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articolo della rivista numero 152


Problemi a Wal-Mart

 

di Tim Costello*
L'accidentata strada verso la riforma sindacale in Cina

*Editorialista di "Global Labor Strategies", www.globallaborblog.com

 

Il sistema cinese di relazioni industriali è la posta in gioco tra lavoratori, agricoltori, aziende e un vasto arco di soggetti della società civile, statali e di partito che fanno a gara per determinarne il futuro. Ora il crollo del sistema finanziario globale e una probabile profonda recessione/depressione globale rendono ancora più importante la lotta dei lavoratori e degli attivisti cinesi per un sistema più equo. Il mercato globale delle produzioni cinesi è destinato a contrarsi; migliaia di società estere con stabilimenti in Cina potrebbero essere spazzate via o costrette a ridimensionamenti significativi. In effetti, anche giganti globali come la Gm, uno dei maggiori produttori d’auto in Cina, oscillano sull’orlo della bancarotta. Il sistema bancario cinese - benché in qualche misura isolato dalle tensioni globali - subirà probabilmente gli effetti della crisi finanziaria. Nessuno sa quale impatto avrà la crisi sul valore delle enormi somme di dollari e di debito statunitense attualmente detenuti dalla Cina.
In questo contesto, passiamo in esame alcuni aspetti del sistema cinese di relazioni industriali prima che la Cina venga risucchiata nel vortice di una recessione globale.

Wal-Mart e il sindacato
Sono passati due anni da quando la ferocemente antisindacale Wal-Mart [multinazionale americana, la più grande catena operante nel canale della grande distribuzione organizzata, N.d.T.] ha riconosciuto la Acftu [All-China Federation of Trade Unions, la federazione sindacale ufficiale della Repubblica popolare cinese, N.d.T.] nei propri magazzini. La notizia si era guadagnata le prime pagine in tutto il mondo.
Secondo le leggi cinesi sul lavoro, se 25 lavoratori di un’azienda richiedono il sindacato, si può eleggere un comitato locale e il sindacato deve essere riconosciuto. Di solito questo è un processo formale, imposto dall’alto su iniziativa del management e del sindacato ufficiale, ma in questo caso il rifiuto di Wal-Mart di stare al gioco ha costretto la Acftu a mobilitare effettivamente la base e sindacalizzare l’azienda senza il consenso del management. Una volta che Wal-Mart ha accettato la prima sezione sindacale nella propria filiale di Fujian, i riconoscimenti in altre sedi in Cina si sono succeduti rapidamente. Oggi, la Acftu dichiara di rappresentare 50.000 lavoratori cinesi in 108 stabilimenti Wal-Mart in Cina. Molti speravano che l’esperienza di Wal-Mart sarebbe stata un passo in avanti nello sviluppo del sistema cinese di relazioni industriali e nell’evoluzione della Acftu, ma non è andata così.
Abbiamo un buon colpo d’occhio sul mondo dei lavoratori di Wal-Mart attraverso le voci dei lavoratori stessi che discutono - e criticano - le azioni di Wal-Mart e della Acftu su vari blog. Alcune di queste discussioni, oltre a importanti articoli della stampa cinese, sono state tradotte dall’eccellente, e sempre più indispensabile China Labor News Translations [Clnt, notizie e traduzioni dal movimento operaio cinese, N.d.T.].
Wal-Mart non ha accettato una seria contrattazione collettiva e la Acftu è ricaduta in una tipica “relazione di comodo” con il management. Dopo che Wal-Mart e la Acftu avevano firmato un contratto al di sotto dei minimi in un magazzino nella provincia di Liaoning, l’azienda lo ha presentato come accordo quadro per tutte le sedi in Cina e ha sostanzialmente rifiutato ulteriori contrattazioni. Tra le disposizioni del contratto c’era un aumento di stipendio che non teneva il passo con l’inflazione e che non entrerà in vigore fino alla metà del 2009. Secondo il Clnt, “molte sezioni sindacali di fabbrica non hanno neanche avuto la possibilità di firmare l’accordo quadro. Ad esempio, nella città di Shenzhen lo stabilimento di Buji ha firmato un contratto collettivo a nome di altre 15 sedi in zone circostanti”.
Da parte sua, la Acftu difende il proprio approccio alla contrattazione con Wal-Mart. Secondo Zhang Jianguo, responsabile della contrattazione collettiva della Acftu, i nuovi contratti prevedono rinegoziazioni annuali e salari sopra il minimo legale e contengono disposizioni su orario di lavoro, ferie, previdenza sociale e formazione.
Ma i lavoratori della sede di Bayi puntavano a raggiungere un accordo migliore. Un leader di base, Gao Haitao, che è diventato un eroe per i lavoratori di Wal-Mart in tutta la Cina per la sua accanita difesa degli interessi collettivi, ha organizzato una risposta rivendicando un nuovo negoziato con il management. Invece di negoziare, “Wal-Mart ha semplicemente scavalcato Gao convocando un’assemblea del personale e trovando un responsabile sindacale di un’altra sede disposto a firmare il contratto al posto suo!”, riferisce il Clnt.
La Acftu - che dichiara il proprio sostegno per Gao - si è tenuta in disparte mentre Wal-Mart rifiutava il negoziato e il Clnt conclude: “…l’esperienza di Gao Haitao e la farsesca procedura di contrattazione calata dall’alto mostrano che non c’è traccia di autentica contrattazione collettiva da parte di rappresentanti dei lavoratori. Benché una sezione sindacale di Wal-Mart si fosse fatta avanti per negoziare un buon contratto, la Acftu non ha dato il proprio sostegno”. A settembre Gao si è dimesso per la frustrazione in seguito alle azioni di Wal-Mart, una mossa che molti vedono come un colpo allo sviluppo di un vero sindacato in Cina.

