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articolo della rivista numero 153


Gli affamati nel mondo

di Carlos Amorín

La fame è l’arma più letale della guerra chiamata capitalismo

 

Uno studio recente della Fao, l’Organizzazione delle Nazioni unite per l’agricoltura e l’alimentazione, rivela che il numero degli affamati è in continuo aumento nonostante le pompose dichiarazioni, i costosi convegni e le riunioni fatte sotto misure di massima sicurezza e ha raggiunto la cifra di 923 milioni nel 2007. La Fao, struttura che fa parte essa stessa di questo apparato, attribuisce la gravità del problema all’aumento internazionale dei prezzi degli alimenti, ma passa sotto silenzio lo straordinario processo di concentrazione delle fonti di produzione alimentare nelle mani di pochissime imprese multinazionali.

PIU' ALIMENTI MA PIù AFFAMATI

Il documento della Fao sintetizza in sei punti i concetti essenziali:

1 - La fame nel mondo sta aumentando. L’obiettivo della Riunione mondiale per l’alimentazione (Cma), consistente nel ridurre della metà il numero delle persone malnutrite nel mondo per il 2015, è sempre più difficile da raggiungere per molti paesi. Secondo le stime più recenti della Fao, la quantità di persone affamate nel mondo nel 2007era di 923 milioni, 80 milioni in più del periodo di riferimento 1990-1992. Le stime sul lungo periodo (secondo dati disponibili fino al 2003-2005) mostrano che prima dell’aumento dei prezzi alcuni paesi avevano fatto passi avanti per raggiungere l’obiettivo della Cma e la meta degli Obiettivi per lo sviluppo del millennio (Odm). Ora anche questi paesi stanno retrocedendo.

2 - Il prezzo elevato degli alimenti è il maggiore responsabile; l’aumento più rapido della fame cronica sperimentato recentemente si è prodotto tra il 2003-2005 e il 2007. Le stime provvisorie della Fao mostrano che in questo periodo 75 milioni di persone si sono aggiunte alla cifra totale di quelle malnutrite. Anche se la causa risiede in diversi fattori, l’aumento dei prezzi sta portando milioni di persone verso l’insicurezza alimentare, peggiorando la situazione di coloro che già la stavano soffrendo e minacciando la sicurezza alimentare mondiale sul lungo periodo.

3 - Le famiglie più povere, quelle che non hanno terra o quelle in cui il capo famiglia è la donna sono quelle più a rischio. La maggioranza dei nuclei familiari urbani e rurali dei paesi in via di sviluppo è costretta ad acquistare gli alimenti per coprire le proprie necessità e quindi l’aumento dei prezzi li rende più vulnerabili, almeno sul corto periodo. Il reddito reale si ridurrà e l’insicurezza alimentare e la malnutrizione aumenteranno tra i poveri in parallelo alla diminuzione della quantità e della qualità degli alimenti consumati.

4 - Le soluzioni applicate dai governi hanno avuto un impatto molto limitato; per contenere gli effetti negativi dei prezzi elevati i governi hanno introdotto diverse misure, come il controllo dei prezzi e le restrizioni alle esportazioni. Anche se comprensibili da un punto di vista di benessere sociale immediato, queste misure sono state applicate saltuariamente ed è probabile che saranno inefficaci o insostenibili. Alcune misure hanno addirittura avuto un effetto negativo sul livello di stabilità dei prezzi mondiali.

5 - I prezzi elevati possono anche essere un’opportunità. Sul lungo periodo, i prezzi alti degli alimenti possono costituire un’opportunità per l’agricoltura (anche per i piccoli produttori) nei paesi in via di sviluppo se accompagnati alla disponibilità di servizi pubblici essenziali. Il guadagno dei piccoli agricoltori potrebbe stimolare uno sviluppo economico e rurale più ampio. I nuclei familiari contadini possono ottenere benefici immediati, altri potrebbero ottenerli in un periodo più lungo se i prezzi elevati si convertiranno in opportunità per aumentare la produzione e creare lavoro.

6 - Ci vuole un duplice approccio esaustivo. I governi, i donatori, le Nazioni unite, le organizzazioni non governative, la società civile e il settore privato dovrebbero immediatamente unire i loro sforzi in un duplice approccio strategico per affrontare le conseguenze dei prezzi elevati degli alimenti, prevedendo: a) misure che vadano a sostenere il settore agricolo, in particolare i piccoli produttori nei paesi in via di sviluppo; b) reti di sicurezza e programmi di protezione sociale che in modo selettivo si orientino verso le fasce più vulnerabili e che soffrono maggiormente l’insicurezza alimentare. Questa è una sfida mondiale che richiede una risposta di portata mondiale.

Anche se in modo insufficiente, Jacques Diouf, direttore generale della Fao, con una breve frase ammette che ”La fame è aumentata mentre nel mondo è aumentata la ricchezza e si sono prodotte quantità di alimenti sempre maggiori nell’ultimo decennio”.

DUE PIU' DUE NON FANNO QUATTRO

A Roma, sede della Fao, due più due non fanno quattro. Per questo non si arriva a concludere che la fame non origina da una mancanza di alimenti o di terre produttive o di conoscenze sufficienti per produrli o a causa di catastrofi naturali o guerre etniche, ma dal fatto che la ricchezza di alcuni aumenta con l’aumentare di povertà, miseria, fame e morte di altri. Questa logica conclusione sostenuta da molte evidenze non entra nell’analisi della Fao. Visti dall’occhio di chi detiene il potere, i più poveri, i più fragili, i bambini, le donne in gravidanza dei paesi sottosviluppati, coloro che soffrono maggiormente le conseguenze di questa situazione, sono in realtà vittime della fatalità.

