ARCHIVIO
articolo della rivista numero 152
Iraq & Sofa
di Ornella Sangiovanni
Il nuovo “Accordo sullo stato delle forze” firmato tra Usa e Iraq restituirà davvero la sovranità al paese?
Anno nuovo, vita nuova. Anche in Iraq si cambia. Dall’1 gennaio è andato in soffitta il mandato delle Nazioni unite, rinnovato di anno in anno, che autorizzava la presenza della cosiddetta “Forza multinazionale” (Mnf), sostituito dal nuovo accordo concluso fra Washington e Baghdad: lo Status of Forces Agreement(Sofa), o accordo sullo stato delle forze. Gli Stati uniti di questi accordi ne hanno almeno un’ottantina in giro per il mondo, che definiscono le condizioni della loro presenza militare nei vari paesi, compresi obblighi e limitazioni (e basi).
A fine 2007, in occasione del rinnovo del mandato Onu per la Mnf, il premier iracheno Nuri al Maliki era stato chiaro: sarebbe stata l’ultima proroga. Si apriva così, nel marzo 2008, quella che doveva rivelarsi una trattativa lunga e, da un certo punto in poi, sempre più difficile fra le delegazioni irachena e statunitense. Su tutto, una questione fondamentale: il calendario per il ritiro delle forze Usa dall’Iraq. Sul quale Maliki, a partire dal settembre dello stesso anno, ha cominciato a puntare i piedi in modo sempre più intransigente, che ha portato i negoziati a vere e proprie fasi di stallo. Finché il premier iracheno ha addirittura sostituito la squadra dei negoziatori, esautorando il ministro degli Esteri Hoshyar Zebari (kurdo e filo-statunitense convinto), e facendo scendere i campo i “duri” del suo stretto entourage, guidati da Mowaffak al Rubai’e, il consigliere per la sicurezza nazionale.
Il risultato è l’accordo attuale: approvato dal parlamento iracheno, anche se con una maggioranza limitata, il 27 novembre 2008 e controfirmato da Maliki e dal presidente Usa George W. Bush, nel corso della visita di quest’ultimo a Baghdad a dicembre (quella, per intenderci, del lancio delle scarpe). Accordo che adesso è in vigore a tutti gli effetti.
I TERMINI DELL’ACCORDO
Ma cosa prevede esattamente il Sofa? Intanto, la questione del calendario del ritiro delle truppe. Il documento sottoscritto dalle due parti in materia di date è molto chiaro: dopo il 31 dicembre 2011 non potrà più restare in Iraq un solo soldato statunitense. Nell’ultima fase delle trattative, Maliki e i suoi negoziatori (spalleggiati da Teheran, che all’accordo era decisamente contraria) su questo sono stati irremovibili. E dunque dal testo finale sono sparite ambiguità e terminologie vaghe: nessun “orizzonte temporale” (come voleva Bush), né possibilità che il governo iracheno “chieda” agli Usa di rimanere ancora, niente ritiri condizionati alla capacità (e all’autonomia) raggiunta dalle forze di sicurezza irachene e via dicendo. No: tutti a casa e basta - altri tre anni di occupazione sono più che sufficienti. Di date, però, il calendario del Sofa ne stabilisce un’altra: il 30 giugno 2009, ovvero fine giugno di quest’anno, quando le truppe “da combattimento” (e qui comincia il bello: come si definiscono?) dovranno aver lasciato tutti i centri abitati (“città, villaggi e località”, dice il testo dell’accordo) ed essersi ritirate nelle loro basi. Sarà un primo banco di prova.
Altri tre anni di presenza militare statunitense, dunque, mentre i Paesi ancora rimasti della cosiddetta “coalizione” - un termine che è sempre stato improprio - hanno sgombrato praticamente tutti prima della fine del 2008. Restano inglesi, australiani, rumeni, salvadoregni, estoni, oltre al contingente inquadrato nella Nato (del quale fanno parte anche militari italiani) che sta addestrando le forze di sicurezza irachene. Ma solo fino a luglio e con una serie di “memorandum di intesa”, conclusi con i singoli governi, che ne escludono l’impiego in ruoli “di combattimento”. A Londra, in particolare, non l’hanno presa tanto bene.
Gli statunitensi invece hanno ancora tre anni. Solo che adesso per loro le cose cambiano, almeno sulla carta. Sì, perché il Sofa prevede che il ruolo di comando lo abbiano gli iracheni: e dunque le eventuali operazioni “di combattimento” - che sono ancora consentite - dovranno essere concordate con loro e condotte assieme a loro. Come? Attraverso una serie di commissioni miste - parecchie - che ancora devono essere formate e che dovranno presiedere all’attuazione dell’accordo in diversi ambiti, non solo quello che riguarda le operazioni militari.
E niente più arresti arbitrari, raid, incursioni nelle case - magari in piena notte - e via dicendo: d’ora in poi per arrestare qualcuno occorrerà il mandato di un giudice iracheno. A meno che l’arresto non avvenga nel corso di “operazioni di combattimento”, che i militari Usa non possono condurre da soli.
