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articolo della rivista numero 153

“Soluzione verde?”
di Marcela Peixoto Batista*

Gli agrocombustibili, spacciati per la soluzione “verde” al problema dell’energia pulita, rispondono in realtà agli interessi delle solite grandi multinazionali

Negli ultimi anni siamo stati testimoni dell’aumento costante dei prezzi dei generi alimentari e, nei mesi scorsi, della fluttuazione del prezzo dei derivati del petrolio.
Le conseguenze sono state disastrose per l’economia e per le condizioni di vita di gran parte della popolazione mondiale, specialmente per coloro che vivono in uno stato di povertà. Tra le cause di questa crisi, oltre all’aumento del petrolio, gli specialisti individuano la diminuzione delle riserve di cereali e la finalizzazione di parte dei raccolti di cereali e oleaginose alla produzione di agrocombustibili (con questo termine si intendono tutti i combustibili prodotti direttamente o indirettamente tramite la biomassa).
Nonostante le numerose critiche da parte di ecologisti, contadini e altri settori della società civile gli agrocombustibili si stanno configurando, nello scenario delle politiche energetiche mondiali, come la soluzione dei problemi di sicurezza della produzione energetica, lotta al cambiamento climatico e sviluppo agricolo e rurale. La connessione che si sta producendo con sempre maggiore forza tra mercato energetico e agricoltura è però connotata da disuguaglianza e poca limpidezza rispetto agli interessi in gioco. L’impatto provocato dalla conversione degli alimenti in energia ha una ripercussione molto più ampia di quella provocata dalla commercializzazione liberalizzata di tali prodotti come beni di prima necessità e questo è dovuto all’alto grado di consumo energetico adottato nell’ultimo secolo dall’umanità, specialmente nelle società dei paesi più sviluppati. Le conseguenze ambientali dell’eccessivo sviluppo di questa propensione potrebbero portare a conseguenze disastrose che, per la maggior parte, vengono tenute nascoste nelle analisi di coloro che sostengono questo modello.
Se le relazioni economiche tra paesi sviluppati e paesi poveri si caratterizzano storicamente per la disuguaglianza delle condizioni, queste non vengono delineate in modo netto quando si parla di produzione di energia tramite coltivazioni agricole. L’opzione degli Stati uniti di sostituire 136.000 milioni di litri di combustibile da oggi al 2022 con derivati di origine agricola e quella dell’Unione europea di rimpiazzare il 5,75% del suo consumo di combustibili fossili con agrocombustibili entro il 2010 danno l’idea della dimensione e della rapidità dei cambiamenti che si vogliono fare. La sostenibilità di questi cambiamenti è però lontana dall’avvenire con la produzione stessa: sia nel caso degli Usa che dell’Ue, anche destinando tutta la produzione di cereali e di oleaginose alla produzione di agrocombustibili, non si arriverebbe a coprire il 10% del consumo attuale. Questo vuol dire che la materia prima per sostenere la sete di combustibili di questi paesi dovrà ancora una volta essere fornita dai paesi poveri del Sud, che ne assumeranno anche i costi sociali e ambientali.
In questo articolo si vuole stabilire una linea logica tra gli interessi geopolitici che promuovono la produzione di agrocombustibili e gli effetti nocivi che si possono scatenare nel momento in cui si pensi di utilizzarli per combattere i cambiamenti del clima.