L’evoluzione della ACFTU
Secondo la stampa cinese, meno del 50% delle aziende della classifica delle 500 maggiori società globali pubblicata da “Fortune” riconosce attualmente la Acftu, a fronte di un 73% di tutte le società straniere. A giugno 2008 la Acftu ha lanciato una grande campagna per sindacalizzare almeno l’80% delle 483 aziende della lista di “Fortune” presenti in Cina. Aziende una volta non sindacalizzate come Ibm e Volvo hanno accettato di riconoscere il sindacato. Alcuni osservatori ritengono che questa campagna arriverà a modificare il panorama delle relazioni industriali in Cina.
Due recenti articoli, uno sul “New York Times” e l’altro sul “Christian Science Monitor”, e un commento sul “China Labour Bulletin” descrivono l’evoluzione della Acftu e i suoi possibili effetti.
Il corrispondente del “New York Times”, David Barboza, scrive: “A lungo considerato debole e inefficace, il sindacato ufficiale, che rivendica di avere già 200 milioni di iscritti, ora sembra aver ottenuto una nuova considerazione presso i leader del Partito Comunista... I funzionari del sindacato stanno prendendo di mira le filiali cinesi delle 500 maggiori società globali, che significherebbe milioni di nuovi iscritti, dichiarando di voler combattere lo sfruttamento dei lavoratori. ‘Insieme allo sviluppo economico e sociale, la Cina deve migliorare la tutela dei diritti e degli interessi dei lavoratori, che è un requisito per una società civile’, ha dichiarato Wang Ying, funzionario della Acftu di Pechino. Alcuni esperti ritengono che le grandi aziende presenti qui potrebbero facilmente trovare il modo di ostacolare i sindacati e renderli impotenti, ma altri pensano che i sindacati potrebbero sviluppare una grande forza interna alle aziende. ‘Dopo aver introdotto il sindacato, questi gruppi devono sapere come diventare rappresentativi dei lavoratori e conquistare una vera contrattazione collettiva’, ha dichiarato Anita Chan, un’autorità sulle questioni sindacali in Cina, ricercatrice a contratto presso la Australian National University di Canberra”.
Peter Ford scrive sul “Christian Science Monitor”: “Anche se ci sono segnali che alcuni sindacati siano intenzionati a tentare il modello di contrattazione collettiva usuale nei paesi occidentali, ‘il loro stile non diventerà necessariamente altrettanto duro’, prevede Constance Thomas, responsabile dell’ufficio cinese dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) dell’Onu. I sindacati cinesi a livello aziendale, che tradizionalmente hanno atteso la linea dal sindacato ufficiale, sono tra i più malleabili del mondo… Wang, funzionario di alto livello della Acftu, ci tiene a dissipare gli equivoci presenti all’estero a proposito dei sindacati in Cina e lamenta la difficoltà a sindacalizzare le aziende a proprietà straniera, ‘perché queste paragonano i sindacati cinesi con quelli che conoscono in patria e ne hanno molta paura’. ‘Il nostro obiettivo è garantire una situazione in cui le aziende e i lavoratori possano guadagnare entrambi’,  aggiunge Wang. ‘Noi coordiniamo le relazioni industriali, non lottiamo contro il management’.
‘Eppure c’è molta preoccupazione’, dichiara Chris Liu, un esperto di relazioni sindacali che lavora in Cina per lo studio legale statunitense Akin Gump Strauss Hauer & Feld LLP. Molte aziende ritengono che ‘se il management può decidere unilateralmente, questo è meglio che avere qualcun altro che li vincola’…
‘Anche cambiamenti di facciata possono poi diventare più significativi’, dichiara il professor Unger della Australian National University. ‘Chi sa che cosa diventerà la Cina in un decennio? Le cose potrebbero cambiare’. ‘Nessuno sa per certo come evolveranno le cose’, dichiara Leininger, consulente aziendale della Watson Wyatt. ‘Quanta contrattazione collettiva ci sarà in più di oggi? Quanta indipendenza dal governo? Il timore, dopo aver lasciato entrare un sindacato moderato e inoffensivo, è: che cosa potrebbe succedere l’anno prossimo o quello successivo?’. La cosa più probabile, secondo Liu, è che i sindacati ‘agiranno come una forza sociale, spingendo la società verso maggiori diritti dei lavoratori; sarà molto diverso rispetto a qualche anno fa’.

