gli investimenti speculativi in campo alimentare sono saliti da 5.000 milioni di dollari nel 2000 a 175.000 nel 2007 e poche multinazionali di granaglie, sementi, prodotti agricoli e chimici insieme alle grandi catene di supermercati hanno raccolto l’anno passato utili straordinari grazie ai quali costituiscono oligopoli e controllano tutta la catena produttiva.
Queste imprese sono state il vero motivo per cui tanti paesi sono stati soprannominati “repubblica delle banane” (1); erano effettivamente governate dagli interessi di queste compagnie, che sono state protagoniste di stragi, colpi di stato e, in tempi recenti, qualcuna è stata condannata per traffico di armi; la Uita e il Coordinamento dei sindacati bananieri latinoamericani (Colsiba) possiedono archivi che documentano un’infinità di casi e denunce che riguardano le società agroesportatrici.
Nel caso di alcuni prodotti, come appunto le banane, poche società transnazionali ne gestiscono la quasi totalità del commercio mondiale concedendo loro posizioni privilegiate che non disdegnano di sfruttare; fanno acquisti a prezzi bassissimi dai produttori locali e nelle loro piantagioni, come in quelle in cui comprano, l’avversione alla sindacalizzazione dei lavoratori raggiunge livelli incredibili.
RITORNARE A UN'AGRICOLTURA CONTADINA
Tornando alla crisi dei prezzi, un altro fattore che si considera molto influente è la dipendenza da fertilizzanti e prodotti chimici, accaparrati da poche imprese che ne hanno aumentato eccezionalmente il prezzo di vendita. Secondo i dirigenti di Bayer e Monsanto, i fertilizzati incidono per circa il 35% sul costo di produzione e nel corso dell’anno il loro prezzo è duplicato (in Messico, dalla denazionalizzazione dell’industria petrolifera non si sono più prodotti i fertilizzanti, che ora sono forniti dalle multinazionali e il loro prezzo è sestuplicato in due anni).
Quindi, considerando i pericoli per la salute (come il caso del Dbcp ha reso evidente) e per l’ambiente e l’estrema dipendenza dal petrolio degli agrochimici, diventa una necessità favorire e sovvenzionare l’agricoltura biologica, locale e di piccola scala.
Un’altra causa è la scomparsa negli ultimi decenni di milioni di agricoltori e la conseguente concentrazione delle terre e dell’attività agricola nelle mani di un oligopolio che stabilisce le condizioni e specula. Detto in altra maniera: il cambio di paradigma che il neoliberismo ha introdotto in agricoltura, cioè dalla tradizione, dove milioni di contadini coltivavano per mangiare e/o lavorare in maniera rispettosa dell’ambiente, conservando le varietà autoctone, vivificando il tessuto rurale, arricchendo la diversità culturale, partecipando allo sviluppo delle proprie regioni, generando posti di lavoro e contribuendo alla sicurezza alimentare dei propri territori, si è passati a un’agricoltura dove l’unica e fondamentale premessa è l’affare, la concentrazione e l’accumulazione paranoica di capitale.
Organismi multilaterali e governi compiacenti hanno favorito l’agrobusinness industrializzato. I crediti ai piccoli agricoltori sono stati rallentati o congelati, si è tollerato che fossero espulsi dalle loro terre e che i loro raccolti fossero lasciati alla deriva a fronte delle produzioni esterne. I paesi del Sud sono stati spinti ad abbandonare la coltivazione di cibo a favore di certi agrocombustibili e commodities che generano moneta per acquistare cibo. In questi paesi gli investimenti pubblici in agricoltura sono notevolmente diminuite. Secondo Jaques Diouf, direttore generale della Fao, “… gli aiuti dati all’agricoltura nell’ambito dello sviluppo sono passati da 8.000 milioni di dollari (tenendo come base l’anno 2004) nel 1984 a 3.400 milioni nel 2004. (…) Nello stesso periodo la percentuale di aiuti pubblici allo sviluppo nel settore agricolo è scesa dal 17% del 1980 al 3% del 2006. Nelle previsioni di spesa delle istituzioni finanziarie internazionali si è registrata una drastica riduzione dei fondi destinati alle attività che costituiscono il principale mezzo di sussistenza per il 70% dei poveri del mondo. È emblematico il caso di un’istituzione passata da una percentuale di prestiti all’agricoltura del 33% nel 1979 all’1% nel 2007”.
