ARCHIVIO
scheda della rivista numero 152
Nuova e vecchia Cina
di Unyon Sindacal Solidaire
Sfruttamento, disuguaglianza sociale nel nuovo centro del capitalismo globalizzato
I giochi olimpici del 2008, arrivati dopo sette anni dall’ingresso della Cina nella Omc (Organizzazione mondiale del commercio, o Wto) rappresentano il (re)inserimento di questo paese nel capitalismo mondiale. In una dozzina d’anni la Cina ha conosciuto cambiamenti considerevoli, con impatti sulla popolazione dell’intero mondo. Non solo un abitante del mondo su cinque è cinese, ma la Cina è diventata la quarta potenza mondiale, con un terzo delle riserve mondiali di dollari. Esistono opinioni differenti sulla sua possibile evoluzione, sull’influenza che essa ha sull’economia mondiale e le delocalizzazioni.
Quarant’anni fa la Cina appariva agli occhi di una parte della gioventù radicale e di un certo numero di militanti del Terzo mondo come un’alternativa concreta al capitalismo e ai regimi burocratici dell’Europa dell’Est. Oggi è uno dei centri del capitalismo globalizzato.
Secondo le statistiche ufficiali, più di un terzo dei salariati cinesi [Ding Wei Ming, ottobre 2007, netx.u-paris10.fr.] lavorava nel 2004 per capitali privati (Tab. 1)
Lo sfruttamento della classe operaia e contadina raggiunge record planetari, così come la disuguaglianza sociale e l’inquinamento. Una sola cosa è immutata: il Partito comunista continua a mantenere il monopolio del potere.
LE CLASSI SOCIALI OGGI
Grazie al controllo dell’apparato di stato da parte del partito nel paese, si è costituita una borghesia.
L’accumulazione di capitale privato deriva in effetti in gran parte dal saccheggio degli attivi di bilancio pubblici attraverso privatizzazioni, deviazioni di fondi o corruzione. Un gran numero di quadri politici si è riconvertito nel business e, specularmente, gli imprenditori privati sono cooptati dal partito e in posti di responsabilità. Anche se i dirigenti delle grandi imprese privatizzate non sono più pagati dallo stato, sono comunque designati dal governo locale o, nel caso delle imprese più importanti, dal governo centrale. Vi si trovano quindi spesso parenti di alti responsabili politici. Un rinnovamento parziale del personale dirigente sta avvenendo a tutti i livelli grazie all’arrivo di una generazione di giovani diplomati che stanno prendendo spazio nelle amministrazioni e nelle imprese. Gli insegnamenti impartiti ai quadri del partito e del governo sono rivelatori. Si studiano le misure da prendere affinché il Partito comunista non finisca come i suoi omonimi rumeno o sovietico, o ancora i modi per trasformarlo in un partito social- democratico o liberale.
La “classe media” si è rafforzata considerevolmente grazie allo sviluppo economico e rappresenterebbe circa il 15% della popolazione attiva. Tra loro si trovano i migliori sostenitori del regime. Raggruppa una parte della intellighenzia e la parte più qualificata dei salariati. Vi si può aggiungere una parte dei funzionari di stato che lavorano nelle amministrazioni, nel partito, nei sindacati e in altre organizzazioni ufficiali.
I salariati di quello che resta del settore pubblico sarebbero oggi meno del 20% della popolazione attiva. Dal 1993, circa il 40% dei posti di lavoro è stato eliminato in questo settore. Una parte dei vecchi salariati è stata mandata in pensione: 45 anni per le donne e 50 per gli uomini. Altri sono stati dichiarati in un primo tempo senza allocazione (xiagang) e hanno continuato a percepire una parte del loro salario. Sono stati in seguito licenziati e hanno perso anche questa remunerazione, così come le prestazioni che garantiva loro la vecchia unità di lavoro: casa, assicurazione sanitaria, educazione dei figli, pensione ecc.
La stessa sorte si sta abbattendo oggi su settori che sembravano risparmiati, come le ferrovie, le compagnie aeree o le banche. Quelli che il regime presentava come la “classe dirigente” sono diventati dei paria che sopravvivono grazie a piccole mansioni.
