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scheda della rivista numero 152
La precarietà al palo
Il mondo del lavoro nell’Argentina attuale ha come rischi principali una grande precarietà e una politica di salari bassi.
Il golpe del 1976, oltre ad acuire un processo brutalmente repressivo, ha dato inizio a un piano economico le cui espressioni basilari di valorizzazione finanziaria, lontane dall’essere abbandonate con la riapertura democratica, sono andate aumentando con l’approfondirsi della deindustrializzazione, l’apertura alle importazioni e le privatizzazioni, comportando, tra le altre cose, la disoccupazione di quasi metà della popolazione attiva. Coloro che come noi si sono organizzati in movimenti di quartiere piqueteros hanno iniziato attività produttive per affrontare la perdita del lavoro, cercando inoltre di promuovere forme di lavoro opposte alla logica del capitale. Con l’economia in piena crescita, i Kirchner stanno pubblicizzando la creazione di nuovi posti di lavoro, ma questo discorso trionfalista nasconde le condizioni di lavoro in cui si trovano la maggior parte delle lavoratrici e dei lavoratori: una realtà segnata dalla precarietà del lavoro e da una politica di salari bassi.
Lavoro senza padroni, reti solidali di commercio
Per combattere la disoccupazione nei quartieri poveri abbiamo favorito la creazione di cooperative e di gruppi di lavoro senza padrone, con funzionamento assembleare, in cui il guadagno viene ripartito in maniera equivalente. Oggi continuano a funzionare gruppi di produzione alimentare, di manifattura tessile, di carpenteria, ferramenta, cooperative edili, elettriche e di servizi ecc. Per commercializzare i prodotti si sono costruite reti, basate sulla creazione di un’economia solidale e un consumo responsabile.
In termini pratici, e al di là dei successi e dei fallimenti registrati nel procedere di queste esperienze, come forma di resistenza questi progetti rendono possibile l’accesso al lavoro a coloro cui questa possibilità era stata negata dal sistema. In termini di guadagno, bisogna dire che è complicato sostenerli nell’ora della “competizione” in un mercato altamente concentrato nel quale è impossibile mantenersi ai margini. Ci sono difficoltà nel trasferimento della produzione e i sussidi statali per i macchinari e la formazione arrivano con il contagocce alle organizzazioni antagoniste.
Sappiamo che oggi come oggi non sono la soluzione per dare da mangiare ai molti che ne hanno necessità; non crediamo che il cambiamento sociale avverrà con la proliferazione e l’esito di questi progetti. In ogni modo, continuiamo a credere nei produttori e nelle cooperative che sono nati per necessità, che costituiscono in scala minore un modo di iniziare a creare dal basso la società che vogliamo, in contraddizione ai valori del capitalismo. Oggi numerose famiglie dei nostri movimenti hanno un introito con il lavoro di produzione.
Peggiori condizioni, maggior profitto dei padroni
Che cosa hanno in comune un commesso di un supermercato, un addetto alle pulizie, un telefonista in un call center, un intervistatore di inchieste, un lavoratore di un fast food, un lavoratore boliviano in una sartoria clandestina, un giovane ricercatore dell’università pubblica, ecc? Il loro stato permanente di instabilità e di incertezza del lavoro, così come la negazione di qualunque diritto, come dire il loro stato precario nel mondo del lavoro. La maggior parte dei nuovi lavori è di questo tipo. I padroni aumentano il profitto e la produzione grazie alla diminuzione dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.
Cosa chiamiamo precarietà? Quei lavori a bassa qualificazione che si caratterizzano per la bassa protezione dei lavoratori da parte delle leggi sul lavoro e come sicurezza sociale. C’è un aumento della tendenza a sostituire i lavoratori a tempo indeterminato con lavoratori temporanei, a termine o subcontrattati; a diminuire la parte fissa del salario e aumentare la parte variabile vincolata alla produzione; a ridurre i salari al minimo o al di sotto del minimo; nel non essere dipendenti da un solo e identificabile datore di lavoro; a spostare i lavori fuori dalla sede dell’impresa; a proteggere scarsamente l’integrità fisica e psicologica; a ridurre o annullare la possibilità di far valere i propri diritti sindacali e di negoziare collettivamente. I sindacati sono complici nell’applicazione di queste politiche, che tendono a dividere e frammentare i lavoratori.
L’immensa maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori si trova in questa situazione e, nonostante la grande crescita economica, la creazione di posti di lavoro in nero - compreso all’interno dello stesso governo che dichiara di combatterlo - sta aumentando.
Fuori dall’agenda ufficiale troviamo il sussidio per i disoccupati, congelato da anni nell’umiliante cifra di 150 pesos (appena qualche pesos in più rispetto al sussidio per famiglie). Con l’inflazione crescente, la situazione delle famiglie meno protette è sempre più asfissiante.
La disoccupazione e la precarietà sono anelli della stessa catena, in cui si cerca di aumentare il profitto di pochi al di sopra degli interessi e dello sforzo del popolo. Qui è la causa. Pensiamo che le lotte per salari migliori, per i diritti calpestati, per i lavoratori e le cooperative, ognuna con le sue caratteristiche, siano importanti ma non siano l’unica soluzione. Crediamo che la strada sia quella di rivolgere le lotte contro un sistema politico, sociale ed economico in cui l’essere umano è al servizio dell’accumulazione del capitale e da cui traggono profitto sempre gli stessi.
Da: “Cambio Social” del Frente Popular Dario Santillan. Trad. di Anna Camposampiero, adatt. red.