ARCHIVIO
articolo della rivista numero 152


Obama! E poi?

 

di Gordon Poole

Prime riflessioni sulla nuova presidenza Usa

 

Il governo di George W. Bush  e i suoi “mastri puppari” neoconservatori lasciano al presidente eletto una pesante eredità. Ancora nelle ultime settimane di presidenza, oltre a minacciare la Russia con basi missilistiche, Bush ha bombardato Afghanistan e Pakistan.

IL PESANTE LASCITO DI BUSH
È come se avesse voluto creare per il successore alla presidenza una situazione internazionale la più compromessa possibile per rendere difficile ogni tentativo da parte di Obama di sbrogliare la matassa e privilegiare, come egli ha detto di voler fare, il negoziato alla minaccia e all’impiego della forza militare.
Nel suo discorso inaugurale quattro anni fa, Bush fece una dichiarazione di intenti che oggi suona addirittura imbarazzante: “Noi estenderemo il numero di proprietari di case e imprese, i risparmi pensionistici e l’assicurazione sanitaria”. La perdurante recessione economica, se in parte il frutto di un’avidità insita nel sistema economico capitalistico, quella lupa “che di tutte brame / sembrava carca ne la sua magrezza, / e molti genti fe’ già viver grame”, dall’altro lato è stata causata anche da un’irresponsabile politica liberista. Su questa questione pressante Obama si è mosso ancor prima di assumere la presidenza con un programma di stimolo economico, la cui possibile efficacia è oggetto di discussione fra economisti.
Un altro lascito che ha fatto inorridire anche molti repubblicani tradizionali, libertari, che credono in una “destra dei Valori” e in qualche caso hanno sostenuto Obama, è l’attacco condotto dall’amministrazione Bush allo Stato di diritto e alla stessa Costituzione. Fu messo in questione l’habeas corpus, una garanzia secolare dell’inviolabilità dei diritti dell’individuo, basata sul diritto naturale secondo la dottrina giuridica fondante degli Stati uniti. Si crearono special tribunal nei quali gli accusati non godono dei diritti che la tradizione anglosassone e in genere occidentale considera fondamentali. Si consentì l’utilizzo della tortura (sia in proprio, come a Guantánamo e El Ghraib, che in appalto a altre nazioni, le cosiddette rendition), non soltanto per ottenere confessioni di colpevolezza, come nei tribunali canonici e secolari europei di secoli addietro, ma per estorcere informazioni - una deformazione poliziesca che quei vecchi tribunali generalmente escludevano, almeno in teoria.

UN “NEGRO” ALLA PRESIDENZA
Quasi a prescindere dalla sua politica, questa elezione di Obama ha per sé stessa un’oggettiva carica di novità. Che un uomo definito “negro” secondo le leggi sino a pochi anni fa in vigore in molti stati del Sud degli Stati uniti possa non essere ideologicamente di sinistra ci è chiaro. Abbiamo già gli esempi di Colin Powell, Condoleezza Rice e il giudice Clarence Thomas alla Corte suprema. Tuttavia il fatto stesso che sia stato eletto un afro-americano, contro le tutt’altro che irragionevoli previsioni di molti politologi, è un segno innegabile di un superamento delle pulsioni razziste in una parte significativa di cittadini.
Anche se si può essere sicuri che Obama non ha nessuna intenzione di essere il presidente dei soli afro-americani, egli è ovviamente erede e beneficiario di decenni, per non dire secoli, di lotte da parte dei neri e della parte progressista della nazione. Un filo rosso connette il rifiuto di Rosa Parks di cedere a un bianco il proprio posto su un autobus alle marce per i diritti civili, fino all’elezione dell’“uomo di colore” alla presidenza. C’è un detto significativo a questo proposito: “Rosa sat, so Martin could walk. Martin walked, so Barack could run. Barack ran, so our children could fly” (Rosa si è seduta perché Martin potesse camminare; Martin ha camminato perché Barack potesse correre; Barack ha corso, perché i nostri figli possano volare). Ma proprio grazie a questa eredità Obama si è potuto presentare come candidato post-razziale.
Quanto a McCain, si può banalmente dire che ha perso perché ha vinto Obama, il quale ha condotto una campagna con una tale abilità, dirigendo un’organizzazione così efficiente e ben coordinata, da far presagire che le considerazioni sulla sua mancanza di preparazione all’amministrazione della nazione siano esagerate. Del resto, nessuno “nasce imparato” - come si dice a Napoli - a fare il presidente degli Stati uniti. I primi discorsi e provvedimenti del neopresidente confermano l’impressione di competenza.
Ma McCain ha perso anche per colpa sua propria. Non è stato capace di parlare credibilmente dell’economia e questo gli ha ovviamente nociuto. Ha ereditato il peso di quella che molti considerano la peggiore presidenza della storia degli Usa. E poi, la scelta di Sarah Palin che, se inizialmente pareva dare un po’ di spinta a una campagna che languiva, ha finito per danneggiarla, perché si è rapidamente rivelata una persona che parla senza connettere la lingua al cervello. Il possibile scenario di McCain, il più vecchio presidente nella storia degli Usa (cui auguro lunga vita!), forzosamente sostituito, a causa di una malattia o della morte, da “quella” vicepresidente ha probabilmente convinto molti elettori “indipendenti” e anche alcuni repubblicani a votare il democratico, l’uomo nero.