LE MISURE ISTITUZIONALI ,,,
Di fronte a un simile quadro, in qualche parte, come in Europa, le autorità spendono grosse somme di denaro pubblico per sovvenzionare grandi latifondisti, aristocratici, monarchi ecc. Puntano ciecamente e incondizionatamente sulle tecnologie come il transgenico, presentate quali creature divine e miracolose. “Amici della terra” ha da poco pubblicato un interessante studio che illustra l’ottimo rapporto esistente tra i funzionari della Commissione europea ed EuroBio (lobbista della biotecnologia), curiosa alleanza che non allontana i nuvoloni dell’attuale crisi alimentare ma offre una spiegazione convincente del fanatismo biotecnologico delle autorità europee.
Per ora sono state presentate due proposte per frenare la crisi. Una si potrebbe chiamare “pericolosa toppa caritativa” d’urgenza e consiste nell’aumentare le somme destinate all’acquisto di generi alimentari attraverso il Programma alimentare mondiale (Pam). Equivale a dire che con gran parte di questi soldi si acquistano le eccedenze di granaglie prodotte negli Stati uniti per portarle ai paesi bisognosi e in alcuni casi è anche stato denunciato che queste derrate arrivano sui mercati spazzando via la produzione locale. La prima considerazione che comunque salta alla mente è che sarebbe ben più logico comperare questo cibo nello stesso paese dove verrà consumato o in paesi limitrofi e non certo acquistare la sovrapproduzione statunitense frutto di quelle politiche protezioniste che gli integralisti del mercato proibiscono tassativamente ai paesi del Sud.
La seconda misura è l’annuncio che bisognerà aumentare la superficie coltivata per produrre più alimenti, cosa non molto sensata se si considera che esistono coltivazioni sufficienti per sfamare 12 miliardi di persone. Oltretutto l’aumento delle superfici coltivabili avviene a scapito di boschi e foreste.
Ricapitolando: si coltivano agrocombustibili per ridurre le emissioni di anidride carbonica, ma questo causa l’aumento del prezzo dei generi alimentari; per frenarne la crescita si consiglia di aumentare la superficie coltivata, ma questo causa l’avanzare della frontiera agricola e i boschi tagliati per far spazio alle coltivazioni smetteranno di assorbire anidride carbonica, perciò quel carbonio rimarrà in atmosfera. è un tipico caso di serpente che si morde testardamente e ferocemente la coda.
...RIFIUTATE DALLE ORGANIZZAZIONI CONTADINE
Alla fine di maggio in Europa le autorità hanno rivisto la Politica agraria comune (Pac) alla ricerca di soluzioni alla crisi. Le misure sono state completamente rifiutate dalle organizzazioni contadine. La Coag ha fatto sapere che la diagnosi “… continua sulla linea dello smantellamento dell’unica politica comune dei 27, approfondendo le principali misure che sono servite come base della riforma della Pac del 2003: liberalizzazioni, deregolamentazione, sganciamento degli aiuti dalla produzione e tagli ai sussidi nel settore agricolo. L’esperienza ha reso evidenti le conseguenze negative che questo modello genera per produttori e consumatori: il prezzo delle materie prime è salito alle stelle provocando difficoltà nell’accesso al cibo per la maggior parte della popolazione. Contemporaneamente agricoltori e allevatori hanno avuto entrate che non permettono di coprire i costi di produzione (che nell’ultimo anno sono saliti in media del 60%), ed è per questo che molti stanno abbandonando un’attività che è fondamentale per la sopravvivenza dei nostri popoli”.
