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scheda della rivista numero 152
Sfide enormi per i sindacati africani
Una nuova organizzazione regionale africana, affiliata alla Confederazione sindacale internazionale (Csi), è nata a novembre in Ghana. Questa struttura, che raggruppa otto milioni di lavoratrici e lavoratori di 44 paesi africani, è stata creata sotto la spinta della rifondazione del movimento sindacale internazionale.
Nell’era della globalizzazione l’unione delle forze dei lavoratori è importante. L’organizzazione sindacale panafricana è il frutto della creazione della Csi nel novembre 2006.
La fondazione della nuova organizzazione sindacale regionale africana rappresenta sicuramente un avanzamento sul piano dell’azione sindacale, tuttavia non si può concepire questa azione allo stesso titolo delle pratiche del sindacalismo in una società industriale. Oggi, per esempio, circa l’80% della popolazione africana lavora nel settore dell’economia informale e secondo l’ufficio internazionale del lavoro, il 90% dei nuovi impieghi creati dopo il 1990 appartiene a questo settore. In paesi come il Benin, il Mali e il Togo più del 30% del Pil si basa sull’economia informale.
Alcuni sindacalisti del Burkina Faso - dove l’economia informale è il terzo settore di attività economica dopo l’agricoltura e l’allevamento - hanno presentato il loro progetto al congresso di fondazione della Confederazione sindacale. Adottando mezzi concreti per rappresentare i lavoratori davanti allo stato - allo scopo, ovviamente, di far rispettare le norme del lavoro e della sicurezza sociale - le quattro centrali sindacali del paese si sono associate, per accrescere così la loro forza e assicurare la rappresentanza dei lavoratori attraverso la creazione di cooperative e mutuando alcune protezioni sociali.
Le tre età del sindacalismo africano
Il nuovo segretario generale dell’ala africana della Csi, Kwasi Adu-Amankwa, ha testimoniato il lungo e difficile cammino percorso dal movimento sindacale africano.
I sindacati in Africa si sono formati e sviluppati nella scia del colonialismo e delle crisi politiche e umanitarie. Se all’inizio del XX secolo troviamo manifestazioni, raggruppamenti e scioperi per lottare contro lo sfruttamento selvaggio dei lavoratori, bisogna però attendere gli anni Quaranta per veder apparire delle organizzazioni sindacali basate sui modelli delle metropoli. Inglesi, francesi e belgi esportavano ai tempi non solo la loro cultura sindacale ma anche leggi del lavoro che non consideravano le realtà locali.
La decolonizzazione provocherà stravolgimenti che avranno delle conseguenze sul piano politico e sindacale. In numerosi paesi le dittature e i regimi a partito unico ingloberanno le organizzazioni della società civile, determinando nello stesso tempo la fine del pluralismo sindacale.
Alla fine degli anni Settanta il timido ritorno alla democrazia porta in scena la creazione di nuovi sindacati, sollevando anche problemi di coesione e di unità. Gli anni Ottanta daranno un colpo molto duro all’economia africana, provocando un deterioramento considerevole delle condizioni di vita e del lavoro della popolazione.
Quando il agiscono il Fmi e la Bm
Secondo il rapporto del segretario generale della Csi, Guy Ryder, a metà degli anni Ottanta il continente africano doveva servire da laboratorio per le politiche shock del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale. Sono stati i lavoratori le prime vittime dei programmi di aggiustamento strutturale: trenta paesi africani sono stati letteralmente messi sotto pressione al fine di ottenere il rimborso del loro debito, a detrimento totale dei servizi pubblici e dell’agricoltura locale, obbligando anche oggi alcuni paesi a esportare generi alimentari.
I sindacati africani non sono stati in grado di fermare queste politiche concordate tra i loro governi nazionali corrotti e le “grandi” istituzioni internazionali. Le sospensioni temporanee di massa dal lavoro, le riduzioni considerevoli dei salari e l’impoverimento generalizzato delle popolazioni locali hanno creato la sinistra immagine di un’economia africana costruita in funzione quasi esclusiva del commercio internazionale.
Il congresso di fondazione della Confederazione sindacale fa dunque della lotta alla corruzione una priorità per lo sviluppo della democrazia. Le organizzazioni sindacali dei paesi occidentali sono chiamate a fare pressione sui governi e sulle istituzioni internazionali per rompere il cerchio vizioso della dipendenza e dei suoi effetti perversi sul “buon governo”.
Rafforzare i sindacati: una priorità
Infine, il congresso ha ricordato l’importanza di rafforzare il movimento sindacale africano. Dipendendo in buona parte dall’aiuto internazionale, i sindacati hanno bisogno di ridefinire le basi stesse della solidarietà e della cooperazione con le organizzazioni dei paesi del Nord. La nuova Confederazione sindacale internazionale si è data il mandato di operare una svolta al fine di costruire dei rapporti Nord-Sud più equi. Speriamo che il messaggio sia arrivato e che il movimento sindacale europeo e nordamericano, onnipresenti a questo congresso, sappiano prendere la giusta misura di questo nuovo spirito di solidarietà!
Jacques Lètourneau*
*responsabile delle relazioni internazionali della Csi (www.alternatives.ca).
Trad. di Anna Camposampiero; adatt. red.