SEGNALI DI DISCONTINUITÀ
Quanto alla politica estera, uno dei primi atti del nuovo governo Obama è stato di sospendere una serie di disposizioni esecutive, molte delle quali riguardano la detenzione, trattamento e interrogazione di individui sospettati di terrorismo. In una recente conferenza stampa Obama ha detto con enfasi, ricevendo un’applauso - direi di sollievo - da parte dei giornalisti presenti, che durante la sua amministrazione non si ricorrerà alla tortura.
Meno male, però non ha fatto cenno alle rendition e questa omissione lascia aperta la preoccupazione che, quello che gli Usa non faranno più, altri potranno continuare a fare per conto loro. Esiste una diffusa impressione, purtroppo errata, che Obama abbia posto fine almeno alle “rendizioni straordinarie”. Sulla questione si può vedere le sobrie considerazioni di Ron Winder su “Al Jazeera” del 26 gennaio.
Obama insiste, sì, che gli interrogatori seguano le linee di guida stabilite dall’Army Field Manual, anche se lascia qualche spazio alla Cia per agire diversamente in casi particolari non ben specificati. Può sembrare un passo positivo, ma si ricorderà che il vecchio Field Manual fu riscritto nel 2006 (“FM2-22.3”), con l’aggiunta della famigerata Appendix M,  soprattutto per autorizzare tecniche di interrogazione più dure non contemplate precedentemente. Il fatto che l’amministrazione Obama imponga il Field Manual come guida futura dovrebbe essere causa di grande preoccupazione (1).

