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articolo della rivista numero 152
Lavorare senza padrone
Inés Ramos
Alla Chilavert, azienda grafica di Buenos Aires, la cosa che ti mostrano con più orgoglio è un buco nel muro. Durante i sei mesi di occupazione serviva per passare i libri stampati al vicino, Julio Berlusconi (sic), che li portava di nascosto in distribuzione, ben sapendo di commettere un reato, “ma io sono operaio e se c’è da aiutare dei compagni li aiuto e basta”.
SI Può FARE DA SOLI
Come si fa a produrre sotto assedio? Basta essere nella Buenos Aires del 2002, con la gente del barrio che avvisa i lavoratori quando è in arrivo la polizia e la Impa, altra impresa recuperata della prima ora che produce alluminio, che ti acquista ritagli di lamiera da riciclare per finanziare il riavvio della produzione. E magari un pizzico di solidale fortuna. “Il primo libro che abbiamo stampato era sulle assemblee popolari”, ricorda Fermin Gonzales Sontana, anziano e minuto, che ancora si commuove al ricordo, “e abbiamo fatto un accordo informale con una studentessa statunitense che avevamo conosciuto perché cercasse di venderne qualche copia negli Usa, ma non ci contavamo troppo. Quando abbiamo ripreso ufficialmente a produrre, il 17 ottobre 2002, non avevamo i soldi nemmeno per la bolletta della luce ed ecco che ci arriva un bonifico di 1.800 pesos dagli Stati uniti!”.
Alla Ghelco, che produce ingredienti per dolci e gelati, il simbolo della resistenza è invece una foto di gruppo appesa nell’ingresso: i lavoratori e le loro famiglie ripresi davanti alla fabbrica. “L’abbiamo mandata al giudice mentre attendevamo la sentenza, dopo sei mesi di presidio in una tenda davanti alla porta”, spiega il lavoratore Ricardo Roldain, “con un messaggio che diceva: tutte queste persone stanno aspettando una sua decisione. Lui ci ha risposto che ci dava un mese di tempo per dimostrargli che eravamo in grado di produrre. Non avevamo un soldo; abbiamo venduto tutto il materiale riciclabile che c’era in fabbrica, cartone e plastica, per comprare due borse di mandorle e due di zucchero e produrre 200 chili di croccante. Ci avevano tagliato la corrente, ma un’altra impresa recuperata, la Lavalan, ci ha dato i soldi per ripristinarla. E ce l’abbiamo fatta”.
La storia è importante per le imprese recuperate: lo capisci da come chi ti racconta scandisce le date, dagli sguardi assorti. Vicende recentissime ma che hanno già assunto i toni eroici dell’epopea. La tappe in molti casi sono simili: il padrone che smette di pagare e poi scompare; i creditori che si presentano a reclamare il dovuto (una volta i primi della lista erano i dipendenti, poi Menem ha pensato bene di cambiare la legge per mettere al primo posto le banche e far scivolare in fondo gli operai); i lavoratori che rientrano per avere i salari o per impedirgli di far sparire i macchinari (molti proprietari lo fanno sia per bloccare la produzione, sia per arrivare al fallimento con i capannoni vuoti); i tentativi di sgombero, spesso violenti; gli operai in assemblea permanente; la solidarietà della gente del quartiere che porta cibo e soldi, delle assemblee popolari, del movimento piquetero, dei fornitori e dei clienti, delle altre imprese recuperate che danno aiuto materiale, consigli, sostegno. E soprattutto la scoperta che si può fare da soli: si può produrre senza padroni e quasi senza denaro, si può decidere tutti insieme, si può lavorare in un altro modo. Più solidale e anche più creativo: alla Impa, per esempio, hanno iniziato a usare alluminio riciclato per disperazione, senza ingegneri né esperti, e si sono accorti che in questo modo riducevano del 40% il costo della materia prima.