I PROMOTORI E LE CRISI CONNESSE AGLI AGROCOMBUSTIBILI

Vendere l’idea che gli agrocombustibili sono un’alternativa in tempi di crisi energetica non è molto difficile, specialmente se si “vende” l’idea come un’energia verde e rinnovabile contro il petrolio nero e ormai “quasi esaurito”. È importante però sapere che rinnovabile non vuol dire senza limiti; anche se le coltivazioni sono rinnovabili, la terra, l’acqua e le sostanze nutrienti sono limitate. Al pubblico non arriva l’informazione che questa panacea di sostenibile ha tanto quanto la perpetuazione del petrolio come base della nostra economia e della deforestazione indiscriminata. Gli interessi che promuovono questo modello sono quelli delle grandi corporazioni, le stesse che controllano il settore agroalimentare, il petrolio e la finanza.
Queste imprese sono presenti nei principali paesi produttori di agrocombustibili, stanno impadronendosi delle terre e, insieme alle famiglie latifondiste che controllano l’agricoltura locale, stanno tessendo la nuova trappola che riguarda l’“energia verde”. Il Brasile, principale produttore di zucchero a livello mondiale, con un’industria produttiva di etanolo ben strutturata, tecnologia avanzata, un’elite produttrice potente e avida di investimenti stranieri e un governo che sta orientando tutto il suo apparato statale alla promozione dell’etanolo per il resto del mondo ne è un esempio eccellente. Questo paese oggi è uno dei principali obiettivi delle grandi corporation che investono in agrocombustibili. Il gigante del settore, Cargill, si espande nel territorio brasiliano con l’appoggio della famiglia Biagi, una delle principali che controllano il mercato dello zucchero nazionale, che insieme alla famiglia Junqueira sono i principali azionisti di Vale do Rosario, il secondo gruppo produttore di zucchero ed etanolo di questo paese. Questo gruppo fa parte del gruppo industriale brasiliano Crystalsev, che insieme a Cargill hanno una fabbrica di etanolo a El Salvador. Significativo è anche il caso della famiglia Ometto, principale azionista di Cosan, la maggiore produttrice brasiliana di zucchero che si è lanciata sui mercati azionari formando alleanze con le compagnie del settore Tate&Lyle (britannica), Sucden e Tereos (francese), il gruppo Kuok (Hong Kong) e la giapponese Mitsubishi con cui ha firmato un accordo per la messa in produzione della Usina Boa Vista, un impianto che verrà finanziato dalla Banca nazionale per lo sviluppo del Brasile (Bndes).
A peggiorare la situazione ci sono le dure critiche che vengono mosse alle pessime condizioni di lavoro dei tagliatori di canna, lavoratori (tra cui bambini) prevalentemente a giornata, senza contratto e pagati a cottimo. Ci sono anche casi di schiavitù lavorativa: nel 2007 il 52% dei lavoratori in condizioni di quasi schiavitù - liberati dal Gruppo mobile del ministero del lavoro che opera controlli nelle zone rurali - erano lavoratori della canna da zucchero: 3.131 persone su un totale di 5.974.
Per migliorare l’immagine dell’etanolo brasiliano e diminuire le critiche il governo ha optato per una Tavola rotonda di dialogo per il miglioramento delle condizioni di lavoro nelle piantagioni di canna da zucchero, composta da rappresentanti dei produttori e dei lavoratori. Questo dialogo, che è appena agli inizi e pretende di porre fine a secoli di sfruttamento nella produzione di zucchero di questo paese, rischia di venire ostacolato dalla velocità con cui il mercato pensa di cominciare a consumare tutti questi milioni di litri di etanolo.
È importante sottolineare le critiche che questo settore riceve a causa della sua espansione nella foresta amazzonica; sono scomparsi paesaggi naturali la cui biodiversità e valore ecologico hanno speciale rilevanza nel mantenimento della stabilità climatica globale. Le imprese fanno pressioni sui governi affinché vengano tolti i vincoli per le aree definite parchi naturali e zone protette, per poter così espandere le piantagioni di canna. Per quanto riguarda l’acqua, questa attività ne utilizza un’enorme quantità per l’irrigazione e mette a rischio le fonti dei principali fiumi del ricco bacino fluviale brasiliano. Nell’ottobre 2007 sono fuoriusciti da un serbatoio della Usina Sao Luis, in Pernambuco, 5,8 milioni di litri di etanolo e questo disastro ha provocato lo sfollamento di centinaia di famiglie, la distruzione delle sorgenti del fiume Pirangi e la morte di milioni di pesci. La disputa rispetto all’uso dell’acqua in Brasile ha aumentato i conflitti del 93%.
In termini generali, la produzione di generi alimentari, come lo zucchero, il mais o l’olio, finalizzata a fornire agrocombustibili genera conseguenze disastrose per i piccoli agricoltori, i lavoratori senza terra e le masse di esclusi che vivono in povertà assoluta. Nelle campagne si accentuano i problemi di competitività e le dispute per la terra produttiva e questo porta a un aumento del costo della terra e a una maggiore concentrazione nelle mani di imprese agroindustriali e latifondisti, determinati a produrre per fabbricare energia. Si stima che per fare spazio alle monocolture cinque milioni di contadini in Indonesia siano stati espulsi dalle loro terre, cinque milioni in Brasile e quattro in Colombia. In Brasile l’espansione delle piantagioni in vari stati si accompagna all’estendersi della violenza, portando con sé le tragiche cifre di assassinati a causa dei conflitti rurali.
Ma la crisi più profonda che mascherano gli agrocombustibili è quella che si sviluppa nel sistema di accumulazione di capitale; sotto questo aspetto il super sviluppo del Nord assorbe le risorse del Sud e occupa un eccessivo spazio ecologico. Ci troviamo di fronte a quello che Herman Daly definisce un mondo pieno, in cui il capitale umano ha abbondantemente superato il capitale naturale. Siamo arrivati a uno stato di accumulazione di beni tale per cui bisognerà distruggere parte di questi per sostituirli con altri e poter continuare dando una logica alla dinamica della crescita. Alla base di questo sistema ci sono l’industria automobilistica e quella petrolifera, anche se le imprese alimentari sono sempre più presenti. Queste imprese stanno puntando sugli agrocombustibili per recuperare sulla diminuzione dei consumi, specialmente nel settore automobilistico, però sotto la bandiera della “sostenibilità” e, come si è visto in precedenza, si stanno già formando alleanze e accordi che dimostrano queste aspirazioni.
In questo scenario l’America latina si presenta come il principale obiettivo della sete di consumo e delle strategie geopolitiche dei paesi avanzati, specialmente gli Stati uniti e le imprese che portano la sua bandiera. Dopo i disastri causati dalla corsa al petrolio in Medio Oriente, offrire a Lula e alla borghesia brasiliana, tramite Jeg Bush [uno dei più giovani rampolli della famiglia Bush], l’illusione che insieme (Usa e Brasile) potranno formare la Opep dell’etanolo ha funzionato e la borghesia ha già abboccato all’amo.