Una svolta epocale?
Il “China Labour Bulletin”, con sede a Hong Kong, per molto tempo critico rispetto alla Acftu, scrive a proposito dei cambiamenti in atto a Shenzhen: “Potremmo aver raggiunto un punto di svolta cruciale nella storia del movimento sindacale cinese. Per la prima volta dal 1949 i funzionari sindacali affermano apertamente che il sindacato dovrebbe rappresentare i lavoratori e nessun altro, mentre le nuove normative applicate a Shenzhen pongono la contrattazione collettiva - in precedenza un tabù - al centro dell’attività del sindacato. ‘Il sindacato è una questione che riguarda i lavoratori in prima persona’, ha dichiarato in una conferenza il 15 luglio 2008 Chen Weiguang, presidente della Federazione dei sindacati di Guangzhou, aggiungendo che il ruolo dei sindacati in azienda deve cambiare da ‘convincere il capo’ a ‘mobilitare i lavoratori’.
“Il Regolamento attuativo (Shishi Banfa) della Legge sul sindacato per la zona di Shenzhen, varato l’1agosto 2008, definisce ulteriormente il nuovo ruolo del sindacato, creando un ‘sindacato responsabile, dotato di potere e pronto alla lotta’ che possa tutelare i diritti dei lavoratori, secondo Zhang Youquan, capo del dipartimento legale della Federazione di Shenzhen. Nella conferenza stampa che annunciava i nuovi regolamenti, Zhang ha dichiarato che per la prima volta nella legislazione locale cinese si usava il termine ‘contrattazione collettiva’ (jiti tanpan), al posto del concetto applicato in precedenza, ma molto più debole, di ‘consultazioni collettive’ (jiti xieshang) ...
I nuovi regolamenti ‘…stabiliscono molto chiaramente che in una vertenza sindacale il ruolo del sindacato è di rappresentare i lavoratori nel negoziato con il management’. Ovviamente i regolamenti sono ben lontani dalla perfezione… In ogni caso, il Regolamento attuativo - insieme col Regolamento di Shenzhen per le relazioni sindacali entrato in vigore alla fine di settembre 2008 - ha aperto una strada che permette alla Federazione dei sindacati di Shenzhen di trasformarsi in una rappresentanza dei diritti e degli interessi dei lavoratori molto più efficace. Han Dongfang [del China Labour Bulletin] ha dichiarato: ‘Speriamo che la Federazione dei sindacati di Shenzhen possa compiere dei passi effettivi verso la creazione di un modello di contrattazione di successo che altri possano adottare, facendo così della contrattazione collettiva una parte essenziale della società civile cinese emergente’. Han ha sottolineato che ‘un cambiamento non si produrrà dall’oggi al domani, ma, un passo alla volta, si stanno già facendo progressi. E in un futuro potremmo guardare indietro al 2008 come a uno degli anni più importanti nella storia del movimento sindacale cinese’.
Il vero enigma da risolvere nei prossimi anni sarà: che tipo di movimento operaio emergerà in Cina? Le autorità cinesi sono preoccupate per gli effetti sulla stabilità sociale degli scioperi e delle proteste che segnano le relazioni industriali in Cina. Permetteranno ai lavoratori di trasformare la Acftu in un’organizzazione autenticamente rappresentativa? Soffocheranno i tentativi di riforma e useranno semplicemente il sindacato per cooptare e sviare il malcontento dei lavoratori, come sembrano aver fatto a Wal-Mart? Emergeranno organizzazioni dei lavoratori completamente nuove?
Ovviamente, nessuno sa che cosa ci riserva il futuro, specialmente nel caos economico globale di oggi, ma sembra essere in atto in Cina un processo classico, che ha segnato i movimenti operai di molti altri paesi. I lavoratori scioperano e protestano, il governo risponde con nuove leggi e istituzioni per contenere le proteste e i lavoratori prendono le nuove leggi e vi adattano le istituzioni esistenti, o ne creano di nuove per garantire che le leggi siano applicate. Se questo processo è effettivamente in corso, allora potremo aspettarci grandi cambiamenti e conflitti di lavoro sempre più intensi nella Cina dei prossimi anni.