AUTOGESTIONE IN COOPERATIVA
Anche le tappe successive sono più o meno le stesse: i lavoratori si costituiscono in cooperativa, in molti casi un giudice assegna loro l’impresa per un periodo definito (in genere due anni o più, in base alla legge sull’esproprio temporaneo approvata dal governo Kirchner) e comincia la produzione in autogestione. Che significa sovranità dell’assemblea dei soci (con riunioni più o meno frequenti per scambiarsi informazioni e prendere le decisioni più importanti, mentre la funzione del Cda dovrebbe essere solo di tipo esecutivo) e salari uguali per tutti in alcuni casi, mentre in altri gli incarichi di maggior responsabilità vengono ricompensati con piccole indennità, dell’ordine del 10% circa, misura decisa spesso dopo lunghi ed estenuanti dibattiti e varie fasi di sperimentazione. Rispetto alla gestione aziendale, ci sono cooperative in cui i lavoratori imparano a fare tutto da soli, spesso da autodidatti (alla Ghelco addirittura tutti ruotano nelle varie funzioni) o con l’aiuto di manager “compagni”, magari formati all’Università dell’associazione Madres de Plaza de Mayo, e c’è invece chi assume dall’esterno alcuni specialisti (i quali in genere vengono pagati parecchio di più, e anche questo spesso provoca conflitti o mugugni).
Riguardo alla proprietà dell’impresa, le situazioni sono molto variegate: c’è chi aspetta ancora la sentenza di esproprio, chi ha ottenuto l’affitto o il comodato, chi ha comprato (spesso dallo stato, creditore del vecchio proprietario) e sta pagando, chi l’ottiene gratuitamente, chi è in causa (come l’hotel Bauen di Buenos Aires, che deve fare i conti con i ripetuti ordini di chiusura del governatore della città Mauricio Macri, il “Berlusconi argentino”). La situazione più innovativa, che potrebbe fare da esperienza pilota per le altre e magari ispirare una buona legge per la questione della proprietà e di un fondo creditizio agevolato, è forse quella della Textiles di Piguè, cittadina nel sud della provincia di Buenos Aires. La Textiles fa parte della filiera tessile solidale sostenuta da Ctm che parte dal cotone biologico coltivato da indigeni del Chaco e finisce con le magliette confezionate da cooperative del movimento piquetero. Per ora, solo il 5% circa della produzione è per il commercio equo. Come molte imprese recuperate, la Textiles produce solo con materie prime fornite dai clienti e lavora al 30% delle sue potenzialità (ma ha ridotto a zero gli incidenti e installato un depuratore, mentre il precedente proprietario inquinava allegramente). “Il mio sogno è consolidare l’impresa, garantire salari dignitosi e lavorare solo con l’economia solidale”, dice il presidente, Francisco Martinez. “E poter mettere questa esperienza a disposizione di tutti”. Il primo passo è un contratto firmato da poco con la ministra della Produzione per acquistare l’azienda a 4 milioni e mezzo di pesos in 10 anni, a un tasso fisso annuo del 9% (ottimo, considerando che l’inflazione è al 22%) utilizzando un fondo di fideiussione costituito dal Ministero stesso, dalla Creditcoop (una banca cooperativa argentina) e da banche olandesi e svizzere e anche da Banca etica.
Di fatto è l’assemblea che decide le condizioni dei lavoratori (orari, ferie, condizioni per congedi e malattia ecc.), anche perché in Argentina non esiste una legge specifica per quelli delle cooperative. Anche il salario è una scelta collettiva e in molti casi viene stabilito mese per mese, a seconda dei debiti da pagare o degli investimenti che si ritengono necessari. Sempre il collettivo dei soci decide su questioni come le misure di sicurezza o anti-inquinamento. La Textiles di Piguè, per esempio, da quando è autogestita ha ridotto considerevolmente gli incidenti sul lavoro e fa funzionare regolarmente il depuratore, in altre imprese la situazione in questo senso non è migliorata.