AGROCOMBUSTIBILI E SICUREZZA ALIMENTARE

Secondo la Fao, la produzione di agrocombustibili può danneggiare le quattro dimensioni della sicurezza alimentare:
- La disponibilità degli alimenti potrebbe essere minacciata nella misura in cui la terra, l’acqua e altre risorse produttive non saranno più usate per produrre alimenti ma per produrre energia.
- In relazione all’accesso, l’aumento dei prezzi degli alimenti può causare problemi ai consumatori e a coloro che non dispongono di sufficiente attività produttiva. La competizione per gli investimenti impone una pressione sull’aumento dei prezzi degli alimenti, anche se le coltivazioni non sono alimentari o se si coltiva in terre che precedentemente non erano utilizzate.
- La stabilità della somministrazione di alimenti, che fa riferimento alle situazioni in cui le popolazioni sono vulnerabili alla perdita dell’accesso alle risorse o ad altri mezzi di sopravvivenza a causa delle condizioni climatiche estreme, il cattivo funzionamento dei mercati e dell’economia, i conflitti civili, il degrado ambientale e, ogni volta di più, i conflitti in relazione alle risorse naturali.
- L’utilizzo che è relazionato con fattori di salute e nutrizione, come l’accesso all’acqua potabile, i servizi igienico-sanitari, i servizi medici. Se la produzione di materie prime per i combustibili entra in competizione per la somministrazione dell’acqua, la disponibilità di acqua per uso personale potrebbe diminuire, fattore che minaccerebbe le condizioni sanitarie e, di conseguenza, lo stato di sicurezza alimentare delle persone danneggiate.
Come si è già detto, questa deviazione della produzione agricola verso la produzione di agrocombustibili genera una domanda forte che, oltre ad aumentare i prezzi, esercita una pressione sulle riserve mondiali di cereali già ai  minimi storici. La situazione nei paesi con basso reddito e deficit alimentare assume dimensioni di calamità, dato che sono importatori netti di alimenti. Questo si traduce nelle molte rivolte sociali di cui siamo stati testimoni negli ultimi mesi a Haiti, Etiopia, Burkina Faso, Filippine.