GABINETTO DI GUERRA
Purtroppo il gabinetto che si va formando è un gabinetto “di guerra”, come Robert Dreyfus di “The Nation”, ma anche il “Wall Street Journal” e altri, lo descrivono. Dei 130 membri della Camera dei deputati e i 23 senatori che votarono contro la guerra in Iraq, finora Obama non ne ha cooptato nessuno nel suo gabinetto, anche se a novembre, in un discorso molto diffuso, in risposta alle preoccupazioni di chi vedeva in tali scelte una decisa sterzata a destra, aveva affermato che chi comanda è lui, e non i suoi consiglieri, e che lui rimane fedele all’impegno del change e del We can.
Questa baldanzosa asserzione di potestà esecutiva, oltre a preoccupare per il timore che egli continui la politica bushiana di executive privilege, contraddice una fondata valutazione dei rapporti tra i consiglieri e il presidente, e cioè l’idea che in fin dei conti non è tanto il presidente a scegliere i “consiglieri” quanto questi a scegliere il presidente, giacché rappresentano i grossi poteri economici, finanziari, industriali e militari che pagano le campagne elettorali. Ma anche a voler prendere per buona la determinazione di Obama a imprimere una propria linea innovativa a una serie di membri del gabinetto ideologicamente legati alle vecchie politiche, c’è da considerare che non sarebbe comunque facile per un presidente, anche il meglio intenzionato, costringere collaboratori conservatori ad agire contro le proprie inveterate tendenze e gli interessi corporativi che rappresentano, i quali portano con sé (si pensi alla Clinton) degli entourage di collaboratori loro, tutti abituati a lavorare in un certo modo e per andare verso una certa direzione politica.
D’altra parte, una indubbia novità dell’amministrazione Obama è di mantenere un sistema di posta elettronica per ricevere input dai cittadini sul computer personale del presidente, il suo Blackberry, come se Obama cercasse, attraverso un contatto diretto con la popolazione, di aprirsi a pressioni che potrebbero valere come un contrappeso a quelle dei lobby e a certe tendenze fra i propri collaboratori. Ha detto infatti: “Io voglio ricevere altre voci che non siano quelle delle persone che lavorano direttamente per me”. Inoltre, come ha fatto già nell’ultima fase della campagna elettorale, ora da presidente Obama continua a far uso di Youtube per trasmettere brevi messaggi periodici di pochi minuti. Questa ricerca di un rapporto con la cittadinanza può far tornare in mente i “fireside talks” (discorsi al focolare) radiofonici a scansione settimanale usati dal presidente Franklin Delano Roosevelt.

SPERIAMO NON MANTENGA LE PROMESSE!
Più difficile è cogliere elementi di novità nella politica estera, dove i primi pronunciamenti su Gaza sono stati in continuità con la linea filoisraeliana di Bush - anche se Obama ha chiesto l’apertura dei valichi, in contrasto con Israele - e dove i mutamenti sembrano consistere, oltre che nel  ritorno al multilateralismo clintoniano, in una maggiore disponibilità verso il dialogo con altri paesi di cui è assai difficile valutare il significato concreto. Intervistato da Amy Goodman su “DemocracyNow.org”, il 21 gennaio, Noam Chomsky ha fatto un’analisi puntuale della linea mediorientale di Obama, culminante in un giudizio duro.
Come Chomsky, Phyllis Bennis, un’acuta analista della politica statunitense, è stata particolarmente critica con Obama per la sua politica mediorientale, sfacciatamente filoisraeliana (v. www.tni.org/). Per esempio Obama, in un discorso davanti all’American Israel Public Affairs Council (Aipac), ha sostenuto che Gerusalemme è e deve essere per sempre la capitale indivisa dello stato israeliano.
Come altri che hanno sostenuto la campagna Obama da sinistra, la Bennis insiste che bisogna mantenere alta la pressione popolare come contrappeso alla presenza di falchi nel gabinetto Obama. La sua idea, espressa con chiarezza il 17 ottobre in un discorso davanti alla Fondazione Rachel Corrie, è che il discorso sul Medio Oriente dei movimenti pacifisti debba focalizzarsi non su particolari soluzioni - uno stato, due stati - ma sul concetto di uguaglianza all’interno di ogni stato e tra stati (v. www.pdxjustice.org/node/17).
Sulla questione del graduale ritiro dall’Iraq Obama si è contraddetto più volte. La versione attuale del suo pensiero è che bisogna ritirare le “truppe da combattimento” (combat troops, e non soltanto troops, come diceva in precedenti occasioni) entro l’aprile 2010, d’accordo con l’attuale governo iracheno. Bisogna intendersi: ci sono 156.000 militari Usa in Iraq e Kuwait, ma forse la terza parte di questi possono considerarsi combat troops (il termine è ambiguo) e Obama ha evitato di dire quanti delle altre rimarranno e per quanto tempo, senza parlare poi delle forze militari privatizzate, i cosiddetti military contractors, alla Blackwood, che sono responsabili di alcune delle peggiori atrocità commesse in quel paese. Le oscillazioni di Obama sulla questione, e in particolare lo spostamento verso destra delle sue successive prese di posizione, sono state oggetto di  critiche da parte di organizzazioni pacifiste lungo tutto l’arco della sinistra statunitense (ad esempio, “The Nation”, www.agenceglobal.com/article.asp?id=1656 ).
Quanto alle dichiarazioni di intenti di Obama rispetto all’Afghanistan, dove prevede un raddoppiamento della presenza militare statunitense, al Pakistan, all’Iran non sono confortanti. Forse ha detto bene Michael Moore, intervistato dalla giornalista Amy Goodman a DemocracyNow.org: “Speriamo che Obama faccia come fanno tutti i politici: che venga meno alle promesse fatte durante la campagna elettorale!”