DIFFICOLTÀ E CONFLITTI
Qual è il bilancio, oggi? “Circa 220 imprese recuperate in tutta l’Argentina, per un totale di circa 14.000 lavoratori più l’indotto; 300 milioni di dollari di fatturato complessivo nell’ultimo anno, cioè l’1% del Pil industriale”, recita Josè Abelli, presidente del Movimento nacional empresas recuperadas. “Solo due hanno chiuso, nessuna è stata ripresa dai vecchi padroni”. Luis Caro, avvocato e rappresentante dei Movimiento fabricas recuperadas por los trabajadores, è meno ottimista: “In realtà molte hanno sospeso l’attività e sono in grosse difficoltà. Una cosa molto importante è come si distribuisce il potere: non è così facile gestire in modo realmente democratico e partecipato”.
Le imprese recuperate argentine sono riunite in cinque federazioni differenti, con posizioni ideologiche piuttosto diverse. “In realtà”, minimizza Abelli, “stiamo cercando di coordinarci, mettendo da parte le divergenze. Le reti principali condividono l’idea che l’impresa dev’essere di proprietà dei lavoratori e autogestita”. Gli obiettivi politici? Per molti sono chiari: una legge che regolamenti l’esproprio definitivo e definisca lo status delle imprese recuperate, una riforma della legge sulle cooperative che preveda diritti chiari per i lavoratori e un fondo federale che permetta di acquistare le aziende e di ottenere crediti a condizioni favorevoli. Ma non tutti sono d’accordo. “Noi siamo contro il capitalismo e il clientelismo politico. Vogliamo un governo socialista e imprese statalizzate sotto controllo operaio”, dichiara senza mezzi termini Eduardo Murua, lavoratore dell’Impa, ex presidente del Mner e fondatore del Facta, Federazione argentina delle cooperative di lavoratori autogestiti. E Luis Caro, anche lui fuoruscito dal Mner e convinto assertore dell’assemblearismo e dell’egualitarismo salariale: “Secondo noi non occorre un fondo per il credito: si rischia di indebitarsi. Dire che mancano i soldi spesso è un modo di spostare all’esterno difficoltà che invece sono interne. Basta reinvestire con intelligenza gli utili e crescere pian piano”.
E poi c’è il boicottaggio della classe “dirigente”, la grande responsabile della crisi degli anni Novanta. La legalizzazione delle imprese recuperate sistemerebbe molte cose (tra l’altro, sarebbe un modo di arginare la disoccupazione), ma è considerata pericolosa perché dimostrerebbe ufficialmente che si può lavorare senza padroni, facendo prodotti di maggior qualità con meno incidenti sul lavoro. “Ma questo non si fa perché non si vuole mettere in discussione il dogma della proprietà privata, un diritto previsto dalla costituzione argentina, così come, del resto, quello al lavoro. Allora, qual è più importante?”, osserva Marcelo Ruarte, presidente del Bauen.
Le “eresie” delle fabbriche autogestite
Conflitti quasi fisiologici, se si considera che quello delle imprese recuperate è un laboratorio “in vivo” che sta smontando uno dopo l’altro i miti del capitalismo (e come tutte le sperimentazioni procede per prove ed errori). Per esempio: si può stare sul mercato mettendo la cooperazione al posto della competizione. Agli aiuti “eroici” dei primi anni si sta sostituendo una collaborazione politica e commerciale più sistematica, che va dai tentativi di creare filiere solidali alle associazioni di categoria alle reti internazionali. “Stiamo creando una rete di sette aziende grafiche recuperate per scambiarci lavoro (chi ha troppe ordinazioni le passa ad altri), ottenere finanziamenti, acquistare le materie prime, fare da ‘incubatori’ ad altre imprese e organizzare iniziative per i lavoratori”, spiega Placido Penharrieta della Chilavert. Lo stesso stanno facendo i quattro quotidiani recuperati, che hanno creato l’Adicra, per comprare insieme la carta ma anche per avere maggior forza contrattuale con il governo. E le fabbriche metalmeccaniche di Rosario hanno i magazzini in comune. “Vogliamo creare forme di cooperazione con tutta l’economia solidale”, aggiunge Abelli, “non solo nel paese ma in America latina - è a buon punto una rete tra Argentina, Brasile, Uruguay, Paraguay, Venezuela ed Ecuador - e col resto del mondo; ci sono già collaborazioni anche con imprese italiane”.