CONSEGUENZE E PERICOLI

Però le conseguenze dovute all’utilizzo della produzione di materie prime agricole per la fabbricazione di combustibile vengono spiegate poco nei documenti e nei discorsi dei principali promotori di questa iniziativa energetica. L’analisi dei problemi brilla per la sua assenza e il tentativo di promuovere questa alternativa energetica sembra dimenticare non solo le calamità sociali ma anche le disastrose conseguenze naturali che molti scienziati stanno segnalando negli ultimi anni.
I difensori degli agrocombustibili li collocano all’interno del concetto di sviluppo sostenibile, ma questo stesso termine, per come è stato sviluppato, è passibile di dure critiche in quanto la soddisfazione delle necessità attuali di cui parla il rapporto Brundtland  [del  1987, “lo sviluppo sostenibile è quello che soddisfa le necessità della genrazione presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni", N.d.R.] non quantifica un limite. Il cuore del problema sta nelle dimensioni dello sviluppo attuale, che, indipendentemente dalle fonti energetiche utilizzate, non è sostenibile proprio a causa delle sue dimensioni. Al centro del dibattito c’è proprio il modello di sviluppo consumista.
Una delle idee centrali del concetto di sostenibilità è la conseguenza che il comportamento e la variabilità delle popolazioni possono avere circa le possibilità di mantenimento dell’ambiente. La capacità di sostentamento di una popolazione in un territorio e l’influenza di fattori biotici e non biotici in questa dinamica dimostrano che tale capacità viene messa a rischio se la produzione di alimenti (o il cambio di destinazione d’uso) diminuisce o se si verificano cambiamenti  di altri fattori, come ad esempio quello climatico.
Molti dei problemi generati dal modello agricolo attuale, specialmente quelli a carattere ambientale, hanno avuto inizio con la Rivoluzione verde, che ha avuto luogo a metà del XX secolo. La meccanizzazione, la distruzione indiscriminata delle foreste e della biomassa in favore di zone coltivate, l’applicazione su vasta scala di pesticidi, fertilizzanti, erbicidi hanno dato inizio al disastroso ciclo dell’agricoltura industriale. L’agricoltura industriale, con i suoi alti livelli di contaminazione del suolo, dell’atmosfera e i rifiuti energetici, è responsabile per un 41% delle emissioni dell’effetto serra, un valore molto più alto di quello causato dai trasporti, che è del 14%. Viene da chiedersi: se gli agrocombustibili si producono attraverso l’agricoltura industriale, come possono ridurre gli effetti del cambiamento climatico con questi livelli di contaminazione? È una domanda cui i promotori di questa alternativa energetica non si azzardano a rispondere per il semplice fatto che non c’è nessuna risposta ragionevole.
Un altro pericolo non menzionato dai media che difendono questa alternativa è la produzione di ossido nitroso, un gas che è tra i principali responsabili dell’effetto serra. “Il suo potenziale di riscaldamento globale è 296 volte superiore all’anidride carbonica e ha un tempo di permanenza nell’atmosfera di 120 anni. La sua concentrazione è aumentata specialmente a causa dell’agricoltura industriale delle monocolture, con uso massiccio di fertilizzanti a base di nitrati, aumentando le coltivazioni di leguminose, tra l’altro. L’abbandono dell’agricoltura contadina, sempre più diffuso dopo la Rivoluzione verde, ha ridotto il potenziale della sostenibilità ecologica che caratterizzava quel tipo di attività agricola. L’utilizzo di fertilizzanti naturali a base di letame e il mantenimento della copertura organica del suolo secondo le tecniche tradizionali dell’agricoltura potrebbero trasformare questa attività in un importante strumento per mitigare il cambiamento climatico.
Purtroppo il modello prevalente è quello delle monocolture su vasta scala dipendenti dal petrolio e l’incremento dell’uso di agrocombustibili ha le sue basi in questo tipo di agricoltura. Quindi si pensa di riutilizzare terre non utilizzate e specialmente iniziare a colonizzare terre fertili dei paesi dei tre continenti più poveri, l’Africa, Asia e America latina, dove si praticherà la distruzione di immense estensioni di foreste e di biomassa vergine. La distruzione delle foreste libera un’immensa quantità di anidride carbonica prodotta dalla combustione di materia organica. “Gli scienziati prevedono che quasi tutte le torbiere spariranno nei prossimi decenni e questo aggiungerà altri 40.000 milioni di anidride carbonica all’atmosfera”. Anche gli incendi provocati nella foresta amazzonica liberano annualmente 150 milioni di questo gas e, secondo le stime di incremento del consumo di agrocombustibili, l’aumento dei livelli di contaminazione provenienti dall’attività agricola sarà del 30% nei prossimi 12 anni (rapporto Stern).
I costi dell’incremento della produzione agricola sono già visibili nelle aree dove la controversia per la terra è sempre maggiore e a svantaggio delle comunità indigene e delle risorse naturali da cui dipendono. Sono vittime dirette e strette in un angolo dal potere delle multinazionali, la violenza dei latifondisti e la passività dei governi. In Brasile negli ultimi due anni la deforestazione dell’Amazzonia ha avuto un incremento notevole; da agosto a dicembre del 2007 sono stati distrutti 3.233 chilometri quadrati di foresta. Per sfuggire ai monitoraggi e ai meccanismi di controllo fiscale e investigativo di questo paese i criminali attuano poco a poco la distruzione di quello che rimane della copertura originaria. Questa pratica rende ancora più difficili le azioni di contenzione rispetto la deforestazione, azioni già complicate dalla vasta estensione del territorio e dalla violenza dei criminali.