Questo risentimento è divenuto ancora più palese dopo la conferenza della Fao tenutasi a Roma all’inizio di giugno 2008. Le organizzazioni sociali che hanno realizzato un controforum, Terra Nera, si sono mostrate fortemente deluse dagli accordi raggiunti dai “rappresentanti del popolo”. Queste alcune delle loro dichiarazioni: “Con tale dichiarazione finale non sarà possibile riempire neppure un piatto. Proporre più liberalizzazioni provocherà più violazioni del diritto all’alimentazione” … “le richieste dei movimenti sociali di maggior appoggio e protezione per i piccoli produttori, di una riforma agraria e di misure concrete contro la speculazione finanziaria sono state totalmente ignorate dai governi”… “è una grossa sconfitta che i governi ancora non riconoscano che la crisi attuale è il risultato di decenni di aggiustamenti strutturali che hanno violato sistematicamente il diritto all’alimentazione” … “è una vergogna che alcuni governi non vietino alle compagnie internazionali di sementi, grani e alimentari di approfittare della crisi alimentare per aumentare i loro benefici”.
Infine, cosa ci si poteva aspettare dalla riunione del G8 tenutasi in Giappone a giugno? Più o meno la stessa cosa, con l’aggiunta del vergognoso spettacolo di alcuni agricoltori coreani di Via Campesina che appena giunti in Giappone sono stati arrestati, deportati e diffidati in quanto possibili disturbatori della riunione.
Nessuno tra gli uomini di potere fino a questo momento si è posto come obiettivo quello che le organizzazioni reclamano da anni: che non vengano applicati i criteri neoliberisti che scacciano gli agricoltori, concentrano l’offerta, favoriscono le esportazioni e trascurano la coltivazione di sussistenza. È necessario, per frenare situazioni come quella che si sta vivendo oggi, che le autorità intervengano per garantire la sicurezza e la sovranità alimentare dei popoli. Via Campesina lo dice in questi termini: “L’attuale crisi rende manifesto che non si può giocare con il cibo e che la regolamentazione dei mercati, sia a livello internazionale che europeo, è indispensabile per la sicurezza alimentare delle popolazioni”.
La Coag è sulla stessa linea: “L'Unione europea deve cambiare radicalmente la sua politica neoliberalizzatrice di abbandono della regolazione dei mercati e deve ripristinare i meccanismi che evitino l'oscillazione dei mercati agricoli e garantiscano agli agricoltori prezzi che superino i costi di produzione”.
CHI È RADICALE?
Questa crisi alimentare e le sue cause non sono congiunturali ma chiaramente strutturali. Questo modello, agricolo e di sviluppo, è esaurito. Tenete presente che molto difficilmente il prossimo anno il prezzo del petrolio scenderà, cambieranno i modelli di consumo, si interromperanno uragani e siccità conseguenza del cambio climatico, si favorirà la sicurezza alimentare a scapito dell’agrobusiness e gli imprenditori la pianteranno di arricchirsi a costo di fame e miseria. Pertanto è giunto il momento che gli stati intervengano per proporre soluzioni positive ed efficaci che ricadano positivamente su consumatori, coltivatori, allevatori, pescatori ecc. Se gli stati non adotteranno simili misure le organizzazioni sociali, specialmente quelle agricole, dovranno pensare seriamente di scendere nelle piazze e nelle strade perché disgraziatamente nelle democrazie borghesi questa è l’unica medicina che viene capita dal potere.
Alcuni, i “politicamente corretti”, stanno già pensando che sono un radicale. Per me hanno una scala di valori un po’ ossidata. Per me radicale è un mondo dove centinaia di milioni di persone sono a rischio fame perché pochi agroterroristi vogliono accaparrarsi più potere e capitale, dove si spoglia il contadino, lo si caccia dalla terra o lo si travolge con tempeste dottrinali che non può comprendere. Per me, questo si è radicale, ma ognuno ha i propri principi.
NOTA
(1) v. Vicent Boix Bornay, Parque de las hamacas.
*attivista sociale, autore di Parque de las hamacas.
Da: El ocaso de la agricultura valenciana tradicional, el neoliberalismo y la crisis mundial de alimentos 06-10-08, www.ecoportal.net. Trad. di Marina Vallatta; rid. e adatt. redazionali.