Altra eresia: non sono i soldi ma le persone, il loro lavoro, il loro sapere, le loro relazioni il vero centro dell’economia. Solo qualche esempio, tra i mille possibili. Il Bauen usa il suo auditorium per iniziative culturali di ogni genere, lo presta all’associazione delle Madri e per il cinema gratis per i bambini una volta alla settimana. L’Impa ha scelto di tenere bassi i salari pur di creare più posti di lavoro, ha reso disponibile uno spazio per il centro di salute del quartiere e per anni ha animato le notti di Buenos Aires con concerti e altre iniziative culturali di ottimo livello. I lavoratori del “Diario de la Region” (quotidiano di Resistencia, capitale del Chaco) si accontentano di 600 pesos al mese per tenere il prezzo a 1,5 pesos (contro i 2-2,5 abituali) “perché vogliamo che tutti, anche i più poveri, abbiano accesso all’informazione”, dice il giovanissimo presidente, Lisandro Vargas Gomez; in più, ha scelto di non avere direttore (la linea editoriale viene stabilita collettivamente) e fa corsi di giornalismo di educazione popolare alle associazioni di quartiere. La Chilavert offre stage agli studenti di lettere e filosofia e gestisce un centro culturale, una biblioteca e un archivio sulle imprese recuperate.
Senza padroni si lavora meglio
Ma la scoperta più blasfema è che senza padroni si lavora meglio, si recuperano dignità e autostima e si risparmia pure: niente più speculazioni azzardate, tangenti e manager superpagati. “Adesso è molto meglio”, dice Romina Orlando, segretaria dell’Instituto Comunicaciones, una scuola a indirizzo sportivo. “Siamo tutti padroni, ci rendiamo conto che il nostro modo di lavorare influisce su tutti gli altri. Ora ci fermiamo di più a scuola e chi ha idee nuove sa che gli altri lo ascolteranno”. Fermin Gonzales: “I dipendenti non sono niente, sono come bambini, mentre noi qui siamo tutti adulti, responsabili di noi stessi e degli altri”. Graciela Quinteres è stata assunta alla Brukman, azienda di confezioni di Buenos Aires, dopo dieci anni di disoccupazione: “Stiamo nascendo, ma molto lentamente. Lavorare qui è bizzarro, abbiamo idee diverse e i conflitti non mancano; in assemblea possiamo anche cavarci gli occhi, ma poi si prende il mate tutte insieme. All’epoca dei padroni quasi non si parlava; ora abbiamo imparato a convivere, a far conto una sull’altra. Quando sono stata operata ho avuto due mesi di congedo pagato; una volta mi avrebbero licenziata senza pensarci due volte”. Ricardo Roldain, della Ghelco: “Ora lavoriamo per noi, tutto quello che facciamo lo facciamo per noi. E poi, coprendo a rotazione tutti i ruolo conosciamo molto meglio la produzione, ma anche i problemi degli altri. E abbiamo scoperto che possiamo fare da noi”. Alla Ghelco l’unico ufficio che nessuno usa più è quello del padrone. C’è un cartoncino appeso alla porta, che recita: “La legge del capo” in 10 punti, da “Il capo ha sempre ragione” a “Più si pensa come il capo, più si fa carriera”. Sotto, qualcuno ha aggiunto a biro: “Il capo non c’è più”