AGROCOMBUSTIBILI E TRANSGENICO

Dopo i tentativi da parte delle imprese di ingegneria genetica di ridurre l’opposizione sociale verso il consumo umano di alimenti modificati, l’opportunità di orientare questa attività verso le produzioni di combustibile si presenta come una soluzione rapida e lucrativa per compensare gli alti investimenti fatti in questo campo. Le coltivazioni transgeniche che si utilizzano già per il nutrimento animale serviranno per espandere le grandi estensioni di monocolture come la soia, vale a dire che i residui dei combustibili prodotti con la soia o col mais verranno utilizzati per produrre mangime, pro “Renessen, una società congiunta tra Cargill e Monsanto, sta costruendo impianti per trattare i residui del mais dopo la produzione di etanolo e convertirli in alimenti per animali.
Un’altra minaccia transgenica sono i così detti agrocombustibili di seconda generazione. Lo sviluppo di ricerche nel campo dell’ingegneria genetica da parte di alcune imprese del settore promette di ottenere alberi e graminacee a crescita rapida che producano meno lignina ( sostanza che rende dura la corteccia degli alberi) e che si decompongano velocemente per produrre zuccheri. Tutto questo tramite la manipolazione genetica di piante e l’utilizzo di enzimi e microbi, come funghi e batteri, anche modificati o creati da zero a partire dalle tecnologie di biologia sintetica. L’allarme lanciato dai gruppi ecologisti sui rischi intrinseci a questi processi non serve a sensibilizzare le imprese e i governi che le appoggiano. La diffusione di queste piante e microrganismi negli ambienti naturali contigui tramite il vento e gli animali può provocare una vera catastrofe naturale le cui dimensioni sono sottovalutate a causa della corsa al profitto delle multinazionali.
Però lo sviluppo di queste tecnologie è lontana dall’essere pronto per la commercializzazione, nonostante le imprese che fanno ricerca dicano il contrario. Ma, in ogni caso, il fatto che queste coltivazioni non siano ancora commerciabili potrebbe essere una scusa per continuare ancora a lungo a sponsorizzare le coltivazioni tradizionali degli agrocombustibili e il consumo di petrolio.

*collaboratrice di SodePaz - Spagna.


 

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