SANITÀ, ISTRUZIONE E AMBIENTE
E chiaro tuttavia che, per gli statunitensi, la politica interna ha finito per avere più importanza di quella estera. Obama aveva collaborato con Bush e McCain all’elaborazione del piano, del tutto impopolare, per il salvataggio delle banche, che tra l’altro non ha dato i risultati sperati. Ora ci sono importanti industrie automobilistiche che hanno chiesto e ottenuto miliardi di dollari di bail out, di salvataggio. Sulla questione Obama promette una politica più stretta di controlli, di accountability  (cioè i beneficiari devono dar conto sull’utilizzo dei denari ricevuti).
Ma è vero anche che Obama, oltre ad aiutare Wall Street, sta facendo qualcosa per “Main Street”, cioè per la gente: presto sarà presentato un progetto di legge del senatore democratico Sen. Richard Durbin  per dilazionare i pagamenti mensili di milioni di proprietari di casa che rischiano altrimenti di perderne il possesso. Se la proposta dovrà  seguire il solito iter parlamentare ci vorranno mesi prima che possa essere approvata dal Congresso, ma se farà parte dello stimulus package (un programma comprensivo per stimolare l’economia), su cui i leader delle due camere stanno lavorando ora, la proposta potrebbe presto diventare legge.
Ci sono tre questioni, oltre all’economia, che preoccupano fortemente gli statunitensi: il sistema sanitario, la scuola l’ambiente.
Sul sistema sanitario, la proposta di Obama non sembra adatta a risolvere la crisi, la quale dipende, in ultima analisi, dalla necessità di garantire i profitti a una potente corporazione di medici, ospedali e industrie farmaceutiche, con talvolta la complicità dell’ente federale di controllo (Food and Drug Administration), il cui scopo primario, detto francamente, è quello di lucrare più che di curare. La dimostrazione di quanto diciamo non viene soltanto dalle varie analisi della proposta di Obama ma in ultima analisi dalle sue stesse parole, dove non promette affatto di istituire un sistema sanitario, come quello canadese, tanto per dire, che garantisca una copertura a tutti, ma soltanto di ridurre il numero dei quarantasette milioni di statunitensi privi di protezione. Buona parte del suo programma prevede un ruolo centrale degli istituti di assicurazione privati, con una promessa di maggiori controlli sul loro operato (2).
Quanto all’istruzione primaria e secondaria, Obama ha scelto Linda Darling-Hammond come capo della sua squadra di transizione per la politica scolastica; lei è vicina ai sindacati degli insegnanti, che negli Stati uniti vengono largamente (e ingiustamente) visti come quelli che difendono gli insegnanti “fannulloni”. Dall’altro canto, Obama viene fortemente sollecitato da Michelle Rhee, direttrice didattica per le scuole pubbliche di Washington, distretto a forte concentrazione afroamericana, a licenziare gli insegnanti “incompetenti”, cosa che lei ha già cominciato a fare con vigore nella sua zona. Come i repubblicani, Obama approva l’idea di un controllo fiscale sugli insegnanti, con la minaccia di licenziamento per quelli che non soddisfino certi criteri di produttività, non necessariamente obiettivi. Allo stesso tempo, egli promette un controllo più oculato sulle scuole private parificate, charter schools, un supporto economico per gli asili infantili e per le scuole elementari, nonché un appoggio per gli studenti universitari bisognosi, soprattutto prestiti agevolati. Su cosa fare di insegnanti ritenuti inefficaci, fra le varie sue esternazioni, non sempre coerenti tra loro, la presa di posizione più chiara è stata forse la seguente: “Ora, … se troviamo che ci sono insegnanti che si sforzano ma non riescono ad adempiere a quanto si chiede loro, dovremmo fornire loro aiuti e supporti individuali. E se dopo di ciò ancora non riescono, dovremmo trovare la maniera di mettere un altro insegnante in quell’aula” (3).
Quanto alla questione ambientale, la passata amministrazione aveva autorizzato il trivellamento nei parchi nazionali e, come governo lame duck (“anitra zoppa”, per dire “uscente”), aveva posto fine al divieto alle compagnie carbonifere di usare l’ecologicamente distruttivo sistema di Mtr (mountain top removal) per estrarre carbone, facendo saltare con la dinamite una montagna, strato per strato, a cominciare dalla cima, riversando i detriti nelle valle sottostante, con conseguenze spesso disastrose e comunque tali da deturpare il paesaggio.
Obama pare intenzionato a realizzare un change in questo campo: il suo programma è di “generare fonti alternative, come l'eolico, il solare, il biologico, entro i prossimi tre anni”, come ha detto in un messaggio pubblico (Youtube) il 24 gennaio. Concretamente, si è mosso con un piano deciso per abbassare fortemente i livelli consentiti di emissioni tossiche delle automobili - una misura alla quale le compagnie automobilistiche oppongono una strenua opposizione. Una proposta analoga ma, in verità meno stringente, fu respinta durante l’amministrazione Bush dall’allora maggioranza repubblicana.