Nel 2003-2005 Asia e Africa riunivano l’89% degli affamati, circa 750 milioni di persone. Da allora al 2007 l’Asia ne ha aggiunti altri 41 milioni e l’Africa 24 milioni. In Africa, in 15 paesi su 16 la percentuale di chi soffre la fame supera il 35% della popolazione. L’America latina e i Caraibi patiscono ugualmente questo processo con 5 milioni in più di nuovi affamati sia nelle campagne che nelle città.

Tra il 1952 e il 1956 la Fao ha avuto come presidente il medico e sociologo brasiliano Josué De Castro, autore, tra l’altro, di Geografia della fame, stampato per la prima volta negli anni Quaranta, in cui, già allora, considerava che la fame era una conseguenza dell’ordinamento politico ed economico mondiale e distingueva tra “la fame fisiologica e assoluta” e “la fame specifica”, cioè quella provocata da una carenza di sostanze nutritive sufficienti e adeguate, diffusa tra quelle popolazioni costrette a vivere in regimi di monocolture imposte dagli interessi agroindustriali e commerciali.

Togliendo ogni sostegno alla tesi del sottosviluppo, De Castro affermava che “il sottosviluppo non è mancanza di sviluppo, ma il prodotto del cattivo uso delle risorse umane e naturali. Il sottosviluppo e la fame possono essere eliminati dalla faccia della terra mediante una strategia globale di sviluppo che metta i mezzi di produzione a disposizione dei benefici delle comunità”.

Nel lasciare il suo incarico alla Fao, De Castro riconobbe pubblicamente di non avere avuto abbastanza coraggio nelle iniziative prese e deplorò il fatto che i paesi ricchi erano rimasti indifferenti di fronte al dramma della fame. La dittatura brasiliana lo condannò all’esilio, in cui morì nel 1973.

PIU' ECONOMICO MA PIU' INACCESSIBILE

Dai tempi degli avvertimenti di De Castro la situazione è molto peggiorata; un grafico nello studio della Fao mostra che, anche se i prezzi internazionali degli alimenti in termini reali si sono abbassati dagli anni Sessanta al 2004, con eccezione del picco registrato nel 1975 immediatamente dopo la prima “crisi del petrolio”, la fame è costantemente aumentata. Più ancora, attualmente i prezzi sono ancora relativamente bassi rispetto al 1960. Nonostante ciò la fame si è estesa sempre più. Una prova ulteriore del fatto che la causa fondamentale, determinante della fame nel mondo non è il prezzo degli alimenti, visto che in quattro decenni di diminuzione costante dei prezzi la quantità degli affamati non è diminuita.

La realtà mostra che, anche tenendo conto della crescita demografica, non mancano gli alimenti e i prezzi non sono il principale ostacolo che impedisce di ottenerli. La causa della fame è che gli ordinamenti sociali degli stati, mentre erano orientati tradizionalmente alla qualità della sopravvivenza, nel XX secolo sono stati purtroppo sostituiti da nuovi ordinamenti basati sul lucro ad ogni costo, sull’accumulazione del capitale, sullo sfruttamento insostenibile delle risorse naturali e sulla concentrazione della proprietà delle catene produttive e distributive a livello globale.

Questo processo è arrivato al punto di massima espressione con l’applicazione generalizzata del neoliberismo economico, politico e filosofico.

In una recente indagine il gruppo canadese Etc afferma che ”delle migliaia di imprese e istituzioni pubbliche che fino a trent’anni fa si occupavano del miglioramento delle sementi attualmente solo dieci controllano i due terzi della vendita mondiale di semi brevettati; delle dozzine di imprese produttrici di pesticidi, dieci controllano ora il 90% della vendita dei prodotti agrochimici nel mondo; di quasi mille imprese biotecnologiche emergenti quindici anni fa dieci monopolizzano i tre quarti delle entrate dell’industria; sei imprese leader delle sementi sono anche sei leader dei pesticidi e delle biotecnologie. Negli ultimi trent’anni, un pugno di compagnie ha ottenuto il controllo della quarta parte della biomassa annuale del pianeta (coltivazioni, bestiame, pesca…) immessa nel mercato mondiale”.

Per raggiungere questi risultati è stata necessaria la complicità del sistema politico, che si è messo al servizio di queste multinazionali facendo sì che le legislazioni si adattassero e proteggessero i loro investimenti e profitti e avessero il controllo crescente sull’alimentazione ma quindi anche sulla fame.

La fame non è un destino inevitabile per popolazioni incapaci di produrre i propri alimenti, ma un’arma politica utilizzata come espressione strutturale della guerra chiamata capitalismo in cui, affinché alcuni possano disporre di tutto, l’enorme maggioranza deve restare praticamente senza niente. La fame è anche il peggiore terrore a cui possa essere sottomesso un essere umano e di fronte al quale cede qualsiasi coscienza. La fame è quindi un’arma imprescindibile per l’accumulazione capitalista e il più efficace strumento per sottomettere popolazioni condannate non a causa del sottosviluppo ma a causa dello sviluppo dei paesi ricchi, come sosteneva De Castro.


Da: Los hambrientos del mundo aumentaron a 923 millones, Rel-UITA, www.rel-uita.org, 15-12-2008. Trad. di Federica Comelli; adatt. red.


 

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