CARCERI: SITUAZIONE CONFUSA
Più delicata, invece (e decisamente più confusa) la sorte dei circa 15.000 detenuti che si trovano nelle carceri gestite dagli Usa in Iraq: essenzialmente il complesso di Camp Cropper, nei pressi dell’aeroporto internazionale di Baghdad, e Camp Bucca, l’enorme struttura di detenzione, nel sud, in pieno deserto, vicino al porto di Umm Qasr..
L’accordo prevede che vengano rilasciati in modo “sicuro e ordinato”, se contro di loro non sussistono prove (è il caso di moltissimi, in carcere anche da anni senza sapere il perché), ovvero consegnati alle autorità irachene perché decidano il da farsi.
Una questione tutt’altro che “in biance e nero”. Se infatti sulle carceri Usa in Iraq - e sugli abusi - molto si è scritto (a cominciare dallo scandalo di Abu Ghraib, emerso nella primavera 2004), le informazioni più recenti, che arrivano dalle Nazioni unite ma non solo, parlano di condizioni allarmanti nelle strutture di detenzione irachene (Kurdistan compreso), che vanno dal sovraffollamento, alle condizioni igieniche, ai maltrattamenti, all’uso della tortura, fino alla pratica delle esecuzioni extragiudiziali.
Insomma, essere trasferiti nelle carceri gestite dalle autorità di Baghdad (e di Irbil, la capitale della regione kurda) non sarebbe proprio un vantaggio. E sono diverse le organizzazioni per la difesa dei diritti umani, a cominciare da Human Rights Watch, che hanno già lanciato l’allarme.
A parte questo, qui però le cose iniziano a non essere troppo chiare. Pochi giorni fa un portavoce militare statunitense ha detto infatti che alcuni dei prigionieri in custodia a tempo indeterminato potrebbero non venire né liberati né processati, anche se nei loro confronti non ci sono capi di imputazione. Il motivo? Rappresentano “minacce per la sicurezza”, oppure hanno un grande valore in termini di “intelligence”. Gli Stati uniti, in questo caso, avrebbero intenzione di “chiedere” alle autorità di Baghdad di tenerli in carcere.
Esperti di diritto iracheni sono subito insorti, gridando all’illegalità. Dal governo Maliki, per adesso, non sono arrivati commenti. Intanto, a febbraio, dovrebbe iniziare il rilascio della prima “tranche” di detenuti (ci vuole tempo per esaminare i singoli dossier, dicono).
SOVRANITà RITROVATA?
In base al nuovo accordo, l’Iraq controllerà adesso il suo spazio aereo, ma gradualmente. Dal 1 gennaio fino a 7.300 metri (in precedenza era dagli 8.800 metri in su): il controllo completo arriverà solo nel 2011, con il ritiro totale delle forze Usa. Ma intanto l’aeroporto internazionale di Baghdad e le torri di controllo saranno in mano agli iracheni. Come l’aeroporto di Bassora, che le forze britanniche hanno riconsegnato formalmente l’1 gennaio.
“Graduale” sarà anche il controllo sulla Green Zone, la zona superblindata di Baghdad nella quale si trovano le ambasciate di diversi paesi occidentali (a cominciare dall’enorme complesso della nuova ambasciata Usa, grande all’incirca quanto il Vaticano), la sede delle Nazioni unite e le sedi di numerose istituzioni governative. Dall’1 gennaio è formalmente tornata agli iracheni, ma per il momento viene gestita assieme agli Usa: i numerosissimi checkpoint e le varie, strettissime, misure di sicurezza per l’accesso restano. Un attentato in grande stile contro uno dei molti obiettivi “sensibili” di alto profilo non sarebbe propriamente un buon inizio per la “sovranità” ritrovata.
Su una cosa il governo di Baghdad (e il premier Maliki, in particolare) però non l’hanno spuntata, malgrado abbiano fatto la voce grossa fino all’ultimo: l’immunità per i militari statunitensi nei confronti della legge irachena (immunità garantita da un provvedimento approvato all’epoca di Paul Bremer, capo della cosiddetta Coalition Provisional Authority, l’amministrazione civile dell’Iraq occupato). Su questo Washington è stata irremovibile e alla fine è stata trovata una formulazione che in teoria consente che un soldato statunitense possa essere processato da un tribunale iracheno nel caso in cui commetta reati “gravi e intenzionali”, ma solo fuori dalle basi e quando non è in servizio. Tuttavia il meccanismo è così macchinoso e dà talmente tanta voce in capitolo agli Usa da invitare allo scetticismo.
Cosa diversa, invece, per i cosiddetti contractor. Qui gli Stati uniti hanno dovuto cedere, così adesso quelli che dovessero commettere reati, ovvero crimini, come nel caso degli agenti della Blackwater che nel settembre 2007 uccisero 17 civili iracheni durante una sparatoria (a detta di numerosi testimoni, del tutto gratuita) in pieno centro di Baghdad, potrebbero essere perseguiti, anche in modo retroattivo. E si dice che diverse delle numerose compagnie militari private di “sicurezza” che operano in Iraq, con circa 30.000 uomini (in sostanza, mercenari a tutti gli effetti), starebbero pensando di fare le valigie.