ASPETTIAMO I FATTI
L’ideologo di sinistra William Blum ha votato Nader, anche con sofferenza, perché Obama, considerando il suo passato, i suoi discorsi, le sue prese di posizione, le scelte che ha fatto e soprattutto continua a fare per il proprio gabinetto, non gli sembrava uno strumento di cambiamento, perlomeno non nella direzione che egli avrebbe auspicato, anche se non sperato (4). Tale pessimismo è forse da condividere, specie contro pericolose illusioni: “Aspettiamo i fatti”, ha detto cautamente Chávez, ricordando che Obama è pur sempre il presidente dell’impero.
D’altra parte, secondo altri commentatori di solito non teneri con gli Usa, come Fabrizio Tonello, “gli atti simbolici” compiuti da Obama nei primi quattro-cinque giorni della sua presidenza e da noi prima ricordati rappresentano “un completo ripudio di otto anni di amministrazione Bush” (“il manifesto”, 25 gennaio). È comunque troppo presto per dire se tali segnali di novità sono soltanto un’operazione di lifting imposta dalla necessità di ridare credibilità agli Usa dopo la disastrosa presidenza Bush, o avviano una svolta sia pure limitata e parziale.

NOTE
(1) Si veda l’intervento di “bmaz”, Obama: The Crawford Torture Admission & The Army Field Manual Lie al sito http://emptywheel.firedoglake.com/2009/01/19/obama-the-crawford-torture-admission-the-army-field-manual-lie/, consultato il 25 gennaio 2009, nonché i commenti di “Valtin” al sito http://www.dailykos.com/storyonly/2009/1/19/202423/430, consultato il 25 gennaio 2009. Il nuovo Field Manual (2-22.3) è disponibile al sito http://www.army.mil/institution/armypublicaffairs/pdf/fm2-22-3.pdf, consultato il 25 gennaio 2009.
(2) Per un’analisi che sembra obiettiva della sua proposta, si veda http://www.thehealthcareblog.com/the_health_care_blog/2008/03/a-detailed-anal.html.
(3) Sulla politica di Obama per l’istruzione pubblica si veda http://news.newamericamedia.org/news/view_article.html?article_id=fea4d1fe60ed46333c5491fa36cd8320&from=rss.
(4) Si vedano le riflessioni di Blum al sito http://killinghope.org/bblum6/aer64.html.

 

 

Copyright 1993/2003 Guerre&Pace
. Mensile di informazione internazionale alternativa
Ed. e propr. Associazione G&P. Stampa La grafica Nuova, v. Somalia 8, Torino.
Autorizz. Trib. Milano n. 55 del 13/2/1993. Dir. resp. Walter Peruzzi