La nuova legge sui contratti di lavoro
La nuova legge cinese sui contratti di lavoro è entrata in vigore l’1 gennaio 2008; è stata emanata in risposta alle diffuse proteste sui diritti dei lavoratori e le condizioni di lavoro ed è stata il risultato di un dibattito pubblico insolitamente aperto. Le grandi aziende estere e nazionali hanno utilizzato il periodo di discussione per tentare di indebolire la legge; hanno avuto un parziale successo, anche se nel complesso la legge che ne è risultata ha esteso importanti diritti ai lavoratori. Ma il tentativo delle aziende di indebolire la nuova legge non si è concluso con la sua approvazione; è invece continuato nella fase di definizione delle norme e dei regolamenti attuativi. Dopo una lunga attesa, il “Regolamento attuativo della Legge sui contratti di lavoro della Repubblica popolare cinese” è stato reso pubblico.
Una disposizione del Regolamento, in particolare, è importante non solo per i lavoratori cinesi, ma dovrebbe interessare anche gli europei. La Corte di giustizia dell’Unione europea ha recentemente sentenziato che alcune condizioni di lavoro saranno regolate dalle normative del paese di origine dell’azienda che assume i lavoratori anziché da quelle del luogo dove si svolge il lavoro. Così, aziende dell’Europa dell’Est, con salari inferiori e minori vincoli normativi, possono ridurre gli standard in paesi con salari più alti e maggiori regolamentazioni, come Danimarca, Svezia o Germania. Una controversia simile è presente anche in Cina, dove esistono notevoli disparità regionali. Ma l’articolo 14 del Regolamento stabilisce che, in caso di contrasti fra le normative valide nel “luogo di esecuzione” e quelle del “luogo di registrazione di un’azienda”, si applicheranno gli standard del “luogo di esecuzione”. Ecco la norma:
“Nel caso in cui il luogo di esecuzione di un contratto di impiego non sia il luogo di registrazione del datore di lavoro, le questioni riguardanti il dipendente quali il livello minimo salariale, la garanzia del posto di lavoro, le condizioni di lavoro, la prevenzione degli infortuni professionali e il salario medio mensile locale nell’ultimo anno saranno regolati dalle disposizioni valide nel luogo di esecuzione del contratto di impiego. Se gli standard applicabili nel luogo di registrazione del datore di lavoro sono più alti di quelli del luogo di esecuzione del contratto di impiego e sia il datore di lavoro che il dipendente hanno concordato sul riferimento alle disposizioni valide nel luogo di registrazione del datore di lavoro, si applicheranno le disposizioni valide nel luogo di registrazione del datore di lavoro.
La questione dimostra in che misura i lavoratori in tutto il mondo industrializzato hanno di fronte problemi simili e richiama l’esigenza di sviluppare qualche standard comune. Dimostra anche che i movimenti operai di diverse nazioni o regioni possono imparare l’uno dall’altro, dal momento che, almeno in questo caso, la Cina ha una regolamentazione migliore dell’Europa.

Legami globali
Dopo aver snobbato la Acftu per anni, sindacati e organizzazioni dei lavoratori di tutto il mondo stanno moltiplicando gli sforzi per stabilire relazioni col sindacato cinese. L’Ituc [Confederazione sindacale internazionale o Csi, ne fanno parte in Italia Cgil-Cisl-Uil, N.d.T.] ha in programma una serie di discussioni nei prossimi mesi. E la federazione Change to Win degli Stati uniti [recentemente fuoriuscita dalla Afl-Cio, N.d.T.] firmerà nei prossimi mesi un protocollo con la Acftu che definirà un quadro per le relazioni future. Oltre a ciò, il Forum dei popoli di Asia ed Europa svoltosi vicino a Pechino dal 13 al 17 ottobre 2008 ha messo insieme 500 sindacalisti e attivisti dei movimenti sociali dall’Europa e dall’Asia per discutere un vasto arco di questioni. Riteniamo che, in una fase in cui le relazioni industriali in Cina attraversano un rapido cambiamento, specialmente in questo periodo di crisi economica globale, stabilire contatti sul territorio in Cina è importante per i lavoratori cinesi e per i lavoratori di tutto il mondo.

Da: “Global Labor Strategies”, http://laborstrategies.blogs.com/, 15-10-2008. Trad. di Marco Capra; adatt. red.

 

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