E ADESSO?
Intanto, un nutrito contingente di militari Usa starebbe per andare nel sud, in preparazione del ritiro delle forze britanniche (circa 4.000 uomini, per lo più chiusi da un anno nell’aeroporto internazionale di Bassora), che, a detta di molti negli ambienti di Londra, potrebbe essere completato (o quasi) già entro maggio.
La zona è “tranquilla”, secondo gli iracheni, e comunque gli inglesi non è che facciano molto (nulla, per quanto riguarda il garantire la sicurezza, dice da tempo il premier Maliki). Però è meglio non rischiare: la protezione delle linee di rifornimento delle forze Usa, che dal Kuwait arrivano a Baghdad, è troppo importante.
Che piega prenderanno adesso le cose in Iraq? È presto per dirlo, e sul Sofa ci sono stati giudizi diversi, anche opposti. C’è chi ha detto che segna la fine del progetto Usa di dominare l’Iraq e chi invece sostiene che Washington continuerà a fare il bello e il cattivo tempo. Anche perché, nonostante se ne sia parlato pochissimo, gli accordi firmati con il governo di Baghdad sono due: oltre al Sofa c’è il cosiddetto Strategic Framework Agreement (Sfa), o Accordo quadro strategico, che definisce rapporti preferenziali di lungo periodo fra Iraq e Stati uniti, nei diversi campi, incluso quello dell’economia.
Anche qui, però, molto dipenderà dall’attuazione, e soprattutto dai rapporti di forza, nonché dagli sviluppi politici nel paese.
Tanto per cominciare, sul Sofa incombe il referendum popolare che dovrà tenersi entro luglio di quest’anno. Sottoporre l’accordo al verdetto degli iracheni è stata infatti la condizione posta da alcune delle forze politiche rappresentate in parlamento (la maggiore coalizione sunnita in particolare) per votare a favore. Se l’accordo dovesse essere bocciato, Washington sarebbe costretta a rivedere il calendario previsto e a ritirare le proprie truppe in un anno.
Il nuovo presidente Usa, Barack Obama, si era d’altronde impegnato a completare il ritiro dall’Iraq entro 16 mesi dall’inizio del suo mandato (20 gennaio 2009), ovvero prima del calendario concordato nel Sofa, anche se in seguito ha corretto il tiro, parlando di “flessibilità” e di “ascoltare” il parere dei comandanti sul campo.
Poi gli sviluppi politici in Iraq, abbiamo detto. Quest’anno, nel paese si terranno ben due tornate elettorali: la prima, le elezioni provinciali, fissate per il 31 gennaio 2009 in 14 delle 28 province irachene (non si voterà, per adesso, nelle tre che costituiscono la regione autonoma del Kurdistan e in quella di Kirkuk, dove le diverse componenti - kurdi, arabi, e turcomanni - non sono riusciti ad arrivare a un accordo per condividere il potere), avrà comunque grande importanza come cartina di tornasole degli orientamenti (voto su base etnica e/o religiosa contro tendenze nazionalistiche e patriottiche). E, a fine anno, le elezioni politiche. Maliki non è detto che resti Primo ministro, anche se negli ultimi tempi si è mosso per consolidare un’immagine di leader nazionalista e “uomo forte” capace di tenere unito il paese al di là degli schieramenti confessionali, guadagnandosi il sostegno di parecchi sunniti (lui, che guida un partito religioso sciita, al Da’wa) e con grande allarme dei kurdi - a cominciare dal presidente Mas’ud Barzani - che urlano al nuovo dittatore.
Il prossimo governo iracheno e i relativi equilibri politici sono in effetti una grande incognita. L’articolo 27del Sofa, del quale poco o niente si è parlato, riguarda la “deterrenza nei confronti delle minacce alla sicurezza” e dice che “in caso di qualsiasi minaccia esterna o interna o aggressione contro l'Iraq che dovesse violarne la sovranità, l' indipendenza politica, o l' integrità territoriale, le acque, lo spazio aereo, il sistema democratico o le istituzioni elette, e su richiesta del governo dell'Iraq, le parti daranno inizio immediato a decisioni strategiche e, come potrà essere reciprocamente convenuto, gli Stati uniti prenderanno misure appropriate, che comprendono le misure diplomatiche, economiche, o militari, o qualsiasi altra misura per dissuadere una tale minaccia”. Incluse le misure militari, dunque. Ma “solo su richiesta del governo dell’Iraq”.
Resta il fatto che qualunque futuro governo che voglia avere una qualche legittimità popolare non può non tener conto (come è già stato per il governo guidato da Maliki) del sentimento diffuso fra gli iracheni, che vogliono a stragrande maggioranza (come mostrano ripetutamente i sondaggi) la fine dell’occupazione e il ritiro di tutte le forze straniere dal paese.
Per questo, un Sofa in più o in meno, potrebbe non fare una grande differenza. Ma i giochi sono solo agli inizi.