Dopo una quindicina d’anni una nuova classe operaia ha visto la luce: costituirebbe circa il 15% della popolazione attiva. Sono contadini che hanno lasciato illegalmente il loro villaggio. Come la maggior parte dei cinesi, non hanno normalmente il diritto di lavorare o risiedere al di fuori del territorio di origine. Questi cittadini di seconda categoria costituiscono per questo motivo una vera pacchia per i capitalisti cinesi e stranieri. Non avendo lo statuto di residenti, non hanno diritto all’accesso alla sanità, alla pensione, alla casa. È solo dal 2001 che i loro figli cominciano a essere scolarizzati e che l’ottenimento del permesso di residenza è stato ottemperato. Ma il meccanismo non è scomparso: la presenza nelle città di nuovi migranti è tollerata ma non legalizzata. Sono rari i migranti che hanno potuto ottenere un permesso di residenza. Una parte lavora nelle piccole imprese rurali, così come in settori pericolosi e insalubri come l’edilizia, i servizi pubblici o le miniere. Li si trova anche nel settore alberghiero, della ristorazione, del giardinaggio, del commercio o della raccolta dei rifiuti. È questa la popolazione che ha costruito la Pechino dei giochi olimpici del 2008.
Un’altra parte popola le imprese costiere orientate verso l’esportazione. Sono soprattutto giovani donne e, a volte, bambini di meno di 16 anni. Possono lavorare fino a 15 ore al giorno, sette giorni su sette. Ricevono dei salari irrisori, non hanno in generale altre soluzioni che abitare nei magazzini delle imprese sotto la sorveglianza dei vigilanti. Devono spesso subire colpi e minacce e lo ius prime noctis è riapparso. Gli incidenti sul lavoro e le malattie professionali sono frequenti. Quanto ai salari, sono spesso pagati con ritardo.
Questo flusso permanente di migranti si motiva con la miseria dei contadini che rappresentano più della metà della popolazione totale. A partire dal 1978, all’inizio delle riforme, la situazione dei contadini era in qualche modo migliorata considerevolmente in seguito allo sfruttamento famigliare della terra. Ma in poco tempo sono stati vittime di un vero racket fiscale. La situazione dei contadini si così degradata sensibilmente, il loro reddito è da 3 e 6 volte minore di quello dei cittadini.
La campagna cinese è per questo motivo teatro di numerosi movimenti di resistenza: manifestazioni, petizioni, azioni legali ecc. Gli scontri violenti con la polizia e le forze paramilitari sono più presenti che nelle zone urbane e la repressione più marcata.
Lo sviluppo delle lotte
Negli anni Novanta ci sono state lotte importanti contro i licenziamenti dovuti alle privatizzazioni, con manifestazioni, blocchi delle strade e delle ferrovie, confronti con la polizia e a volte anche occupazioni di fabbriche con blocco della produzione.
Nel 2002 la lotta dei salariati del settore petrolifero è stato il movimento contro i licenziamenti più importante che la Cina abbia conosciuto. C’è stata, per esempio, una manifestazione che ha visto più di 50.000 partecipanti. Il fallimento di questo conflitto è stato vissuto come una sconfitta enorme.
Ma sembra in vista una nuova fase di lotta. Con l’ingresso della Cina nell’Omc nel 2001 una nuova ondata di licenziamenti riguarda soprattutto i settori prima risparmiati, come le ferrovie, i trasporti aerei e le banche.
Dopo il 2000 la Banca commerciale e industriale della Cina ha licenziato 110.000 dipendenti su 400.000.
Fino a poco tempo fa la repressione padronale e statale riusciva in generale a impedire ai lavoratori migranti di lottare. Oggi sono proprio questi metodi di repressione e di supersfruttamento a portare a scioperi spesso violenti e a volte vittoriosi.
La maggior parte delle lotte esplode in generale impresa per impresa e senza essere state preparate e una volta passato lo sciopero non rimane nessuna forma di organizzazione, sia a causa della repressione, sia per la frammentazione dei lavoratori, o un misto delle due cose. La solidarietà internazionale con i lavoratori di queste imprese è indispensabile più che mai, a cominciare da coloro che lavorano direttamente o indirettamente per le principali multinazionali del pianeta.
Da: “Dossier Cina”. Trad. di Anna Camposampiero, adatt. red.