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scheda della rivista numero 152

 

In Italia contro la guerra!

 

Nelle settimane dell’attacco israeliano contro la popolazione della Striscia di Gaza anche in Italia, come in tutta Europa, sono state centinaia le manifestazioni, i presidi e le iniziative contro la guerra. Il “fatto nuovo” di molte di queste manifestazioni è stata la presenza, a volte decisamente maggioritaria, di giovani immigrati dai paesi arabi (in realtà anche di famiglie con bambine/i).
Una presenza dovuta a diversi fattori: da una parte una scelta consapevole di presa di parola, una forte volontà di protagonismo e di espressione pubblica della rabbia per quanto stava accadendo a Gaza, reso particolarmente evidente dalle immagini che Al Jazeera e le altre Tv satellitari arabe portavano ogni giorno nelle loro case italiane; dall’altra parte la voglia di far valere questo protagonismo radicato nella propria condizione di migranti, spesso di “seconda generazione”, e di cittadini di luoghi che non accettano il loro protagonismo, la loro nuova cittadinanza, la loro identità e cultura in trasformazione.
Una partecipazione e un protagonismo che per il momento hanno trovato quasi esclusivamente il canale messo loro a disposizione dalle associazioni e dalle comunità islamiche, pur non essendo tutte/i islamici praticanti. E questo perché oggi non sembrano disponibili - o sono comunque fragili - organizzazioni “indipendenti” di migranti. Una situazione che favorisce l’iniziativa delle organizzazioni religiose impegnate contro la guerra in Palestina (come lo erano state, anche se con meno evidenza, contro quella in Iraq), ma anche impegnate a costruire una propria “egemonia” politica e sociale tra le donne e gli uomini che provengono dai paesi arabi, cercando di connotare in senso religioso la loro presenza e azione nella società.
Su questa presenza dei migranti e sulle relazioni tra queste organizzazioni e l’insieme del movimento contro la guerra e per la Palestina è necessario che si apra una discussione seria e profonda, sia perché modifica il quadro a cui siamo abituati a riferirci, sia per l’inevitabilità di queste relazioni, che mettono in causa valori e principi per noi fondamentali (la laicità, l’autonomia dei movimenti ecc.).

La sinistra e il movimento contro la guerra italiani non sono stati, ancora una volta, all’altezza delle necessità. Le associazioni e organizzazioni politiche italiane sono state spesso assenti, soprattutto nelle prime settimane, e le manifestazioni in molte città sono state quasi completamente “arabe”.
Non stupisce, evidentemente, l’assenza di forze come il Partito democratico, che nasconde dietro la sua “equavicinanza” una decisa presa di posizione a favore delle politiche e delle guerre israeliane.
Ma anche il resto della “sinistra” e dell’associazionismo solidale e pacifista si è mosso con difficoltà. Arrivando diviso all’appuntamento del 17 gennaio, quando una manifestazione nazionale convocata dalle organizzazioni palestinesi e arabe, dal Forum Palestina, dalle organizzazioni della sinistra radicale, con l’adesione di numerose organizzazione pacifiste, ha portato decine di migliaia di persone a Roma.
Lo stesso giorno la Tavola della pace e le sue organizzazioni si riunivano ad Assisi, fornendo il loro palco ancora una volta all’ex ministro degli Esteri D’Alema e alle sue politiche. Anche in questo caso nessuno stupore: è la stessa logica dell’invito a D’Alema alla Perugia/Assisi nel settembre 1999, tre mesi dopo il bombardamento di Belgrado, o del “Forza Onu” dopo la guerra israeliana del 2006.
È così che i dirigenti della Tavola cercano di ricostruire una “verginità” pacifista alle forze del centrosinistra già al governo e oggi in evidente difficoltà, che sulle questioni degli interventi militari e della politica estera avevano espresso il peggio di sé.
È l’equivoco del “pacifismo politico”, che nella versione della Tavola della Pace significa pacifismo che, nell’illusione di “condizionarla”, fa da sponda a quella parte della “sinistra” che condivide le logiche della “guerra globale permanente”, pensando di “governarla”…
La popolazione palestinese ha evidentemente bisogno di qualcosa di più. Improbabile pensare nel breve periodo a un rilancio dell’iniziativa su larga scala dell’organizzazione indipendente del movimento contro la guerra e della solidarietà internazionale: ma questa rimane comunque la necessità politica di fronte al persistere dei rischi di guerra e alle politiche che la preparano (spese militari, ruolo delle forze armate per l’ordine pubblico, complicità con le guerre israeliane e Nato ecc).

Piero Maestri

 

 

 

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